martedì, 30 gennaio 2007
A è l’Attesa che sembra infinita
B sono i Baci che allungan la vita
C le Carezze sì spesso sognate
D Delusioni di vite passate
E l’Emozione che porta al rossore
F la Fretta con cui batte il cuore
G Gelosia per quando sei lontano
H l’Hotel, qui a portata di mano
I per l’Impulso che non si controlla
L  Lussuria che funge da molla
M Memorie di giorni felici
N Nenie le storie narrate agli amici
O le Occasioni alla vita rubate
P le Passioni dal tempo bruciate
Q Quarantena, da tutto e dal mondo 
R Ritrovarsi in un bene profondo
S il Sesso, che non è peccato
T Tu, e il piacere di averti incontrato
U Unico, come sembrava all’inizio
V quando amare diventa anche un Vizio
Z lo Zucchero nei sentimenti
Sono d’ammore le parti salienti
 
 
 
 
No, non sono impazzita. E’ che questa settimana Brezsny consiglia ai cancerini:
È la settimana del "diventa la musa di te stesso", Cancerino. Come dovresti celebrare questa festa? Eccoti un suggerimento: prima di tutto, visualizza in ogni minimo dettaglio l'amante dei tuoi sogni, la tua anima gemella ideale, l'incarnazione di tutto quello che trovi attraente. Poi immagina che, anche se questa persona ricambia i tuoi sentimenti, non possiate ancora fare l'amore né diventare una coppia stabile. A quel punto, assapora i dolci tormenti del vostro insaziabile desiderio reciproco, il dolore insopportabile della struggente tenerezza. Infine, immagina tutti i modi in cui potresti affinare la tua anima e perfezionare il tuo amore. Così quando finalmente sarete uniti, sarai diventato una meravigliosa benedizione e un dono divino per la persona amata.
E allora, non avendo un amante, per intanto mi esercito…
* L'Ammore (si, con due m) è un omaggio alla teoria di Flounder secondo cui le bloggheresse non parlano mai dell'amore (con una m) ma solo, appunto, di  Ammore. (Se solo mi ricordassi dove l'ha scritto, ve lo linkerei pure; magari lo faccio dopo)
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sabato, 27 gennaio 2007
Some men are cold, for a summer love-folder
Sand-hearted, shadows short and salted
And when the beach season is over
A single wave, and down the sea they’re dragged
Some men are warm, to be loved in deep winter
(rough and thick as the wool of a pullover)
at early heat you want to flee and throw them down like a duvet
as you understand that they won't stand a season’s changeover.

Some men are fit for middle-time, half seasons, small-timers if tried out

They’re to be loved tipping the scales, without abounding (their tare weighs)
But I don’t.
I want a broad-shouldered man with huge dreams, fitted for all seasons,
holding out to time injury, close-fitting surface and sentimental lining.

Blowjob is an obsession for some men
and there and then you’re in trouble if you draw nigh them

Some men’s embraces are so slow

that in two minutes you’d need a pillow

And there are men who don’t enjoy playing

when it's love the stake for picking

But I don’t

I want a man who manages my heart-portfolio

Who isn’t afraid of investing on me

Who, between a switch and a principal-to-maturity

Would find in mono-brand the better opportunity

 
 

Nei commenti a questo post di monodose, Flounder scriveva: (io questa cosa me la immagino in inglese, cantata da ella fitzgerald o nina simone, con una musica tipo quella di : my baby don’t care for rings or other expensive things, etc. etc)

L’idea mi era piaciuta, e ci ho provato. Ma tradurre in un’altra lingua è un po’ tradire (il testo) per cercare di conservare (il senso, ma soprattutto l’atmosfera). Perché ogni lingua ha i suoi tempi, i suoi ritmi, la sua musica. E ogni versione è un po’ una perversione. Amorevole, ma tale.

Il risultato? Un gioco, un omaggio all’originale, che spero non debba vergognarsi troppo (ma la musica, se è quella, proprio  non lo so).

Update: Come si legge anche nei commenti, Flounder si è esibita, qui.

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lunedì, 22 gennaio 2007

Il suono dei martelli e le grida di richiamo si erano rincorsi per il vialone, arrampicandosi fino alla sua finestra.

Lo spiazzo abbandonato in fondo alla strada si era acceso di colori e movimento. Pareti di legno e stoffa, palloncini svolazzanti e lunghe assi di metallo sembravano essere sorti dal nulla, come funghi di tanti colori. Poi camion e gente indaffarata a scaricare, spingere, svuotare, alzare, puntellare, pulire e rammendare. Un caos apparente, dal quale a poco a poco nasceva un nuovo mondo.

“Un luna park”, si disse dietro le persiane accostate da cui osservava il variopinto formicaio. La curiosità che l’aveva portata alla finestra la trattenne per qualche tempo a vagare con occhi distratti tra  le baracche. Poi, all’improvviso, il suo sguardo fu attirato da una luce che quasi l’accecò.

Un raggio di sole aveva colpito  una superficie curva, rifrangendosi in ogni direzione.

