mercoledì, 21 maggio 2008
... che il tuo cane, non vedendo veterinari da anni, voglia recuperare il tempo perduto e decida di farti conoscere tutti (o quasi) quelli del pronto soccorso veterinario vicino casa. Per riuscirci, smette improvvisamente di fare pipì, costringendoti a portarlo lì per cateterizzarlo. Poi, più vispo e leggero, torna a essere il cane di sempre (chianciulino, ma anche affettuoso e un po’ rompipalle) almeno per qualche ora, finché il fenomeno si ripete. Tra l’altro, senza che se ne sia capita l’esatta causa. E così da qualche notte anche il tuo sonno è agitato, l’orecchio teso a sentire eventuali lamentele, le uscite notturne o all’alba nella speranza che la cosa si risolva da sé o che, almeno, ne venga individuata l’esatta causa per rimuoverla. Nel frattempo, tieni dita (e zampe) incrociate e tappezzi la casa di giornali, che non si sa mai (ma non sai se, a questo punto, preferiresti trovarli asciutti o bagnati).
 
… che Milano sia “da strizzare” giusto quando hai portato con te solo un ombrellino mignon, di quelli che a stento coprono testa e spalle. Ma per fortuna in centro ci sono i portici, e ti puoi sempre riparare.
 
… che in una giornata dimezzata dai ritardi aerei incontri il tuo futuro (forse) capo, che ti chiede se, per recuperare tempo, sei disposta a pranzare con un panino mentre siete in riunione e poi, visto che sei tu che parli per quasi tutto il tempo (e gli altri nel frattempo mangiano) alla fine della riunione sei l’unica rimasta digiuna. Ma c’è il tuo ex capo, che quando lo chiami sta andando a pranzo, e così ti unisci a lui per un pranzo a base di pesce. E capita pure che, mentre chiacchieri con la collega con cui stai dividendo una ricciola marinata (oltre alle rispettive insalate di mare) ti chieda se per caso conosci… tuo marito, e per la coincidenza vi mettete a ridere entrambe.
 
… pure che la tua capo attuale – l’unica che ormai ti resta da vedere – ti dia buca, e così riesci anche a vedere l’amico blogger (ex? In pausa?) che per fortuna ha lo studio lì vicino, ma finiate a parlare di lavoro. No, pure dell’Inter. Alla fine, vi scambiate un abbraccio per interposta persona (di cui la sorellona è mittente/destinataria) e vi date appuntamento per la prossima volta.
 
… che finalmente riesca a rintracciarla, la tua capo, e come quelli prima di lei ti riempie di complimenti per il lavoro, ma non sa darti notizie sul tuo futuro; né quale cappello indosserai, né quale sarà la tua destinazione. E quando le dici che in queste condizioni lavorare è difficile e che questo processo dura più di una gestazione, china la testa e ti dà ragione, ma non sa darti risposte. Però si fa tardi e devi scappare.
 
… che tu prenda al volo il bus per l’aeroporto, e arrivi a imbarco già iniziato. Capita che ai controlli – che passi in velocità, dopo aver sventolato la carta di imbarco con orario in evidenza per saltare posizioni in coda – ti blocchino perché hai con te (per la ventesima volta almeno, anche se non l’hai mai usato) un cavo di sicurezza per il notebook, e secondo loro dovresti tornare al check-in per farlo spedire (il cavo?!?). Tu, con l’aereo che rischi di perdere, non ne hai proprio l’intenzione (avessi avuto tempo magari sì, giusto per vedere se l’avresti trovato all’arrivo o ne avresti dovuto denunciare lo smarrimento) e gli dici di buttarlo pure, e loro insistono, spiegandoti che proprio non possono fartelo passare, c’è l’anima d’acciaio! (e a che serve, per strangolare meglio?) Ma insisti che lo buttino, e alla fine te ne vai correndo fino al gate – ovviamente non quello indicato sulla carta d’imbarco – dove riesci a salire tra gli ultimi.
 
