sabato, 30 dicembre 2006

Winter - Alphonse Mucha (via art-reflections-com)Il 2006 è agli sgoccioli, e l’anno nuovo scalpita per prendere il suo posto.

Tempo di bilanci e di buoni propositi, di preparativi e di viaggi, di speranze e di promesse, forse presto dimenticate.

Tempo di pausa, per i blog.


Tempo di
AUGURI

A tutti voi auguri tondi, che rotolino come le palline di un flipper e si fermino sul punto più giusto per ognuno.

Amore, famiglia, lavoro, un nuovo progetto da realizzare o uno cui tenete da portare a termine.

Scegliete pure, senza fare economia. E…
 
FELICE 2007!
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giovedì, 28 dicembre 2006
Io lo so già che voi non ci crederete, ma stavo tranquilla a curiosare tra i referrer del blog – non tanto per gli accessi, ma per capire come ci si arriva, in questo angoletto sperduto della blogosfera, o salutare gli amici di passaggio  – e ho visto che ieri c’è stata un’impennata per due motivi.
 
Il primo, un ignoto che ha continuato a vagare, disperato, cercando di capire dov’è che avevo scritto cosa si dà da mangiare a un riccio: a me, quasi tutto, grazie, ai ricci “veri” lo trovi in basso a sinistra sul template, lo vedi lì dove c’è scritto La B.A. (che non è una Beata Angelica, ma la Buona Azione, quella che faccio reindirizzando i malcapitati al link giusto)? Bene, lì c’è il link al Centro Ricci, in Svizzera, proprio alla pagina su cura e alimentazione (vabbè, è Natale, lo metto anche qui).
 
Il secondo?
Bene, il secondo era un link da un post di Flounder, con un giochino: Piglia il libro più vicino, vai a pagina 123, conta cinque frasi e riporta qui le successive tre.
E alla fine, come se non bastasse, dopo le sue frasi, coinvolge altri tre blogger, tra cui me.
 
Ecco, ora sono in crisi.
Qual è il libro più vicino?
Quelli qui in ufficio non ve li consiglio, quello che sto leggendo (Ambra e Ferro) a pagina 123 non ci sono arrivata e quindi non mi rovino la sorpresa, quello che ho appena finito a pagina 123 non ci arrivava…
 
Mi tocca tornare a casa per prendere le frasi, ma ho già deciso che si tratterà di un’eccezione: i libri saranno due.
 
Già, due, perché al momento stanno poggiati l’uno accanto all’altro, sul ripiano della lavatrice, in bagno (e vi sento, sapete? “al sacrilegio”, ma ognuno legge dove vuole e può), e come faccio a dire qual è il più vicino? Preferisco non decidere, allora.
 
Per non deludere i nuovi visitatori (che qui si gira in ciabatte, non si è abituati agli ospiti, ma li si riceve come si può), intanto vi segnalo i titoli (ok, ora ci sono anche le frasi):
 
Io voglio essere tra le braccia di Henry. Voglio che June mi trovi lì: sarà l'unica volta che soffrirà. E dopo sarà Henry a soffrire, nelle mani  di lei.
Henry & June - Anaïs Nin (la scheda IBS dice poco, ma eccola )
 

E' soltanto un'oleografia: è di una carta lustra che, sopra la testa di Alves il mancino, dorme la sua vita sbiadita.
Vorrei sorridere di tutto questo, ma provo un grande malessere. Sento un freddo di improvvisa malattia nell'anima.
Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares – Fernando Pessoa (qui)
 
 
Le frasi giuste, le scrivo più tardi.
 
Dimentico qualcosa? Ah, sì, i tre cui devo passare la mano: Metallicafisica (che per ora i libri li fotografa), BBSlow (così ricambio il favore dell’anno scorso) e ZU (che i libri li legge e li rilegge con passione). Spero solo non me ne vogliano, per questo.


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mercoledì, 27 dicembre 2006
La fine dell’anno è di solito un periodo di bilanci – e di bilance. I primi, a soppesare attivi e passivi dell’anno, le seconde a ricordarci che ciò che fa gola al palato prima o poi si deposita… sui fianchi, e sono altri dolori.
 
