lunedì, 30 gennaio 2006
Quella mattina era uscito presto.
Aveva trascorso una notte agitata, si era svegliato di soprassalto, scoprendo di essersi attorcigliato in un lenzuolo madido di sudore.
Conosceva il motivo della sua agitazione.
Tra poche ore avrebbe avuto una risposta che poteva cambiare la sua vita, in un modo o nell'altro. Non restava che attendere.
Iniziò a camminare sulla spiaggia deserta. Era ancora l'alba, il sole aveva appena iniziato a colorare l'orizzonte ed un vento leggero faceva muovere la paglia degli ombrelloni chiusi, intervallati da sdraio appoggiate.
Più tardi, proprio mentre si sarebbe decisa la sua vita, quella stessa spiaggia si sarebbe riempita di bambini sorridenti, di donne bellissime o affascinanti, di gente simpatica con cui ridere e scherzare.
Ma lui non sarebbe stato lì a godere di quei momenti.
Sarebbe stato in un ufficio, grigio e severo, ad ascoltare un verdetto forse definitivo.
Continuò a camminare per un po', poi prese un bastoncino ed iniziò a disegnare sulla sabbia un volto.
Un sorriso.
La sua donna.
Per quanto ancora non sapeva, ma era sua, e dormiva ancora, ignara di tutto, solo a poche decine di metri.
Arrivò un'onda e coprì tutto.
Il sorriso si sciolse sotto l'acqua.
 
 
Rimase a osservare la sabbia, rassegnato.
Poi si sedette oltre la linea dell’acqua e il suo sguardo si spinse un po’ più lontano, verso il mare.
All’improvviso, l’occhio colse un movimento: la risacca spingeva su e giù un oggetto.
Si avvicinò per vederlo meglio, poi lo raccolse.
Era una bottiglia.
Al suo interno, come nei vecchi romanzi d’avventura, c’era un pezzo di carta arrotolato. Tolse il tappo, srotolò il bigliettino, ma l'acqua aveva reso illeggibili alcune parole.
Lesse:
"Sei a una sv**ta della tua vita? Vuoi con***ce** il tuo fut*ro? Chiedi a noi!
Chiama subito il 199.123.456 e resterai so***sfatto!
P.S.: se non ti interessa, rimetti il bigl******* nella ***tiglia, prima o poi qualche ***so lo troviamo!"
Ed è proprio quello che fece.
 
 
(A volte, si cercano altrove risposte che abbiamo già dentro di noi)
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giovedì, 26 gennaio 2006

Negli ultimi giorni giro poco, è vero.

Lavoro, direte voi...

Anche. Le solite riunioni interminabili e soprattutto, inconcludenti (ma non lo diciamo troppo in giro).
Però, come già altri prima di me - Floria1405, dalla quale, via Blog Aggregator, appresi per prima della sua esistenza o TT che lo ammette nei commenti della Placida Signora - sto perdendo un sacco di tempo dietro a un giochino* (via Tao dei blog). Finora sarei arrivata a 24 risposte su 33 (il che, in teoria, mi porrebbe sulla "soglia della genialità"), anche se forse sto barando un poco.
Infatti, non avendo molto tempo a disposizione ma utilizzando i tempi morti del lavoro, sono  quasi tre giorni che sto dietro al giochino, tenendo la finestra iconizzata quando non posso usarla. È  vero però che il gioco non prevede limiti di tempo, quindi, forse, non baro neanche.

A questo punto la mia domanda è la seguente. Premesso che:

  • ho aperto anche la versione inglese per confrontare le "domande" e ho iniziato a rispondere anche lì, per poi accorgermi che alcune sono completamente diverse;
  • ogni volta che riapro la finestra devo riscrivere tutte le risposte, visto che non è possibile memorizzarle;
  • sto perdendo dietro a questo giochino più tempo di quanto dovrei, per la mia dannata mania di risolvere tutti gli enigmi (che mi fregava anche quando giocavo - per esempio - a Tomb raider) e poi mi tocca fare i salti mortali per recuperarlo sul lavoro;

non sarà, invece, un chiaro segno... di stupidità?

