martedì, 28 febbraio 2006
Navighi, neghittosa notte, nelle nicchie nascoste.
Offri occulte ovvietà, oscure ostentazioni: ossimori.
Non neghi noie, né novità.  
 
C’eri, ci chiamavi col canto, celandoci chiavi, costruendo chimere.
È essenziale esplorarti? Esito.   
 
Veglio vagando, veleggio veloce.
Entro. Echi espressivi, eccezionali entusiasmi. Esco.
Ritorno, riesco. Ricordo risate, raccolgo rarità.
Sosto, stavolta. Scelgo storie, scarto sensazioni.
Osservo, ostinata, ovattate occasioni.
 
(Scrivo, cancello, riscrivo. Ha un senso, tutto ciò? Non c'è verso...)
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giovedì, 23 febbraio 2006
una volta…
 
“Un pezzo di legno!” dirà qualcuno che, avendo letto Pinocchio, immagina il colpo di scena.
E invece no, niente pezzi di legno.
C’era una volta una storia che non voleva essere raccontata.
Bisogna dire che le storie, quando nascono, sembrano tutte uguali: tutte hanno un inizio, uno svolgimento e una fine (vabbè, c’è “la storia infinita”, ma è l’eccezione che conferma la regola, no?).
Il fatto è che, finché non vengono riempite, le storie sono in realtà una storia sola, e stanno quindi a vagare, l’una accanto all’altra, fino al momento in cui la prima parola non le afferra all’amo e non ne fa uscire una dalla grande vasca del F.O.R.S.E.  (Fondo.Oceanico.Reperimento.Storie.Eleggibili) e la inizia a plasmare nel P.O.N.G.O.  (Piano.Organico.Narrazioni.Generiche.Occasionali).
 
La storia – definirla meglio sarebbe già raccontarla, e capite bene quanto questo vada contro i suoi desideri – cercava accuratamente di evitare gli ami, che invece le sue vicine sembravano a volte desiderare.
Alcuni le sembravano troppo tozzi e  grossolani, altri - sottilissimi e lunghi – troppo fragili per sostenere il suo peso; altri, infine, avevano lunghezza e dimensioni giuste, ma non le parevano adeguatamente acuti.
Nessuno, quindi, le faceva desiderare di diventare unica, facendole preferire l’indistinta compagnia delle sue vicine.
Ma, a dire tutta la verità, la ragione di tale atteggiamento schizzinoso nuotava spesso – e non era un caso – a poca distanza, e non era poi tanto indistinta.
Si trattava infatti di una storia unica, anche se continuava beatamente a nuotare insieme alle altre, schivando gli ami di passaggio.
La sua unicità stava appunto nel fatto che c’era qualcosa a distinguerla dalle altre: da una parte aveva un piccolo strappo, proprio lì, in cima, dove un amo/parola aveva provato a lasciare il suo segno. 
Ma l’unica cosa che era rimasta, quando aveva dato uno strattone per liberarsi, era un apostrofo: troppo per non distinguerla dalle altre, ma troppo poco per essere plasmata.
E così continuava a vagare qua e là, seguita dalle gomitate delle altre storie che la indicavano l’una all’altra, consapevole di sé ma ignara di quanto succedesse fuori da sé. Non aveva un posto, né dentro né fuori dalla vasca, e allo stesso tempo faceva parte del dentro e del fuori.
Era proprio ciò che la storia voleva essere, e così la seguiva da presso, cercando di carpirne i segreti. Schivava gli ami/parola con destrezza, cercando quell’unico che le avrebbe potuto dare la libertà di non essere altro che… già, che cosa?
Perché essere qualcosa, significava raccontare una storia.
E questo, proprio, non lo voleva.
Fu proprio mentre pensava queste parole che una, inarcatasi improvvisamente, la tirò su.
 
Era… anzi, C’era.
Con l’apostrofo.
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martedì, 21 febbraio 2006
Ci sono cose che ci aspettano, là fuori, e storie (Effe)
 
Ci sono storie di tutte le forme e dimensioni.
 
