lunedì, 30 ottobre 2006
Ieri mi è capitato di assistere a un matrimonio celebrato con il “nuovo sì”.
Nuovo si fa per dire, ormai sono due anni che la formula del matrimonio è cambiata, ma ieri, non so perché, mi ci sono soffermata di nuovo.
Nell'ascoltarla, mi venivano in mente tante cose, e sono andata a ripescare quello che a suo tempo scrissi sul Thera e che si è perso con gli archivi di quasi due anni (un bene o un male? Per me un peccato comunque, specialmente per gli scritti non miei). Le mie parole, oggi, sarebbero identiche; quindi, eccole.
 
------------------------------------------------------------------------------------------------ 
Nella promessa matrimoniale io prendo te... è stato sostituito da io accolgo te... per evidenziare, secondo la CEI, la dimensione del dono.
Beh, magari c'è chi l'ha ignorato, questo cambiamento; poi c'è chi dirà che è inutile, altri che è addirittura dannoso.
Io personalmente lo vedo bene (accolgo te per me significa ti faccio entrare in un luogo che era solo mio, nella mia vita, nel mio cuore, nella mia anima... ti rendo parte di me e mi consegno a te, aprendomi a te, donandomi a te) ma non è di questo che volevo parlare.
Il fatto è che da quando ho letto questa notizia mi frulla in mente la parola accoglienza.
Sarà che negli ultimi tempi è una parola che ricorre spesso, nella mia vita...
Ma che cosa vorrà dire, sul serio, accoglienza?

Uno sguardo al vocabolario:
 
accoglienza ac|co|glièn|za s.f.
l’accogliere; il modo in cui si accoglie: un’a. buona, calorosa, cordiale, cattiva, fredda; fare buona, cattiva a.

(e vediamo accogliere, allora)
 
accogliere ac|cò|glie|re v.tr. (io accòlgo)
1a ospitare: ci ha accolti in casa sua | di qcs., contenere, accogliere: l’albergo accoglie numerosi pensionanti, la sala accoglie mille persone
1b ricevere all’arrivo qcn. o qcs.: a. un amico; a. una notizia, apprenderla; spec. seguito da un avv. di modo: a. a braccia aperte, a. freddamente una notizia | ammettere, includere: a. nel proprio gruppo
2 accettare, approvare: a. una proposta, una richiesta, una preghiera
3 capire, intendere: per quanto ho da lor detti accolto, | m’han promessa e venduta a un mercadante (Ariosto)
4 ammainare: a. le vele

