martedì, 27 giugno 2006
Chissà se qualcuno di voi, come me, si chiede com'è andata la festa per i bimbi senza compleanno di cui si parlava un paio di settimane fa.

Ebbene, Delia ha fatto avere ai suoi amici - con preghiera di diffonderla in giro - una nuova mail, e un'amica comune me l'ha fatta pervenire.

Come già l'altra volta, mi limito solo a copia/incollare: la mail dice già tutto da sola.

 -----Messaggio originale-----

Da: Delia B******
Inviato: mercoledì 21 giugno 2006 18.07
Oggetto: I bambini senza compleanno

Cari tutti,

Per mandare questa email ho fuso tre computer e picchiato uno zambese. Speriamo ne sia valsa la pena! In allegato ci sono le prove di come sono stati spesi i primi 400 euro dei soldi che avete mandato: abbiamo comprato da mangiare, o meglio, abbiamo saccheggiato il supermercato di Lusaka. Provero’ anche a "scannerizzare" lo scontrino (sempre che dopo la tastiera a pannelli solari, riesco a trovare uno scanner a diesel) e se ancora non vi fidate che dire - mettetemi il telefono sotto controllo! (mi raccomando: procura di Potenza, pm Henry John Woodcock. No dico, sono io che non vedo un maschio bianco da due mesi? o quello e’ un fico della madonna??).

Per dovere di cronaca, deve essere messo agli atti che insieme a beni di prima necessita’ (quali latte, zucchero, pane, sale, olio, riso, patate, pollo, ecc ecc), abbiamo comprato anche:

- No. 3 palloni (per i maschi) – a un certo punto mi e’ venuto il dubbio che a crescere senza mai giocare a pallone c’era il pericolo che venissero su maschi sani, con funzioni cerebrali non compromesse, e mi sono detta con orrore: "se un maschio normodotato mediamente e’ uno stronzo, un maschio intelligente che e’? Un killer?" Non gli potevo fare pure questo alle future trentenni africane. Non me la sono sentita, e quindi: 3 palloni. Che poi – detto da una che non distinguerebbe Totti da Fassino – secondo me ce’ qualche talento nel gruppo. Che facciamo? Diciamo a Moggi se si ricicla in Africa Sub-sahariana?

- No. 5 bambole con annesso biberon (per le bambine piu’ piccole) – lo so, lo so, e’ il solito messaggio fuorviante della donna che si realizza solo nella maternita’. Pero’ loro sono nere e le bambole sono bianche e alla fine ho pensato: a) Antiretrovirali e legge Bossi-Fini permettendo, la maggior parte di loro finira’ a fare la tata a qualche ragazzino caucasico e quindi e’ meglio che s’allenano; b) francamente a vederli insieme, mentre li imboccano e li curano, per una volta sembra il mondo alla rovescia. E sembra davvero un bel posto.

Segue piccola guida didascalica alle foto in allegato (non sono bellissime, ma non sapete ieri che casino hanno fatto)

- Bimbi 005-Bimbi 011 - Judy 1 e Judy 2: ribattezzata Valentina. La mia ninni Africana. Lei e’ mia e io sono sua. Non ce’ altro da dire.

- Bimbi 004 - Mary e Zena: Zena ha perso un occhio per mancanza di vitamina A. Come direbbero ad Aosta: "In un campo de cecati becato chi c’ha n’occhio". E infatti Zena sembra sempre felice, nonostante tutto. Ride e canta, e tu la guardi e pensi "ma chette ridi scema?", pero alla fine ridi e canti insieme a lei. Ma che ne so? E’ una specie di karaoke vivente! Mary invece e’ "mano" perche’ e’ capace di tenerti la mano per ore senza staccarsi mai. Per ore e ore, tanto che alla fine non capisci piu’ dove cominci tu e dove finisce lei. E sarebbe una gran palla se non fosse non e’ male essere Mary ogni tanto.

- Bimbi 009: Ve l’ho detto che ride sempre.

- Bimbi 003 - Kenneth e le aranciate: Eloquente. E adesso ditemi: avete mai visto qualcuno cosi contento per tre bottoglie di aranciata? Ma perche’ noi invece non ci riusciamo? Perche’? (Per gli Insiders: Kenneth e' l'equivalente Zambese del Cinese...con tanto di capoccione!)

- Bimbi 010: Natale

- Pict 1026: Floyd

Entro questa settimana compreremo altre cose e anche quelle verranno documentate da foto e ricevute. Vi faro’ vedere anche gli altri bambini, alcuni personaggi chiave non c’erano stasera. Come Justine. Lui e’ un’altra parete liscia, l’ho riconosciuto subito. E’ l’unico che non mi parla, che non si fa toccare, che non si avvicina, che non chiede mai, che mi guarda di nascosto. E indovinate io di chi mi sono innamorata? Ecco. Appunto.

