giovedì, 27 aprile 2006
Oggi è  iniziato come una giornata grigia, con un sole timido nascosto dietro le nuvole. Accupusa, si direbbe a Palermo, con una parola che dal suono dice già tutto.
 
Ed è da Palermo che mi arriva una schiarita, anche se non meteorologica. È contenuta nella pagina 15 della Repubblica di oggi (27/4). Un articolo  di Attilio Bolzoni sui cento ribelli che hanno detto “NO al pizzo” e che il 5 maggio, grazie al coordinamento dei ragazzi di “Addiopizzo”  si presenteranno alla Kalsa per ribadire il loro “NO”.
 
Già qualcosa era cambiata, e si sentiva nell’aria, l’ultima volta che sono andata a Palermo, a fine marzo. I ragazzi di “Addiopizzo” giravano per i negozi del centro insieme a Tano Grasso, invitando i negozianti ad inserirsi nella lista delle attività non soggette ad estorsione. E non era la prima volta, ma stavolta qualcuno rispondeva all’appello.
 
Lentamente, anche i cittadini sono stati coinvolti nella campagna del consumo critico. Sono poco più di 7.000 quelli che hanno firmato il manifesto del cittadino/consumatore per la legalità e lo sviluppo “Contro il pizzo, cambia i consumi”.  Sono pochi, in una città di quasi un milione di abitanti, ma sono importanti lo stesso. Sono il simbolo che la città PUO’ cambiare.
 
Perché la mafia si respira, a Palermo (e chiunque sia nato in Sicilia sa quello che voglio dire). La mafia, da noi, si respira come l’aria, e non c’è bisogno di parlare di “famiglie” o della mafia come organizzazione, non c’è bisogno di arrivare ai piani alti, anche se è da lì che partono gli ordini.
Perché la mafia inizia dallo scontrino non consegnato (ma il negoziante, di solito, ha una “doppia tassazione”, e tu lo sai, e qualche volta ci passi sopra), passa dal posteggiatore abusivo – che, sai anche questo, subappalta la “zona di parcheggio” anche dei motorini, e gli devi lasciare qualcosa, almeno ogni tanto, altrimenti ti trovi specchietti rotti, per non dire altro – dai turni di prenotazione interminabili all’ospedale che si accorciano inspiegabilmente se hai “un certo amico” o dalle raccomandazioni e “presentazioni” sul lavoro.
 
E siccome, come si dice da noi “ogni ficatieddu ‘i musca è sustanza”, i 7 ragazzi che hanno fatto partire “Addiopizzo” hanno ora almeno 7.000 sostenitori.
 
Qualcosa sta cambiando, sì. Lo sentivo nell’aria, quando andai a trovare il mio amico (che nel frattempo ha accettato di candidarsi) al comitato per Rita Borsellino, lo leggo nell’articolo di oggi, spero di vederlo sulle vetrine dei negozi al più presto.
 
Insomma, dai pizzini*  al PIZZO-NO, mi sembra un bel progresso.
 
 cartolina di www.cartucciacard.it

*il pizzino in sé, lo sappiamo almeno noi siculi, non è negativo, come la maggior parte degli strumenti. Anzi, potrebbe essere un’idea – e la lanciava Aitan sul blog de rua (nei commenti di un post che ora non riesco a trovare) - utilizzare per le scritture di strada una vecchia macchina da scrivere e dei pezzi di carta per lanciare, al contrario, messaggi positivi. Ah, quasi dimenticavo: mi scuso con quanti, seguendo il link al mio tag “pizzini” non trovano quello che cercavano; in fondo però è anche un po’ colpa loro… qualcuno lo sconsiglia, un motivo ci sarà, no?