... non chiarisce le cose.
Non del tutto, almeno. Cerco di spiegarlo a modo mio.
L'accoglienza (per me) è un valore spesso banalizzato, se non dimenticato, ma che entra (o dovrebbe entrare) in tutti i rapporti interpersonali, persino in quelli lavorativi.
In ognuno di essi, ovviamente, assumerà forme diverse, ma una volta entrata nella nostra vita non potrà se non permearne ogni aspetto.
Nei rapporti lavorativi sarà un abbandono della gelosia professionale e la riscoperta del trapasso di nozioni - termine ormai obsoleto, credo - in un mondo in cui ormai si è diffuso il detto per cui la conoscenza è potere e non deve essere condivisa.
Nei rapporti familiari sarà mettere il nuovo arrivo (un bambino, ma anche un adulto in una famiglia acquisita) a proprio agio, renderlo consapevole di essere parte di qualcosa cui ha pieno diritto - il calore familiare - ma del quale ha anche una responsabilità (questo, ma è ovvio, diventerà consapevolezza in modo graduale con l'età, ma anche i bambini sanno essere responsabili, se coinvolti).
Nell'amore sarà condivisione, perchè accogliere, se è accettare l'amore dell'altro e farlo proprio è anche consentire all'altro di accedere ad alcuni luoghi remoti del proprio cuore e della propria anima.
E' fidarsi a tal punto da consegnarsi all'altro, non solo nella facciata che riserviamo al mondo esterno, ma nei propri difetti e debolezze, senza per questo dimenticare che l'altro ha una propria sensibilità e dei propri spazi che vanno rispettati.
Nell'amicizia l'accoglienza non è forse l'ingrediente principale, ma dà un sapore importante al rapporto.
L'amicizia è poi una forma d'amore, forse meno "egoistica" (uso il termine tra virgolette, perchè l'Amore, quello con la A maiuscola, rifugge dall'egoismo), certamente meno esclusiva. Davanti all'amico tolgo la maschera che uso per il mondo, gli lascio vedere il mio vero io ed accolgo in me, come in uno scrigno, i segreti che egli mi confida.
Ma il vero senso dell'accoglienza, secondo me, è il rispetto della diversità.
Che è poi tra le cose più difficili.
Io ti vedo per quello che sei, non come vorrei che tu fossi.
So che sei diverso da me eppure accetto questa tua diversità (la accolgo) e ne faccio un punto di forza della nostra amicizia.
Perchè se tu sei forte dove io sono debole - e viceversa - potremo sostenerci nelle difficoltà.
Sarà più difficile cadere, perchè non zoppicheremo mai dallo stesso lato.
L'accoglienza è quindi creare un gioiello risplendente dove altri vedono un buio che fa paura: la diversità.
Perchè l'accetta, la capisce, la ospita senza tentare di cambiarla.
Difficile da dire, in un mondo in cui l'omologazione (del pensiero, della parola, del modo di vestire e di comportarsi) è dominante.
In un mondo in cui se non sei firmato (e uniformato) non sei nulla.
Ma forse, proprio per questo, è una delle cose che vale la pena di riscoprire.
----------------------------------------
riposto da riccionascosto alle 15:42 | post & commenti | commenti (8) (popup)
scomparto:neglie, sperciate

venerdì, 27 ottobre 2006

"E cchi c'aiu, u saccu cu i pupi?"

La domanda inarca un po' il sopracciglio, scrutando i presenti per vedere se l'ilarità generale è rivolta a lei, poi si guarda addosso, ispezionando l'abbigliamento in cerca di imperfezioni o indagando sulla presenza di altre fonti di ridicolo. Poi si calma.

Eppure, di "sacco coi pupi" mi dovrei caricare, questa settimana. Secondo Brezsny, infatti, la mia missione di cancerina dovrebbe essere  

Cancro (21 giugno - 22 luglio)

Nel dicembre del 1984 il comico T.R. Benker raccontò barzellette per 48 ore consecutive in un ristorante di Mount Prospect, nell'Illinois. L'anno scorso, lo stravagante etiope Belachew Girma ha riso per 100 minuti consecutivi in un locale di Monaco. Prendi a modello questi due maestri della risata, Cancerino. Cerca di stimolare violenti attacchi di sfrenata allegria e potenti dosi di sacra ilarità, in te stesso e negli altri. Consigli per Halloween: potresti impersonare un buffone di corte che dispensa complimenti a piene mani, un allegro furfante con ali d'angelo e aureola, Babbo Natale con un sacco pieno di scherzi.

Ora però avrei qualche problema.

Prendi il buffone di corte: no, che avete capito, non è il buffone il problema, casomai la calzamaglia. Infatti mi mancano i fondi da destinare, come Demi Moore (fidatevi, da qualche parte l'ho letto), a farmi rifare le ginocchia. Passo

Le ali d'angelo e l'aureola le rimedio, è il "furfante" che è poco credibile. Passo

Cosa resta? Babbo Natale...  (passo anche stavolta)

Sapete che vi dico? Pancia per pancia, preferisco la zucca; magari faccio il conto arancio e rimedio pure qualcosina.

