venerdì, 23 dicembre 2005

Disclaimer: Post augurale totalmente inutile (vedere categoria) e probabilmente melenso; astenersi diabetici e razionali

E' arrivato anche qui il momento di controllare se tutto è a posto prima di partire.

Anche se il blog ha poco più di un mese di vita, l'anno sta per finire, ed è momento di bilanci.

Questo Natale, dopo 11 anni, due cambi di città, uno di società (da "figlia" a "madre", ma vabbè) e ben tre traslochi in quest'ultima, mi trovo - in ufficio - a calpestare gli stessi pavimenti che calpestavo 11 anni fa, nel mio primo "vero" lavoro.  Passo per i corridoi di questi uffici e rivedo con la mente i vecchi colleghi, le corse giù per le scale per arrivare in orario agli appuntamenti post-lavorativi... insomma, mi sento un po' Gattopardesca, quest'anno: cambiare tutto perché niente cambi.

In realtà, come cancerina, ai cambiamenti sono un po' refrattaria, ma quest'anno ne ho fatti parecchi, non ultimo il blog, appunto. 

Vi risparmio - è Natale e sono buona - tutte le considerazioni relative, ma passo subito al sodo: il mio "bilancio di fine anno" è positivo*... spero anche il vostro.

Sto per partire per le ferie, il tour de force natalizio che ci vede fare 1000+1000 km per passare le feste con la famiglia nei patri lidi.

Approfitto quindi per fare anche gli auguri di buon anno a chi passa di qua. Un augurio semplice:

che il 2006 sia migliore del 2005

E per Natale? No, non l'ho dimenticato... 

Vi auguro serenità, gioia e di tenere - nel cuore e tra le braccia, se possibile - gli affetti più cari. Il resto prima o poi, arriva (magari più poi che prima, ma arriva)

Ci si rilegge l'anno venturo (lo so, l'avete letta altrove, questa). Se per caso ciò non dovesse accadere, sarà comunque colpa mia? Beh, speriamo di no.

*bis-disclaimer: questa è la parte a più alto contenuto di glucosio. Se volete continuare, non dite poi che non vi ho avvisati.
N
el mio bilancio, tra le voci in attivo metto sicuramente le persone - e scrivo persone e non nick, in questo sono totalmente d'accordo con flounder quando dice che (riassumo) dietro le scritture ci sono persone - che ho scoperto, o continuato a scoprire in quest'anno. Alcuni anche dal vivo (e come scriveva SiSi "guardare negli occhi, ascoltare le voci, stringere mani, accarezzare volti… Bè… quello è impareggiabile"), altri solo attraverso la scrittura (e le emozioni sono diverse, ma non per questo meno intense). Non metto i link - come vedete non ci sono neanche nel template - ma ognuno di essi sta in un angolino della mente; alle parole che su essi ho trovato ho messo i fiocchetti - di diversi colori e materiali - e le ho appese come ornamenti, a  grappolo, a fili o giù a cascata, nell'albero del mio cuore.

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mercoledì, 21 dicembre 2005
Su Herzog si discute sulla missione del blog, che – se ho capito bene la tesi iniziale - dovrebbe essere quella di dare “a chi prima e diversamente non l’aveva, consapevolezza della necessità, oltre che della possibilità, di liberare la parola”, individuando tale soggetto nel metalmeccanico-come-archetipo.
 
Ora, io apprezzo molto le svariate ipotesi che sono contenute nei commenti al post, e vorrei avere il tempo di esaminarle con attenzione, però…
 
Però ora quello che mi preme è fissare un paio di concetti – miei – prima di perderli per strada.
 
Il primo (scusate) è la totale condivisione del commento n. 65 di contorno – tra l’altro l’unica che mi sembra incarnare, in un certo senso, l’archetipo ricercato. Il suddetto commento, secondo la mia interpretazione, dovrebbe riferirsi all’affermazione - peraltro condivisa da più commentatori - che il tempo sarebbe il maggiore problema  del metalmeccanico (inteso come “lavoratore manuale”) circa l’eventuale apertura di un blog. Non ho esperienza diretta – se non limitatissima nel tempo e in qualità di volontaria – di questo tipo di lavoro, ma l’esigenza di scrivere, o fare musica, o dipingere, liberando non solo la parola ma lo spirito artistico penso dipenda dall’animo umano e non dal lavoro. Poi ci può essere – e qui lo condivido – la maggiore o minore accessibilità a un mezzo come il blog, ma questo mi sembra sia un altro discorso.
 