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mercoledì, 26 aprile 2006
“Eppure è qui, DEVE essere qui”, ripeteva tra sé e sé guardando il pezzo di carta che aveva tra le mani, dove l’indirizzo era segnato da una scrittura piccola e ordinata.
La strada era quella, ne era sicuro.
Lo diceva anche la targa che faceva bella mostra di sé, lì all’angolo: Via dell’Anima.
Era il numero otto, che non riusciva a trovare.
Certo, si sarebbe dovuto trovare lì, tra il sette e il nove, oppure dal lato opposto, tra il sei e il dieci: però non era né qui né lì.
Percorse la stretta stradina per l’ennesima volta e con lo stesso risultato: nulla.
Stava per andarsene, sconsolato e deluso, quando inciampò.
“Ma cos…”
Ancora un po’ e sarebbe finito lungo disteso per terra: ma non per niente era una persona equilibrata, e riuscì a mantenersi in piedi malgrado tutto.
Cercò con gli occhi l’oggetto sul quale era finito il suo piede: era un serpentello d’ottone, avvolto su se stesso a mordersi la coda e a formare un… OTTO.
Alzò lo sguardo ed era lì.
La vetrina ingombra degli oggetti più disparati, la porticina accanto con la scritta un po’ sbiadita: Uff.ci. del.. e qualcosa di incomprensibile, sotto.
Poi l’orario di apertura: dalle 9 alle 5 (e anche un po’ di più).
Come avesse fatto a non accorgersene prima, non lo sapeva; l’importante però era averlo trovato.
Un’occhiata all’orologio gli disse che era ancora in tempo. Così spinse la porta, che cedette sotto la sua mano, ed entrò.
 
Non riuscì a distinguere molto, al primo sguardo.
La luce filtrava a stento dalla vetrina ingombra e la lampada che pendeva dal soffitto non faceva molto di più per rischiarare l’ambiente.
Dopo un poco gli occhi si abituarono alla semioscurità e riuscì a vedere che i mucchi di oggetti, apparentemente disposti senza criterio, rispondevano invece ad una logica strana, ma rigorosa.
Un angolo era ingombro solo di bottiglie: forme, dimensioni, colori, persino il materiale di cui erano fatte era il più disparato. Alcune erano grandi e tonde come fiaschi di chianti, dello stesso vetro spesso e colorato; altre sottili e trasparenti come un cristallo di Lalique. C’erano fiasche di metallo,  borracce di cuoio e vasi di paglia intrecciata che sembravano rubare spazio a lucide bottiglie di plastica. Ognuno di quegli oggetti portava un’etichetta con un numero bene in evidenza.
C’era poi, in un angolo, una piramide fatta tutta di bastoni: piccoli e tozzi, lunghi da montagna, eleganti da passeggio con la punta di metallo e il pomo in madreperla, giacevano uno sull’altro formando una piccola scala.
Scaffali alti fino al tetto contenevano mucchi di lettere legate con nastri multicolori; alcuni erano ingombri di occhiali, altri ancora traboccavano di guanti e cappelli.
“Chissà perché mi hanno mandato qui” si disse “più che un ufficio sembra un negozio, ed io non ho intenzione di comprare nulla, davvero”.
 