Storie piccole, che puoi chiudere in un taschino e tenerle contro il cuore;
Storie grandi, che ti riparano dall’acqua come un ombrello quando piove;
Storie segrete, che si svelano soltanto quando ne trovi la chiave;
Storie manifeste, così grandi  - in sei per tre - che devi allontanartene per poterle leggere;
Storie private, che si conservano a lungo in un cassetto chiuso, ma poi si bruciano in un istante a illuminare una notte buia;
Storie pubbliche, che luccicano come specchi ma spesso, come gli specchi, vivono solo di luci riflesse;
Storie antiche, quiete e polverose come gli scaffali di un archivio dimenticato;
Storie nuove, fresche e scoppiettanti come il pop-corn appena fatto;
Storie morbide, come una sciarpa per avvolgerti quando fa freddo;
Storie dure, affilate e taglienti come una lama di rasoio;
Storie leggere, per ridere in una giornata di nebbia;
Storie pesanti a raffreddare l’afa estiva;
Storie colorate per far giocare i bambini;
Storie nere per spaventare gli adulti;
Storie  compiute, che camminano all’indietro come i gamberi;
Storie accennate, che guardano avanti, per afferrare il futuro.
 
Ci sono storie a milioni, là fuori…
 
Ma oggi, non riesco ad afferrarle.
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venerdì, 17 febbraio 2006
 
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.

Il piccolo principe e le rose

"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
"L'essenziale è invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
"È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"È il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..."
"Io sono responsabile della mia rosa..." ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

A. de Saint-Exupery - Il piccolo principe
 
 
 
Nel caso dell'amore o è totale o non può esser tale...” (Saltino)
“l'amore è totalitario (è un despota, ribelliamoci)” (Effe)
 
Su queste due frasi non mi sento molto d’accordo.
Scrivevo, nei commenti al post qui sotto, che secondo me l’amore non può essere “totale”. Se lo fosse, sarebbe un’ossessione, non un amore. Sarebbe sì quel despota totalitario di cui parla Effe, contro il quale non potremmo opporre resistenza.
 
Ci sono, è vero, le fasi in cui l’amore ci appare così, ma sono spesso le fasi iniziali, legate più all’innamoramento (non preoccupatevi, Alberoni lo lasciamo da parte) che all’amore stesso.
 
Io credo, invece, che l’amore sia molto più vicino a quello di cui parla la volpe. E’ cura, attenzione, accettazione delle debolezze – nostre e altrui. E’ vedere chi ti sta accanto con gli occhi del cuore. E’ una scelta, non un’imposizione, e viene ogni giorno rinnovata e confermata, o perde di significato. Ma si rivolge a ognuno con un nome diverso. Una rosa sarà uguale ad un’altra rosa, ma mai alla nostra  rosa, perché della nostra conosciamo anche il più piccolo parassita o le continue lamentele, ma la curiamo lo stesso.
 
(e ci sarebbero tante cose da dire, su questo… ma ci sarà tempo, forse)

Aggiornamento: qui alcune riflessioni su tema (e definizioni) mi portano ad aggiungere qualcosa: in fondo, le parole (anche totale e totalitario) che utilizziamo per "definire" l'amore sono diverse per ciascuno di noi  - e quindi una rosa non è sempre una rosa - e, comunque, riusciamo a darne sfumature di significato che cambiano non solo per chi le dice, ma anche per chi le ascolta.
 
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lunedì, 13 febbraio 2006

Domani è San Valentino, lo sappiamo tutti. Per chi volesse dimenticarsene, c’è la pubblicità (baci in testa) a ricordarcelo.

E con San Valentino inizia la solita storia: chi si rifiuta decisamente di festeggiarlo, citando le manie consumistiche nonché importate (dagli Stati Uniti o comunque dai paesi anglosassoni). Qualcuno – sempre più rari, fino a sembrare quasi clandestini – festeggia, in modo più o meno ostentato. Cinema e ristoranti si inventano il 2x1 pur di invogliare clienti, i single si inventano “San Faustino” (da festeggiare in gruppo o il 15/2) ed ora c’è pure chi parla del 13 febbraio come “festa degli amanti” - da realizzare in assoluta clandestinità.