 

* Attenzione: può causare assuefazione

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mercoledì, 25 gennaio 2006
Credo di avere accennato, qua e là, alla mia passione per gli archivi. Se fossi un personaggio Disney, credo sarei Eta Beta, più per la mania di conservare tutto nelle tasche – e tirarlo fuori nel momento più opportuno, magari – che per le p in eccesso.
E dunque?
Dunque stamane, mentre cercavo altro – come spesso accade – ho trovato un file .doc dal titolo “scontato”. L’ho aperto, e conteneva un branetto che scrissi per un esperimento collettivo, fatto su proposta di B.Georg  in un blogrodeo di qualche anno fa (14 giugno 2004) dal titolo, appunto, "Nello stesso momento".
Si trattava di scrivere – in prima persona e, possibilmente, come una sceneggiatura - ciò che accadeva, in contemporanea, a vari personaggi in un’unica situazione, la seguente:

Paese e città ignoti
Anno ignoto
Interno ospedale, sala operatoria
Un chirurgo sta eseguendo una difficile operazione di trapianto del cervello
La sua équipe lo assiste
I familiari del paziente attendono in sala d’aspetto
Nei corridoi dell’ospedale il solito viavai
Tutto il resto del mondo, fuori, scorre come sempre
Note
La situazione consiste in ciò che accade simultaneamente.
Personaggi possibili: un chirurgo, un paziente, due cervelli, una vasta équipe, parenti del paziente, altri pazienti, personale dell’ospedale, altri parenti di pazienti, passanti di ogni tipo, oggetti e materiale di ogni tipo, alcuni tipi di animali, altre ed eventuali secondo l’immaginazione.
Il personaggio cui si sceglie di dare voce viene messo a titolo del proprio post e parla in prima persona, mentre gli accadimenti sono indicati tra parentesi come nei testi teatrali.

 
Mi sembra un peccato che poi, queste storie non siano più state legate fra loro e che la polvere le abbia ricoperte. Perciò ho deciso di rispolverarle e metterle qui, a prendere aria per un po'. 
Vi consiglio la lettura del rodeo originale. Scoprirete, fra gli altri la scatola di Isntitapity, gli addetti alle pulizie di sphera, l'intruso - di un Demetrio alle “prime uscite” - e qualche vecchia conoscenza… ma ce ne sono tanti, che non andrebbero dimenticati.  
 
Il mio contributo? Come da titolo del file: ovvio, scontato, quasi banale; e cioè...
La fidanzata del candidato al trapianto
 
(Vede gli sportelli chiudersi dietro la barella… l’ha salutato prima che entrasse, ha guardato a lungo quegli occhi, quel volto, per fissarli un po’ di più nella memoria, se fosse necessario. Si guarda intorno, un po’ smarrita. Il corridoio è vuoto, dietro la porta a vetri smerigliati si scorgono delle figure in movimento. Durerà a lungo l’operazione, non è una cosa semplice e lo sa già… ora non può far altro che aspettare. Fruga nella borsa, tira fuori un pacchetto di sigarette, ma lo ripone e si avvia verso l’uscita con passo deciso. Ascensore, corridoio, atrio… respira e si ferma solo all’aperto. Accanto al portone una colonnina regge un finto braciere, pieno di sabbia e mozziconi schiacciati. Molti di più si trovano però tutt’intorno, dove passeggiano avanti e indietro individui in vestaglia)
 
Non sarà più lui… (è questo il pensiero che l’ha tenuta sveglia quasi tutta la notte, a spiarlo mentre dormiva, seduta sulla poltrona nella stanzetta della clinica). Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi l’esito dell’operazione, non sarà più lui… Dove saranno i ricordi delle nostre giornate, dove si perderà l’odore di terra bagnata la prima volta che siamo andati in campagna, quando si mise a piovere all’improvviso e ci colammo come pulcini? Ridevamo, quella volta, ridevamo ancora… Lo rivedo, coi capelli fradici, che si butta indietro il ciuffo con quel gesto un po’ strano… ci sarà ancora, quel gesto, oppure no?
Forse sarebbe meglio che morisse… (spegne il pensiero e la sigaretta con lo stesso gesto, come se la rabbia potesse cancellarlo) No, certo, sarà bello poterlo riabbracciare senza vedere più la sofferenza nei suoi occhi, o quello sguardo assente, quando morfina e stanchezza avevano fatto il loro dovere, ma… non sarà mai più lui. Le sue mani, le stesse eppure diverse, senza più ricordi del mio corpo e dei sentieri che tracciavano, la sua voce uguale ma con nuove parole, forse… riuscirò a sopportarlo?
 