… che Roma non voglia essere da meno di Milano, e se quella era da strizzare, questa è da nuotarci dentro (o da cadere dentro i buchi che la pioggia ha scavato nell’asfalto). Ma che ti regali anche un’ottima pizza, davanti alla quale, finalmente, ti rilassi un poco. Poi casa, sonno, sveglia all’alba (e, di nuovo, Ares).
 
Capita, insomma, di correre con la sensazione di non arrivare.
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martedì, 13 maggio 2008

Scrive Giulia nei commenti al post precedente: "Oggi non è difficile trovare un branco".

Io penso invece che trovarlo - non il "branco" per quello che si intende oggi, nell'accezione negativa data al termine (vedi per esempio quanto scritto a proposito di ciò che è avvenuto a Verona) - sia difficile.

Forse perché io penso al branco - quello dei lupi, in particolare - come al "popolo libero" di cui parla Kipling nel Libro della Jungla. Quello che rispetta le leggi, che offre cibo e riparo a chi ne ha bisogno (Fratel Bigio, uno dei fratelli di Mowgli,  dice: "la mia tana è la tua tana, la mia traccia è la tua traccia, la mia preda è la tua preda se avrai fame, fratellino").

Altro che l' "homo homini lupus" di cui parla Hobbes!

Se davvero l'uomo si comportasse come i lupi di Seeonee all'interno del branco, forse vivremmo meglio (poi, c'è sempre da capire perché per parlare di caratteristiche negative scomodiamo gli animali; ma questo sarebbe un lungo discorso).

Ululati a parte, a me non dispiacerebbe essere un lupo. Non un solitario, forse, o forse sì.

Con il potere rigenerante di Wolverine, magari. Perché no?

Sentire il richiamo delle notti di luna potrebbe essere un inconveniente, lo ammetto, ma poi una soluzione si può sempre trovare.

(Intanto, alcuni lupi - cattivi e non - qui. Altri, magari, vi vengono in mente...)

 

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lunedì, 05 maggio 2008

Coincidenze?

Il Bardo direbbe che non esistono; esistono solo le sincronicità degli eventi. Ad ogni modo, proprio dopo aver scritto il post a proposito di libro della Jungla, sangue, lupi e Branco (il popolo libero di Seonee), mi capita sott'occhio l'oroscopo di Brezsny per questa settimana (1-7 maggio, quindi ci siamo ancora):

cancro - da Internazionale.it

Cancro (22 giugno - 21 luglio)

È arrivato il momento di darti un consiglio per il quale finora non eri preparato. Se te l'avessi detto troppo presto, lo avresti frainteso o addirittura non avresti capito di cosa parlavo. Te lo dico ora perché nelle ultime settimane hai ritrovato parte della tua selvaggia naturalezza, per cui posso rivelarti la seguente verità, presa in prestito dal poeta Charles Simic: "Chi non sa ululare non troverà mai il suo branco".

Ora mi sorge un dubbio, però: devo trovarmi un maestro di ululati, o basterà aspettare la luna nuova?

(purché, tra branchi, lupi e ululati si riesca a trovare sempre la strada di ... caaasa)


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mercoledì, 30 aprile 2008
Siamo di uno stesso sangue, fratellino, tu ed io
(R. Kipling, Il Libro della Jungla)
 
 
 
 
Girellando per la rete (le mie parole latitano, ma per fortuna quelle degli altri sembrano ben vive) ho trovato questo interessante post di Solimano, dove si prende spunto dal Libro della Jungla di Kipling per parlare di letture formative, di amore per la vita e di imparare ad essere “quella cosa lì che sei tu” (che non è una cosa facile, condivido).
 
Ora non storcete il naso pensando che “mi bastan poche briciole, lo stretto indispensabile” non è poi questa grande filosofia di vita (eppure potrebbe esserne un estratto), perché non stiamo parlando – né Solimano, né io – del cartone animato di Walt Disney, ma proprio del libro.
 
Di quel libro che insegna come, ad esempio, “La forza del lupo è nel Branco, la forza del Branco è nel lupo” - lo dice Rashka (la Diavola), Mamma Lupo, tutt’altro che arrendevole e silenziosa – e come la convivenza necessiti di regole (la legge del Branco) da seguire e di partecipazione attiva alla comunità. E insegna anche che “cuor leale e lingua cortese fanno strada” (questo è Kaa; un po’ lontano dal serpentone ipnotico che canta “Credi in me”… o no?).
 