Grazie ancora di tutto, dei soldi e della bella serata che ci/mi avete dato, peccato non siate qui, e peccato che ci sono cose che non vi posso descrivere, come quello che sento, quanto mi manca Max, quanto mi mancate voi e quanto non so gia’ da adesso come faro’ ad andare via da qui. Come si fa a lasciarli, eh? E’ gia’ troppo tardi...hanno gia’ buttato giu’ il muro e adesso sono io ad aver bisogno di loro.

Bene e’ tutto, o come direbbe Saddam Hussein "Afyja". Ben fatto.

Baci

D

P.S. Non ci sono gli indirizzi di tutti quelli con cui sono stata in contatto, ma fate girare voi....e per eventuali risposte, insulti, commenti ecc ecc scrivete a...

(l'indirizzo l'ho omesso; se cliccate sui link, potete invece vedere le foto, tranne la 009, che non è arrivata)

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lunedì, 26 giugno 2006
Sul "solito" oroscopo di Brezsny questa settimana leggo:

Cancro (21 giugno - 22 luglio)


Cancro - da Oroscopo/internazionale.it
Questa settimana festeggerò il mio compleanno, quindi ho deciso di prendermi una pausa dal lavoro. Ho appaltato l'oroscopo del Cancro a un'astrologa del Bangladesh, Farhana Rasel. Ecco cosa ha scritto: "È un periodo propizio per sfruttare la gratitudine altrui che hai accumulato. Devi chiedere qualche favore alle persone che hanno goduto del tuo aiuto e abbandonarti alla corrente del karma positivo che hai messo in moto. Se ti concederai un'escursione nel misterioso territorio del narcisismo illuminato, la fortuna sarà dalla tua parte. E se avrai il coraggio di chiederla, ti sarà concessa più libertà del solito".

Per il mio compleanno mancano ancora un po' di giorni, e in questo momento non mi sembra di avere bisogno di favori particolari. Non voglio fare la "santa", però mi chiedevo... e se questa "corrente di karma positivo" provasssi a deviarla verso qualcuno che di fortuna - ma non al gioco - ne ha bisogno proprio ora, credete che funzionerebbe?
Io spero di sì...
Intanto comincio a soffiare, magari il vento gira davvero.
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venerdì, 23 giugno 2006
Tanto per ricordare che 25 e 26 giugno c'è un referendum, su cui andare a votare, che ci riguarda tutti.
Perché tutti, forse più che in altri casi, saremo interessati dai cambiamenti che la riforma - se confermata - introduce.

Di questo referendum si è detto molto e al tempo stesso, forse, troppo poco, e pur essendomi fatta una convinzione da quello che ho letto, lascerei ad altri il compito di illustrarlo.

Però volevo segnalare - ancorché in extremis - tre post che  Slowhand ha pubblicato su OCE, con il titolo "Sana e Robusta Costituzione", il cui testo è stato raccolto in un unico documento che, personalmente, ho trovato interessante e obiettivo. I singoli  post e relativi commenti sono invece:  Sana e Robusta Costituzione 1, 2, 3
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mercoledì, 21 giugno 2006
Una volta qualcuno mi disse che il diavolo lo riconosci dal passo claudicante (certo, i piedi di capra si sentono a disagio, in scarpe di capretto, e tendono a protestare) e su questo passo, sentito attraverso un soffitto, tentai di costruire una certa tensione per la protagonista di un racconto, tanto tempo fa.
Una ventina e più di pagine, stampate su un tabulato continuo formato A4 con una vecchia olivetti ad aghi, dove si parlava di incontri (scontri, più che altro), inquietudini, solitudini e buon (?) vicinato. E di un mathom.
Se vi chiedete cos’è, non avevo ancora deciso, sapevo solo che la protagonista se l’era ritrovato in borsa non si sa come, e che aveva una luminescenza azzurrognola.
(Abbiate pietà, era un periodo in cui leggevo solo fantasy, e non sempre di quella buona. Credo infatti di essere l’unica ad avere la collezione completa di URANIA Fantasy, una collana che per circa sei anni inseguii, con costanza, mese per mese, anche se alcuni numeri non ho neanche finito di leggerli. Ma dov’ero? Ah, sì)
 
Il programma su cui l’avevo scritto (Framework II, se qualcuno lo ricorda) e il supporto su cui l’avevo conservato (un dischetto da 5’ ¼) ci hanno graziato, con la loro obsolescenza, di quegli oscuri deliri, e anche la mia amica Lucia, “cavia di lettura” che a suo tempo sembrava curiosa di “come andrà a finire”, avrà cancellato l’episodio – e i passi claudicanti – dalla memoria.
 
