martedì, 26 settembre 2006

Stavo andandole incontro, eppure non l’avevo riconosciuta.
Non so se fu il passaggio dalla strada assolata alla galleria in penombra a confondermi; forse fu solo che – come ogni volta - il mio sguardo era attratto verso l’alto, dove donne e virtù impreziosivano le pareti.
Con la coda dell’occhio vidi la figura seduta stancamente davanti alla saracinesca chiusa; neanche lei, però, mi fu di preavviso.
Ingannevole persino l’abito della festa di cui si era vestita, quasi a mascherare di allegria la sua autunnale tristezza.
E di certo nulla, in quel giorno, faceva presagire l’autunno imminente: né il cielo, azzurro e solo spruzzato di bianco, né la temperatura o l’abbigliamento dei passanti che, in fuga dal sole della controra, si affrettavano anzi a trovare riparo nell’ombra.
La musica li accoglieva, riempiendo quello spazio – severo e morbido a un tempo  - di un saltellare gioioso.
Seguii il suono, cercandone la fonte.
Un giovane uomo sedeva al centro della galleria suonando la fisarmonica. Davanti a lui, un tamburello rovesciato su una cassetta della frutta, anch’essa di traverso.
Iniziavo a capire; l’uomo me ne diede involontaria conferma, variando il ritmo mentre attaccava il ritornello.
In quell’istante, la voce di Natalie Cole salì dalla memoria a riempire di nostalgia le note – finora allegre - che avevo ancora nelle orecchie.
Fu così che la riconobbi, proprio mentre la lasciavo alle mie spalle.

Non era una tarantella, no, e neanche una canzonetta.
Erano foglie morte, che raccolgono i ricordi e i rimpianti

E annunciavano l’autunno ormai alle porte.


(il luogo, le parole)
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lunedì, 25 settembre 2006

piccole Elfe iniziarono a danzare.

Non ho immagini per voi, ma a me basta chiudere un attimo gli occhi per rivederla, la piccola Elfa ballerina tra le forti braccia del papà, o dormiente e fiduciosa abbandonata sul grembo della mamma.

Parlo ovviamente di Emma, la figlia del Bardo e del Vento Impetuoso (alias mistral63 che - come ella stessa mi ricordava ieri - è rimasta una delle poche, eroiche commentatrici a non aprire un blog). E che non sia una bimba qualunque lo dimostra il suo visetto rapito davanti al Bardo che, con voce di basso, intona "Sixteen tons" (e poteva mai accontentarsi di una "normale" filastrocca?)

Pomeriggio a Viterbo dunque, per un giorno "città a colori" grazie alle ONLUS, che hanno allestito per il quartiere San Pellegrino stand di vario genere, illustrando le loro attività.
Il primo impatto, lasciando l'auto lungo le mura cittadine e avvicinandosi al centro storico, è stato però con una banda preceduta dalle majorettes, in mezzo alle quali sono spuntati i visi familiari di Bardo e Mistral, con Emma protesa verso i musicisti in pausa.
Mentre la banda si metteva in movimento e ci sfilava davanti, ci siamo resi conto dell'estrema democraticità dei criteri di scelta delle majorettes. Ma in fondo, perché usare il plurale? A quanto pare il criterio adottato è uno solo: la buona volontà, con risultati evidenti.
A poche decine di metri - e con un effetto stereo un po' disorientante - una seconda banda, dixie-partenopea, ci ha poi distratti dalle valutazioni estetiche, attirando però nuovamente l'entusiasmo danzerino dell'Elfa. 

Sorvolerò sugli ottimi sbandieratori visti in piazza del Plebiscito, per dare una menzione speciale - un po' fuori dal tema della giornata, un po' no -  ai palloncini (colorati, of certo), delizia per i bimbi e croce per i genitori, costretti alla "caccia al palloncino" dai pianti dei figli col dito proteso verso il palloncino altrui.
Certo la Piccola Elfa in questo non fa eccezione, ma la caccia ha fruttato ben due prede.
Stanca e soddisfatta, quindi, ha reclamato la giusta mercede; mentre mamma-Vento provvedeva, il con-sorte, il Bardo ed io venivamo raggiunti dalla Sorellona Metalla, che ci ha guidato tra le strade e le chiese di San Pellegrino in una piavcevole passeggiata, tra le esaurienti spiegazioni del Bardo sugli esercizi mattutini di Tai-chi, per i quali sta continuando, su richiesta di Ludo, la serie di post che li illustra.