Sui piatti della bilancia, o sui libri mastri, pesi e misure dovrebbero trovare un pur precario equilibrio, se non in atto, magari in prospettiva. Meglio sarebbe forse una bilancia bonariamente leggera e un bilancio pesantemente attivo, ma non esageriamo con le speranze.
 
Dice Brezsny nell’oroscopo di questa settimana che “di meno è di più” potrebbe diventare uno dei temi della “mia” vita. Non solo mia, dei cancerini in generale (lui compreso).
 
Ma di meno di che?
 
Certo,  
-         “di meno” mangiare – specialmente in questi tempi di feste  – è “di più” risparmiare (su diete drastiche e parcelle del dietologo, in futuro),
-         “di meno” conservare è “di più” liberare spazio (ma l’aggeggio per mettere i maglioni sottovuoto no, vi prego. Avete mai notato che le cose che conservate “definitivamente” o quelle che buttate sono poi quelle che vi servirebbe avere sottomano? A me succede spesso, ad esempio)
-         “di meno” ricordare è “di più” leggeri viaggiare, anche mentalmente (Ma chi lo dice che i ricordi sono sempre una zavorra di cui liberarsi?)
 
Insomma, a me questa cosa del “di meno è di più” è poco chiara. A meno che…
 
-         “di meno” lavorare e “di più” riposare (che mi pare una buona idea, tranne che qualcuno non decida di farti riposare più di quanto vorresti)
-         “di meno” preoccuparsi e “di più” rilassarsi (tanto le cose andranno come vogliono loro, anche quando credi di averle programmate fino all’ultimo)
-         “di meno” controllare e “di più” lasciarsi andare (che le cose belle ti vengono incontro quando meno te le aspetti, e quelle brutte tanto vale non anticiparle troppo)
 
Ecco, questo programmino per il 2007 già mi piace di più.
 
Suggerimenti?
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giovedì, 21 dicembre 2006

Credo succeda anche a voi, di essere “perseguitati” dalla pubblicità in cui un bambino fa la moltiplicazione delle fette di pandoro e poi, tornato a casa, si siede sconsolato perché non ne ha più da dividere.

A parte queste “operazioni natalizie”, ormai il Natale è diventato il momento in cui essere buoni, come se ci fosse bisogno di un momento dell’anno in cui “lavarsi la coscienza” (o “passare la spugna”, come suggerisce un’associazione benefica, mandando un bagnasciuga sponsorizzato a fin di bene insieme alla busta in cui chiede un’offerta).

In giro si moltiplicano le persone che, anziché fare regali di natale, prendono i soldi che avrebbero destinato per questo e li mandano in beneficenza. O almeno quelli che parlano dello stress del Natale e dicono di fare così.
Alcuni, poi, (come scrive Flo’) i regali li fanno lo stesso, magari solo alle persone cui tengono di più. Che, diciamolo, fare regali non è mica peccato, se li fai con attenzione e pensiero verso la persona cui sono diretti, e non solo perché è Natale e si deve.

I bambini, poi, li amano, i regali. Il giorno di Natale – a casa mia la tradizione impone che si aprano prima del pranzo, quando finalmente si è tutti insieme – girellano intorno all’albero, cercando di capire cosa sia per loro. E ogni volta che prendono un pacco che non è per loro, sono lo stesso curiosi di sapere che c’è.

Ci sono altri bambini, lontani, che forse non riceveranno regali. Ci sono bambini per cui il regalo di Natale è una cosa che non riescono a immaginare, perché il loro pensiero è rivolto a ciò che mangeranno oggi (se mangeranno).

Ne avevo scritto tempo fa, di questo incontro speciale fatto da una persona speciale: Delia. In questi mesi sono continuati i contatti con lo Zambia (qui i riferimenti per mandare qualcosa allo Heal Project. E’ una casa in cui trovano accoglienza bambini sieropositivi), Delia è tornata – e l’ho conosciuta, questa piccola grande donna, anche se c’è stato poco tempo per parlare – e poi è ripartita. E rimane il pensiero di qualcosa – anche poco – da fare per gli altri. Ma non solo a Natale.

