venerdì, 31 marzo 2006

A me gli occhi, please!

Il quaderno è ormai in partenza, ma come tutti i bravi turisti non ha potuto fare a meno di farsi scattare delle foto (per le quali, data l'imperizia della sottoscritta, si ringrazia il consorte) a testimonianza della sua visita nella Città Eterna.

E, come si può vedere, l'attenzione è talmente concentrata su di lui, che anche il Colosseo perde d'importanza...  e si riduce a mero sfondo.

ULTIM'ORA

Sembra che l'itinerario del quaderno, più che dal caso, sia determinato dalla voglia di viaggiare e - soprattutto - di fare tappe non previste.
Pertanto, dopo aver inaspettatamente toccato ancora una volta la Sicilia prima di tornare a Roma, ora invertirà nuovamente la rotta e - anziché muoversi verso Nord -  partirà addirittura per la Grecia (sempre che una certa  signora sogliola non lo dimentichi per strada), grazie alla comprensione e alla pazienza della destinataria designata.

Insomma, come dice il Bardo, non esistono coincidenze ma eventi sincronici; il ritardo nella spedizione a quale categoria apparterrà?

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lunedì, 27 marzo 2006
Sto leggendo questo libro di Roberto Alajmo.
“La Città è così” scrive ”È fatta a strati. Ogni volta che ne sbucci uno ne resta un altro da sbucciare”.
 
E mentre sbucci, gli occhi possono lacrimare, se non hai appreso il trucco per evitarlo.
 
Nella parte “alta” di via Libertà, il comitato elettorale dell’attuale governatore non lascia modo al passante, incuriosito dalla colonna pubblicitaria posta a metà marciapiede, di dare un’occhiata all’interno. Le vetrine sono infatti coperte da un enorme adesivo plastificato che riporta, su fondo bianco, il simbolo della lista.
 
Non si vede movimento, ma la cosa, in fondo, mi interessa poco. Sto camminando sul marciapiede opposto, cercando con gli occhi tracce di un diverso “bianco fiore che però non trovo, e i piedi mi portano lungo strade note, eppure sconosciute.
 
“La Città cambia in continuazione. Magari a strappi, e non sempre in meglio. Ma cambia sempre” mi sussurra intanto Alajmo nella testa, e non posso che dargli ragione.
I marciapiedi sono quelli, giro un angolo per abitudine ma non riconosco i negozi, “perdo” i bar di riferimento, che lasciano il posto ad altro. Via i tavolini, se non in alcune aree che sembrano recinti, quasi a doversi difendere dai negozi e dalla fretta dei passanti.
 
E la Città del gusto e dell’olfatto, del sapore di crema di ricotta e dell’odore di panelle fritte si rintana in alcuni luoghi sacri, che resistono imperterriti, chinando appena il capo, come le canne, all’onda del cambiamento.
La sfincia di San Giuseppe  ha però un richiamo irresistibile; il solo pensiero della crema e della morbida pasta che l’avvolge ed è già acquolina in bocca, e una deviazione sul percorso programmato.
 
Ma ci sono altre Città, e le (ri)scopro l’indomani, mentre faccio fare al QCV (Quaderno Cartografico Viaggiante) un giro non previsto dal suo rigido (?) itinerario di viaggio.
 
È di nuovo via Libertà, ingombra come sempre di traffico, reso più esasperato da lavori che ne riducono la carreggiata.
 
Mi lascio guidare da due carabinieri a cavallo oltre i cancelli del Giardino Inglese, e per un poco il tempo rallenta, il suono dei clacson lascia il posto a quello dei gridolini di bimbi che ancora si stupiscono davanti a un germano che dorme nuotando, o dei ragazzi che “chiamano” la palla giocando a calcio. È il  primo sabato di primavera, e il sole lo conferma con un sorriso.
 
Non posso fermarmi, però, e mi avvio sull’altro versante del Giardino.
 