“Ehm”
Un discreto colpo di tosse lo distolse dai suoi pensieri.
“Posso esserle d’aiuto?”
Si volse nella direzione della voce, e ancora una volta non riuscì a distinguere nulla al primo sguardo.
Poi la vide: era una donnina avvolta in un lindo grembiule azzurro che s’intonava alla perfezione con i riflessi sulla testa canuta. Un paio di occhialini rimaneva in bilico su un naso puntuto; dietro le lenti due occhi svegli e acquosi lo guardavano con curiosità.
Certo, in mezzo a tutte quelle cose strane e multiformi uno come lui, perfetto nel suo abito fumo di londra con una camicia candida e la cravatta chiusa in un impeccabile nodo Windsor, sembrava assolutamente fuori posto, ed era una sensazione nuova, per lui.
Si schiarì la voce.
“Davvero non lo so” esordì, incerto.
Anche quella era una sensazione nuova. Aveva fatto carriera proprio perché sapeva prendere una decisione in un battito di ciglia. Sapeva per istinto quali tasti premere, quando incalzare il suo avversario e quando invece lasciargli corda per impiccarsi da solo.
Eppure, davanti a quello sguardo, si sentiva un bambino al primo giorno di scuola.
“Mi hanno detto che qui qualcuno poteva aiutarmi, ma forse è stato uno sbaglio” le disse, allungandole un foglio stropicciato con l’indirizzo e alcune annotazioni.
“Cerca qualcosa in particolare?” chiese lei, senza guardare il foglietto né il braccio teso. Sembrava invece scrutare i suoi occhi che, al contrario, tentavano di fuggirla.
“E’ tutto scritto lì” rispose l’uomo, tendendo di nuovo il foglio.
Questa volta, la donna lo prese.
Si assestò meglio gli occhiali sul naso, fece scorrere lo sguardo prima sui numeri incolonnati, poi sull’uomo, poi ancora sul foglio.
Infine si diresse con decisione verso il mucchio di bottiglie variopinte.
Ogni tanto prendeva tra le dita un’etichetta, scuoteva il capo e la lasciava ricadere.
Alle sue spalle l’uomo la osservava nervoso mentre spostava un fiasco dallo scaffale all’altro, o prendeva tra le mani una delicata ampollina per riporla subito dopo.
Alla fine, scostando alcune bottiglie polverose, comparve una fiaschetta di metallo. Sembrava che qualcuno l’avesse aperta e poi dimenticata lì, con il tappo un po’ fuori posto a farne evaporare il contenuto.
“Eccola qui” disse la donna, controllando l’etichetta.
“Questa è la sua vita, o quel che ne resta” continuò. “Cerchi di farne un miglior uso, d’ora in poi”.
L’uomo annuì, prendendo in mano la fiaschetta impolverata come se fosse una preziosa reliquia. Ringraziando col capo, troppo emozionato per parlare, si affrettò verso l’uscita seguito dallo sguardo della donna.
Correva quasi, quando si ritrovò alla fine della strada.
Solo allora permise a se stesso di voltarsi, e vide finalmente l’insegna.
“L’Ufficio delle Cose Perdute” era scritto a grandi lettere dorate.
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giovedì, 20 aprile 2006
Fu costretto ad allungare il passo per adeguarlo a quello dell’uomo.
Non capiva perché, ma si sentiva contagiato dall’urgenza che percepiva in quel ritmo instancabile.
“La montagna vuole lentezza, ma costanza: ogni sosta può costarti in fiato più di quanto immagini.”
Gliel’aveva spiegato quella mattina, e il piccolo lo aveva ascoltato con attenzione, guardandolo serio da sopra la tazza del latte mentre faceva colazione.
Mattina… sarebbe stato meglio dire notte, perché era ancora buio quando scesero in strada.
Un passo dopo l’altro, lasciarono le case alle spalle e cominciarono a salire.
Dietro, le poche luci già accese diventavano sempre più lontane, e davanti a loro la montagna era ancora una grande ombra nera.
Il piccolo rabbrividì all’aria fresca della notte e ricacciò indietro la paura fissando le spalle dell’uomo.
Era lì, davanti a lui, pronto ad aprirgli la strada: insieme a lui niente avrebbe potuto fargli male, quindi era sciocco avere paura.
Continuava a ripeterlo nella testa, e le parole davano ritmo al passo. C’era ancora tanta strada da fare: tra poco avrebbero lasciato il sentiero per proseguire nel bosco.
Dovevano arrivare fino in cima, ma zitti, che nessuno li vedesse.
Era un segreto, un patto tra loro due e qualcun altro, che non aveva capito bene.
Non capiva neanche perché dovesse portare, nel fagotto che gli pesava sulle spalle, il vestito della festa.
La fatica si faceva sentire: il sentiero, stretto ma comodo, aveva lasciato il posto a rocce e rovi che lasciavano segni sui vestiti e sulla pelle.
Un paio di volte aveva provato a protestare e a chiedere quanto mancava ancora, ma la risposta era sempre la stessa - “Te ne accorgerai da solo” – e aveva rinunciato a chiedere, risparmiando il fiato per la salita.
Alla fine, però, se n’era accorto sul serio, anche perché erano arrivati in cima e non c’era altro che una grossa pietra, sulla quale si appoggiò, madido di sudore.
Lo stesso sudore che scendeva, copioso, sulle guance dell’uomo.
Che strano, però… sembravano lacrime.
E perché, dopo aver poggiato il fagotto sulla pietra, si era allontanato ed evitava di guardarlo? E come mai, all’improvviso, si era messo a parlare da solo?
Seduto sulla pietra, il bambino osservava in silenzio.
Poi fu distratto da un lamento che sembrava provenire da un cespuglio di rovi, un po’ più in basso.
Un capretto cercava di liberare le piccole corna, ma i suoi sforzi non facevano che incastrarlo ancora di più.
Si avvicinò per aiutarlo e proprio in quel momento udì una voce alle sue spalle: “Isacco!”
Suo padre era lì, proprio di fronte a lui, ma l’ombra nel suo sguardo era sparita.
 
 
 

“L’ombra di mio padre, due volte la mia; lui camminava ed io correvo”: inizia così “La casa di Hilde” di De Gregori, e sono settimane che mi risuona nella testa; le parole hanno poi preso un’altra direzione, ma questa è un’altra storia, appunto.