Però, senza arrivare a scomodare il Moretti di “Bianca” che stabiliva le personalità dalle scarpe, è vero che i passi sono importanti per capire stato d’animo e carattere delle persone, e sono quindi forme di comunicazione.
 
Per esempio, camminare ad un passo deciso e spedito – come chi ha fretta di arrivare a un appuntamento ed è già in ritardo – ti aiuta a non essere fermato dal solito ragazzo che ti vorrebbe offrire un’enciclopedia, ma anche ad attraversare una strada semideserta e poco illuminata.
 
Il passo svogliato della mattina scoraggia, invece, i familiari dal rivolgerti la parola. Almeno quello dovrebbe essere il suo intento (io, perlomeno, per almeno un quarto d’ora mi limito a grugnire).
 
Un passo incerto è sempre fonte di fregature. Se all’esterno, sembra un segnale di via libera per qualsiasi richiesta (dalla sigaretta alla suddetta enciclopedia, passando per firme varie e/o altri tipi di richieste, a scelta); all’interno di un negozio, sollecita l’avvicinamento di una volenterosa commessa, ove disponibile. Esattamente quando non ne hai bisogno – altrimenti la cercheresti tu, no? E non la troveresti, scommetto.
 
Passeggiare mi rilassa. Quando sono arrabbiata o devo riflettere, scendo in strada e cammino, se ne ho la possibilità. Lo faccio per ore, ma con una meta più o meno definita. A volte mi infilo in un parco, e cammino, mi siedo a leggere e poi ricomincio a camminare, altre volte preferisco le strade affollate, ma quasi mai mi soffermo a guardare le vetrine. (lo shopping è un’attività che odio, in genere).
 
Preferisco però passeggiare in solitudine, tenere il mio ritmo nel passo, che è veloce nella passeggiata, più lento – ma costante – nelle camminate in montagna. Forse perché troppo spesso, in passato, ho dovuto adeguare il mio passo a quello degli altri, oppure fare il doppio della strada per andare a recuperare i troppo lenti, o a fermare i troppo veloci.
 
Perché i passi, in compagnia, bisogna saperli adattare – e al ritmo del più lento – o sono guai. Come i passi di danza, che in coppia diventano sempre più facili col passare del tempo, quando sai già, per istinto e senza guardare, cosa sta per fare l’altro, e lo assecondi o lo contrasti quel tanto che basta perché sia lui, ad assecondare te.
 
E poi ci sono i passi che ti affascinano, quelli che segui con l’occhio per la loro grazia o la loro comicità, quelli che riconosci con un battito del cuore e quelli che – al cuore – ne fanno saltare uno. I passi stanchi di chi è alla fine della vita e quelli precipitosi – e precipitati – di chi è invece all’inizio.
 
Ci sono passi e passi, quelli da intraprendere e quelli più lunghi delle gambe, da non fare mai… (e troppo ci sarebbe ancora da dire, ma un passo alla volta).
 
 
Come direbbe Calma, il solito esercizio di link… ma stavolta alla fine. Ho di fatto raccolto, passo passo, i pensieri suscitati dalla lettura di queste cronache  (e relativi commenti), da un paso doble in allenamento e da perizie nella scelta di tavoli e di passi da seguire.
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lunedì, 19 giugno 2006
Dalla finestra aperta saliva, non filtrato, il suono di una fisarmonica.
Lente all’inizio, e poi vive d’improvviso, erano le note di Oblivion a rendere languida la controra.
Come i ricordi, che si fanno strada a poco a poco nella mente fino a colpirti all’improvviso, per poi lasciarsi chiudere in un angolo.
Solo fino alla prossima volta.
 
C’era sempre una prossima volta, specie se non la volevi. Spiritelli dispettosi, i ricordi giocavano a rimpiattino con la volontà.
Piegò le labbra in un sorriso amaro e si stiracchiò sulla poltrona, mentre le note si allargavano nella stanza.
Da lì non si vedeva la strada, né tantomeno il suonatore, ma la donna non ne sentiva il bisogno: il suo orizzonte era chiuso da tegole rosse sotto uno spicchio di cielo azzurro, e quasi  non vedeva neanche quelli, persa nei suoi pensieri.
 
Si alzò, seguendo la musica in un abbozzo di passi svagati.
Poggiata su un tavolino, la sigaretta lasciava le braci rincorrersi l’un l’altra in colonna, pronte a sfaldarsi al primo movimento. La vide troppo tardi, ma la spense con uguale cura. Aveva imparato a sue spese dai tanti, troppi cerchi scuri su tavoli e lenzuola, ai quali era comunque sopravvissuta.
 