A me, quando si parla di amore in modo così plateale, mettendo in mezzo film, pubblicità, feste e tutto il resto, viene subito in mente un film forse non memorabile, ma che io ho visto un po' di volte (a suo tempo ho registrato anche la versione inglese per sentire i dialoghi originali, ora ho comprato il dvd che le ha entrambe), e cioè :
 
 L'amore ha due facce
 

E' un film del 1996, diretto ed interpretato da Barbra Streisand che, per questo ruolo, fu pure candidata all'Oscar. Niente di che, una commedia sentimentale su due professori universitari (lui era Jeff Bridges) e su un matrimonio senza sesso (la trama, qui).

A parte il personaggio della madre (una splendida Lauren Bacall) ed alcuni sprazzi qua e là, il pezzo che starei a sentire per ore (e, confesso, ogni tanto prendo il dvd e lo rivedo... specialmente in versione originale è una chicca) è la lezione che Barbra Streisand (docente di letteratura all'università) tiene sull'amore (l'amor cortese, in particolare) in cui segue il percorso della "narrazione d'amore" dalle favole ai romanzi, all'opera, ai film. E dopo aver fatto notare quanto l'amore "narrato" sia diverso da quello provato, come se fosse una pubblicità ingannevole, conclude dicendo (cito a memoria, ma il senso è quello): "Ma se è vero che è tutta una presa in giro, perchè la gente continua ad innamorarsi?" La risposta, dopo alcuni vani tentativi degli studenti, è ...

"Perché finché dura (un anno, un mese, anche un'ora soltanto)... cazzo, non c'è niente di meglio!"

Ok, ok, sono una romanticona... ma sottoscrivo.

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venerdì, 10 febbraio 2006
Più che a un dio – a dispetto del suo stesso nome – il signor Mercurio assomigliava a un folletto. Sembrava, infatti, uno di quei folletti operosi che si trovano nelle favole dei Fratelli Grimm: quelli che lavoravano di notte, filando la lana o costruendo scarpe, e che il mattino dopo scomparivano, lasciando matasse di fili d’oro o delicati stivaletti a punta al loro posto.
Come quei folletti era basso di statura; due orecchie a sventola reggevano pesanti occhiali di corno, che toglieva spesso quando doveva chinarsi ad osservare qualcosa da vicino. I radi capelli bianchi non arrivavano a coprire la testa, che era però protetta da una morbida coppola. Sciarpa e cappotto lo infagottavano in inverno e una grande borsa a soffietto, come quelle che portavano i medici un tempo, era la sua fedele compagna.
Il signor Mercurio, però, costruiva bottoni.
Arrivare nel suo laboratorio voleva dire salire per una ripida scala – nel palazzo non c’era ascensore – e giungere all’ultimo piano con il respiro un po’ corto.
Mentre prendevi fiato, la porta si apriva e dietro spuntava una donna, piccola e rotondetta, con i capelli un po’ ricci a incorniciare il volto e un sorriso cordiale. Non lo sapevi, allora, ma un certo  Tolkien l’avrebbe descritta perfettamente come una hobbit. E la rotondità, nei ricordi di bambina, riguardava ogni oggetto. In quelli, il tetto era come a volta e i divani del salotto, dove gli adulti si fermavano a prendere il caffè, erano avvolgenti come una mano.
Ma la vera meraviglia era il laboratorio. Lì centinaia, migliaia di occhi ti guardavano, ciechi, dai bottoni. E le scatole riportavano sul bordo, cucite, le forme e le misure più disparate. Qui enormi bottoni da cappotto, grandi scacchiere dove la madreperla riluceva nei quadrati chiari; lì bottoni gioiello, con gli strass a riflettere la luce del sole che arrivava dall’ampia finestra, mentre dei semplici bottoni bianchi stavano poggiati sul tavolo, in attesa di essere immersi nel bagno di colore.
Era quella, la magia del signor Mercurio.
Trovare per ogni bottone la giusta forma e il colore più adatto agli abiti che doveva completare. Si lamentava, un poco, che i figli non avessero voluto imparare la sua arte, ma la tristezza era mitigata dall’orgoglio per la strada che avevano scelto e i nipotini che gli alleviavano la vecchiaia.
Di questo parlavano, lui e mio padre, chini sui campioni di stoffa ad accostare e cambiare modelli di bottoni che l'ometto tirava fuori dai cassetti e dalle scatole ammucchiate sugli scaffali.
Grandi o piccini, a due o quattro occhi, piccole semisfere dal gancio nascosto sul retro: sembravano tanti, a volte, a confondere le idee; altre non bastavano a soddisfare le esigenze di due perfezionisti come loro.
Ma, in un modo o nell’altro, finivano per trovare un accordo.
E così, qualche giorno dopo, era il turno del signor Mercurio di bussare alla nostra porta.
Entrava sempre col cappello sotto il braccio, poggiava l’inseparabile borsa sul tavolo e si sedeva per il caffè. Poi si alzava di nuovo – non avrebbe potuto fare altrimenti – e apriva la borsa, dalla cui bocca capace traeva le sue meraviglie. Erano tutte avvolte in candidi pezzi di carta velina, che svolgeva con attenzione per mostrare, con orgoglio, l’esatta sfumatura di colore che aveva catturato dal campione di stoffa, o la fibbia delicata che aveva costruito.
Un sorriso accoglieva allora l’approvazione di mio padre; poi la borsa si chiudeva di nuovo e, con la giusta ricompensa per il suo lavoro, il signor Mercurio salutava e scompariva.
Fino alla prossima volta.
 