Degna conclusione del pomeriggio - a un orario solitamente impossibile, ma dettato dalla volontà di evitare lunghe attese, come abbiamo scoperto ben presto - una "pizza in due piatti" nella pizzeria "Il Monastero". I due piatti sono assolutamente necessari per la grandezza della pizza, che non lascia spazio a nient'altro, credetemi. Neanche agli ottimi dolci - almeno dall'aspetto, ma il Vento Impetuoso ne garantisce anche la qualità - che occhieggiano dal banco frigo. Sarà per la prossima volta!

Perché una prossima volta, data la piacevolezza di compagnia e luoghi, non potrà che esserci...

 

 

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giovedì, 21 settembre 2006

e neanche la Federal Broadcasting Company - l'ufficio dove Katharine Hepburn lavorava ne "la segretaria quasi privata" (delizioso film del 1957, che vi consiglierei di vedere, se riuscite a trovarlo).

Però la situazione è quasi la stessa: negli ultimi giorni sulla mia scrivania - o meglio, sull'outlook dell'ufficio - sono piovute le richieste più disparate. E se la preferita della Hepburn era il nome delle renne di Babbo Natale (io non lo so, a malapena ho imparato i sette nani), qui si spazia in altri settori.

Due cose: chi si ricordasse di Cinzia Leone e del suo "siamo sull'orlo del baratro", sappia che la pataca di Macao esiste davvero (ma la "pizza di fango" no). La seconda? Ve la dico un'altra volta, ora devo scappare.

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lunedì, 18 settembre 2006
E’ come bere, canta Battisti. Più facile è respirare.
 
Ma Battisti parlava di un amore in due (oppure no?), e qui invece…
 
Dice il “solito” Brezsny, questa settimana:
 
Cancro (21 giugno - 22 luglio)
Noi nati sotto il segno del Cancro spesso siamo patologicamente autosufficienti. Possiamo dispensare amore in abbondanza, ma abbiamo problemi a chiedere e ad accettare l'amore di cui abbiamo bisogno. Tienilo a mente quando mediterai su questo consiglio: è ora che tu cominci ad amare di più e meglio te stesso, che sperimenti nuove strategie per prenderti cura di te, per nutrire la tua creatività e procurarti piacere. Non lasciare però che questo nobile compito ti renda cieco ai doni che gli altri vogliono offrirti.
Mentre finisco di leggerlo, mi arriva la mail di un amico, che si autodefinisce “cancraccio” e si lamenta di essere sempre la spalla disponibile per chi ha bisogno, e quando succede il contrario… deserto.
Lo capisco, eccome. Il fatto è che chiedere appare, a volte, come un segnale di debolezza. O meglio, il discorso è più complicato. Spesso lo stare con le “antenne tese” a cercare di percepire i bisogni degli altri ci fa dimenticare che non tutti hanno la stessa predisposizione. Allo stesso tempo, chiedere significa aprire una fessura nella corazza e rinunciare all’idea di fare tutto da soli (insomma, ammettere che la “santità” non fa per noi).
E la stessa fessura si apre accettando l’amore offerto. A volte, è altrettanto difficile, forse di più. Perché accettarlo significa creare un legame, dipendere da qualcuno, e l’innato pessimismo ci fa pensare che, prima o poi, questa “debolezza” potrebbe farci male.
E’ per questo che spesso, se abbiamo bisogno di aiuto, ci limitiamo a fermarci sul ciglio della strada, aspettando che qualcuno ci veda – e, lo dico da “riccio” – correndo il rischio di essere investiti. Io penso di essere migliorata, in tal senso, ma la strada è ancora lunga; forse sono a metà (e dunque, ancora di più "a rischio investimento").

Tutto questo per dire che Brezny ci conosce bene… cancraccio, anche lui.

