Domani, come accade almeno due/tre volte l’anno, partiremo all’alba per andare a Palermo in auto.
L’occasione è particolarmente lieta (i 18 del “piccolo” di casa, da festeggiare tutti insieme), ma ci sono altri motivi – e Ares, il nostro cane, è uno tra essi – che ci spingono a scegliere questo mezzo di trasporto anziché l’aereo, che invece utilizziamo nelle toccate e fuga da un pernottamento o due.
Certo, in auto il viaggio è lungo (11-12 ore, traffico e Salerno-Reggio Calabria permettendo, ché quello è il tratto più problematico) e stancante. Io non guido – da 5/6 anni ormai, e cioè dalla rottamazione della mia fida 126, da sola mi muovo solo su due ruote – e quindi ho più tempo per guardarmi intorno, leggere un libro, canticchiare. Parlare, poco. I lunghi viaggi mi rendono silenziosa, mi rendo conto che non sono una buona compagnia, soprattutto in caso di viaggio notturno.
Ma non di questo, volevo parlare.
Un amico mi chiede se, in questi viaggi, riesco ad essere viaggiatrice e turista.
Dipende.
Intanto, da cosa si intende per “viaggiatrice e turista”. Riuscire a guardare con occhi diversi il posto in cui si è nati dipende da quanto ce ne siamo distaccati. In questo, il “turista”, a mio parere, è quello che vede qualcosa di estraneo da sé e lo apprezza, forse, ma senza lasciarsene toccare. Se è così, “turista”, nella mia terra, non lo sarò mai, perché già solo il profilo della costa, quando da Scilla inizia ad accompagnarti per l’ultimo tratto, e poi il profumo di mare e l’aria che ti sbatte contro quando sei sul traghetto – non importa se sei rimasto in auto, basta chiudere gli occhi e la vedi, che è là – già questo, dicevo, mi fa sentire “a casa”.
E non è una cosa che si può spiegare, se non la senti dentro.
Il “viaggiatore”, invece, riesce a trovare risonanze di ciò che vede dentro di sé. E dentro di sé porta traccia (un odore, un sapore, una luce particolare o solo uno scorcio di poesia, intravisto e mai più dimenticato) dei luoghi per i quali è passato. Il “viaggiatore” si lascia contagiare dalle atmosfere, non le fa scivolare addosso ma se ne imbeve.
In questo senso forse sì, la distanza crea un minimo di distacco, quel tanto che basta a riconoscere una cosa diversa da quella cui siamo abituati e “tarare”, di nuovo, i ricordi e le sensazioni. Le abitudini, anche. E forse aiuta anche, l’essere “viaggiatore”, a non dare per scontate alcune cose.
Chiede poi, l’amico, se riesco a farmi sorprendere dalla bellezza.
Io credo che la bellezza sorprenda sempre, un poco. Intanto perché, di solito, si annida dove meno te l’aspetti e ti arriva alle spalle, facendoti quasi sobbalzare. L’abitudine, invece, ti rende quasi indifferente ad essa, ne smorza toni e colori, la rende prassi privandola dell’eccezionalità che la fa risaltare. Alza poi il metro secondo il quale la giudichiamo, rendendoci esigenti e schizzinosi. E quindi, per sorprenderci, occorrerà qualcosa di davvero eccezionale.
Io comunque credo nella bellezza delle piccole cose.
Credo che nei viaggi non sia importante la velocità, quanto la possibilità di guardarsi intorno, di fermarsi, di cambiare ritmo. Non credo nelle tabelle di marcia né nei programmi “blindati”. E poi, sono una ritardataria cronica (tranne nel periodo in cui facevo l’accompagnatrice turistica, e un cliente mi chiamò “sergente di ferro”, ma questa è un’altra storia).
Credo infine che questo vivere con un piede in due città sia bello, per certi versi. Per altri, invece, è come sentirsi una “mezza mela”, oppure stare in equilibrio su un’asse ideale che congiunge interessi, affetti, ritmi di vita molto distanti tra loro.
Bello, sì… ma faticoso, anche.