Il secondo – che però è una conseguenza del primo - è che il non avere consapevolezza della necessità di liberare la parola non mi sembra sia “patrimonio esclusivo” dei lavoratori manuali (o degli “schiavi” come li ha definiti shemale). E di questo posso dire di avere una esperienza personale. Quello che voglio dire è che, pur avendo a che fare con le parole – certe parole – anche dal punto di vista lavorativo, la mia necessità di liberarle è via via aumentata, in questi ultimi anni, proprio attraverso il mondo dei blog, fino a portarmi al punto di aprirne uno. Prima c’era lo stesso, credo, ma non era consapevole e, soprattutto, era accantonata.
 
E quindi mi chiedo: è proprio necessario fare una distinzione “lavorativa” per “assegnare” una missione al blog (ammesso che ce l’abbia)? E ancora, per assegnargli la missione di “liberare le parole”?
Personalmente ritengo di no, e l’esperienza di “scrittura zen” descritta da Flounder nei commenti mi sembra punti in tale direzione. Anche tra gli “impiegati di concetto” (categoria quanto mai variopinta) questa consapevolezza mi sembra più una conquista che una cosa naturale.
 
Mi incuriosirebbe invece capire anche il diverso utilizzo del mezzo blog nelle diverse fasce di età, vedere se è simile a quello che Flounder, nei commenti, descrive come approccio alla “scrittura zen” (commento n. 92): i giovani erano più fluidi nello stile ma molto grevi, poco propensi a mettersi in gioco, poco inclini anche a scardinare le regole del bello scrivere, tipo ipotizzare qualcosa senza punteggiatura o tautogrammi. si innervosivano.
più si andava avanti con l'età e più aumentava la disposizione ironica e il piacere. c'è stata gente che non ha azzeccato un congiuntivo ma era commossa, non scriveva da 35 anni, si sentiva riappropriata di qualcosa.
 
Ma purtroppo non c’è tempo, ora (e quindi, il tempo diventa veramente un ostacolo?). Ci penserò domani…
Però sono totalmente d'accordo con la proposta di istituire la Giornata della Scrittura di Strada. Blog o non blog.
Aggiornamento:
A proposito di Giornata della Scrittura di strada, qui - specialmente nei commenti - le prime ipotesi per organizzarne una nel 2006.
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lunedì, 19 dicembre 2005
Pensieri (e ricordi) sparsi in una fredda giornata di dicembre, dopo aver letto il post  di brezzamarina
 
Mi talìanu, mamà” diceva Concetta, rientrando a casa dopo la passeggiata della domenica. “Pi ‘ddu cosi l’omini talìanu” rispondeva immancabilmente la madre “si ssì bedda, o troppu laria”.
Era una donna pratica, la madre, e non poteva essere altrimenti, con nove figli, una sartoria da mandare avanti e il marito quasi sempre fuori, cuoco a bordo di una nave.
Concetta era la penultima, la settima femmina, nata quando la più grande era quasi in età da marito, a una manciata d’anni dai primi nipotini. “Pampina”, la chiamava Nina - la nipote più grande – come le foglie che volano al vento d’autunno; non un nomignolo da zia, ma da compagna di giochi, che le rimase attaccato anche da adulta.
Non che fosse frivola o cambiasse facilmente idea, anzi; ma i nomi dati dai bambini spesso hanno motivi segreti.
Chissà cosa vide, Concetta, nello sguardo di quel giovanotto dai baffi impomatati e dall’aspetto distinto. Masino non era bello, non era alto, ma aveva viaggiato ed era sempre inappuntabile.
Chissà cosa vide, o forse pensò che a venticinque anni era giunto il momento di metter su famiglia, e lo sposò.
Presto però giunse il momento di decidere di nuovo della sua vita: seguire il marito a Vienna,  dove il fratello Peppino gli aveva trovato lavoro all’ambasciata italiana, o mantenere la sartoria già avviata?
 