(per la sfrenata allegria, mi sto procurando le piume d'oca: oh, io vi ho avvisato)  

riposto da riccionascosto alle 12:37 | post & commenti | commenti (6) (popup)
scomparto:ammatula

lunedì, 23 ottobre 2006
Allungò la mano per interrompere il suono della sveglia, poi le girò le spalle e si riavvolse nel calore del letto.
Perché alzarsi, si chiese, che senso poteva avere una nuova giornata che non avrebbe fatto altro che indurla a far di tutto senza ottenere alcun riconoscimento, mentre invece poteva restare lì, a letto, dedicandosi solo a se stessa, o anche a niente, se solo avesse voluto. Peccato che sia peccato, chiuse mentalmente la frase e, operosamente, si alzò.
L’ora successiva fu di fremente attività: il cane da portar fuori per i bisogni, la ginnastica per tenersi in forma, i bambini da far sbrigare per la scuola, la lavatrice da avviare prima di uscire così da avere i panni pronti da stendere al suo ritorno. Poi, finalmente, chiuse la porta alle sue spalle e si avviò verso il garage.
Spinse i bambini in auto, incurante delle loro proteste, che zittì con urlo da bianconiglio prima di sbattere lo sportello e accelerare lungo la rampa.
Il traffico della mattina non faceva che aumentare la fretta, le frenate e le partenze diventavano sempre più scattose mentre i bimbi riflettevano il suo nervosismo bisticciando per i giochi. Frenò di botto: uno scooter le stava tagliando la strada, superandola da destra. Il motorino oscillò per un attimo, il ragazzino la guardò di traverso e ripartì  sgommando.
Dannati motorini, pensò, prima o poi qualcuno finirà male, e allora sì che avrebbero imparato, e lei sarebbe stata contenta, qualche volta aveva la tentazione di metterne uno sotto, peccato che…
Sia peccato, concluse un’altra volta, e flemmaticamente, si fermò davanti alla scuola.
Fece scendere i figli dall’auto, li baciò e li vide caracollare verso il portone, poi il suo sguardo fu distratto da una vecchia giacca di tweed. La conosceva, chi la portava in giro era il padre di una delle amichette di sua figlia, un architetto piuttosto noto in città.
Il portone della scuola stava per chiudersi, ma lei non si decideva a risalire sull’auto. Finalmente l’uomo si volse e le sorrise, riconoscendola. Ricambiò il sorriso meccanicamente; stava cercando di capire quante ore di palestra ci volevano, per delle spalle così, e allo stesso tempo passava al vaglio il suo abbigliamento, chiedendosi se c’era qualcosa fuori posto. Senza volerlo si lisciò la gonna e tentò di riavviarsi i capelli, mentre lui la raggiungeva per un saluto. Riconobbe il modo in cui lui la guardava anche se non lo vedeva da tanto, tanto tempo negli occhi di suo marito. Anche il tocco leggero sul braccio le sembrò stranamente familiare e nuovo, chissà come sarebbe stato senza gli strati di stoffa a fare da filtro, se i brividi sarebbero stati gli stessi, il tocco caldo, sì e poi cosa sarebbe successo, sapeva già quello che si diceva in giro di quell’uomo appena divorziato che usava la scuola come terreno di caccia, non voleva mica che anche il suo nome finisse insieme a quello delle altre e intanto fra tanti pensieri le giunse la voce di lui e l’invito per un caffè.
Caffè?, ripetè, certo,  le rispose dentro una vocina, nero come…