(Guarda l’orologio. E’ passata solo mezz’ora, eppure sembra un secolo) Devo portare il vestito in lavanderia… è il suo preferito, glielo voglio portare per uscire dall’ospedale. Chissà quando, però… il chirurgo ha detto che sarà una lunga convalescenza, dovrà passare un po’ di tempo e vedere che tutto sia andato a posto… ci vuole pazienza. Dillo a lui che non sta mai fermo, io vorrei stare a casa e lui no, ci soffre, lo fa per amor mio ma poi è un leone in gabbia e afferra giubbotto e chiavi della moto… lo faceva, almeno, fino a qualche mese fa, poi i dolori sono diventati più forti e… basta, inutile tormentarsi con i ricordi, ci vuole fiducia, dice il chirurgo, è difficile ma non impossibile e andrà tutto bene però come può andare bene se comunque vada i pensieri non saranno più i suoi ma quelli di un altro che non ho mai visto, che non so come si chiama e magari è pure una donna e se era una donna magari riusciremo meglio a capirci ma non sarà più la stessa cosa ed ora voglio dormire… sì dormire almeno mezz’ora che stanotte l’ho passata in bianco a guardarlo, chissà se posso andare nella stanza e stendermi un po’ sul letto e soprattutto non pensare, non pensare, spegnerlo per un poco questo cervello che qualsiasi cosa faccia dopo un po’ ritorna sullo stesso pensiero… Non sarà più lui.
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lunedì, 23 gennaio 2006
Moon, Alphonse Mucha
L’invito giunge da Effe (e chi, sennò) ed è uno di quelli che è difficile rifiutare, perché il tema solletica, malgrado altri lo abbiano narrato in modi (per me) irraggiungibili. Cerco però di non farmi intimidire dopo aver letto di tempora, di proprietà e di  miti, al gusto di fragola e mango (altre grammatiche le troverete, di certo, in giro per la rete), e  mi sorprendo a pensare ai modi, della notte.
 
La notte porta consiglio
(modo indicativo)
 
Accade, sovente, che durante la notte tutto diventi più chiaro. Apparente controsenso, visto che, anzi, l’oscurità ci circonda. Eppure…
Eppure, come la luce di una lucciola risplende nell’oscurità, e scompare invece in quel chiarore che preannuncia l’alba, spesso le idee scelgono la notte per trovare il loro luogo.
 
(Le mie, almeno, ché spesso usavo la notte, e il sonno altrui, per studiare indisturbata. TV o musica in sottofondo, perché la potenziale fonte di disturbo aiutasse la concentrazione ed evitasse ai pensieri di volare indisturbati, e via per ore, finché gli occhi, verso l’alba, si chiudevano da soli. E ancora oggi, spesso accade che se trovo un lavoro per cui ho bisogno di particolare concentrazione, lo rimando alla notte.)
 
Un’illuminazione improvvisa, un sogno rivelatore, il tocco di una fata sulle palpebre ad ispirare nuovi amori, sono tutti segni che la notte sceglie per indicare il cammino. Netto, preciso, segnato dal via vai di lucciole ad indicar la strada… peccato giunga poi l’alba, a confondere le idee.
 
La notte è piccola per noi
(modo infinito)
 
La notte non ha misura, e ne ha infinite. Il tempo del sonno e della veglia, che si contrae e si dilata a secondo dei nostri stati d’animo. Una notte insonne può sembrare senza fine, se trascorsa in solitudine a desiderare le braccia di Morfeo; ma se le braccia che ci circondano sono quelle della persona amata, può trascorrere in un soffio, in un battito di ciglia. Giulietta non ode forse l’usignolo, al posto dell’allodola annunciatrice del mattino?
 
(Le notti più lunghe della mia vita le ho trascorse accanto al letto di morte di persone amate, accompagnandole, fin dove possibile, nell’ultimo viaggio. Le più brevi accanto al mio amore, ma spero ce ne siano ancora da venire)
 
La notte dilata i tempi come per magia; rallenta e accelera col ritmo del sonno e del desiderio. A volte troppo corta, come una coperta che lascia i piedi al freddo, altre lunga di timori e ansie, che nel buio si allargano come una tela di ragno.
 