Bastano pochi isolati dall’elegante via Libertà ed è ancora un’altra città che mi viene incontro.
 
(dal quaderno cartografico viaggiante)
volgo lo sguardo a destra, e scorgo le finestre dell’Ucciardone.
Ancora qualche passo e la strada si apre in una piazza. A destra i cancelli dell’aula-bunker, più in là le gru dei cantieri e, dietro, il mare (ma non lo vedo). A sinistra, il monte Pellegrino e Castel Utveggio.
A Palermo tutto sembra a portata di mano, eppure molto è irraggiungibile.
In una traversa di via dei Cantieri, quasi nascosta, si trova la sede del Comitato di Rita Borsellino.
Qui c’è un’altra Palermo al lavoro: quella che sa di avere una strada tutta in salita da fare, eppure NON MOLLA.
Sono venuta qui a trovare un amico per parlargli d’altro, ma mi ritrovo a scrivere cartelloni, tentare di rispondere al telefono, ascoltare verbali di riunioni, leggere con un sorriso le cartoline che arrivano, piene di parole di incoraggiamento, di fiducia, di ricerca di un nuovo risveglio.
Tanti anni fa, la PRIMAVERA di Palermo scosse le coscienze, riempì i balconi di lenzuola e le strade di persone in protesta.
Ora la gente chiede che siano le stanze dei bottoni a riempirsi di aria nuova, e chissà se questa voce sarà abbastanza forte”.
 
Dovessi dar retta ad Alajmo, direi di no.
Però stavolta vorrei che riuscissimo a darlo, questo calcio all’impossibile, e farlo diventare realtà.
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mercoledì, 22 marzo 2006

le parole si fanno strada (logo matisse)Anzi, in giro vorticoso... quelle, e i pensieri, e la lista delle cose da fare che si allunga inesorabilmente.

Tra lavoro, famiglia e ... scritture di strada, di parole (e di energie) per il blog, ne rimangono pochine.

Anche perché ne dovrei mettere qualcuna da parte per il QCV (Il Quaderno Cartografico Viaggiante), finalmente arrivato nelle mie mani.

Per questo cercherò di risparmiarle e non aggiungo altro, per ora.

Invece vi invito a dare il vostro contributo per riempire di materiale ed immaginario la giornata delle scritture di strada, che per Roma, ancora, non ha scelto un luogo - ma potrebbe sceglierne parecchi, dipende solo da voi.

 E adesso rimetto le orecchie del bianconiglio (è tardi, è tardi, è tardi) e scappo via...

 

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giovedì, 16 marzo 2006
Di parole si è detto anche troppo, in questi giorni: si fanno strade, e mappe da interpretare, segni da tracciare o da seguire con attenzione.
 
Sì, ma i silenzi?
 
“Un bel tacer non fu mai scritto”, ricorda sphera nei commenti di manginobrioches.
 
Non pretendo siano belli, ma già tempo fa scrissi di come i silenzi prendano sfumature e colori diversi.
 
Ma non solo colori, ha il silenzio. Ha peso, e consistenza, e differenti forme.
 
I silenzi sono confini tra le parole e permettono loro di essere comprese; ma se non sono parole, sono linguaggio essi stessi.
 
A volte sono sottili come garza e lasciano trasparire ciò che nascondono; un velo d’odalisca che aggiunge fascino al volto reso già magnetico dal kohl.
A volte, invece, sono una lastra di piombo che isola ciò che contiene, impenetrabile e fredda.
 
Ci sono silenzi leggeri come nuvole, fatti di sorrisi e momenti condivisi;
altri pesanti come macigni, di segreti occultati e paure ingrandite.
Silenzi taglienti come lame di coltello, oppure morbidi di cuscini piumati.
 
Ci sono silenzi che strizzano l’occhio e silenzi che distolgono il viso;
silenzi svolazzanti di ricordi allegri e silenzi immobili di pensieri tristi;
silenzi forzati ad evitare più grandi imbarazzi,
silenzi spontanei di stupore e ammirazione.
 