Pensavo l’altro giorno che se dovessi chiedere un dono speciale, sarebbe l’empatia. Poi mi sono detta anche che è un dono, ma che forse non avrei saputo sopportare di sentire in me – in pieno e senza filtri - il dolore degli altri, non ne avrei il coraggio. Certe volte occorre mettere distanza, per andare avanti. Non troppa, per non diventare aridi, né troppo poca, per non essere sopraffatti. Io, almeno, ci provo.

 
Intanto, qui a Palermo – dove siamo tornati per Natale – il clima natalizio si scontra con una temperatura quasi primaverile, dove il sole, quando fa capolino tra le nuvole e asciuga la pioggia, scalda e anche tanto. Oggi ho dovuto camminare in maglione, tenendo il soprabito sottobraccio, ma qualche temeraria aveva anche le maniche corte (cosa non si fa per essere guardati!).

A chi passa di qua, un augurio di serenità e calore, che riempiano questi giorni e non solo. Perché l’affetto e la vicinanza dei propri cari valgono mille regali. E non è un modo di dire.

 
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sabato, 16 dicembre 2006

Da Flounder si parla di gelosia.

Ora, come ho scritto nei commenti da lei, non è che io dalla gelosia sia immune.

Il fatto è che, in fondo, sono troppo pigra per essere veramente gelosa (e qui entra il discorso delle due fatiche di cui si parlava anche di là).

Inutile farsi il sangue marcio cercando di interpretare tutte le parole (o i silenzi), i gesti (o la loro assenza), financo i possibili pensieri della persona che ci sta accanto; si finisce per rovinare la relazione anche se nella stessa non c’è il terzo incomodo.

Se invece ci fosse, meglio un confronto diretto – artistico, magari, come scrive Flo’ – e chiarificatore che una lunga agonia (perché tale è, secondo me, la vita del geloso patologico). Oppure, dato che a volte tertium datur (con buona pace dei puristi), cercare di capire il perché della scomoda presenza. Quest’ultima ipotesi, certo, prevede che alla relazione si dia una notevole importanza, visto che comporta un certo sforzo, anche di autocontrollo. 

Ma siccome il mostro dagli occhi verdi ha modi subdoli di insinuarsi, anche a me capita di essere gelosa. Capita soprattutto quando non mi fido di me stessa e delle mie capacità, quando temo il confronto con le altre persone, quando mi sembra di essere solo parzialmente percepita da chi mi sta accanto, che potrebbe quindi cercare altrove ciò che ritiene io non possa dargli.

Qui, come scrivevo da Flo’, il discorso si fa un poco più ampio.

Io penso infatti che non esistano, nel mondo, le perfette “mezze mele” o, se ci sono, è molto difficile trovarle.

Ed è oltretutto quasi impossibile – secondo me addirittura malsano, ma questa è solo la mia opinione – pensare che le necessità di relazione di un individuo comincino e finiscano nella vita di coppia.

Che due persone debbano fare tutto insieme, avere gli stessi interessi, frequentare esclusivamente le stesse persone e vivere praticamente in simbiosi mi sembra la strada più breve per arrivare alla pazzia, o comunque a una dissociazione da se stessi per arrivare alla fusione in una nuova entità: la coppia.

Qui lo dico subito, e sono pronta – per quanto lo sia la mia indole pigra, che delle liti si stanca presto – a litigarci su: scordatevelo.

Per me, all’interno della coppia bisogna sempre ricordare di essere individui. Non si può pretendere che tutto ciò che interessa noi debba interessare per forza anche il nostro compagno, e viceversa. Dovranno quindi esserci dei momenti in cui ciascuno dei due sarà libero di seguire i propri interessi senza “annoiare” l’altro. E questi momenti, che secondo me rappresentano una potenziale ricchezza della coppia – perché, rendendo felice l’uno, lo rendono anche più contento e disponibile nei confronti dell’altro – debbono essere rovinati da controlli e/o bronci e/o gelosie? No, grazie.

Questo non vuol dire che io creda alla “coppia aperta” – che secondo me è lo stiracchiamento del concetto nella direzione opposta. Credo però nel fatto che si possa cercare altrove ciò che non si trova nel proprio compagno/a, e che invece si ritiene importante per la propria persona. O anche un confronto di tipo diverso.