Tenera è la notte  
(modo congiuntivo)
 
La notte scioglie i dubbi… ed i vestiti, a volte. Nel buio, il rossore si nasconde, la luce della luna o il chiarore soffuso delle stelle sfumano lineamenti troppo duri e aggiungono fascino ad altri particolari. Le note di un tango, le onde che si infrangono sulla spiaggia, il silenzio che segue al frastuono del giorno diventano colonna sonora per teneri abbracci o confidenze a mezza voce.
 
(Le chiacchierate notturne o le “veglie alle stelle”, ad esempio, mi hanno sempre raccontato dei miei “ragazzi”, agli scout, più di lunghe “sessioni di verifica”; la notte nasconde gli imbarazzi)
 
La notte salda, unisce, rompe gli indugi; si nutre di magia e magia diffonde nell'aria. Attenua i difetti, copre le orecchie d'asino di ghirlande e trasforma un raglio in musica. Muta l'oggetto dei nostri desideri nel desiderio stesso. E quando l'ombra della notte si dissolve, a volte porta la magia con sé. E la realtà, fredda e crudele, fa capolino con la luce del giorno.
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venerdì, 20 gennaio 2006
(Pazzi a Palermo)
 
Ancora un commento “fuori luogo”. In realtà stavo tentando di scriverlo da Manginobrioches, nel suo Repertorio dei pazzi, ma oggi splinder si rifiuta ancora (o forse è la connessione, chissà).
 
Non so se Alajmo nel suo Nuovo Repertorio dei Pazzi di Palermo la citi o meno, ma sicuramente nella mia memoria la signora in questione ha un posticino riservato.
 
Era già anziana una ventina d’anni fa, per cui presumo abbia lasciato il suo balcone.
Se così non fosse, si vedrebbe ancora affacciata, spesso a seno nudo ma coperta fin sui capelli di una polvere bianca (farina, forse, o borotalco) che la rendeva simile a un fantasma.
 
Abitava in via Giusti, proprio sopra il commissariato di polizia (che però ha l'ingresso da via Libertà).
Durante la notte era solita gridare, svegliando i vicini - quelli di nuovo acquisto; gli altri,  ormai, non ci facevano più caso.
Una giovane coppia, che aveva incautamente affittato l’appartamento accanto a quello dove la donna viveva – sembra, in compagnia di una sorella – fu costretta a traslocare in fretta, perché la loro bimba non riusciva a chiudere occhio, spaventata dalle grida e dalle apparizioni notturne della donna.
 
Durante il giorno, invece, come dicevo, la “dama bianca” stava affacciata al balcone, bene attenta a chi passava per la strada.
Se il passante non le piaceva per qualche motivo, la donna esprimeva il mancato gradimento svuotandogli addosso, dal balcone, pentole o bacinelle che teneva, piene, a portata di mano. Se il malcapitato era abbastanza fortunato, queste contenevano acqua, ma più spesso urina.
I meno fortunati diventavano bersaglio del lancio del contenitore, che però, solitamente, finiva con l'ammaccare i tetti o sfondare i parabrezza delle auto posteggiate.
Pian piano – si può immaginare - il tratto di strada sotto il “balcone da lancio” si svuotava di auto posteggiate. La presenza di una farmacia – anche notturna – nel palazzo forniva però alla “dama” un adeguato ricambio di ignare vittime che, regolarmente, facevano poi una visita al commissariato – bastava infatti girare l’angolo – per denunciare l’accaduto.
Ma le numerose proteste di vicini, pedoni e automobilisti al commissariato sottostante, se non ricordo male, finirono nel nulla. In mancanza di danni a persone, infatti, i poliziotti dicevano di aver le mani legate.
 
E così tutte le mattine, quando passavo di là in bicicletta, non mi restava che tenermi il più lontano possibile da quel balcone.
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giovedì, 19 gennaio 2006

Di quale materia è fatto l’amore? Di cosa si nutre per crescere, cosa gli avvolge il cuore per proteggerlo? E quanti tipi di amore si possono cantare?


Un padre, un re.
Ha avuto solo una figlia, nessun figlio maschio a ereditare la corona. E questa figlia l’ha crisciuta nni l’amuri, pasciuta cu lu sciatu tra li pampini e li ciuri, amandola tanto da pensare di rifiutare la proposta di matrimonio di nu re putenti e granni,  se lei non fosse d’accordo: si nesci di ‘sta casa ha nesciri contenta, e sinnò rimani ‘cca. E a sua figlia dona ciò che di più prezioso possiede: oro, certo, e stoffe preziose, e sete e gioielli, ma soprattutto

sciatu di l’arma, pezzi di cori,
(chistu a so figlia so patri ci dà)
ca vali cchiù di ducentu tesori

E la lascia andare.