Soppesò quell’ultima parola, ripetendola ancora e ancora fino a lasciare sulla lingua una scia di polvere e vecchiaia. Alzò la mano - senza volerlo - nel tentativo di liberarsene, poi fermò a mezz’aria il gesto che sapeva inutile.
Troppi silenzi in quella parola: furie trattenute per non far male, desideri sopiti in attesa di tempi migliori, rinunce infiocchettate e appese per non farle pesare. E ora, in una nota di tango, saliva tutto alla gola con due parole.
 
Udì pronunciarle da una voce che non riconobbe. Si spaventò a quel suono, negando di averlo prodotto. Eppure erano ancora lì, senza un motivo apparente, a galleggiare nell’aria.
 
Attribuì tutto alla stanchezza con una scrollata di spalle e tornò a sedersi, ma non per molto.
Le sue certezze erano svanite all’improvviso, lasciandola sola ed inquieta.
Sentiva il bisogno di bere qualcosa, come se l’acqua potesse lavare i pensieri, o rinfrescare mente e gola a un tempo.
Non era così e lo sapeva; stare lì immobile, seduta alla finestra, era però divenuto insopportabile.
Lo sguardo, prima pigro e distratto, si spostava ora inevitabilmente verso il basso anche se si ostinava a dirottarlo sul volo di un gabbiano o sul libro, del quale continuava a leggere le stesse righe.
 
Far finta di niente era inutile come negare le parole di prima: cercava una risposta e la risposta era lì, davanti a lei.
La risposta era una finestra aperta, e le note di un tango che salivano come un richiamo.
 
Guardò l’orologio, e decise.
Scarabocchiò due parole su un biglietto, poi sorrise di nuovo, di quei sorrisi tristi che annunciano un addio.
 
Pensò che era quello, il senso delle parole, ma il suono era diverso, questa volta.
“Non verrà” era il pensiero negato, la condanna di prima.
“Vado via” suonava invece come una liberazione.
 
Quel che voleva fare non era logico, e neanche giusto, ma le pareva stranamente sensato.
Allungò un braccio fuori dalla finestra.
Lasciò cadere il biglietto, e con esso il peso dell’attesa parve scivolare sempre più in basso, fin dove non riuscì più a vederlo.
 
I ricordi, prima o poi, avrebbero preso la stessa strada.
La sua, invece, proseguiva oltre la porta.
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mercoledì, 14 giugno 2006
In questi giorni, in particolare, si parla di 5x1000 (io ho già fatto, qui alcuni consigli se ancora non sapete come fare) e donazioni in favore di associazioni di volontariato. Stamattina mio marito mi ha girato due mail che vi ricopio pari pari (compresi accenti non “ortodossi” o eventuali errori di battitura), perché credo sia il caso di farle girare il più possibile.

Le mail sono state scritte da Delia, che si trova nello Zambia per seguire il progetto ZAMBART (un progetto di collaborazione per la lotta alla tubercolosi tra la Zambia University School of Medicine e la London School of Hygiene and Tropical Medicine). Ho lasciato in evidenza la mail di Delia – che non conosco personalmente, ma è amica di un’amica – perché chi vuole possa contattarla direttamente.

Ecco la prima:

-----Messaggio originale-----
Da: Delia ***** (delia[at]zambart.org.zm)
Inviato: lunedì 5 giugno 2006 13.03
A: *******
Cc: ******
Oggetto:
Priorità: Alta


Cari tutti,

Questa e’ una email importante, ho bisogno di una mano a forma di bonifico bancario.

Scusate l’attacco un po’ brusco, ma tramite delle persone qui, ho conosciuto dei bambini.

Sono 19 in tutto, tra i 2 e i 15 anni. Sono tutti orfani e tutti HIV sieropositivi. Non tutti pero’ sono sotto terapia antiretrovirale: alcuni non tollerano gli effetti collaterali, altri sono gia’ farmaco-resistenti. I piu’ piccoli sono quelli che stanno peggio, tubercolosi, candida, vermi intestinali...Non si fanno mancare niente. Le ferite peggiori probabilmente non si vedono, alcune delle bambine sono sieropositive perche’ sono state violentate e alcuni hanno preso talmente tante botte da aver perso la vista ad un occhio o ritrovarsi con un braccio storto.