Qui si parlava di dei e di mestieri perduti; i ricordi, si sa, han bisogno di poco per essere destati.
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giovedì, 09 febbraio 2006

Angela cercò di raccogliere tutto il suo coraggio.
Ce ne vuole, per ammettere un errore.
Doveva farlo. Continuare a resistere per uno stupido puntiglio era, appunto, una sciocchezza.
Tutto quello che uscì, però, fu un sussurro.
"Non ti sopporto più"
"Come hai detto?" disse Baldo, mentre continuava a frugare.
"Dillo, Angela, dillo... oramai ci siamo arrivati, non puoi più continuare", pensava lei, ma quanto a dirlo, a voce alta, stavolta...
Niente. Non voleva ammettere, quasi neanche a se stessa, di non poter reggere la situazione, di avere sbagliato a valutare le proprie forze.
Però doveva.
Non c'era più tempo, non avrebbe retto un secondo di più.
"Non ti sopporto più. Basta"
"Come? Che hai...."
La domanda finì nel nulla.
Baldo cadde, precipitando dalla scala che Angela aveva retto fino a quel momento.
"E' che pesi troppo. Ecco perchè" gli rispose lei, guardandolo dall'alto.

Sto facendo pulizia nei cassetti. Questo era un blogrodeo, anzi, un placido rodingo, di qualche tempo fa. (Che volete, oggi gira così)

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martedì, 07 febbraio 2006
Da un paio di giorni vedo un frenetico andirivieni di visitatori che, immagino, attendono da me un ennesimo resoconto su Genova. Penso che sull'argomento siano già state spese parole ben più degne delle mie - gli interventi li trovate raccolti su ineditablog, al quale vi rimando - e quindi, per stavolta, passo.  C'è però un incontro che, in questi giorni, mi ha colpito particolarmente, e che non posso fare a meno di raccontare.
 