 
Una figlia, Berta.
Conosce il destino che l’attende fin dalla nascita - Rignanti vonnu ‘mparintari autri rignanti, chista è la liggi -  ma quando giunge il momento…
Di quantu tempu l'aspittava
pariva un sonnu
chistu mumentu chista nova
stu bellu jornu
ora ci semu, ma chi fà
lu cori è chinu di timuri.

Attesa e speranza si sciolgono nel timore, come sempre accade quando un sogno diventa realtà. Un sogno, non un incubo ma neanche un desiderio: un vali soccu c'avi mpettu 'na creatura, dovere e amore filiale prevalgono sul timore.  
E parte.

 

Due amanti, Falista e Magante.
Nascosti nella notte, uniti nel segreto e nel complotto. Eppure, per un attimo,  nun ci ponnu timpesti p’astutari st’ammuri;
l’ambizione scompare e  ramuzzi ‘ mprofumati, chini ‘e sciuri dint’a lu pettu serranu lu cori. L’amato riempie l’anima e il cuore, quel cuore che gli innamorati si scambiano, fondendo le loro voci in un reciproco dono:

Io nun avia milli cori ‘mpettu
Unu ca l’eppi, ti lu desi a ttia
Veni si nni vo’ vidiri l’effettu
‘nta lu me’ cori trovi stampatu
Lu ‘to ritrattu.

Ma è un attimo, e l’ambizione di Falista torna a prevalere, usando l’amore di Magante come un’arma per raggiungere i suoi scopi.

Il resto è vita di corte, intrighi, sotterfugi e piccole furbizie per andare avanti. Risate, vanterie e tele ricamate. Ma è una commedia, e il lieto fine vuole che giustizia trionfi.
 

Nei commenti al post precedente, Shemale dice di aver sentito parlare per l’ultima volta di Tony Cucchiara quando aveva sei anni. Io ne avevo un po’ di più quando ho scoperto due sue commedie musicali: "Caino e Abele" e, soprattutto, "Pipino il Breve", la più famosa, tanto da essere rappresentata persino a New York, pur essendo stata scritta in siciliano. Di questa ho provato a raccontare – più che la storia – le impressioni, e il filo che le unisce, attraverso le parole di alcune canzoni. (Se poi la curiosità vi punge, i testi delle canzoni - bene o male - li trovate qui;
il copione, invece, qui).
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mercoledì, 18 gennaio 2006

In realtà questo, all'origine, era un commento (lungo, e per di più in forte ritardo) alla lista dei fidanzati postata da manginobrioches qualche giorno fa.

Però splinder si rifiuta di accettarlo, il commento (per quale motivo, lo ignoro) e allora... eccolo qua.

Le coincidenze non esistono, dice il saggio Gilgamesh, ma stamattina cercavo una cosa (che non ho trovato) in giro per la rete; mi sono imbattuta invece nella "minuta" della dote di Berta la Piedona, come cantata in "Pipino il breve", una commedia musicale di Tony Cucchiara che mi piacerebbe molto rivedere e della quale ricordo a memoria molte canzoni. Caso volle, infatti, che l'incisione (su cassetta, e lascio immaginare con quali esiti) di alcune di queste canzoni da parte mia e di alcuni amici fosse il "regalo" di ringraziamento per alcuni capi scout emiliano-romagnoli (e un sardo di nome, ahilui, Caro Cara) che ci avevano insegnato a ballare il circolo circasso, a costruire flauti di canne (se non sbaglio, sa benas) con tanto di ancia battente, nonché tecniche da mimo, vari tipi di drammatizzazione e svariate altre cose. Molto successe in quella settimana: ci esibimmo in "Cintura di castità" (una "canzone sceneggiata" dei Cavernicoli, gruppo cabarettistico siciliano), in fiabe maya ed altre amenità; io mi addormentai, a Bologna, ai giardini Margherita durante un concerto dei Nomadi e fui svegliata da... ma no, questa è davvero un'altra storia.