Per evitare di scivolare nel patetico eviterei di parlarvi delle condizioni in cui vivono, delle loro facce, (facce a meta’:occhi tristi che fanno ombra su sorrisi sempre accesi), di certi sguardi impossibili da sostenere, di certi gesti che vogliono dire “ama me”, “scegli me”. Vi basti sapere che vivono ai limiti del vivibile, materiale e psicologico. Sempre nel dubbio se quello che fa piu’ male e’ la pancia vuota o la mancanza cronica di carezze.

Si occupa di loro Jean, una donna di circa 40 anni: 40 anni per 40 chili come ha scritto qualcuno. Anche lei sieropositiva, anche lei con una storia di violenza e abusi alle spalle. Spalle larghe per fortuna perche’ quello che non l’ha uccisa l’ha trasformata in una persona positiva, sorridente e piena di speranza. Una bella lezione di coraggio per quella mezza donna che vi scrive. Jean ha messo su questa charity sgangherata che sopravvive grazie agli aiuti di amici e conoscenti, niente di veramente organizzato o sistematico, niente che garantisca la sopravvivenza sul lungo periodo. Solo un contocorrente per il momento. Non puo’ contare neanche sulla spedizione di aiuti dall’estero perche’ la burocrazia zambese bloccherebbe tutto alla dogana per tempi infiniti, tempi che nessuno si puo’ permettere da queste parti. Ad oggi vivono, anzi sopravvivono tutti, con 500 dollari al mese....giuro.

Insieme abbiamo buttato giu’ una lista di cose che servono urgentemente:

-  vestiti e scarpe
-  sapone (taaaaaaanto sapone)
-  coperte e materassi (dormono per terra)
-  libri da leggere per i piu’ grandi
-  libri per imparare a leggere e scrivere per i piu’ piccoli
-  una lavatrice
-  un frigorifero
-  colori per disegnare e tele per dipingere

E infine una radio...si mi hanno chiesto una radio, perche’ l’unica cosa che da’ loro veramente sollievo e’ ballare. Un virus se li mangia e loro ballano. Molti di loro non arriveranno a 20 anni e loro ballano. Balla che ti passa? Pare di si. Per noi bianchissime e complessissime creature sembrera’ assurdo, ma ci sono luoghi in cui basta ballare per scacciare via la morte, i brutti pensieri e la tristezza, anche quando hai una tristezza da grande dentro un corpo da bambino. Anche stamattina hanno ballato, alcuni cantavano e altri tenevano il ritmo battendo il tempo su bottiglie di plastica vuote...e’ la seconda volta che i bambini africani mi insegnano che una bottiglia di plastica vuota non e’ mai solo una una bottiglia di plastica vuota. E del resto nemmeno i bambini sono mai solo bambini, a volte sono degli antidepressivi, a volte un incubo (per chi non ce l’ha), e molto piu’ spesso dei nani molto saggi.

Tornando al punto: mi servono soldi per comprare queste cose. Qui. Adesso. Dovreste solo mandare quello che volete/potete al conto corrente qui sotto. Fatemi solo sapere se lo farete cosi posso monitorare i trasferimenti sul conto e vedere se effettivamente i soldi arrivano. E inoltrate la richiesta a tutti gli uomini e le donne di buona volonta’ che conoscete, tutti quelli che vi vengono in mente: colleghi, capi, amici, nemici, mariti, mogli, PACS utenti, amanti, ex odiati o riabilitati, figli, genitori, nonni, trisavoli. TUTTI. Conto su una vostra azione capillare con il coinvolgimento delle piu’ alte sfere di Bambin Gesu’, mondo accademico, Ministero della salute, Capitalia, Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura e organi di stampa!

Adesso qualcuno di voi dira –  giustamente – che ce’ un problema di sostenibilita’ nel tempo, che anche la generosita’ va amministrata, che delle donazioni una tantum non possono risolvere la situazione, ma una mano e’ una mano, un regalo e’ un regalo, e nessuno se la prende mai con Babbo Natale perche’ si fa vedere solo il 25 dicembre. Che diamine!

Quello che voglio dire e’ che domani pensero’ a come rendere tutto questo sistematico e sostenibile nel tempo, oggi pero’ ho bisogno di una lavatrice, di libri e di un po’ di musica per ballare. Lo so che non li possiamo salvare tutti, che l’Africa e’ il paese del “ce’ sempre chi sta peggio” e che qui chiedere e’ lo sport nazionale, ma adesso ci sono loro e hanno bisogno di noi adesso.

Non siamo la Banca Mondiale, concediamoci il lusso di gesti irresponsabili, freghiamocene di cio’ che e’ sostenibile e pensiamo invece a quello che e’ veramente insostenibile e non deve essere tollerato; invece di dover sempre saperle o capirle le cose accontentiamoci per una volta di sentirle e basta; mettiamo da parte la logica e ripartiamo dalla coscenza, abbandoniamo il buon senso e ricominciamo dalla tenerezza.