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mercoledì, 13 settembre 2006
La prima cosa che vidi di lui fu una sagoma nera che si stagliava sul vano della porta e lo riempiva, impedendoci di vedere all’interno.
Era rimasto sulla soglia ad attenderci, incurante della pioggerellina sottile che il vento, distratto, gli spingeva contro in quella buia sera di novembre.
La seconda fu il suo sorriso quando ci riconobbe, non conoscendoci.
E poi non vidi più niente, nascosta sul suo petto da un abbraccio di benvenuto.
“Eravamo in pensiero per il vostro ritardo, ma ora fate presto, mancavate solo voi”.
Sorrise ancora alle nostre scuse, mentre pioggia e stanchezza ci scivolavano dalle spalle con mantelle e zaini.
Da poco usciti dall’inferno, la piccola sala affollata di persone e zaini, le risate e la tazza di tè bollente che ci venne offerta ci sembrarono il paradiso.
 
Fu una sorpresa vederlo, una mezz’ora più tardi, spezzare il pane in mezzo a noi,  sentire la sua voce possente parlare di altri viaggi e sandali scossi sulle pietre. La stessa voce che, l’indomani mattina, ci svegliò con il canto del gallo.
 
E poi furono i suoi passi ad accompagnarci all’inizio delle gallerie della vecchia circumetnea, un tratto di ferrovia ormai dismesso, dove le traversine mezze marcite erano gli unici isolotti in un fiume di fango e lo sciacquio dei passi colonna sonora dei tratti bui e solitari.
 
Ancora lui ci accolse al nostro arrivo nel nuovo paesino, ascoltò i nostri dubbi e lenì le nostre paure,  aprendoci le porte della sua chiesa e del suo cuore.
Porte che, malgrado gli sforzi di tempo e distanza, non si sono mai chiuse. 
Orazio – Padre Orazio, dovrei dire – è nella mia vita da quasi ventiquattro anni, ormai, e la sua voce di basso ne ha scandito, a centinaia di chilometri o pochi metri di distanza, i momenti più importanti. E non conta il fatto che possiamo non sentirci per anni: bastano pochi minuti per riannodare i fili, o sciogliere i nodi più intricati in un solo gesto e poche parole.
 
Potrei parlare di strappi ricuciti,
 
mi trasferii a Roma per lavoro e non pensai ad avvisarlo se non quando, quasi un anno dopo, mi decisi a scrivergli una lettera di scuse che non ebbe mai risposta; ma fu necessario il trasloco - di ritorno a Palermo, ben sette anni dopo la mia partenza – per trovare la lettera imbustata, spinta in un angolo del comò dalla fretta incurante di ladri di passaggio. Bastò spedirla davvero, quella lettera, per cancellare anni di silenzio (solo miei, di fatto).
 
di ricami preziosi,
 
la voce profonda di Orazio che mi rimprovera di presunzione, cancellando i miei dubbi sull’amore per un uomo separato con l’invito ad abbandonarmi al volere di Dio. “Se fa parte del Suo disegno su di te, lo saprai solo con il tempo, perché tutti gli ostacoli cadranno, e il cuore avrà pace”
 
di parole tessute e legami rinsaldati, in questi anni: la sua polo fucsia al mio matrimonio (il disegno ha condotto fin lì), le foto che ha scattato allora e che sono le mie preferite, le sue rare visite, qui a Roma dove sono tornata con mio marito.
 
Potrei dire come il grande orso, con gli anni, è diventato sempre più grigio, come la fatica di reggere due (a volte tre) parrocchie ha minato il fisico possente, come l’udito l’ha abbandonato e la vista si è fatta più corta, con l’età.
 
Ma penso a quello che mi ha detto solo pochi giorni fa, chiamandomi per augurare “buon compleanno” al mio matrimonio: “Cerco di accogliere chi mi si presenta come farei con Lui, e tutto ciò che mi accade come un Suo regalo; così lo accetto con un sorriso”.
E quando gli ho risposto che non è facile, specialmente sul lavoro, mi ha invitato ad essere come il mare: “Calmo in profondità, tempestoso in superficie”, a non lasciare che difficoltà e insoddisfazioni colpiscano nel profondo. Una bella sfida per me, che sono l’esatto opposto. E lui lo sa.
 