Ci si corica nel letto che ci si è preparati la mattina; questo le aveva insegnato sua madre e questo era il matrimonio, ma Concetta fece una scelta difficile e rimase a casa da sola, con quel figlio nato dopo sette anni di matrimonio e che – lo sapeva – sarebbe rimasto figlio unico.
E a quel figlio faceva da padre e da madre, tranne per i pochi giorni in cui divideva la responsabilità con il marito, per quelle vacanze che li vedevano stare insieme tutti e tre.  
Masino partiva, tornava, cercava di risparmiare – a Vienna abitava in casa del fratello – ma per il resto era poco partecipe della vita familiare, se non attraverso le lettere che continuava a scrivere, ordinate e precise come lui.
Era tornato per qualche tempo, per ripartire ed abbronzarsi al sole del deserto nella guerra d’Abissinia. In guerra si era distinto, e ne aveva riportato foto con uomini scuri e cammelli, qualche oggetto strano e una medaglia al valore. Poi, però, non ce l’aveva fatta a rimanere ed era tornato al suo lavoro e a un pezzetto di Italia all’estero. 
E intanto suo figlio cresceva in un mondo di donne, dove il tempo era scandito dal suono di forbici e chiacchiere o segnato da lunghe gugliate e dove l’ora di pranzo era una corsa dal pastaio e una zuppiera fumante in mezzo al tavolo, tutte insieme, prima di riprendere il lavoro.
Quel figlio per il quale si sarebbe strappata il cuore, ma solo di notte, nel silenzio della sua stanza, perché di giorno era troppo forte il timore che l’affetto potesse prevalere e condurla ad accontentare ogni suo capriccio.
E così si tratteneva, Concetta, e girava il viso quando lui, per strada, le chiedeva una caramella o un giocattolo. Li avrebbe avuti in altri momenti, e in abbondanza, ma mai a una semplice richiesta. Tratteneva le lacrime per quel visetto deluso e le teneva strette, come le trecce che legava a doppia corona a incorniciarle il viso e che scioglieva solo la sera, quando finalmente poteva lasciare dietro la porta la sua armatura di vedova bianca.
 
Arrivò la guerra, e con essa il momento di sfollare; lo decise quel giorno che, dopo un bombardamento, tornò a casa dal rifugio e trovò i bicchieri della vetrina decapitati.
No, non distrutti dallo scoppio, ma proprio decapitati, con i calici poggiati accanto al gambo, come teste mozzate su un corpo ormai inutile. Era un segno del destino, si disse, e per evitare di fare la stessa fine raccolse le cose più care che poteva trasportare, prese suo figlio e se ne andò in un paese vicino, all’interno, dove le bombe avrebbero trovato mulattiere e muri a secco ad accoglierle.
Al suo ritorno la casa l’accolse con un sorriso sghembo, i denti mancanti le finestre divelte dalle esplosioni, i mobili danneggiati e schegge di vetro dappertutto. Qualcuno aveva rotto i lucchetti dei pesanti bauli per rubare la biancheria di lino e le stoffe che aveva frettolosamente ammucchiato, troppo pesanti per essere trasportate. Solo l’argenteria, chiusa dentro una valigia, li aveva seguiti nell’esilio, e si era quasi salvata dalla devastazione. Quasi, perché le poche cose dimenticate non avevano avuto la stessa fortuna.
Ma Concetta non si arrese – non lo faceva mai. Davanti alle difficoltà sembrava sempre trovare nuove risorse, e si rimise subito al lavoro.
Solo su una cosa aveva ceduto alle insistenze dei parenti: il figlio, ormai dodicenne, avrebbe dovuto andare in collegio; troppo difficile, per una donna sola, continuare ad allevarlo.
Così Pinuzzo si trovò catapultato da un mondo di sole donne – dove lo zio Natale e i cugini grandi erano le figure maschili a lui più vicine, più di un padre che vedeva quasi solo in foto – a uno di soli uomini: il collegio dei salesiani. E mentre lui si trovava a fare i conti con nuovi riti e diverse discipline, Concetta faceva due volte a settimana la strada del collegio, per portargli manicaretti fatti con le sue mani, la biancheria pulita e quei piccoli vizi che per tanti anni gli aveva negato ma che ora – sollevata, almeno in parte, dalle sue responsabilità – sentiva di potergli concedere, in cambio della durezza della separazione.
Passarono gli anni, e Pino imparò dai salesiani il mestiere di sua madre; tornato a casa, riprese gli studi classici, ma un moto di ribellione lo colse, a pochi mesi dall’esame di maturità, portandolo invece a decidere di continuare la tradizione di famiglia: la sartoria.
Se questa fu una delusione, Concetta non lo diede mai a vedere. Suo figlio era la sua vita: se lui avesse fallito, avrebbe fallito anche lei. Per questo lo incoraggiava, lo sosteneva, gli alleviava il più possibile ogni fatica. Quando Pino decise di aprire una nuova sartoria, gli “cedette” parte delle clienti e le lavoranti più brave, e ogni giorno portava, da casa sua, il pranzo che preparava con le sue mani; perché Concetta aveva le mani d’oro, ed anche in cucina tutto ciò che toccava diventava speciale.
Continuò, discreta, il suo compito di vivandiera anche dopo che Pino si fu sposato, per quella nuora che non aveva mai imparato a cucinare. Ma non lo rinfacciava mai, né prendeva le parti di suo figlio quando in famiglia c’era qualche discussione: “ognuno si corica nel letto che si è preparato la mattina”, non lo scordava mai e, anzi, lo ripeteva spesso.
Intanto Masino, che dopo la guerra era stato trasferito al consolato di Lione, con la pensione aveva fatto rientro a casa, e ora – forse per la prima volta in tanti anni, con l’eccezione dei periodi di vacanza – dividevano il tetto. Non la camera, quella no, ché troppi anni di solitudine forzata avevano scavato tra loro un fosso di abitudini diverse. Si curavano però l’una dell’altro: lei gli stirava le camicie inappuntabili, lui faceva le piccole commissioni e le alleggeriva il lavoro, ma arrivati alla sera trovavano poco da dirsi, e presto la televisione iniziò a riempire di chiacchiere e di piccoli riti le sere silenziose.  Fu quasi un sollievo quando lui se ne andò, in un freddo giorno di gennaio.
 