Peccato che sia peccato, canticchiò tra sé e sé, e arrossendo pudicamente, rifiutò.
Quando arrivò in ufficio, non c’era ancora nessuno. Si sedette alla scrivania e iniziò a lavorare. Lo fece con determinata lentezza, non si pensasse che era lì per strafare. Che poi, se avesse terminato prima, magari le toccava fare anche il lavoro degli altri, e non era pagata abbastanza per questo.
Bussarono alla porta, era la ragazzina nuova, quella in prova, così desiderosa di imparare per fare bella figura e magari restare ancora un poco. Le chiese spiegazioni, ma lei si finse più indaffarata di quanto in realtà fosse, dopotutto lei aveva imparato tutto da sola, che si arrangiasse anche questa qui, che diamine, non vedeva quanto aveva da fare, lei? E come faceva a mantenere il controllo del lavoro se… peccato è peccato, si strinse nelle spalle, ma dividendo il lavoro avrebbe avuto più tempo libero, e generosamente, iniziò a spiegare.
E venne l’ora di pranzo, giù al bar con le colleghe, prendi questo che è buono, e il bancone pieno di paste condite, secondi allettanti, torte salate e timballi fumanti, avrebbe preso di tutto, pensava mentre attendeva il suo turno, ma poi che senso avevano il dietologo e la palestra se, la domanda le rimase a metà mentre guardava il barista con l’occhio interrogativo, peccato sia peccato anche questo, riprese, e frugalmente si limitò all’insalata.
Ancora quattro ore, lunghissime, prima di uscire; facevano i turni, lei e suo marito, per andare a prendere i figli a scuola e portarli in palestra, o in piscina, o al doposcuola, che nonni cui affidarli non ce n’era. La sua collega, invece, si era appena fidanzata, era giovane dopotutto, e l’ascoltava parlare al telefono col fidanzato o con le amiche, a organizzare serate o week-end in montagna, mentre lei non ricordava neanche come fosse riuscire a pensare a un momento per sé senza incastrarlo nelle mille esigenze della sua famiglia. Potere fare il cambio, non ci avrebbe pensato un attimo, anche se forse, peccato anche questo, alla fine meglio così che sola, e con compiacimento si rasserenò.  
La fine arriva per tutto, e anche per quella giornata di lavoro, non l’avrebbe detto quella mattina alzandosi, quando tutto le sembrava difficile e pesante, ma in fondo era andata, e allora cos’era quella strana inquietudine che non la lasciava da tutto il giorno, qualsiasi cosa facesse, peccato che sia peccato, ma in fondo lei quel peccato non…
Lo schianto interruppe il filo dei suoi pensieri, mentre osservava una scarpa volare verso il  marciapiede di fronte. Che strano, pensò oziosamente, sembra proprio la mia, e improvvisamente il dolore si fece strada e lo fece anche lei, ricadendo sul selciato.
Aveva attraversato senza guardare, e una macchina l’aveva travolta.
Lo vide con chiarezza, per un istante, il volto dell’uomo alla guida ancora stupito, scendeva dall’auto e le si inginocchiava accanto, chiamava aiuto e lei voleva dire che non si era fatta niente, che andava tutto bene, voleva dirlo ma non poteva, che non era vero, forse non lo sarebbe stato più.
Poi fu tutto confuso, i passanti e i vigili e l’ambulanza, e i colleghi col cellulare ad avvisare il marito, e lei distesa sul lettino a pensare in fondo alla fine io, peccato non abbia mai peccato…
E, superbamente, spirò.   
 