Tutto iniziò in una fredda sera di febbraio. Mancava poco alla mezzanotte - l'ora delle streghe - e dietro le finestre il vento soffiava, gelido, a promettere tempesta.
Nel silenzio della notte i passi risuonavano sulle scale. L'uomo scendeva per primo, lo zaino sulle spalle. La donna lo seguiva da presso, attenta a non farsi distanziare. Arrivarono nell'atrio buio, dove sulla scacchiera del pavimento le caselle bianche riflettevano la luce che filtrava dall'esterno attraverso i vetri bruniti del portone.
L'uomo allungò la mano verso il pulsante dell'apriporta. Il braccio rimase a mezz’aria, il gesto congelato da ciò che la porta a vetri rivelava.
Appena fuori dal portone, nascosto nell’ombra ma visibilmente pronto ad entrare se appena ne avesse avuto l’occasione, stava infatti…
Un ranocchio.
L’uomo si volse verso la donna, incerto. Che ci faceva una rana, lì? Non era la prima volta che ne vedeva una, disse lei; pur abitando in città, la presenza di uno spazio verde piuttosto grande sull’altro lato della strada faceva sì che, di tanto in tanto, qualcuna facesse capolino vicino alla rete di recinzione. Un paio di volte il loro cane, passeggiando, si era avvicinato ad annusarle con curiosità, sobbalzando poi quando “il sasso” si muoveva, infastidito.
Quella, però, aveva attraversato la strada – in pieno inverno, per di più – ed era saltata, attraverso cancello e giardinetto, fino al portone.
Entrambi si misero a valutare le diverse possibilità. Se avessero aperto il portone, la rana sarebbe certamente saltata dentro, e farla uscire sarebbe stato poi quasi impossibile. D’altronde spingerla lontano nell’aprire la porta sembrava un’ipotesi impraticabile. E poi, come fare? Un calcio? Fuori discussione. Una paletta? Sarebbe stato necessario ritornare a casa, ed era già tardi anche per chiederla in prestito ai vicini del pian terreno.
 
Fu così che decisero di uscire di casa dalla porta del garage, lasciando a chi fosse venuto dopo di loro… il dilemma della rana.
 
 
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lunedì, 06 febbraio 2006
Cinque ore sono lunghe, in treno, ed a tagliarle la lingua, a volte, è docile strumento. Così i pettegolezzi lasciano posto ai ricordi, a sprazzi di sonno e ad un caffellatte che ti brucia la gola.
 