Per Concetta, di nuovo sola, fu naturale, infine, trasferirsi a casa del figlio. Non era una suocera invadente, non lo fu mai: rispettava sua nuora e l’amava come la figlia che non aveva avuto, come la madre che sua nuora aveva perso troppo giovane.
E poi c’erano i nipoti, con i quali poteva finalmente sentirsi libera di dar sfogo a tutto l’amore che per troppi anni aveva tenuto chiuso nel suo largo petto, anche se con la nipote – così simile a lei nei tratti e nel carattere – erano spesso scintille. Ma c’era l’altro, il suo principino, e c’erano anche i figli dei fratelli e delle sorelle di sua nuora, che aveva adottato come nonna. “Nonna Concetta” era ormai tale anche per loro, per quei bambini dei quali conosceva gusti e abitudini e che trascorrevano con lei le estati, insieme ai suoi nipoti, nella casa al mare. E quando tutti erano rientrati a scuola, a ottobre, in quella casa trascorreva le sue “vacanze”: tra il puzzo del letame per concimare l’orto - dove melanzane e pomodori le costavano più che al mercato - e le assi di legno dove il pomodoro e la cipolla si seccavano al sole per diventare astratto, si sentiva, finalmente, a casa. In quei giorni si sentiva, di nuovo, padrona della sua vita. Poteva decidere se mangiare in piedi un piatto di pasta davanti alla pentola fumante – aveva sempre detestato la pasta fredda, e ogni volta che la faceva mangiare al figlio di ritorno da scuola le salivano le lacrime agli occhi – o dimenticare il pranzo, troppo occupata dal bollire le bucce di mellone o la cucuzza centenaria per preparare la zuccata.
 
E la zuccata – l’acqua da cambiare o lo zucchero da aggiungere – rimase nei suoi pensieri anche quando la malattia, all’improvviso, la costrinse a letto.
Si vergognava quasi, di chiedere aiuto per lavarsi o farsi pettinare i lunghi capelli, ormai bianchi ma con una frivola ciocca bionda, quella stessa che aveva a lungo nascosto con le trecce nere. E appena poteva si alzava, malferma sulle gambe, e andava a controllare che tutto fosse a posto.
Se ne andò in una notte di luglio, due giorni prima del suo ottantaquattresimo compleanno e degli orali di sua nipote. Ai suoi diciott’anni aveva assistito dal letto, poco più di una settimana prima, sorridendo alle voci dei ragazzi che venivano dal salotto e provando, invano, ad assaggiare un po’ di gelato.
Andò via con discrezione, come aveva vissuto; ma prima di andare chiamò a sé suo figlio, mostrandogli in sogno la scena della sua morte, così che non ne fosse sorpreso.
Poi vide che tutto era a posto, e si concesse l’ultimo respiro.
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venerdì, 16 dicembre 2005

E' arrivato!