 
Si parla di peccati, in giro per blog, ne tessono lei  e lui, e poi ancora lui  e lei  e anche lui, ma non solo  (mo’ gli altri link ve li cercate da soli; che devo fare, tutto io? Anzi, andateli a cercare davvero, che vale la pena; lì si tesse, qui si lavora solo di rammendo)
 
* il titolo è quello del noto duetto tra Clementina e Silvestro in  "Aggiungi un posto a tavola"
riposto da riccionascosto alle 14:39 | post & commenti | commenti (16) (popup)
scomparto:cunti

lunedì, 16 ottobre 2006
Bah
Bah, disse lei, in questa storia non mi sembra ci sia granché da prendere.
 
Beh, rispose lui avvicinandosi, non è detto. Per esempio ci sono i primi momenti, quando i due si girano intorno con circospezione, senza volere scoprire del tutto le proprie intenzioni ma rivelandosi l’un l’altro particolari senza apparente importanza. Poi gli incontri appassionati, quando qualsiasi ritardo sembrava insopportabile e l’occhio correva continuamente all’orologio fino a che non appariva, finalmente, la persona amata. E allora il tempo sembrava volare e al tempo stesso fermarsi, rimaneva sospeso in un attimo perfetto. Oppure i primi litigi, quando era l’insicurezza a parlare e sorrisi e baci a suggellare la pace fatta. O ancora…
 
Bih, che esagerazione, lo interruppe lei, bastava una cosa sola. Però sorrideva.
 
Boh, riprese lui guardandola di sottecchi, voi donne, chi vi capisce è bravo... Si fermò nel mezzo della frase, stupito nel vedere le spalle di lei scosse da un singulto. Per un momento le volse la schiena: un momento solo, per non lasciarle vedere il suo volto.
 
Buh! Gridò, girandosi di scatto e mostrando un’espressione corrucciata. Poi rise alla sua faccia stravolta e l’abbracciò: Passato il singhiozzo, amore?
riposto da riccionascosto alle 10:47 | post & commenti | commenti (9) (popup)
scomparto:cunti, sperciate

giovedì, 12 ottobre 2006
La domanda, fatta con tono svagato, suscitava nei commensali – specialmente se di sesso femminile – un’attività frenetica.
Oggetto di una vera e propria caccia al tesoro era una piccola saliera a forma d’anatra (un germano, per l’esattezza, dalla testa verde e una piccola striscia nera a limitare il collo sollevato), sfuggita all’attenzione di chi, quel giorno, aveva l’incarico di apparecchiare la tavola.
 
Era fatto così, Stefano.
Non faceva mai un rimprovero diretto, ma guidava per indizi il suo interlocutore, facendo sì che dipanasse da solo il gomitolo dei suoi discorsi.
L’unica eccezione era forse rappresentata dai vogatori del suo equipaggio: un’esitazione nel decifrare un comando poteva spezzare il ritmo di vogata.
E questo, in una gara, sarebbe stato un duro prezzo da pagare.
 
Chissà cosa aveva detto, Stefano, quando erano venuti a prenderlo e portarlo in prigione perché – socialista e sindacalista – si era rifiutato di sottoscrivere la tessera del Partito.
E chissà quali pensieri lo avevano indotto, in prigione, a chinare la testa dopo due settimane.
Forse – anzi, di sicuro – il pensiero di chi, a casa, aveva bisogno di lui e del suo lavoro, aveva fatto oscillare il piatto della bilancia.
Perché di bocche da sfamare, a casa, ce ne erano tante. La moglie, cinque figli piccoli. E poi la sorella signorina, i suoceri…
Tutto sulle sue spalle.
Erano spalle forti, abituate al duro lavoro, lì nel porto a scaricare merci.
Dovevano esserlo, perché anche le altre due sorelle, rimaste presto vedove, guardavano un poco a lui come capofamiglia, anche se tutte contribuivano al bilancio familiare con il loro lavoro di ricamatrici.
 
Unico maschio, il più piccolo, Stefano aveva dovuto ben presto lasciare la scuola: la quarta elementare, ci teneva a ricordare.
Questo però non gli aveva impedito di continuare, come poteva, a nutrire la mente. Era un vorace lettore, sia dei giornali, sia di quei libri, in edizione economica con la copertina verde mela, che conservava in una piccola libreria del salotto, quasi sempre chiuso per essere tenuto in ordine.
I libri no, non erano chiusi.
Lo rivelava lo stato delle copertine, sciupate non per incuranza ma per usura.
 