Sono messaggi un po’ datati? Forse lo sono – i libri (il primo e il secondo) sono in fondo la raccolta di alcuni racconti pubblicati a fine ‘800 – ma penso che ancor oggi abbiano la loro validità.
 
Specialmente in un mondo – come il nostro – in cui troppo spesso la diversità (di opinioni, di fede, persino di tifo) sta diventando una occasione di contrasto e odio, più che di arricchimento. Dimenticando che, sotto sotto… siamo di uno stesso sangue, fratellino, tu ed io.
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venerdì, 25 aprile 2008

Appena tre settimane fa, c'era chi, in caso di una vittoria del suo schieramento, prometteva una "riscrittura" dei libri di storia, perché "ancora oggi condizionati dalla retorica della resistenza".

Lo stesso poi proseguiva accusando la Sinistra di avere "in mano le università e le case editrici."
Questo non ha condizionato molto le decisioni degli italiani, a giudicare dalle ultime votazioni; dal che si deduce che: o l'accusa è infondata, o la cultura "di sinistra" non ha molta diffusione. Ma non di questo.

La Resistenza (e la maiuscola, non utilizzata nell'articolo linkato sopra, mi sembra invece d'obbligo)  è un vissuto che appartiene forse più al Nord (gli ultimi anni, almeno, dopo l'8 settembre), ma è sicuramente un patrimonio di tutti, per i valori che trasmette. Ed è un movimento fatto da uomini che, aldilà del colore politico, avevano in comune, certamente, la voglia di libertà.

E' retorica, questa? No, credo che siano valori di cui tutti - chi ha vissuto certe esperienze sulla propria pelle e chi, invece, per sua fortuna, no - dovremmo fare tesoro.

Non ho racconti "miei" sul 25 aprile '45 o sul periodo immediatamente precedente. Penso però che quei ricordi - che NON POSSONO e NON DEVONO essere cancellati o "riscritti" - debbano avere la massima diffusione, far parte di tutti noi.

Penso a  Le voci del mentre ( 1, 2, 3) di colfavoredellenebbie, ma non solo.

Ci sono le radici resistenti delle Mondine 2.0,  che in questo post raccolgono i link ai blog aderenti.

Ci poi sono dei vecchi racconti, su Herzog, che andrebbero riletti.  Non si riferiscono proprio al 25 aprile, ma sono storie di Resistenza:

La colpa (che pure, a suo modo, è una "riscrittura")

La croce e il segno

Caterina ascolta le voci

E li segno qui perché diventino un po' anche miei, anche nostri. Perché se ognuno di noi, queste storie, le conserva nel proprio cuore, saranno più difficili da cancellare o riscrivere.

Buon 25 aprile.

Aggiornamento: Petarda, nei commenti, segnala due post di Mario Bianco sul tema - qui e qui - che vale la pena di leggere

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lunedì, 21 aprile 2008

... mi sveglio, promesso.

Sempre che qualcuno riesca a tirarmi fuori dal letto.

 

(nobodyhere, via varasca)

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giovedì, 17 aprile 2008
E' una primavera strana, questa.
Una primavera indecisa, che alterna giorni bellissimi a mattine quasi autunnali, nuvole che si rincorrono e litigano nel cielo, vento dispettoso e freddo.
Una primavera pigra, che la mattina, anziché invitarti alla sveglia come in quella vecchia canzone, ti fa girare di lato e desiderare di continuare a dormire.
Una primavera triste, di cieli grigi e orizzonti incerti.
 