Dopo un mese circa di sollecitazioni - via mail e, sospetto, qualche velata macumba (commenti minatori, minacce fisiche, scenate di vittimismo e appelli accorati li ha già confessati il Sir) - è uscito, finalmente, il Post sotto l'albero 2005*, la raccolta di "post/regali" di Natale che ormai è giunta alla sua terza edizione.
Ho iniziato  a sfogliarlo, e vi anticipo subito che contiene alcune chicche da non perdere assolutamente.
Il mio "regalino", invece, potete saltarlo a piè pari; la mancanza di idee e di tempo non è riuscita a farmi partorire altro che... silenzio. Una variazione sul tema delle sfumature che avete, bene o male, già letto, e che di natalizio ha solo il desiderio di regalare agli altri quel poco che si possiede.
Consigli per la lettura non ve ne do, per due motivi: uno è che sono subito corsa a leggere i miei preferiti, ma sono sicura ci saranno altre belle sorprese; l'altro perché i regali di Natale si scartano pian piano - e attenti a non rompere la carta - per gustarli di più.

*cliccare con il tasto destro per scaricare il file (mi raccomando)

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giovedì, 15 dicembre 2005

... al momento non è granché, con la chiusura d'anno che si avvicina. E allora, visto che non mi piace lasciare le scuse in primo piano, vi "beccate" un'altra replica. D'altra parte l'ho detto o no che questo blog nasce anche per raccogliere i pezzi sparsi qua e là? Questo, in particolare, lo scrissi sulla tavolata di Zu, a marzo 2005, come contributo a un'iniziativa di Massimo SdC su Salto del Canale  - ora  SaltodelCanale.net  - dove ho visto che alcuni contributi sono stati raccolti nella categoria IlTempoCheHo  (che vi consiglio di spulciare, come d'altronde il blog  - ora tale e non più frog - se non lo conoscete).

 

Il tempo che ho è una girandola mossa dal vento.

A volte è frenetica, gira vorticosamente e sembra non doversi mai fermare.
E allora sono scadenze, e termini da rispettare, e lavoro da consegnare mentre tutto sembra
remare contro.
Le idee non arrivano, le cose da fare si accumulano e sei convinto che non ce la farai.
E corri, aumenti il ritmo, gli orari si allungano, eppure sembra di avere una
coperta corta... il tempo non basta mai.

Altre volte si muove pigra e sonnacchiosa. Sembra quasi fermarsi, come a volerci pensar su... poi riparte; con calma, però.
E sono i momenti di quiete...
il lavoro consegnato, un libro da leggere e musica da ascoltare.
Gli amici con cui ridere e scherzare.
Le coccole in una mattina d'inverno, quando abbandonare il letto è più difficile...
Le carezze di una sera d'estate, se l'afa del giorno lascia spazio alla brezza notturna,
rendendo più dolci gli abbracci.

Ma il vento si placa, alle volte. E la girandola resta sospesa.
Ed è proprio quando vorresti che invece girasse veloce, come una turbina... che il vento facesse pulizia, spazzando via il dolore.
Ma il tempo si dilata... un'attimo sembra un'ora, nell'attesa o nella veglia.
La paura amplifica i rintocchi, l'angoscia toglie il fiato.
Stai fermo, immobile, puoi solo aspettare che passi.
Perchè ti sembra impossibile, ora... ma passerà.

Il tempo che ho è una girandola... finché il mio vento soffierà.

