Premessa: Se mia nonna fosse qui, credo che scuoterebbe il capo, commentando “Ma comu ti spercia, cu ‘stu cavuru?”, intendendo “Come ti viene in mente di parlare di cose di cui non sai – o perlomeno, non ti ricordi – niente, e per di più in un momento in cui la temperatura consiglierebbe di utilizzare poco o per nulla e le residue funzioni cerebrali?” (Ahi, la sintesi del dialetto!). Ma non c’è, per sfortuna vostra e, soprattutto, mia. E quindi.
In questi giorni non si fa che parlare di Mondiali, di Campionato, di festeggiamenti e di confronti. Con Spagna ’82, ovviamente. Tardelli e Grosso, Pertini e Napolitano, i gesti studiati per le telecamere e le coppe sollevate al cielo.
Nel mio personale calendario il 1982, oltre che per i Mondiali – cui allora assistemmo tutti a casa mia, in formazione scaramanticamente compatta famiglia + amici con posti assegnati fin dalla prima partita – ha concentrato, nel mese di luglio, tre pietre miliari. In ordine cronologico, i miei diciott’anni e la morte di mia nonna, con gli esami di maturità a infilare gugliate tra l’uno e l’altro (prima, durante e dopo).
I pronostici delle materie – allora, per chi se lo ricorda, ne venivano estratte quattro, su due delle quali si sarebbe svolta la prova orale – venivano fatti secondo la legge dell’alternanza. Le materie che erano “uscite” l’anno prima non sarebbero probabilmente state sorteggiate di nuovo. Una lotteria, insomma. Comunque fosse, io avevo scelto fisica e filosofia, con un ambizioso piano di collegamento tra le due. Per la prima volta nella mia vita scolastica, ero pure andata a lezione privata. Con un’insegnante le cui lezioni di fisica erano essenzialmente formate dalla lettura di un capitolo e dalla chiosa “che bella la fisica, ragazzi”, c’era poco da fare, se volevi capirci qualcosa. Per coincidenza (o, come dice il Bardo, per sinergia, posto che le coincidenze non esistono) la consorte del professore di fisica era professoressa di filosofia, nonché figlia di un filosofo. In realtà era lui ad essere il di lei consorte, ma la “strana coppia” meriterebbe un capitolo a sé. Anche perché alla fine, in barba ai pronostici della vigilia, a marzo furono estratte per l’ennesima volta italiano, lingua straniera, storia e geografia astronomica, e io smisi di studiare fisica e filosofia.
Confesserò a questo punto che tutto quanto scritto finora è una patetica scusa per spiegare quanto poco c’entri quello che sto per dire con la fisica e la filosofia (visto che di esse so poco e niente). Il “comu ti spercia” sarebbe stato sufficiente, ma non ho resistito.
Insomma, il fatto è che ieri mi chiedevo, tra me e me, come sarebbe la vita se la fisica fosse applicabile anche ai sentimenti.
Per esempio: “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.
La mia esperienza – e immagino anche nella vostra – è del tutto diversa. Non solo spesso si equivoca il termine “contraria” e la reazione è “opposta” (odio/amore, antipatia/simpatia, attaccamento/repulsione), ma se ti va bene e il “contraria” è appunto “reciproca”, è l’intensità della reazione che ti frega.
Non è mica uguale, no. Anzi. Direi che tende a sovrappesare l’azione in caso di sentimenti negativi e a sottopesarla per i sentimenti positivi. Un’offesa rischia di scatenare una faida generazionale, mentre la passione riceve spesso un’accoglienza freddina.
Certo, esiste sempre la possibilità opposta. Ma mentre nel primo caso ci troviamo più probabilmente davanti un santo, uno stoico o un bramino – che risponde a uno schiaffo porgendo l’altra guancia, o ignorando il dolore – nel caso della passione amorosa divampante si corre il rischio di iniziare da un’affettuosa amicizia e finire invischiati in un’attrazione fatale.
Mica lo so cosa è peggio.
“Una reazione uguale e contraria” sarebbe invece indice di maggiore trasparenza. Io ti do uno schiaffo, tu me lo restituisci e finisce lì. Tanto, si potrebbe continuare fino alle calende greche, la situazione rimarrebbe di parità. Sui baci si può continuare a piacere, ma non ci sarebbero equivoci, o forzature, o desideri non corrisposti.
Per le relazioni interpersonali, e in particolar modo quelle di coppia, si potrebbe poi pensare di applicare l’equazione della diffusione del calore secondo la quale, a grandi linee (i puristi della fisica non me ne vogliano, con l’età la memoria è quella che è), un corpo tende a lungo a conservare il proprio calore per poi perderlo progressivamente.
Una parabola discendente, insomma.
Però prevedibile, e addirittura calcolabile in anticipo, come le opzioni finanziarie, con una scadenza più o meno lontana in base alla temperatura/passione iniziale. Reciproca, ovviamente.
Non sarebbe tutto più facile?
Niente suicidi per abbandono, o delitti passionali. Antipatie o simpatie reciproche e riconosciute, nessun tradimento, reazioni prevedibili e controllate.
Sì, lo so, ho capito.
Una noia mortale.