Sperando quindi di far cosa  gradita, ecco la lista (quale miglior, conclusione, comunque, a una lista di fidanzati?):

FILIPPO
Procetiamo ora con la lettura della "minuta",
pi li boni orecchi di li ambasciatori prisenti
e pi lu gudimentu di l'occhi del re di Francia!

UN VALLETTO PORTA AL RE FILIPPO LA MINUTA. FILIPPO LEGGE CANTANDO.

FILIPPO
Milli bustini di tila di linu
chistu a so figlia so patri ci dà
Milledducentu tuvagli di filu
e re Pipinu cuntenti sarà.

FILIPPO E DONNE
Milli suttani 'ntissuti d'argentu
chistu a so figlia so patri ci dà
Milledducentu fadali di pannu
e re Pipinu cuntenti sarà.

FILIPPO, DONNE E UOMINI
Milli furchetti cucchiAra e cutedda
chistu a so figlia so patri ci da
Milledducentu pignati e podedda
e re Pipinu cuntenti sarà.

TUTTI
Centu cuperti cusuti cu l'oru
chistu a so figlia so patri ci dà
Sei cuttunini p'u friddu 'i jnnaru
e re Pipinu cuntenti sarà.

BELISENDA
Centu para cosetti 'i cuttuni
chistu a so figlia so patri ci da
Centu scarpini di peddi 'i muntuni
e re Pipinu cuntenti sarà.

FILIPPO E DONNE
Milli linzola di matapolla
chistu a so figlia so patri ci dà
Milli vistini pi pariri bella
e re Pipinu cuntenti sarà.

FILIPPO, DONNE E META' UOMINI
Milli e cchiù camicetti di sita
chistu a so figlia so patri ci dà
Milli mutanni ci duna a la zita
e re Pipinu cuntenti sarà.

TUTTI
Unnici scrigni chini 'i diamanti
chistu a so figlia so patri ci dà
centucinquanta tra aneddi e pinnenti
e re Pipinu cuntenti sarà.

FILIPPO (POI GLI ALTRI)
Sciatu di l'arma pezzi di cori
chistu a so figlia so patri ci dà
ca vali cchiù di ducentu tesori
e re Pipinu cuntenti sarà.

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martedì, 17 gennaio 2006
È alla metà dell’opera.
 
Questo dice il proverbio.
 
Ma quale metà?
È vero, verissimo, come scrisse Effe (sì, sempre lui, ma che ci posso fare, io, se lui ha già scritto tutto?) in un gioco-post, che “Ci sono libri che vale la pena leggere solo per la potenza del loro incipit.
 
E d’altra parte, solo un paio di post fa richiamavo appunto l’incipit de “Il Silmarillion” (del primo racconto, ma è lo stesso).
 
Però se il resto non “mantiene” le pr(e/o)messe, come la mettiamo?
 
Cominciare è relativamente facile – tranne il panico da foglio bianco – ma continuare non lo è altrettanto. Forse è per questo che, in buona parte delle cose, apprezzo più la costanza che la velocità. O forse, solo perché sono donna dalle partenze lente, in tutto ciò che faccio. Non che migliori alla distanza, beninteso, solo a poco a poco ci prendo la mano. Anche qui, col blog, ad esempio.
 
Ma poi, mi chiedo se ci sia un “obbligo di post” e se sia questo, eventualmente, a stancare. O  la “stanca” (che poi è periodica, in questo ha ragione spiritum, che di solito risolve – e lo scrivo con affetto – rimettendosi su col gingko biloba) viene dal voler dare una “linea” definita e definitiva, che poi necessariamente invece deve essere cambiata, perché se fossimo sempre uguali – e uguali a noi stessi – saremmo morti.
 
A questo punto la domanda, dalle mie parti, sarebbe: “Ma comu ti sperciò?” (come ti è venuto in mente, ma con una connotazione di stupore e di scettica curiosità che è intraducibile).
 
Boh, non lo so. È che tra ieri e oggi mi sono passati sotto gli occhi gli incipit, un post di ineditablog dove Nonostantetutto parla della “pausa” di Zittialcinema (e il post dello stesso Marquant), uno di Uzi e altre letture assortite (stanotte, tanto per dare una informazione inutile, ho anche finito “il principe mezzosangue”). Agitato, non mescolato… questo è ciò che viene fuori.
 