Alcuni silenzi scavano burroni senza fondo, altri vi gettano sopra ponti sospesi;
difficili forse da attraversare, ma mani protese sull’abisso.
 
E poi…
 
(silenzio)
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mercoledì, 15 marzo 2006
 
“Le persone sono luoghi. Meridiani e paralleli sono nomi e desideri, e ciascuno di noi è un punto preciso d’un reticolo di nomi e desideri, spazio e ricordi, tempo e intenzioni.” (manginobrioches, invenzioni, sacripante! n. 7)
 
Ci si chiede, nel racconto e ancora tra i commenti (7-11) di Herzog, “se è solo da molto lontano che le persone si conoscono, e si possono amare, e quando ci si va dritti accanto sono solo una confusione di gesti e parole che soffoca
 
Io credo che sia vero, e non lo sia, allo stesso tempo. Come questa cosa sia possibile, non è dato spiegarlo, ma ognuno lo sa.
 
Forse perché non si ama che ciò che si conosce, e non si conosce veramente ciò che non si sente. Non con le orecchie, col cuore. E perché si percepisca il battito di un cuore occorre essere molto, molto vicini.
 
Forse l’intensità dell’amore è una formula complessa, calcolata su distanze e prospettive, e specchi che riflettono e rimpiccioliscono o deformano, forse la visione è personale, forse ognuno di noi, come i porcospini di Schopenhauer ha una “propria” distanza di sicurezza anche – o soprattutto – nell’amore.
 
E questa varia non solo per noi, ma anche per le persone che ci sono accanto, si stringe o si dilata contemporaneamente - in tutte le direzioni o in una soltanto - e tutto questo lo fa costantemente, rispondendo agli stimoli di chi ci sta accanto. Non uno statico equilibrio, ma continui aggiustamenti, come se tutti noi fossimo ricci dagli aculei elastici.
 
A volte è la “velocità di marcia” che ci condiziona. Se ci avviciniamo troppo rapidamente, corriamo il rischio, davvero, di non riuscire a percepire più quello che ci ha fatto avvicinare, ma solo confusione.
 
A volte, invece, è proprio una questione di “sicurezza”. Io penso che ognuno di noi abbia uno "spazio privato" nel quale non vuole che nessuno, neanche la persona più vicina, possa entrare se non autorizzato. Non so agli altri, ma a me piace essere io a decidere quanto rivelare o no di me stessa, e non lo faccio mai completamente: ho bisogno di uno spazio che sia mio, e mio soltanto.
 
Questo significa, forse, che una vicinanza “eccessiva” rischia davvero di essere soffocante, di risultare in un’identità forzata (ma quale sia il limite “eccessivo”, ciascuno può deciderlo solo per sé).  
 
Malgrado ciò che ho appena scritto, capita anche a me, a volte, di voler capire, di "forzare un po' la mano" a chi mi trovo davanti, specialmente se ho la sensazione che ci sia un dolore da lenire, o qualcosa da portare alla luce. Per cui, se c'è un amico (bontà sua) che mi dice che "mi muovo con la leggerezza di una farfalla" ce n'è un altro (o saranno molti) che pensa che in realtà io sia più una "scavatrice".
 
Né l’una né l’altra, un mix di entrambe… chi lo sa? E in fondo, è importante saperlo?
 
Forse, infatti, è proprio la distanza residua, la capacità di scoprire cose nuove in coloro che amiamo, e di pensare che ne esistono ancora, che ci consente di amare. La sensazione di infinito, di non completo, di costruzione in corso. La curiosità.
 
Forse. O forse no.
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martedì, 14 marzo 2006

e mappe, e vicoli storti di cerchi e di macerie.

Le persone sono luoghi da visitare e conoscere, e segnare sul percorso della nostra vita, con un circolo rosso, magari.