Gli ho chiesto come fa, a toccare le corde giuste ogni volta, come il rabdomante che sente l’acqua; dove fosse nascosto il suo segreto.
 
Non mi ha risposto, ma in fondo lo conosco, il suo segreto: è l’accoglienza.
 
Non cerca ricchezze, non vuole niente per sé. Mi ha detto che, quando sarà, non troveremo niente. Niente di scritto, tutto nel cuore. “Neanche le tue poesie?” gli ho chiesto. “Sono due o tre, non vale la pena conservarle”.
 
Le foto, forse. Immagini di vita quotidiana, attimi intensi fermati sulla pellicola con attenzione ed amore.
 
E la traccia che lascia, profonda, nel cuore di chi - come me - ha la fortuna di averlo incontrato e, ne sono sicura, di chi lo incontrerà.
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lunedì, 11 settembre 2006
No, non è una smoccolata  (lo scrivevo anche nei commenti del post di Isadora,, dove un mesetto fa ho trovato il test), è solo uno dei personaggi famosi che, secondo typelogic, avrebbero il mio stesso profilo Bloginality, e cioè: INFP
Ci ha preso? Non lo so; come tutti i test, secondo me ci ha preso in parte, è difficile "incasellare" le persone.
Comunque, da INFP sarei in buona compagnia: Omero, Virgilio, Shakespeare… ah, e pure James Taylor, decidessi mai di scrivere canzoni. Anche Calvin, però.
 
Mi è tornato in mente qualche giorno fa, quando nei commenti di un post (Blogday after) la sorellona mi “accusava” di essere “seria e sensata”.

Ebbene, malgrado io pensi di non essere solo questo, non posso che dire “mi hanno disegnata così”!

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mercoledì, 06 settembre 2006
(pensieri “seduti” sul sellino posteriore di una moto)
 
Dicono che “zavorra” (o, in alternativa, “zaino”) sia l’espressione usata dai motociclisti per indicare il passeggero di una moto. Molto spesso questo coincide con la gentile (?) compagna dello stesso, che ritengo non sia esattamente entusiasta del termine. Io, almeno, non lo sono particolarmente… ma in mancanza di meglio, per ora me lo tengo..
 
 
La posizione. Al contrario di quanto il termine potrebbe far pensare – e con le dovute eccezioni (pensate ad esempio alle ragazze legate ai conducenti, nella gara di “Tre metri sopra il cielo”) – la zavorra dovrebbe pesare il meno possibile sull’assetto della moto. Se fosse possibile chiuderla nel taschino per poi tirarla fuori all’arrivo, credo che buona parte dei motociclisti sarebbe più contenta, anche se non lo dice. Sbracciarsi a destra e a sinistra indicando con il dito eventuali particolari – a meno che non si tratti di un masso che sta per cadere e travolgere la moto – non è  molto gradito per almeno due motivi. Il primo è che lo spostamento del baricentro della moto crea uno scompenso nel motociclista; il secondo – e più importante – è che lo distrae dalla trance in cui cade a causa del rombo (pardon, il sound) della moto e dei movimenti ritmici (cambio, acceleratore, frizione, freno) connessi alla guida. Perciò, una “brava” zavorra finisce col rimanere a lungo ferma in una posizione molto vicina a quella di un nuotatore in attesa dello sparo iniziale: tronco proteso in avanti, gambe piegate e braccia tese all’indietro. L’unica differenza, in pratica, è il sellino su cui si sta seduti; comodo, direte voi. Provate però a mantenere la posizione per più di un’ora di seguito e mi direte.
Il motivo di tronco proteso e gambe piegate è di facile intuizione; le braccia all’indietro servono ad aggrapparsi al maniglione, solitamente posto sul retro del sellino (solo le più fortunate ne hanno due laterali).
Perché? Mica per paura di cadere dalla moto, no… è solo per evitare che, in caso di brusche frenate o di discese ripide, il “vostro” motociclista abbia la tentazione di chiamarvi, anziché “zavorra” …  “schiacciapalle”.
 