Per esempio, io ho un po’ di terrore quando mi dicono “mio marito è il mio migliore amico”, mi sembra una forma di dipendenza ulteriore. Già è difficile, dopo i primi momenti di nuvolette rosa, portare avanti la vita di coppia confrontandosi tutti i giorni non solo con le cose che si amano (di sé e dell’altro) ma anche con quelle che, inevitabilmente, si finiscono con l’odiare. Vogliamo toglierci anche la possibilità di sfogarci con chi – il migliore amico – è al di fuori della situazione e, volendoci bene, penderà magari un poco dalla nostra parte, ma ci dirà anche in faccia i nostri torti? Eh, no… va bene la sincerità e il dialogo, nella coppia, ma tutto ha un limite.

E poi, se si sa tutto, ma proprio tuttotutto, del nostro compagno, e viceversa, finisce anche la voglia di scoprirsi giorno per giorno, che è uno dei collanti della coppia – e in un matrimonio, ancora di più. Finisce anche che non si ha più niente da dirsi, da raccontarsi, ci si ripete le stesse cose fino a che non c’è bisogno più di dirle.

Ma il bisogno di dirle c’è sempre, è una forma di concime senza il quale una pianta vivrà magari lo stesso, ma a stento.

C’è anche il bisogno di confronto con l’esterno, che poi magari ti porta a rientrare all’interno della coppia e dirti quanto sei fortunato, oppure ti fa capire quali sono i tuoi errori, oppure ancora ti consente di “sfogarti” ed essere più sereno.

E, soprattutto, in una coppia c’è bisogno di fiducia. Senza di quella, ogni minuto trascorso lontani è una goccia di veleno nella relazione. Insieme a quella, la gelosia è messa in secondo piano (non dico che sparisca, ma almeno sta al guinzaglio, che quello è il suo posto).
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mercoledì, 13 dicembre 2006


No, non il Natale (non ancora, almeno), ma il Post sotto l'Albero*!

Con il solito corredo di richieste, solleciti, minacce e blandizie da parte di Sir Squonk, la raccolta di "post/regali" di Natale è ormai giunta alla sua quarta edizione.

Scrive il Sir, nella prefazione, a proposito dei blogger:

vuoi perché preferiscono investire mezz’ora del loro tempo per buttar giù quattro righe piuttosto che farsi tempestare di e- mail che pietiscono un post, alla fine (molto alla fine: sempre in zona Cesarini. Così, le e- mail che pietiscono arrivano lo stesso.Ma questo è un altro discorso) cedono. E scrivono.
Come e cosa, alla fine, importa poco. A caval donato non si guarda in bocca, ci hanno insegnato. E comunque, di solito, a ficcare la testa tra le fauci di questo destriero, non si  vedono carie, e non ci si sporca col tartaro. E’ per questo che sì, è vero, ogni anno è una fatica più grande – ma continua a valerne la pena.

Da quel poco che ho visto sfogliando qua e là, credo abbia ragione.
Me esclusa, si intende.
Anche quest'anno non ce l'ho fatta, a scrivere un post di Natale; ho provato però a tagliare un nuovo abitino per "Cuciture", e spero di esserci riuscita.

In ogni caso, buona lettura.
(al Buon Natale, ci pensiamo più in là)


*cliccare con il tasto destro per scaricare il file (mi raccomando)

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lunedì, 11 dicembre 2006

(*) si ringrazia Aitan per il titolo

 

Di resoconti dei lavori di Piùblog è piena la rete, e sarebbero tutti più esaustivi del mio, che sono riuscita ad andare solo venerdì, saltando anche dibattiti che mi sarebbero interessati (per dirne uno, quello sulle reti relazionali di cui parla Flounder in questo post  e che conto di recuperare anche dalle registrazioni in giro, per farmene un'idea più precisa).

Non che, quando c’ero, io non abbia seguito attentamente; anzi, come testimonia Giocatore, ho anche preso appunti! (ma non ve li mostro perché sono buona).

Invece, come spesso accade, trovo che siano gli incontri personali – con buona pace di chi vede i blogger solo come entità virtuali – a rappresentare il vero “succo” di questi convegni (il vero valore aggiunto è il coffee-break, insomma, come ci ha saggiamente comunicato Hanging Rock  davanti a una mela croccante). Ma in poche righe non si può dire quanto interessanti possano essere le persone scoperte dietro i nick, solo accennarlo. Come si fa con gli assaggini, che servono a stuzzicare l'appetito ma non a soddisfarlo.