Perché la vita lascia un segno visibile, e le nostre facce ne portano traccia e ne conservano il ricordo.

curbside (particolare) - stoneth (http://www.flickr.com/photos/stoneth/75396451/in/set-1562065/)

Tutto questo, e molto altro, lo si può leggere nell'ultimo numero di sacripante!, Cartografie.

 

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mercoledì, 08 marzo 2006

No, non si tratta di quelle scritte con lo spray bianco - PRINCIPESSA TI AMO (con tanto di cuoricino) - sulla strada di fronte casa mia.
E non pensate male, sono rivolte verso il palazzo di fronte; e d'altra parte nella strada siamo avvezzi alle pubbliche dichiarazioni: qualche mese fa, per una settimana almeno è rimasto posteggiato uno di quei camioncini con i manifesti pubblicitari, solo che questo conteneva una proposta di matrimonio in 6x3. In cima alla strada, invece, c'è un'altra principessa, cui il devoto innamorato ha chiesto - sul marciapiede - di perdonarlo, giurando imperituro amore.

Ho detto dunque di cosa NON si tratta. Ma di che si tratta, allora?

Di liberare le parole. 

Ne avevamo già parlato, no? Bene, ora c'è qualcosa di più.

Una data: 7 maggio 2006. Giornata Nazionale delle Scritture di Strada.

E un blog, per percorrere il cammino fino a destinazione. 

(ora è anche il vostro turno, di liberare le parole; e per farlo, basta scriverlo qui. Anzi, non qui; )

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martedì, 07 marzo 2006
Qui si parla di pane e compagni (cum panis) e, come al solito, basta poco a dar vita ai ricordi (di pane… e Mangiapane, ma quella è un’altra storia).
 