Mi è tornato in mente all’improvviso, Carletto.
Un piccolo volto sorridente e a punta, con gli occhi vivaci e intelligenti a dare le risposte al posto di una bocca che, a dispetto dei tre anni, ancora non sapeva farlo.
Perché Carletto, nascendo, aveva subito una lesione al cervelletto che aveva danneggiato – tra le altre cose - il centro motorio e del linguaggio.
Carletto non parlava, ma si faceva capire ruotando gli occhi nerissimi e vivaci, con le ciglia lunghe da bambina.
Non camminava – non aveva il controllo degli arti – e neanche sapeva reggersi seduto, ma a guardarlo spesso la compassione si trasformava in sincero affetto, per quel bimbo sorridente e furbissimo.
Ti accorgevi infatti di quale attenzione mostrava ai tuoi, di movimenti, come sapeva irrigidirsi quando intuiva che stavi per portarlo a fare ciò che non voleva – la ginnastica – e come invece stava rilassato tra le tue braccia per fare merenda o solamente per prendersi le coccole.
Eravamo stati contattati – come scout – dalla parrocchia, a sua volta chiamata in causa da genitori stanchi. Perché far fare ginnastica Carletto era fondamentale, ma al tempo stesso faticosissimo, e loro non potevano permettersi di pagare la fisioterapia in permanenza.
Del padre non ricordo il nome (Antonio, forse) ma i lineamenti.
Rosso di capelli e di baffi, lentiggini a coprire il volto e una magrezza stanca. Le mani grandi e screpolate che scoprivano la delicatezza a carezzare il figlio. Faceva il poliziotto e compariva di rado, alzandosi dal letto del riposo dopo un turno di notte o salutandoci di sfuggita nell’andare in servizio.
Anna era invece piccola e rotondetta, giovane nel sorriso ma vecchia nello sguardo. Ci accoglieva con il caffè e il resoconto dell’ultima puntata della telenovela - erano i tempi de “La schiava Isaura” - che anch’io vedevo, per trovare un comune terreno per le chiacchiere.
Pochi minuti delle nostre voci e Carletto, in salotto, iniziava ad agitarsi, aspettando la tortura  quotidiana.
Per stimolare il coordinamento degli arti e fargli fare del moto, dovevamo infatti fargli fare dei movimenti che diventavano simili a una nuotata, ma che per lui sembravano un’ingiusta costrizione.
Eravamo organizzati in tanti gruppi di due, un’ora e mezza a turno, due turni per giornata.
Nel salotto – l’unica stanza con la vista su strada – il balcone aperto per “far girare” un po’ d’aria lasciava intravedere la biancheria stesa ad asciugarsi allo smog del centralissimo Corso Olivuzza (che poi, da decenni, la strada si chiami "Corso Camillo Finocchiaro Aprile", molti a Palermo non lo sanno neanche). Carletto ci aspettava seduto, ma più spesso sdraiato, sul divano di finta pelle, un lenzuolo o una coperta – a seconda delle stagioni – a impedirne il diretto contatto sulle gambe nude.
In mezzo alla stanza, usurpando il posto del tavolo da pranzo che si ritirava, offeso, in un cantuccio, stava una specie di tavolaccio bianco con il piano imbottito.
Per ridurre l’attrito spargevamo del borotalco sulla superficie; poi, quando tutto era pronto, uno di noi prendeva in braccio Carletto e si iniziava.
Lo mettevamo a pancia sotto: la madre sul lato della testa, ognuno di noi su un fianco. Bisognava ruotargli la testa, alternativamente, a destra o sinistra; nel frattempo, occorreva muovergli in sincrono braccia e gambe. Sul fianco destro, braccio e gamba piegati verso l’alto, sulla sinistra distesi; poi, mentre la testa ruotava, il movimento opposto. Per un’ora almeno, senza fermarsi.
I primi movimenti erano fluidi e cedevoli; man mano che la stanchezza si faceva strada insieme alle lacrime, Carletto si irrigidiva.
Con una forza insospettabile in un bimbo così piccolo, chiedeva tregua da quella tortura e opponeva resistenza alle mani che tentavano di piegargli la gamba. Occorreva forzarlo, e nella forza del braccio barricare il cuore fino a che la sveglia suonava, per tutti, come una liberazione.
Perché quel suono fermava anche il pianto, e riportava  il sorriso sul volto di Carletto.
Iniziava allora la parte più divertente, quella dove immagini e oggetti prendevano il posto del movimento forzato in nuovi esercizi, e gli occhi dalle ciglia lunghe si muovevano a riconoscere il bicchiere, o un libro, o a cercare mamma e giocattoli.
Per due anni la casa di Carletto, a giorni alterni, riempì i miei pomeriggi. Vidi la pancia di Anna crescere nell’attesa di un altro figlio, la sua gioia triste nel vederlo gattonare accanto al fratello più grande che lo seguiva con lo sguardo.
Poi il padre fu trasferito, e non ne seppi più nulla.
Ma se chiudo i miei occhi, rivedo ancora i suoi e la risata che mi insegue da uno sguardo nerissimo e vivo, a dispetto di tutto.
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giovedì, 02 febbraio 2006

Quando viene Candelora,
de l'inverno semo fora,
ma se piove o tira vento
de l'inverno semo drento

E quindi ci siamo. Oggi - almeno finora - sole, caldo e cielo azzurro, neanche una nuvola. Io incrocio le dita, ma non ci spero più di tanto.

In compenso - e forse non tutti se ne ricordano, oggi è anche il "giorno della marmotta".
Speriamo solo che non ci finisca come Bill Murray in "Ricomincio da capo"...

Locandina da www.cinefile.biz

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