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venerdì, 14 aprile 2006
 
Passa in fretta, tic e tac e vola via…
 
(abbiate pazienza, sono le parole di una canzoncina della vecchia TV dei ragazzi che mi sono rimaste in testa, ogni tanto saltano fuori; è l’età)
 
Però è vero; il tempo vola e a volte ce ne accorgiamo solo quando ci guardiamo indietro.
 
Tre anni fa mi  ero incuriosita per un post, letto su un forum che non esiste più, che prendeva in giro una rivista maschile ed era attribuito ad una anonima autrice.
Cercando con gùgle scoprii che l’autrice era tutt’altro che  anonima e che il post (“Mica lo so chi sta peggio”) si trovava in uno strano coso: GNUEconomy (lo so, si tratta di preistoria, o quasi, ma vedo di arrivare al punto).
L’articolo lo conoscevo: iniziai a leggerne i commenti e mi imbattei in un curioso personaggio, troppo sopra le righe per essere reale e tuttavia preso per tale da molti commentatori.
Avevo scoperto – e non lo sapevo – un troll. E che troll!
Ad ogni modo, questo personaggio si firmava con un’iniziale ed un link.
Decisi di cliccare e mi ritrovai sulle pagine di un blog: Herzog.
Fu lì, tra i commenti del primo post, che una Sig.a Anonima diventò riccionascosto (il nick l’avevo già, sotto altre forme, ma è davvero un’altra storia).
E fu lì che cominciò una bella avventura, tra i friarielli di Pestalozzi, gli ancheggiamenti di SiSi (la Signorina Silvani), le tisane della Nonna, le fusa del Gatto, i post-it di TuaEditor e i corteggiamenti dei molti visitatori a Eréndira. Per non parlare dei latrati del Bulldog (ancora a difesa di quel blog) e dei cartelli di Georgia-Buba (pittrice ufficiale di Herzog e molto di più).
E poi le feste, il tutù rosa del Colonnello, la rosa in bocca del Sir in pareo, il Liderillio e Forza Idillio.
Il tempo passa, le strade cambiano e a volte divergono, ma restano i ricordi e i sorrisi che tali ricordi suscitano.
Insomma, tutto questo per dirvi che, se dopo tre anni esatti sono ancora qua, la colpa è anche sua.
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lunedì, 10 aprile 2006
Ci sono periodi in cui le idee si disperdono, e l’unica cosa che puoi fare è afferrare quelle che ti passano accanto e aggiungerci qualcosa di tuo, se ci riesci.
Proprio come si fa quando a una melodia già presente si aggiunge una seconda voce, in controcanto.
E’ uno di questi periodi, e quindi mi limito a canticchiare sottovoce, tra me e me, e aspetto di entrare sulla giusta battuta.
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martedì, 04 aprile 2006
La leggenda narra di un uccello
 che canta una sola volta nella vita,
più soavemente di qualsiasi creatura al mondo.
Da quando lascia il nido, cerca e cerca un grande rovo
e non riposa finché non lo abbia trovato.
Poi, cantando tra i rami crudi,
si precipita sulla spina più lunga e affilata.
E, mentre muore con la spina nel petto,
vince il tormento superando nel canto
l'allodola e l'usignolo.
Una melodia suprema il cui scotto è la vita.
Ma il mondo intero tace per ascoltare,
 e Dio, in Paradiso, sorride.
Al meglio si perviene soltanto con grande dolore
       ... o così dice la leggenda.
(Colleen Mc Cullough, Uccelli di rovo)
 
 
Che sia vera o meno, la leggenda, ogni tanto mi torna alla mente.
Come oggi.
Sarà il prezzo da pagare di cui parla Flounder, o l’eterna opposizione di cui si legge da Effe.
Oppure il fatto che a volte è necessario sublimare il dolore, sopraffarlo con qualcos’altro per andare oltre… anche verso la morte, ma cantando.
Sarà che a volte dobbiamo pensare che il dolore serva a qualcosa, o impazziremmo.
Sarà che in questi giorni l’orrore conduce ad altri pensieri, a costernazione e rabbia, a pugni chiusi e cuori serrati, a silenzi forzati per soffocare lacrime e improperi.
Sarà anche che ci sono giorni in cui dobbiamo pensare che esiste anche la bellezza, e la gioia, e il sorriso, per continuare a vivere, in qualche modo.
E che possono nascere dal dolore e con il dolore.
Anche quello della morte.
In quale modo, spesso non lo so.
Però ci penso.
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scomparto:ammatula