Come ho scritto di là, nei commenti, il pane più buono della mia vita (non) lo mangiai un venerdì santo - giorno di astinenza e digiuno - di oltre vent'anni fa, nella comunità di San Masseo, ad Assisi.
Questa è una comunità francescana di lavoro e di preghiera - a pochi chilometri dalla città e ad un chilometro scarso da San Damiano - dove si trova una delle più antiche chiese di Assisi (metà secolo XI), con una suggestiva cripta a tre navate.
Eravamo lì dall’inizio della settimana santa, arrivati da Palermo per trovarci in un miscuglio di lingue, in mezzo a ragazzi canadesi, tedeschi, francesi… insomma, un’isola di mondo nel cuore dell’Italia.
Appena arrivati, dopo un breve giro della comunità e aver poggiato gli zaini nelle rispettive camerate, fummo chiamati nella costruzione centrale, dove gli altri già aspettavano.
“Bassi di qua, tenori di là, soprani, mezzosoprani e contralti da questa parte”.
Guardai gli altri, sgomenta: e io che sono? Alla fine, credo, mi misero tra i mezzosoprani…
Il venerdì santo era giorno di meditazione, silenzio e… digiuno, appunto.
E di “torture”, devo aggiungere, perché era destinato in gran parte a preparare la festa della notte di Pasqua.
Dolci, macedonie, pizze… tutto veniva preparato in anticipo, ma senza poterlo gustare.
Non che ci fosse la proibizione assoluta, il digiuno era volontario, ma avevamo deciso di rispettare fino in fondo le regole della comunità; quindi, amen.
E così a colazione avevamo bevuto un po’ di tè col miele, guardando con invidia i ragazzi canadesi che – “non chiedetemi di digiunare, non potrei mai” – spalmavano spesse fette di pane con burro e miele.  
Nella divisione dei lavori, ad alcuni venne assegnato il compito di pulire le camerate, ad altri di raccogliere la frutta; a me era toccato il turno di preparazione del pane, che in comunità si faceva nei giorni dispari.
Avevo passato, insieme ad altri, buona parte della mattinata (o almeno, a me sembrò tale), ad impastarlo fino a che la pasta, diventata elastica, non respinse le dita che provavano a tastarne la consistenza.
Con i polsi ancora doloranti, mettemmo le pagnotte nel forno a legna, poi ci disponemmo per il canto corale, cercando di far sì che le voci si sovrapponessero al gorgoglio delle pance vuote.
Intanto da fuori il profumo che sfuggiva dal forno era una tentazione quasi insopportabile.
Nel pomeriggio, ad Assisi, la tentazione era anche più forte: fornai, pasticcerie, pizzerie a taglio… tutto sembrava congiurare contro la nostra decisione di digiuno.
Verso il tramonto, comunque, i negozi iniziarono a chiudere le saracinesche, le luci ad attenuarsi per essere sostituite dalle fiaccole.
Assisi si preparava alla processione delle Confraternite, che avrebbe portato la statua della Madonna addolorata da S. Rufino (al centro della città) alla Basilica di San Francesco (sotto la città), dove si sarebbe congiunta al Cristo morto, che aveva fatto lo stesso percorso in mattinata.
La processione si snodava lungo le vie della città illuminate solo dalle fiaccole, gli uomini incappucciati e vestiti con costumi medievali.
Fedeli e curiosi si ammassavano lungo il percorso, perlopiù in silenzio, mentre canti antichi davano il ritmo al cammino.
La solennità  del momento, nei ricordi, passa però in secondo piano rispetto a un flash: seguivamo il percorso della processione accompagnati da due novizi francescani con cui avevamo fatto amicizia a San Damiano. A un certo punto, uno dei novizi ci strizzò l’occhio, poi si avvicinò a delle ragazze tedesche, rivolgendosi a loro con un “Ich liebe dich” per poi allontanarsi, ridacchiando alle loro facce sbalordite.
Quando ritornammo a San Masseo era già tardi, ma non avevamo intenzione di andare a dormire.
Lungo la strada avevamo elaborato un piano.
Avremmo atteso lo scattare dell'ora X (mezzanotte, appunto) e con essa, la fine del digiuno, per addentare croccanti fette di pane - già tagliate e messe da parte - con burro, miele e qualsiasi cosa la nostra fantasia e le nostre mani potessero trovare nella dispensa.
Così ci sedemmo intorno al grande tavolo della cucina, sorseggiando del tè per ingannare stomaco e attesa.
L'ora era quasi giunta, e con essa l'acquolina, quando venimmo raggiunti dal padre spirituale, che iniziò a parlare della virtù del sacrificio e del digiuno.
Preparò per noi delle tisane di tiglio – per rilassarci e calmare la fame – che bevemmo in fretta, sperando che si convincesse ad andar via per avere via libera.
Dopo un poco, infatti, la strategia sembrò funzionare.
Il frate guardò l'orologio e disse "Com'è tardi, è già passata mezzanotte.”
Il guaio fu, però, che aggiunse:
“Ragazzi, domani sveglia all'alba che c'è gran lavoro"
E ci consigliò vivamente di andare a letto, guidandoci fuori dalla cucina.
Senza pane.
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venerdì, 03 marzo 2006

Il faro sopra il portone illuminava il marciapiede e lasciava in ombra il tuo viso mentre parlavi. Seduto al volante a fissare la strada;  io, di traverso, seguivo le volute di fumo per non fissarti.

La tua voce seguiva l’umore, ora allegra, ora triste, un po’ rassegnata.

- Ho chiuso il mio cuore – mi hai detto – l’ho chiuso in un cassetto per non soffrire più. Non voglio più i flash che ti abbagliano, che non ti fanno capire chi sei, cosa vuoi.
Voglio una vita tranquilla, senza emozioni. –

Hai spento la sigaretta.

Poi finalmente ti sei girato, e i tuoi occhi mi pregavano di smentirti.

 

Ed è proprio per questo che io, quel giorno, ho scelto te*


(A mio marito, oggi come undici anni fa)





*
Si tratta del tema di un blogrodeo, lanciato dalla Placida Signora, del quale questo rappresentava un contributo "privato"
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