Anche quando la vista iniziava ad abbandonarlo, non si rassegnò: aveva sempre con sé una lente di ingrandimento,che gli rendesse il compito più facile mentre seguiva con fatica i piccoli caratteri stampati.
Poi, sorridendo, chiudeva il giornale e prendeva il mazzo di carte siciliane, per giocare con noi nipoti.
Ed erano interminabili partite di scopone o cinquecento, che ci insegnavano, giocando, la pazienza dell’attesa e l’astuzia dello stratega: tenere a mente gli scarti serviva poi a prevedere le mosse dell’avversario, ormai quasi scoperte alla fine del gioco. Si divertiva poi alle nostre facce stupite quando, prima dell’ultimo scarto, ci chiamava – senza averla vista – la carta custodita ancora tra le mani.
 
Giocava spesso, Stefano.
Giocava con la sua sordità, a volte simulata quando dall’altra stanza la sorella signorina lo cercava per qualche incombenza, e una strizzata d’occhio tradiva la sua finta indifferenza.
Giocava con le parole, quando contestava al pescivendolo la freschezza del pesce o si animava in una discussione con gli amici, ponendo come scudo la sua quarta elementare, dietro cui spesso si nascondeva prima della schiacciata finale.
  
Giocò a lungo, intrattenendo i parenti in un lungo discorso per il suo novantesimo compleanno. Poi, quando la sorella signorina morì, mettendo fine a quarant’anni di sofferenze, seppellì con lei anche la voglia di giocare.
 
Fu come se, all’improvviso, avesse rinunciato ad andare avanti, e si fosse seppellito nel passato o nella propria mente.
Spesso non riconosceva chi gli stava davanti, mentre gli era ben chiara l’identità degli uomini e delle donne che, dalle pareti della stanza d’ospedale, vedeva avvicinarsi a lui come a chiamarlo. Erano vecchi amici, a volte; altre volte il suo perduto amore, la moglie che lo aveva lasciato troppo presto da solo, ma che andava a trovare tutte le domeniche, portandole fiori freschi e curando la sua ultima dimora.
Con loro parlava, si animava, discuteva, mentre aveva perso l’interesse perfino ai suoi amati giochi di carte: se il tremito delle mani gli impediva spesso di giocare, quando lo faceva la sua mente era altrove, e neanche i tentativi dei nipoti – ormai adulti – di barare in suo favore lo facevano sorridere.
 
Se ne andò in una notte d’inverno, in silenzio, rispondendo finalmente alla chiamata.
 
 
Ancora una volta un post di Brioche suscita la magia della memoria: stavolta ha tolto il velo al ricordo di mio nonno, mentre parlava del suo. Simili in alcune cose, i due Stefano, dissimili in altre. Mio nonno pensò sempre con rimpianto alla scuola che non aveva potuto proseguire. A costo di sacrifici, riuscì a portare tutti e cinque i figli - tre femmine e due maschi -  al diploma; due addirittura alla laurea. Ma ci fu maestro in molte cose, che la scuola non può insegnare.
riposto da riccionascosto alle 13:35 | post & commenti | commenti (9) (popup)
scomparto:facce conoscenti, cunti

mercoledì, 11 ottobre 2006
Non tanto perché oscuri, ma perché copiati.
Ora, non è che i miei siano particolarmente belli, o siano fonte di ispirazione...
Però fa un certo effetto guardare tra le chiavi di ricerca del blog e trovarvi su un'intera frase di un vecchio post (questo, per intenderci) e poi, seguendo all'indietro il percorso, capitare su un blog di libero, e leggere  su un altro post le stesse parole con la firma di un'altra.
Qualche differenza c'è, a dire il vero: a volte le frasi sono tagliuzzate qua e là dove i riferimenti sembravano troppo personali, o i tempi non coincidevano: ad esempio, io parlavo di strade deserte (ad agosto), mentre lì si scrive che "di macchine ne girano (iniziate le scuole)".
Ma forse si tratta di un editing critico (e questo può essere, non ho la pretesa di essere perfetta, non certo nella scrittura)

Libero - o la bloggeressa in questione - richiede l'iscrizione alla community per commentare, quindi anziché farlo lì, scrivo qui direttamente (tanto, a quanto pare, lei ogni tanto passa).