Lui e lei. Lui, evidentemente, è il motociclista. Lei, invece, è… la moto. Se il biker è donna, non vi illudiate che voi, povera zavorra mascolina, andiate al primo posto; sarete irrimediabilmente l’altro/a. Non è il caso di fare i gelosi,  probabilmente - a ruoli scambiati - anche voi fareste lo stesso; meglio fare buon viso a cattivo gioco, ne guadagneranno l’espressione e il fegato.
Magari, in qualità di possessore di uno scooter, vi sembrerà di potere comprendere il tipo di relazione, ma non è così. Ve lo dico con cognizione di causa (un “due ruote” ce l’ho anch’io, ma non è la stessa cosa).
Uno scooter è come un amico non troppo intelligente. Utile e servizievole, senza dubbio;  ma in fondo si sa che non gli si può chiedere che di fare le due/tre cose di cui è capace (accelerare, decelerare e frenare). In compenso è tollerante, e perdona le piccole disattenzioni e gli errori con una fedeltà e docilità quasi canine. Lo scooter, poi, è più che altro un animale da città, che compensa con maneggevolezza e facilità di guida una mancanza di fantasia.
La moto, no.
La moto obbedisce finché vi è costretta dalla meccanica, ma è ben attenta ad approfittare degli errori del biker: un’accelerazione eccessiva, una sfollata, una grattata nel cambio possono avere esiti spiacevoli, se non recuperati in fretta; disattenzioni ed errori si pagano, talvolta, fin troppo cari. Come un grande felino, la moto soffre negli spazi angusti e nel traffico di città, ma ritrova il suo passo veloce e armonioso appena ne ha la possibilità, lanciando ruggiti di piacere.
 
Relazioni pericolose. Se la zavorra, come appena detto, è relegata al ruolo dell’altra, non per questo la relazione con il biker conta di meno. Almeno finché si divide lo stesso sellino, questa deve anzi essere improntata a una assoluta e reciproca fiducia: in caso contrario, i guai stanno dietro la… ruota. Se reagite a una improvvisa accelerazione ficcando le unghie sui fianchi del biker, le conseguenze possibili sono: a) la moto, dopo un leggero sbandamento, rallenta fino a fermarsi, e venite gentilmente invitate a scendere per non salire più; b) la moto rallenta, e il biker reprime l’istinto di accelerare di nuovo (ma questo, solo nel caso vi ami alla follia); c) il biker indossa un giubbetto con le protezioni, non si accorge di nulla, ma voi vi spezzate le unghie. Ma se avete paura della velocità – e non vi fidate della capacità del biker di padroneggiarla - forse sarebbe meglio non salirci nemmeno, sulla moto: un movimento inconsulto in certi momenti può fare sbilanciare, e le conseguenze non sono certo piacevoli. Stessa cosa sulle curve: o vi fidate, e assecondate il movimento di moto e motociclista quando piegano, o sbilanciate la moto. Insomma, due corpi e una sola direzione sarebbe meglio.
I problemi sorgono quando la zavorra  è anche navigatore: quando la velocità consiglia di allineare la testa (e il casco) a quello di chi vi sta davanti, la visuale risulta abbastanza limitata, ma imparerete a memoria il numero di serie del suo casco. Come si può immaginare, si corre il rischio di non riuscire a leggere in tempo qualche cartello stradale, ai bivi. Prendetela però con allegria… qualche inversione di marcia non ha mai fatto male a nessuno, mentre discutere sulle reciproche sviste non giova certo all’umore.
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venerdì, 01 settembre 2006
Sì, lo so, il BlogDay era ieri (su ineditablog potete leggere anche le motivazioni sulla scelta del 3108 come data), ma non sapevo bene come fare a ridurre a 5 la lista delle segnalazioni. Insomma, ci ho messo un po’ a decidere quale criterio seguire – e se seguirne uno, poi.
 
I 5 blog che leggo di più? I link sono sparsi qua e là per il blog, (i soliti, insomma), e non è il caso di ripeterli qui.
 
I 5 blog più “amici”? Sono più di 5 (anche escludendo i 5 di prima). E gli altri? No, su questa base non potrei scegliere.
 