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mercoledì, 14 dicembre 2005
In realtà non lo so neanche se dovrei scriverlo, questo post. Un po’ mi sembra di darmi troppa importanza, un po’ mi sembra necessario spiegare alcune cose e, alla fine, eccomi qua.
Quando ho aperto il blog – ed è passato appena un mese – la tentazione di tenerlo “privato”, tanto per capire se volevo davvero averne uno, è stata forte.
Ma un amico mi ha convinto del fatto che un blog è inutile, se non pubblico, e ci ho rinunciato.
Volevo tenerlo per me, almeno per un poco, per sistemare la “casetta” prima di ricevere visite, ma un altro amico mi ha scoperto subito, per un link che avevo messo nel post in cui lo ringraziavo dell’ospitalità.
“Tana”, si direbbe a Roma, e anche se nelle tane i ricci stanno comodi, stavolta l’avrei evitata.
Mi sono chiesta, quindi, se dovevo andare in giro a dirlo, del blog, oppure lasciare che gli altri lo scoprissero da soli.
Fare un annuncio, anche via mail, mi sembrava un “volantinaggio”, ma presto mi sono accorta che alcuni rimanevano male, a scoprirlo per caso; a qualcuno mi è proprio scappato, di dirlo, ma per lo più me lo sono tenuta per me.
Insomma, che volete farci, sono fatta così.
Fatico ancora nel ricordarmi di avercelo, un blog, e di portarmi dietro il biglietto da visita con l’indirizzo quando vado a far visita agli amici. A volte lo scrivo e poi lo cancello, poi…
Ma quando  uno degli orsi  più poetici della mia “blog-palla” mi dedica addirittura un post, chiamandomi birbanta perché non l’ho avvertito, non posso fare a meno di chiedermi se non è il caso di spiegarlo, una volta per tutte, perché non l’ho fatto.
Troppe domande, dite?
Forse avete ragione…
Insomma, scusatemi di non avervi avvisato. Ma se siete qui a leggere le mie scuse ci siete arrivati lo stesso, no?
Quindi, tutto è bene quel che finisce bene...
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martedì, 13 dicembre 2005

La canzone è napoletana (credo), ma la tradizione tutta palermitana (anche se Santa Lucia è la patrona di Siracusa, se non sbaglio).
Me l'ha ricordato un passaggio sul Blog Aggregator su cui campeggiava il link a un post di Deeario: Sant'Arancina.

Perché (e ve lo dico con questa foto, tratta dal fotoblog Cambria's photos - sempre via Deeario):

 

Arancina!!!

 

E a quelli che non sono d'accordo - e che, obbrobrio, la chiamano arancinO - chiederei: "Per caso, è un albero?"

No, è un frutto, dorato e appetitoso, con un cuore di gusto antico, nella mescolanza della carne con i piselli e il pomodoro, o in quelle piccole perle di mozzarella filante che si alternano con i dadi di prosciutto (cotto, al contrario di quanto accade altrove, il prosciutto senza aggettivi, da noi, è quello cotto). A volte un po' di besciamella, a volte no: questi gli ingredienti dell'arancina al burro (che poi non c'è solo quello, ma si chiama così, odio il "prosciutto e mozzarella").

E arancina, dunque, sia. Oggi campeggiano per tutti i bar di Palermo, dove i cornetti, per un giorno, vengono guardati con diffidenza, e così le persone che li mangiano. In  ricordo di un'antica carestia e del frumento, arrivato per nave e cotto lì per lì nella cuccia, altro piatto della tradizione (chicchi di frumento bolliti e conditi con crema di ricotta e, spesso, cioccolato).

Nelle case, il menu è a base di riso - il timballo, anch'esso con carne e piselli  - o il gattò (grattò?) di patate, con prosciutto e mozzarella (meglio, caciotta di caciocavallo fresco) o con carne. Per spiluccare, panelle e crocché a volontà. Rigorosamente senza pane.

Perché oggi, a Palermo, ci si sacrifica così.

 

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lunedì, 12 dicembre 2005

E infine è giunto, il sesto numero del minuscolo arrogante (sacripante!)

Abiti, leggeri o meccanici, indossati o appesi, ma sempre pieni di un mistero che affascina.
ABiTudini da scardinare, corpi come abiti da lasciare indietro. 

Queste le emozioni della monografia, ma non solo...
Ché la notte puoi fare strani incontri, se ti lasci guidare dalle stelle, e puoi scoprire cosa si perde a trascurare i vecchi amici.
E puoi viaggiare sulle parole, scoprendo che la diversità è solo un punto di vista, come il tempo, e che un viaggio può avere fascino anche se fatto inizialmente controvoglia. O seguire un fil di fumo, che si rivela una candela, complice di giochi e bevute in una notte di buio forzato

Un numero, insomma, tutto da spogliare.