La conclusione? Ce n’è una e diverse; la mia è che la fine – non della vita, ma di qualsiasi esperienza, arriva quando la prima cosa che pensi è: cui prodest? , che è poi la domanda che si fa Marquant. Lì vuol dire che già, in qualsiasi cosa stai facendo, non metti più te stesso.
 
L’inizio, invece, è quando hai davanti a te tutte le possibilità. È l’incipit del racconto, che  –  Effe lo dice molto meglio di me -  
contiene, in nuce, ogni racconto possibile.
E' questo il suo fascino.
Man mano che la storia si dipana, l'universale si riduce al particolare.
Il racconto diventa quello - magari bellissimo, ma quello soltanto
.
 
È l’insieme delle potenzialità; una busta chiusa che può contenere il mondo.
Come questa:
 
Era lì.
Il suo destino, tutta la sua vita erano chiusi lì, nella busta che teneva tra le mani.
Sarebbe bastato un gesto.
Un solo, semplice gesto e avrebbe saputo quale futuro l'attendeva.
Uno strappo.
Uno sguardo.
Un niente.
 
  
(e scusate l’autocitazione; ma leggete gli altri, di incipit, nei commenti al post e nei post linkati alla fine; ne vale la pena)
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domenica, 15 gennaio 2006

A proposito di Fantasy, accennavo a un post che è ormai perso anche per gli archivi del Thera, e ormai introvabile. Eccolo.


"Chiudi gli occhi - disse poi. Non puoi vagliare quello che ti giunge dall'esterno finché non riesci a riconoscere quello che è te da quello che non lo è. Questo è ciò che il mio insegnante chiamava «la forma sotto la pelle»: trova dentro di te il punto che ti sembra più stabile e procedi di là verso l'esterno. Analizza tutto... e poi accantona quello che hai analizzato, perché puoi riconoscerlo come parte di te. [...] Dunque, una volta che hai trovato quel punto stabile dentro di te, ne devi individuare uno simile all'esterno... nella terra stessa. Quando lo avrai percepito, dovrai collegarti ad esso. L'individuazione del punto stabile interno è definita «centratura», mentre il collegamento con la terra si chiama «connessione con la terra»."

da "Le Frecce di Valdemar" di Mercedes Lackey


Ho sempre pensato che ogni libro, anche quello apparentemente più stupido, può essere utile, se ti lascia qualcosa.
Terra e Centro.

La ricerca del tuo equilibrio, un ancoraggio che ti salvi dai tifoni più violenti. Perché tu SAI chi sei, e qual è il tuo posto sulla Terra.

 

E se il tuo equilibrio vacilla, se non sai più a cosa aggrapparti non c'è che una cosa da fare.

Terra e Centro.

Ed è un nulla, un riflesso condizionato.

 
Il mio centro è il mio cuore.
Calpestato, a volte
Altre volte è pesante
Altre ancora leggero come un aquilone nel cielo

 ed il vento sembra portarlo via

 Ma non riuscirete a chiuderlo

o a staccarlo da me.
 Mai.
Il mio centro è profondo.

 Giù, sotto la superficie dell'acqua

 in mezzo all'iceberg,

 dove non arriva il sole distratto.

E nasconde segreti.
E conserva tesori.

 Ma non è freddo come a volte dovrebbe ...

un fuoco arde dentro

E non riuscirete a spegnerlo.

 
La mia Terra è dolce e amara.

 Un miscuglio di luci e colori.

Netti, mai sfumati.

 La mia Terra è Madre e Matrigna,

Ricchezza e abbandono,
 Bellezza ed orrore.
 L'Amore.

 La mia Terra è un telone rosso

 che addolcisce la luce del giorno

 e regala colore alla morte.

 La mia Terra è acqua sulle pietre

 È  voci, spintoni di gente.

Farsi largo o venire travolti,

 una lezione che si impara da bambini.

 La mia Terra è lontana, ma è qui

Nel mio cuore,

nel mio centro.

The depth of a soul is not measured by what appears on the surface.