Forse dovrei sentirmi lusingata per questa copia carbone con tagli... in realtà mi sento come se qualcuno mi avesse preso qualcosa dal cassetto.
Che il cassetto fosse aperto e alla vista di tutti, conta poco.
Voi direte che le parole pubblicate sulla rete diventano di tutti, ed è vero, ma esiste anche una cosa chiamata link, che serve appunto a legare le parole alle persone che le hanno messe lì, sulla rete, per prime.

Perciò, cara Alilulla, usa pure le mie parole... purché non si pensi che siano tue (nel bene e nel male, ovvio). Se, come scrivi tu, c'è qualcuno che ti dà spunti di riflessione, magari gradirebbe saperlo.
A me piacerebbe sapere anche, dato lo spunto, quale sia stata la tua riflessione.
A meno che non si tratti della frase finale ("Dopodomani sarò a Londra… chissà che frase ad attendermi.), l'unica che, di certo, non è mia.
Magari la rilfessione ti ha sorpreso a Londra?



Un'ultima cosa:  scusa la diffidenza, ma metto qui il link alla copia cache del tuo messaggio n. 54 (no, nel caso il tuo post sparisca e si pensi io sia una povera scema con manie di persecuzione...)
riposto da riccionascosto alle 21:34 | post & commenti | commenti (9) (popup)
scomparto:trispito, ammatula

martedì, 10 ottobre 2006
Dopo lunghe ed accurate riflessioni – e di tempo, vi assicuro, ne ho avuto, in un migliaio di chilometri di autostrada trascorsi sul sedile del passeggero in questo lungo w.e. – sono arrivata ad una inoppugnabile conclusione: non c’è nessuno che possa comprendere appieno il famoso detto oraziano “Carpe diem” se non ha sofferto almeno una volta, nella vita.
 
Di stipsi.
 
L’ispirazione infatti, è talmente rara che nel momento in cui arriva, tocca assecondarla, per non correre il rischio che – capricciosa com’è – ti abbandoni in un attimo.
 
Ed è ovvio – lo è per definizione, no? – che l’attimo in cui arriva sia quello meno opportuno.
 
Tipico il caso della riunione: il capo sta parlando, o tu stesso sei nel pieno di un intervento e, all’improvviso, quello chiama.
 
Come, chi? Quello! Ma proprio tutto, devo spiegarvi? Quello, come si chiama… lo stronzo, ecco.
 
Qui iniziano i problemi.
Non puoi  certo fare come quella della pubblicità: “zitti tutti… è Mario!” (o Giorgio, o Simone… un nome da stronzo si trova sempre) e rispondere alla chiamata; non puoi nemmeno ignorarla, perché non sai quando potrebbe capitare la prossima occasione. E’ anche possibile che quello decida di annunciarsi da solo con rumorini poco opportuni; a per fortuna spesso il richiamo è più discreto, ma  ugualmente imperioso.
Dicono che la necessità aguzzi l’ingegno: gli espedienti atti a garantire una fuga immediata dalla sala riunioni possono essere molteplici. Qualcuno ha addirittura fatto ineducatamente squillare la suoneria del cellulare simulando una inopportuna ma improcrastinabile chiamata – di altro genere – per coprire quella reale; qualcuno simula un malore o manda di nascosto un sms per farsi richiedere altrove.
 
Un altro problema è conciliare i bisogni dei vari passeggeri di un’auto o di altro veicolo, in occasione di percorsi più o meno lunghi. I casi sono due: o la tabella di marcia diviene piuttosto elastica, dilatando i tempi di percorrenza, o – al contrario – sono i bisogni che debbono attenersi a un rigido protocollo. Nell’uno e nell’altro caso, qualcuno finisce col rassegnarsi. Di solito, è la tabella di marcia… (almeno, è auspicabile).
 