Insomma, pecchiamo di buonismo e abbandoniamoci al sentimentalismo piu’ridicolo! E che cavolo! Ma dove sta scritto che dobbiamo fare sempre la cosa giusta? Certo, detto da una non ne imbrocca mezza, mi rendo conto suona un po’ forte, ma pensate se avessi fatto tutte le cose giuste: a quest’ora ero architetto, guadagnavo il quintuplo e magari ero gia’ sposata. Ma-sai-che-palle? E invece vivo come Elisabetta I (altro che quella sgallettata di Maria Antonietta!), il mio ufficio e’ un albero di Jakaranda e sono la depressa cronica piu’ realizzata che conosco!

Seriamente. Io non capisco niente dell’Africa, e’ tutto piu’ complesso, tutto piu’ grande di me, ma se ce’ una cosa che ho imparato di questo posto e’ la sua capacita’ di cambiarti ogni giorno. Un giorno ti senti un eroe, il giorno dopo una nullita’ patetica e inutile. All’inizio e’ difficile da sopportare, ma dopo un po’ impari a non viverla come una sconfitta personale. Quello che piu’ conta pero’ e’ che nessun posto come questo riesce a darti il dono cosi grande di capire quante poche cose ti servono per assomigliare - perdonate la retorica del termine - ad un essere umano decente.

Fategli e fatevi questo regalo, fatelo anche a me. E per me.


Un abbraccio forte
Nikukonda


Heal Project
Acc. No. 4951225
Swift code: BARCZMLX
Bank: Barclays Bank of Zambia
Branch: Longacres Branch

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Amici e colleghi hanno fatto un primo invio “di prova”, per vedere se effettivamente i soldi arrivavano.
Questa è stata la risposta, con una seconda mail:

-----Messaggio originale-----

Da: Delia B***** [mailto:Delia[at]zambart.org.zm]
Inviato: martedì 13 giugno 2006 16.08
A: *****
Cc: Delia****
Oggetto: Bonifici benefici

Cari tutti,

e' con grande piacere che vi comunico che abbiamo sfidato il sistema e abbiamo vinto.
Informo tutti quelli che hanno fatto un versamento tra il 7 e il 12 giugno che i soldi sono arrivati.
Per tutti gli altri continueremo ad andare in banca tutti i giorni, la cosa importante e' che le coordinate sono corrette e che a giudicare dal tabulato, le spese di commissione non superano mai gli 8 dollari.

Particolare un po' strano, per alcuni di voi non si vede l'importo in euro o in dollari, ma soltanto la conversione in Kwacha. E' soltanto per alcuni di voi e presumo sia una questione di banche...NON NE HO IDEA.

Per quelli che vogliono ancora mandare i soldi, vi confermo i dati:

Heal Project (mettere solo questo nel destinatario, non il mio nome)
Acc. No. 4951225
Swift code: BARCZMLX
Bank: Barclays Bank of Zambia
Branch: Longacres Branch

Grazie tantissimo a quelli che hanno gia mandato i soldi, li useremo per comprare da mangiare....sono i primi bambini al mondo che conosco che fanno sogni gastronomici e al top dei loro desideri ce' il pollo con le patate. E il latte con il cioccolato.

Mi sa che questa domenica si mangia pollo con le patate. Tante patate. E fiumi di latte e cioccolato.

In questi giorni ho comprato ai bambini dei quaderni e delle penne, ogni quaderno e' il libro dei desideri e loro devono scrivere quello che sognano, quello che vogliono...la maggior parte ha chiesto di andare a scuola, scarpe, vestiti e libri per leggere e scrivere.

Io continuavo a dirgli di fare sogni in grande, di volere cose veramente importanti e niente...loro ancora scrivevano libri e scarpe.

Sono dunque arrivata alle seguenti conclusioni:
- esistono posti dove i libri sono sogni in grande
- sono piu' intelligenti di me e lo sanno che senza scarpe non si va da nessuna parte

Tolte queste, cose compreremo il frigorifero e la lavatrice e prima ancora sapone e asciugamani....ci penso io a lavarli, tranquilli - Metodo "zia rossana": praticamente li sterilizzo.

Alcuni di loro non possono andare a scuola: alcuni non sono sotto terapia e si ammalerebbero subito, altri hanno altri problemi (orrendi) che non sto a dirvi pero', forse, una volta comprate le cose piu' urgenti, la priorita' sara' trovare il modo di far studiare anche loro. Non per altro, per farli sentire meno soli.