Poco, pochissimo tempo ma speso bene quello in compagnia di Giocatore e MaxSdC, ascoltando i relatori ma anche chiacchierando un poco tra noi. E fortuiti e fortunati gli incontri con Giorgi  – mia Virgilio nei gironi libreschi – e scialliventagli, salutate entrambe troppo presto.

Ho poi trovato chi ha grilliperlatesta ma, per fortuna, neanche un diavolo per capello, che ci ha guidato indenni per il quartiere San Lorenzo dove, davanti a una tovaglia rossa da formula 1, si sono snodati altri tipi di percorsi. Link o non link, l’età di una signora – da non chiedere mai, ma neanche da assegnare con leggerezza, come sostiene Wosiris in risposta a una insinuante domanda di MrsD.

Il dibattito più acceso credo sia però intervenuto l’indomani, a proposito delle melanzane da usare nella parmigiana. La contrapposizione tra il folto gruppo campano e l’esiguo gruppo siculo (io e il consorte) ha avuto per fortuna un esito positivo. Siamo infatti giunti all’unanime conclusione che la parmigiana – sia essa napoletana o siciliana, nelle diverse sue ricette – “chiama” la melanzana autoctona, come ha saggiamente chiosato Aitan. Le tonde viola (che in Sicilia chiamiamo tunisine) sono invece ottime per le cotolette.

Non sono mancati neanche gli interrogativi sull’orgasmo globale del 22 dicembre, che Katiuuuscia ci ha opportunamente ricordato. Sincronico o diacronico? Perché la regressione da chat impone una certa contemporaneità e degli interrogativi MetaFisici (cioè, Sei M o F? con buona pace della sorellona MF, peraltro assente), mentre la scissione da blog porta a una possibile dilatazione dei tempi, aprendo le porte anche a interpretazioni voyeuristiche.

Una menzione speciale va poi alla dolcezza e  pazienza di 8.49 (l'uomo ideale, secondo voci non controllate) e signora in dolce attesa (della quale conosco il nome e ricordo il sorriso ma non il nick), alle frecciatine di Gurbj e alla fotografa zaritmac (però le foto non le ho ancora viste. Sto sulla fiducia, dati i precedenti).

Infine da segnalare, tra un libro e l’altro, la ricerca del giusto grado di umidità della caprese, che ha impegnato tre bloggheresse il giusto tempo per strappare a Didolasplendida la promessa di prepararne presto una nuova.

 

Tenuto conto della quantità di tempo che, in questo fine settimana, abbiamo passato a tavola e a parlare di cibo – senza tacer del vino – e delle cose più disparate, trovo ancora più difficile affermare che i blogger si limitino alla dimensione virtuale. Del corpo se ne occupano, eccome. E lo coccolano pure, per fortuna.

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lunedì, 11 dicembre 2006

(post a tempo, non commentabile per non farne sprecare a voi)

Dopo gli incontri - come quello di PiùBlog - di solito si girella per i blog di amici aspettando resoconti.

Ebbene sì, lo ammetto: non ho il tempo di scriverlo, ma ce l'ho già in testa (titolo compreso, per gentile concessione di Aitan).

Abbiate pazienza...

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giovedì, 07 dicembre 2006
Lo so, oggi è Sant’Ambrogio.
Per i milanesi, certo.
 
Per noi siculi, anche in trasferta, è “solo” la vigilia dell’Immacolata.
 