(immagine da AllPosters.com)
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venerdì, 13 gennaio 2006

Abbiate pazienza, in questi giorni poche idee e perlopiù confuse, occhi puntati al lavoro,  alle scadenze e al prossimo anno. Mi sto perdendo qualcosa di importante? Fatemi una lista…

 

Strane cose, le chiavi di ricerca. Qui arrivano più che altro cercando ricci: disegni, ricci che si stringono ma non troppo (immagino siano, alla fine , i “porcospini di Schopenhauer”; sì, dico a te che qui ci sei arrivato ben due volte, nel giro di una decina di minuti: li puoi trovare qua) ecc… Per fortuna nessuno è ancora arrivato cercando “tromb*re come r*cci” (gli asterischi sono per evitare che ci arrivino più in là), perché è una frase che non amo molto. Non che sia contraria alla pratica (e oltretutto l’oroscopo 2006 promette bene, secondo Brezsny  - via Placida Signora), ma…

Sto divagando, come al solito.    
 
Che volevo dire?
 
Forse che non si sa mai, ciò che scrivi, a che ti può portare… o “chi” ti può portare. A volte è un rischio, altre un'opportunità, altre... niente..

Fatto sta che, facendo a ritroso uno dei percorsi che ha condotto qui un incauto lettore, mi sono imbattuta in mio vecchio commento (novembre 2003, quasi preistoria) a un post in cui si indicava il Silmarillion come “primo libro da mettere negli scaffali” (ecco, questa magari è una lista interessante). Ed io ricordavo l’inizio di questo libro, ma in modo impreciso: la frase esatta è “There was Eru, the One, who in Arda is called Iluvatar”.

La creazione del mondo con la musica, e la Grande Armonia, e la dissonanza, sono ricordi ancora vivi, ma sempre più sbiaditi, e quindi ho messo mentalmente il Silmarillion (credo, però, la versione originale, regalo di un amico ormai perduto e risalente al lontano ’85-'86) nella lista dei libri da rileggere.

Non so voi, ma io i libri, li rileggo. Il Signore degli Anelli – per restare su Tolkien - l’ho letto almeno 5-6 volte, l’ultima in una vacanza nel 1999, se non erro. E trovo che i libri – ma anche alcuni film – si gustano meglio, man mano che li rileggi. La prima volta sei troppo interessato alla storia, poi inizi a prendere gusto alla struttura, cogli le sfumature: l’inquadratura, la descrizione, la tecnica, insomma. Almeno per me, che non sono una lettrice raffinata, ci vuole tempo.
 Per qualche anno, poi, ho letto solo libri fantasy. Anche perché i libri di fantasy, di solito, sono a cicli. Se ti va bene, trilogie (il Signore degli Anelli, ad esempio), ma spesso gli autori sono più prolissi. Tra i vari cicli di Shannara siamo arrivati a 15 libri (l’ultimo è uscito dopo quasi due anni dal penultimo, mannaggia a lui), e la saga di Darkover – anche se, per fortuna, i libri non sono veri “cicli” – ne conta una ventina, più le antologie di racconti.

Tolkien, Brooks (Shannara, Landover, il cavalirere del Verbo), Zimmer Bradley (Darkover, Avalon, ma anche Jourdemaine), Weiss & Hickman (Dragonlance, DeathGate, Darskword), Eddings (Belgariad, Mallorean, Elene, Tamuli), Turtledove (Videssos), Ende (la storia infinita, momo) sono tra i più importanti, ma poi ricordo, ad esempio, Mercedes Lackey e la trilogia di Valdemar, (la teoria della “centratura”, che citavo in un vecchio post ormai perso anche per gli archivi del Thera), il cui secondo ciclo - introvabile in Italia - ho scoperto per caso, in una libreria di Canary Wharf dove, tra libri di economia e finanza, c’era anche uno scaffale dedicato al fantasy. Credo addirittura di essere una delle poche che ha tutti i 76 volumetti della collana “Urania Fantasy” (confessate, non sapevate neanche che fosse esistita) pubblicati da Mondadori a cavallo tra giugno 1988 e settembre 1994. prima che il fantasy divenisse di moda, quindi.

“E a noi…?”
 
Che tacciate il resto, vuol dire che siete persone cortesi.
No, è che nello scaffale dei libri da leggere, in mezzo agli altri, sono capitati di recente "Le cronache di Narnia" e "Il principe mezzosangue". Quest'ultimo, dopo le rivelazioni di manginobrioches, ha saltato la fila ed è passato direttamente tra i libri che sto leggendo.

Se nei prossimi giorni non mi vedete troppo in giro,  sapete perché.
riposto da riccionascosto alle 11:23 | post & commenti | commenti (17) (popup)
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