Domenica torno da loro e vi racconto come e' andato il pranzo di Natale e di altri desideri.
E voi che desideri avete? Io di tornare a casa, di stare un po' con voi e di un quarantenne milanese con le patate.

Baci

Delia

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Data la conoscenza diretta - non con Delia, ma con alcuni destinatari della mail - mi sento di dire che non si tratta di una bufala. Noi, dopo il primo invio, proveremo a continuare. A poco a poco, si spera di trovare una forma migliore.

Il numero è qui; il resto, se volete, sta a  voi.
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martedì, 13 giugno 2006
(sul filo dei ricordi, ancora)


Che la vecchiaia incomba, non te ne accorgi mica dai capelli bianchi (i miei, almeno, hanno fatto capolino a 16 anni, e allora non mi sentivo affatto vecchia), ma dalla perdita di pezzi di memoria.

 

Almeno per me, che da buona archivista (ho pure il diploma, che credete… lo farei pure incorniciare, se ricordassi dove sta) tendo a immagazzinare tutto, dai numeri di telefono, alle date di nascita, ai titoli dei film.

 

Eppure…

 

Eppure, se mi ricordo tutte (quelle scritte finora, perlomeno) le cose elencate qui, mi capita sempre più spesso di dimenticare qualcosa.

 

Oggi, per esempio, un uomo mi ha fermato per strada.

Mi sono girata e l’ho visto.

L’ho riconosciuto subito e ci siamo salutati come vecchi amici, anzi colleghi.

Ricordavo benissimo la fronte larga, gli occhiali un po’ demodè e quell’intonazione romanesca che usava democraticamente con tutti, dal commesso al direttore generale.

Ricordavo il posto in cui stava seduto, con le spalle alla porta, e quell’ingombrante “citofono” che portava con sé quando – allora non c’erano i telefonini – doveva comunicare con l’ufficio, mentre si trovava alla borsa di Roma per la chiusura del listino.

Ricordavo tutto alla perfezione – dopotutto, è stato il mio capo per almeno due anni tra il ’92 e il ‘94, ma lo conoscevo da prima – tutto, tranne una cosa.

Il suo nome.

Per almeno un quarto d’ora, condito da rimembranze e aggiornamenti sui vecchi colleghi e le loro attuali destinazioni, un angolino della mia mente era impegnatissimo a gettare all’aria tutti i cassetti dell’archivio, non riuscendo a trovare altro che il cognome del collega col quale ero andata a prendere il caffè.

Nulla. Nada. Buio totale.


La rivelazione mi ha folgorato, come un lampo, mentre aprivo la porta dell’ascensore, tornando in ufficio.

Il disgraziato (il cognome, intendo) aveva in comune, con quello del collega, le prime quattro lettere.

Ho tirato un sospiro di sollievo.


E anche stavolta, sono sopravvissuta al vuoto.
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giovedì, 08 giugno 2006
C’è un filo che saltella tra gli ultimi post di CalMa, di Manginobrioches e altri, che ho letto qua e là, e non è - o forse lo è in parte, chissà – un filo azzurro.

Più un filo rosso, direi.


E’ il filo dei ricordi, che rendono vivi e reali eventi del passato, tanto da poter sentire odori e suoni di allora, oppure da essere evocati al semplice udire una canzone, o dalla scia di un profumo mentre passi per strada.


Ci sono ricordi che non ricordi nemmeno, e credi sia tuo un pensiero o un gesto - che invece hai letto o visto altrove, tempo fa. E non te ne accorgi fino a che non li vedi riflessi nello specchio, o nelle parole altrui.


Ci sono ricordi discreti, che si annidano nel fondo della memoria e ti regalano il sapore agrodolce del deja-vu, che ti blocca per un istante, incerto sul da farsi.


Ci sono ricordi indisponenti, che tenti di seppellire con forza ma tornano a germogliare come gramigna, infestandoti i sogni se non altro.


Ci sono ricordi sfumati, che lasciano appena una traccia delle sensazioni intense già vissute e le rendono tollerabili, come un ritocco che attenua le rughe e cancella i punti neri da una fotografia.


Ci sono invece ricordi taglienti, che ti arrivano all’improvviso come uno schiaffo, o una stretta sul cuore, e neanche il tempo ne smussa la lama.


Ci sono ricordi pazienti, che aspettano di essere portati alla luce come tessere di un puzzle: un gesto, uno sguardo, un’atmosfera che a poco a poco si ricompongono in un unico punto del tempo passato.


Ci sono ricordi invadenti, che scorrono nella mente chiari e netti come le immagine di un film.