Quando il tempo cambia troppo spesso, accade che ci si raffreddi.
In questa primavera, come scrive di sé Hanging Rock, si sono ammalate le parole.
La verità è che la parola si ammala, si ammala come il tempo, come tutto. A volte si ammala di semplice raffreddore, o di febbre, o di allergia a certi discorsi. Nei casi più gravi può ammalarsi di tumore, producendo metastasi di frasi avvelenate o senza senso; di immunodeficienza, che la rende vulnerabile a qualunque pensiero infettivo; del morbo di alzheimer, con un declino progressivo delle funzioni intellettive e della memoria, con alterazioni della personalità e del comportamento.
La verità è anche che la parola è un muscolo: va nutrita, va allenata, va mantenuta, va anche accarezzata. Ché ha molto da derivare da se stessa, ma mai per sé, e mai da sola
.
”  
 
Le parole di alcuni (e non serve linkarli) hanno preso il volo, o sono fuggite verso altri lidi da cui, si spera, torneranno. Forse un po’ cambiate, ma riconoscibili.
Altre si rintanano in casa, aspettando che il tempo sia migliore per fare capolino.
Alle mie ho avvolto una sciarpa intorno al collo, sperando che prima o poi tornino a cantare, allegre.
Mentre le attendo cerco, insieme a loro, di riscoprire le sfumature dei silenzi (*).
Ché forse, almeno loro, mi diranno qualcosa.
(*) e perdonate le autocitazioni. Ma qui, per risparmiare, si riciclano parole. E silenzi, anche.
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martedì, 15 aprile 2008

A votazioni avvenute, il risultato non è proprio quello che avrei voluto vedere, ma mi sembra piuttosto netto.

Mi interrogo sugli errori degli exit-poll - me lo dico ogni volta, è come se chi è intervistato si vergognasse di dire la verità sul proprio voto, o è proprio che la metodologia è errata? - ma poi, hanno poca importanza le parole, rispetto ai fatti.

Flounder stamattina ci ricorda una canzone di Gaber, a me non esce dalla mente una canzoncina che cantavano a "Indietro tutta" (e quasi scommetterei che fosse la canzone del Nord): "Abbiamo vinto, non si divide, chi vince ride AH AH AH AH!"

Non avendo vinto, non rido affatto. Ma temo che l'atteggiamento di chi ha vinto sia proprio quello... e mi viene ancor meno da ridere.

Tra parentesi - e non tanto - vedo che gli unici tre senatori U*C vengono dalla Sicilia (e non ho bisogno di guardare per sapere chi sia il primo) e l'umore non migliora.

 

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lunedì, 14 aprile 2008

Oggi sono esattamente cinque anni da quando riccionascosto (già Signora Anonima) fece la sua comparsa nei commenti di Herzog. Sarebbe stato il quinto compleanno di Herzog stesso, se Herr Effe non avesse deciso altrimenti.

In questi cinque anni sono successe molte cose, nella blogosfera. Qualcuno è andato via, molti sono venuti. Alcune strade si sono incrociate per poi allontanarsi, altre hanno proseguito parallele, intrecciandosi solo di tanto in tanto.

Ma ci siamo divertiti molto, specialmente i primi anni. Ricordo feste virtuali in cui non si poteva fare altro che ridere, la voglia di sperimentare, di giocare, di non prendersi sul serio. Questa sembra scemata, negli ultimi tempi (vedi la polemica a proposito di Blogbabel, classifiche e altro).

"Oggi non sarebbe più possibile" mi dicono. Chissà. Forse è così, forse è solo che il tempo non passa invano, e ci sono nuove strade da tentare.

Però io sono contenta di aver percorso queste, e di continuare a camminarci su.

(intanto, per chi vuole, uno sguardo alla waybackmachine può dire "come eravamo", proprio al primo comple-blog) 

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lunedì, 07 aprile 2008
Allungava le braccia pian piano
Per mimare le zampe di un gatto
Rannicchiatasi poi sul divano
Impigrita e un po’ sul distratto
Lento, un libro sfuggiva di mano
E cadeva poi a terra, di scatto
 
Del rumore a stento si accorgeva
Ovattato dal sonno imminente
La mano vuota poi lo rincorreva
Cercando di riprenderlo, ma niente 
E la storia - per ora - si chiudeva
 
Di dubbi piena, e cose da scoprire
Oppure di racconti già ascoltati
Raccolti quando il sole è all’imbrunire
Mischiati con dei sogni abbandonati
In notti in cui è difficile dormire
Rimaneva così, a occhi serrati
E cercava, nel sonno, di capire.
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