(E lo so, a voi sembra una cosa da niente; invece si tratta, come dice giustamente Vis, di “una vera piaga sociale”.)
riposto da riccionascosto alle 12:23 | post & commenti | commenti (5) (popup)
scomparto:ammatula

martedì, 03 ottobre 2006
(anzi, get thee to a nunnery, come Amleto dice a Ofelia, augurandole una vita di nubilato).
 
E io in un convento, anzi in un pensionato di suore, ci ho abitato più di due anni.
Me lo ha fatto ricordare il post di Fdd, stamattina.
Lì ho imparato a distinguere i giorni dal carrello della mensa (il martedì fettina, il giovedì polenta al sugo, sabato hamburger e domenica, pollo. Pesce il venerdì, of certo. E lunedì? Boh, non ricordo), e a renderli spesso uguali, sostituendo lo stracchino al piatto del giorno.
Inutile dire che, fuori da lì, non ho potuto neanche vedere lo stracchino se non dopo mesi e mesi.
Le notti, invece, erano tagliate in due dal coprifuoco alle 22.30, che faceva di ogni ipotesi di uscita serale  quasi un piano di "Mission Impossibile" (cronometrato al secondo) e limitava di molto la socializzazione.
Non che fosse possibile soffrire di solitudine, lì dentro. Almeno nei giorni feriali.
I tre piani del pensionato - che a sua volta iniziava al secondo piano di un palazzo antico -  erano divisi secondo un ordine rigido. Al primo, in uno stanzone di una quindicina di letti, poi diviso in piccoli box, stavano le ospiti di vecchia data e le “temporanee”; al secondo, da una parte le “signorine”, donne anziane che vivevano lì forse da decenni, alcune studentesse di teologia colombiane e le “raccomandate”, che potevano permettersi una camera doppia.
Al terzo – il mio – eravamo in quattordici: due stanze da due, due da tre (una era la mia), l’ultima da quattro.
E se le stanze – con le dovute eccezioni – si svuotavano nel w.e., durante la settimana era difficile stare da soli anche per riuscire a spogliarsi. Figurarsi il resto.
Ad avere il sonno leggero, le notti sarebbero trascorse insonni, tra radioline accese e confidenze notturne.
Ché alle 22.30 non sempre si aveva voglia di dormire, e così il minuscolo corridoio, dove un tavolino e qualche sedia rendevano possibile lo studio pomeridiano, la sera diveniva luogo d’incontro o il camerino dell’estetista, a seconda delle necessità.
Anche le proprietà divenivano comuni.
Un giorno una delle mie compagne di camera mi riportò le cuffie del walkman.
Solo le cuffie però. Il resto era volato giù dalla finestra, sulla tettoia al piano di sotto.
Quando le chiesi come mai si era messa ad ascoltare la musica con il walkman appoggiato al davanzale (e dal lato esterno, per di più), mi rispose, col tono di chi dice una cosa ovvia: “Ma ascoltavo il Pipistrello!”
Stupida io – pensai – la prossima volta l’appendo a testa in giù, magari si immedesima meglio.
Qualche giorno dopo un pipistrello entrò davvero dalla finestra aperta, ma la tipa in questione non era lì ad accoglierlo adeguatamente.
Non fu il solo animale a farci visita, veramente. Lasciando perdere qualche geco e scarafaggi di passaggio – si sa, i vecchi edifici non ne sono mai immuni – quello che ci impegnò maggiormente fu un piccione, atterrato non si sa come nel pianerottolo, e vagante senza alcuna intenzione di tornar fuori. Nessuna di noi aveva il coraggio di prenderlo, specialmente dopo aver visto le creature che gli scorrazzavano tra le piume. Finì che ci armammo in due: con guanti di gomma, scopa e bastone, riuscimmo - non si sa come - a buttarlo fuori.
Doveva essere un piccione maschio: neanche a lui poteva essere consentito l’ingresso oltre la foresteria del primo piano.
riposto da riccionascosto alle 16:19 | post & commenti | commenti (10) (popup)
scomparto:ammatula, facce conoscenti