Ci sono ricordi preziosi, che spazzoli con cura perché la polvere non ne oscuri lo splendore, e ricordi scadenti, che lasci sfilacciare senza troppi rimorsi.

 Nebbia - immagine da www.cornochiaro.it




E poi…




C’è quel maledetto codice del bancomat, che non ricordi mai.
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scomparto:ammatula, sperciate

lunedì, 05 giugno 2006

E se...

vi chiedevate che fine abbia fatto oggi, vi dirò che ho passato la giornata lavorativa tentando di spiegare a dei tecnici (dislocati tra Italia e Svizzera) che cosa dovevano fare per aiutarmi a risolvere un problema che va avanti, ormai, da tre o quattro settimane.
E questo non tanto perché non sapessero fare il loro lavoro - anche se qualche dubbio in proposito l'avrei, ma da utOnta mi esimo dall'esternarlo - quanto per il fatto che nel mondo di oggi la specializzazione, forse eccessiva, porta a perdere di vista lo sguardo d'insieme. (Per dirne una, ho dovuto spiegare a un tecnico dove trovare gli add-in di excel, o come funzionano i link su word, perché lui conosce - di entrambi i prodotti - solo quello che gli serve per le sue applicazioni specifiche).

Ecco, é come se si fosse persa la curiosità per le cose, e ci si limitasse a imparare solo quello che serve nel giornaliero. Come i tennisti, che sviluppano in modo abnorme il braccio che utilizzano per la racchetta creando, nell'armonia del corpo, una disarmonia. Quindi se qualcosa non funziona, capita di dover fare intervenire tre o quattro persone differenti, perché chi capisce di software non sa niente di rete, e chi è responsabile del database non può verificare i collegamenti.

E nel frattempo, tra un palleggio e l'altro, tu, povero nuotatore, resti immerso in un mare di difficoltà (per non dire altro), cercando di tenerti a galla e utilizzando come salvagente tutti gli espedienti che ti riesce di escogitare, e anche di più. Che magari non dureranno, ma nell'immediato qualche cosa risolvono. L'acqua alla gola consiglia peraltro di non mettersi a urlare, anche se la tentazione sembra quasi irresistibile.

Se invece (come penso) non ve lo chiedevate affatto... meglio per voi.

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scomparto:ammatula, pizzini

giovedì, 01 giugno 2006
A volte parole ed immagini creano strani miscugli, se filtrati dagli stati d’animo. E così accade che una cosa te ne faccia venire in mente un’altra, completamente diversa se non per quel piccolo filo, quel legame che solo tu riesci a vedere, e che ti trascina, quasi.
Fruits de mer - GUYLIANCapita così che, leggendo di chiocciole e di cose che vanno fatte con calma, ti venga in mente – e senza alcun motivo apparente - un altro tipo di “animali”, commestibili e dolci:  i fruits de mer (conchiglie, seashells, come li volete chiamare) della Guylian.
Questi qui, insomma:
 
E poi ti ricordi di parole già scritte, che sono ogni volta uguali eppure diverse; e immagini e gesti tornano a ripetersi in un deja vu.
Apri la scatola e li vedi lì, disposti in ordine come tanti soldatini.
Fai scorrere lentamente il dito, sfiorandoli appena, indecisa, e già ne senti il sapore sulla lingua.
Giù, poi su, poi in basso ancora… eccolo.
E’ lui.
Non è sempre la stessa cosa, a farti decidere: a volte è una conchiglia panciuta, altre è un cono lungo e affusolato, oppure un cavalluccio marino.
Dipende dall'estro del momento.
In tutti, però, è la mescolanza di bianco e nero, le spirali, la morbidezza delle curve perfette ad attirare sguardo e mano.
Lo guardi, lo prendi...
 
Passi la lingua dolcemente sulla superficie, morbida e resistente a un tempo.
Vuoi prolungare l’attesa, perché tutto non accada troppo in fretta,
e allora non affondi i denti,
ma lasci che il calore della tua bocca lo sciolga lentamente,
che palato e lingua si permeino del suo sapore...
dolce e pastoso, unico e irraggiungibile.

Cerchi di non muovere un muscolo,  
di rimanere lì, ferma, perchè il piacere duri più a lungo.
Ma, allo stesso tempo,  sai che non ci riuscirai
perchè ne vuoi ancora... e ancora.

Torni quindi ad assaporare, piano,
lasciando che denti e lingua compiano il loro lavoro, infine.
Sei quasi sorpresa quando finisce...
per un momento avresti sperato che continuasse a lungo,
ma le cose belle  - si sa - hanno breve durata.

Però puoi sempre ricominciare…

(stando attenta alla linea, magari)
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scomparto:neglie, sperciate