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venerdì, 09 dicembre 2005

Natale si avvicina e, in attesa di preparare un post da mettere sotto l'albero, mi è tornata in mente una ricetta un poco impegnativa, ma che lascia sempre i commensali di buonumore (quando riesce). È comparsa per la prima volta sul Thera a novembre 2004 - la veste grafica, è, come al solito, di Bea - ma la ripropongo, con le solite avvertenze, per chi ha voglia di deliziare i propri ospiti. Perché, ve lo assicuro, chi la gusta eseguita comme il faut, non la dimentica facilmente...

Miei cari, stavolta un piatto difficile...
il flan dell'amicizia
Questa è una ricetta che può mettere in crisi anche i cuochi più provetti, perchè all'improvviso basta un piccolo dettaglio e ciò che era fino a quel momento qualcosa di perfetto, può essere rovinato per sempre.Quindi vi raccomando attenzione, specialmente nel dosaggio degli ingredienti... troppo poco, ed il flan è insipido, ma un po' troppo... ed è immangiabile!

Flan di amicizia in salsa d'attenzione

per il flan:
disponibilità g. 600
sincerità n.3
pazienza g. 50
comprensione dl. 20
affetto n.4
simpatia q.b.

per la salsa di accompagnamento:
un ramoscello di ironia
1/2 spicchio di saggezza
attenzione g. 200
gioco g. 30
sensibilità g. 70
determinazione g. 30
un cucchiaio d'introspezione
2 cucchiai di allegria
(in alternativa, due di savoir faire)


Preparazione del flan
Bollire la disponibilità, scolarla bene per eliminare eventuali tracce di zerbinaggio, centrifugarla e passarla al setaccio (in questo modo vi sarete sincerati se la disponibilità è genuina... altrimenti si disfa).
Aggiungere al composto di disponibilità la comprensione, un po' di sincerità e la pazienza.
Montare il resto della sincerità a neve, incorporarla nell'impasto, salare, pepare il tutto aggiungendo un cucchiaio d'introspezione.
Ricoprire d'affetto 4 formine e spolverarle di simpatia, riempirle quindi del composto.
Passare al forno del tempo, ad una temperatura media, in modo che l'affetto non vada tutto in fumo e che il composto non acquisti rigidità.
(Una delle doti maggiori di un'amicizia è la flessibilità, non è vero?)

Preparazione della salsa
In un frullino vanno tritati un ramoscello di ironia, 1/2 spicchio di saggezza, l'attenzione - va introdotta poco per volta, mi raccomando - e la determinazione. Aggiungere la sensibilità, il gioco sciolto a bagno maria, con un cucchiaio di introspezione e con l'allegria (o in alternativa, il savoir faire) fino ad ottenere una salsa compatta.

Presentazione
In ogni piatto individuale creare uno zoccolo di salsa ben diluita, quindi mettere al centro il flan e decorare con un po' d'attenzione e d'ironia.



painted by
Greg Brown
(immagini da AllPosters)

 
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mercoledì, 07 dicembre 2005
Alan Flinn - the yellow brick road
(immagine: Alan Flinn)
 
 
Che fai, quando la mattina piove col sole, ma poi smette, i semafori aspettano pazientemente – non tutti certo, non siamo fate, qui – che tu arrivi davanti a loro per fare scattare il verde, oppure salutano il passaggio delle due ruote con una strizzatina d’occhio arancione e lanciano un rosso bacio alle tue spalle?
 
Che fai, quando trovi posteggio sotto l’ufficio (a rischio multa, vabbè, ma il pericolo è il tuo mestiere), e riesci, ancora una volta a riordinare le idee in tempi record, malgrado il sonno?
 
Che fai?
 
E che vuoi fare… Continui a canticchiare la canzone che ti è venuta in mente da quando hai messo piede fuori casa. “Segui la strada di mattoni gialli…” e prima o poi, a qualcosa ti porterà. Qualcosa che, in un modo o nell’altro, è già dentro il tuo cuore (di cuori e di strade si torna a parlare sempre).
 
E nel frattempo, hai “esorcizzato” il post n. 17 (per il 18, si vedrà).
 
Come direbbe Flounder (ma forse con altre cose in mente): Today is a good day to follow your path
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