5 x 5, cioè Cinque Blog per Cinque temi, magari sullo stile delle aggregazioni del Granieri: Politica, Cultura, Tecnologie, Lifestyle (e manca il quinto, anche se poi non capisco perché “cronaca e società” finiscono in “Cultura” e “Racconti” in “Lifestyle”, ma questa è un’altra storia)?
 
No, lasciamo stare… e infatti ho lasciato perdere.
 
Poi stamattina arriva la Sorellona ad annunciarmi che sono stata nominata perché, a mia volta, indichi dei “superblogger” dando motivazioni “serie e sensate”.
Beh, se sono “superblogger” non hanno bisogno della mia segnalazione (è un dato di fatto, no?), però l’invito mi porta, in un modo nell’altro, a rompere gli indugi.
Tralasciando quindi i “soliti” (per i motivi di cui sopra), ecco i blog di 5 bloggheresse* (sì, sono tutte donne, per le quali provo stima e amicizia) indicati in ordine strettamente alfabetico.
 
… a casa di Isa 
io e Isadora a volte (spesso?) la pensiamo allo stesso modo, ma lei ha molta più grinta di me; forse anche più capelli, ma di questo non sono certa. Isa mette passione nelle cose che fa e di cui scrive, che si tratti della mousse di mortadella o delle Pillole di Germania, di macchine fotografiche o… (ho il sospetto che di qualsiasi argomento si possa parlare, Isa se non sa, impara; purché la interessi, però. A volte si lascia trascinare dalla foga, ma è capace di accorgersene e di ammetterlo, per fortuna)
 
[Buba] una foto al giorno 
il fotoblog di Georgia è una finestra su… tante cose, e basta un click per aver qualcosa su cui meditare a lungo; splendida per le immagini e per l’accostamento con le parole. Brava, brava, brava
 
Mariemarion – una donna per amico
Bea ha la passione di vivere, la brama di conoscere e l’umiltà di sperimentare; i suoi lunghi monologhi (solo da poco il blog è aperto ai commenti) sono il frutto di lunghe riflessioni – infatti spesso si completano in più fasi - e sempre di un pensiero indipendente e schietto. I personaggi che animano i suoi commenti (il teatrino di Bea, li ha definiti), anche in giro per gli altri blog, sono le mille sfaccettature di una rara umanità.
 
MDD – Marinella da Dublino
Per dirla con parole sue, è un “asimmetrico resoconto della realtà vista con gli occhi neri in un paese dagli occhi chiari”. Con parole mie, sono tracce di vita e di amore per una terra – l’Irlanda – che amo da lontano e che spero di vedere, un giorno. Ma non solo. Marinella riesce a cogliere, secondo me, l’anima delle cose e delle persone, e a trasmetterla con semplicità ma in modo efficace. Poi, giudicate voi stessi.
 
VitaStordita
Vì (ehvvivi è il suo nick, Viviana il suo nome), sottotitola così il suo blog: “Essere single è una vocazione. Essere single di ritorno (causa vedovanza, causa separazione, causa divorzio) è una botta di fortuna. A volte anche uno stress.” E’ un biglietto da visita, ma è anche riduttivo, perché Vì non è solo una “single di ritorno”. Vive la sua vita con ironia e intelligenza, superando depressione e difficoltà che a volte la portano a chiudersi in se stessa. E’ innamorata, e ogni tanto cede alla tenerezza, ma subito riprende il tono graffiante che la caratterizza. E’ colta, romantica, appassionata di musica e cinema, cuoca se le va, gattara sempre. E’ onesta, rigorosa, leale, diretta, affascinante, divertente … e molto altro ancora. E’ una Donna, insomma. Ma soprattutto, è Stordita. 
 
Che dici, Sorellona, sono abbastanza “serie e sensate” come motivazioni?
Mi permetto solo una deroga: non continuo la catena. Oltretutto, siccome io leggo loro ma non è detto che loro leggano me, non vorrei fosse considerato un “invito alla lettura”, ecco (è permesso?) Ah, e visto che il post non è di ieri, non so se è valido il tag di technorati. Boh, io magari lo metto, non si sa mai.
 
* copyright Flounder (credo)
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