A casa mia, come in molte case dell’Isola, questo era il momento di togliere i pastori del Presepe dalle loro scatole o addobbare l’albero di Natale. Anzi, entrambi, perché l’uno non esclude l’altro.
Mio fratello, appena ha avuto l’età della ragione, ha iniziato a dedicarsi al presepe. Prima aiutando mio padre, ma prendendo posizioni ogni anno fino a diventarne l’esclusivo artefice. Ora che si è sposato e vive per conto suo, ha portato con sé i vecchi pastori, i larghi pezzi di sughero che facevano da montagna, la capanna che ha costruito con le sue mani riciclando i pezzi di un fortino ormai distrutto, e che è diventata l’albergo del villaggio quando, con l’esperienza, ne ha costruita una più grande e bella, a simulare la grotta.
A me, invece, il compito dell’albero, la cui decorazione seguiva uno schema fisso.
Prima il controllo delle luci, con la sostituzione di quelle inservibili e la disposizione, fatta in modo tale che anche le intermittenze non lasciassero mai l’albero completamente al buio.
Poi le palle, che a dire la verità, del tutto sferiche non erano.
Ce n’erano di ogni forma: allungate a goccia, tagliate a sezione con l’interno decorato a rifrangere la luce, trasparenti e ricche di oro e colori.
C’erano perfino delicati pupazzi in vetro soffiato: topo gigio, l’orso, la fatina, ma anche uccellini e piccole fontane. Venivano avvolti nella bambagia, prima di riporli, e ogni anno l’apertura di quel caldo nido rivelava nuovi caduti o amici ritrovati.
Infine i fili - argentati e dorati, ma anche di altri colori – a riempire i vuoti residui.
 
Ma, cosa forse più importante, la vigilia dell’Immacolata segna l’apertura dei giochi natalizi. Le case diventano piccole bische, dove la tombola con i più piccini si alterna a baccarat, chemin-de-fer, ma anche giochi “nostrani”, come sette-e-mezzo o zicchinetta  e altri.
I salotti si aprono a turno, a casa di amici, fino all’Epifania, e su quei tavoli a volte non si gioca solo “per amicizia” (ho visto assegni di decine di milioni passare di mano, quando ero ancora piccola e i milioni significavano qualcosa, anche in lire), e anzi, qualche amicizia è finita proprio lì.
 
Però ci si diverte, anche, e molto. Sono buone occasioni per riunire le famiglie e fare giocare grandi e piccoli. Lo erano, almeno. Nella mia famiglia è rimasta memorabile una sera di tanti anni fa. La sera precedente, a casa degli zii, mio padre aveva fatto il banco a baccarat e ridotto “al lastrico” entrambi i tavoli. Quella sera gli fecero trovare una sedia speciale. Avevano legato alla spalliera due bastoni di scopa, e su quelli guanti rossi da cucina con le dita opportunamente disposte…
 
(Queste - e altre - tradizioni di famiglia si stanno perdendo, purtroppo. Ma quali sono le vostre tradizioni di Natale?)
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martedì, 05 dicembre 2006
Sono giorni strani, questi di dicembre, come tagliati in due.
 
Il giorno è segnato dal suono di un martello sulla pietra. Stanno rimettendo i sampietrini nella stradina sotto le finestre del mio ufficio. Li avevano tolti per fare dei lavori sui tubi del gas, ed ora li posizionano uno ad uno, con una pazienza ed un’arte che qui sono ormai quasi perse – e infatti il Comune sta riducendo il numero di strade nelle quali sono utilizzati.
Ora, normalmente apprezzerei il recupero delle tradizioni, l’arte del sampietrino, la pazienza certosina nello scartare le basole e ricreare il disegno a ventaglio… ma dopo una settimana di martellamento pressoché continuo, quasi rimpiango la musichetta ossessiva della “macchina del tempo”, che allietava le nostre giornate fino a qualche tempo fa.
Specialmente quando, al suono del martello, si sovrappone quello della macchina che serve poi a riempire gli spazi tra i sampietrini (non so cosa sia, ma fa un rumore infernale)
 
Soprattutto, rimpiango la mancanza della fisarmonica che quasi ogni giorno rallegrava le pause pranzo con le sue musiche.
 
Per fortuna le sere sono diverse, piene di pace, di cose per me, di tenerezze.
La concentrazione del tai-chi, la tranquillità di un libro e del divano di casa, le passeggiate senza fretta.
Il consorte che sta via qualche giorno e mi porta una scatola di fruits-de-mer (lui sa quanto li adori).
Il sorriso che continua…
 
(poco tempo per raccogliere le idee, in questi giorni scanditi dal lavoro, dalle prospettive per il 2007, dalla preparazione per la chiusura d’anno e da tante piccole "seccature". E' così anche per voi?)
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