“Uno specchio”, si disse, indietreggiando senza volerlo.

Poi si ricordò della protezione datale dalle persiane e tornò a guardare.

Non uno, ma tanti specchi, diversi l’uno dall’altro per dimensione e forma, venivano scaricati da un camion e portati dentro un tendone scuro.

Non aveva bisogno di vedere altro. Sapeva già cosa stavano costruendo, lì dentro.

Le bastava guardarsi intorno.

Si girò lentamente, riluttante a separarsi dalla luce del giorno che, ormai da tempo, aveva bandito dalla sua stanza.

Le pareti erano disseminate di specchi: grandi e concavi, piccoli e convessi, lunghi e ondulati. Nessuno di loro restituiva la stessa immagine, ma tutti insieme avrebbero riempito la stanza di una luce impossibile da sopportare, se solo avesse permesso al sole più di quei raggi filtrati che le persiane lasciavano passare.

La sera bastava una candela a illuminare di luce tremolante l’intera camera. Allora diventava ancora più importante serrare le imposte e chiudere le tende pesanti, perché nessuno si chiedesse quale fosse l’origine di tanto chiarore.

Una volta sapeva il motivo di tutto questo, ora non più.

Ricordava il volto serio di suo padre quando, piccolissima, le spiegava che quella, d’ora in poi, sarebbe stata la sua casa. Non riusciva però a rammentare le parole che avevano accompagnato il suo sguardo, allora. Solo il rumore della porta che si chiudeva, e poi i suoi occhi che la guardavano dalle pareti.

Non era mai stata sola, da quel momento, eppure quasi nessuno veniva a visitarla.

Ogni giorno la vecchia nutrice saliva le scale portandole cibo e bevande. Poi si accingeva a pulire, dopo averla salutata con un cenno del capo ed uno sguardo che non capiva bene. Sempre in silenzio,  raccoglieva un foglio con le richieste per l’indomani e andava via.

Il suo mondo era racchiuso lì, tra quelle pareti intervallate di specchi. Grazie a loro conosceva il suo volto, sempre uguale e sempre diverso. Aveva i suoi preferiti: lo specchio tondo in corridoio le dava sempre un’aria un po’ buffa che le era di conforto nei giorni grigi, mentre quello lungo, nella sua stanza, le consentiva di drappeggiarsi addosso le lenzuola, o travestirsi, e fingere di avere visite.

Prendeva allora il servizio da tè e lo disponeva con grazia sul tavolino: un gioco che aveva iniziato con sua madre, da piccola, e che ora continuava da sola, sbocconcellando a turno, dai piattini, i pasticcini che aveva servito.

A volte cantava, spazzolandosi i lunghi capelli corvini: un poco per distrarre la mente dal dolore nel districare i nodi, un poco per non dimenticare il suono della sua voce.

Più spesso il suo divertimento era guardare la vita fuori dalle sue finestre: i rumori della strada, i passanti frettolosi o quelli che strisciavano il passo, attardandosi. Inventava le loro storie, scrivendole nei grossi quaderni che non si faceva mai mancare, e li salutava, riconoscendoli da dietro le persiane, quando tornavano a passare di là. 

Non aveva mai pensato di farsi vedere, però. Il mondo esterno, seppure a portata di mano, le sembrava qualcosa di lontano e irraggiungibile. Sentiva che, se si fosse rivelata, non sarebbe mai più potuta tornare alla tranquillità delle sue stanze e questa, in un modo oscuro, era una assoluta certezza.

Il sole era già tramontato, ma le luci in fondo alla strada creavano uno spicchio di giorno. E c’era musica, poi, allegra e sfrontata, e voci, e risate, e colpi di fucile ad aria compressa. Il vento della sera portava con sé un odore dolciastro: zucchero filato, e caramello, e mandorle tostate. Li conosceva, quegli odori, anche se da tanto tempo non ne sentiva il sapore. Erano gli odori della festa del paese, quando tutte le strade si riempivano di gente per la processione. Erano gli odori dell’allegria, della vita. Gli odori di fuori.
 
Fu al secondo giorno che decise: doveva andare lì. Magari nella casa degli specchi c’era qualcuno come lei, qualcuno con cui parlare e che avrebbe capito, finalmente. Qualcuno con cui non vergognarsi del suo aspetto strano, del suo viso irregolare e mutevole. Qualcuno che avrebbe visto oltre, che avrebbe condiviso con lei pensieri, e musica, e risate. Qualcuno da toccare, oltre lo specchio.
 
Attese l’oscurità, per muoversi. Aveva sempre avuto una chiave con sé, ma non l’aveva mai usata. Ora, invece, era arrivato il momento.

Si coprì tutta con un mantello e fece scivolare il cappuccio fino agli occhi, poi tirò piano la porta e uscì.

Quando mise piede in strada fu quasi sopraffatta dallo spazio che vide intorno a sé. Il cielo stellato, la strada, i campi intorno sembravano molto più grandi di quanto il quadro della sua finestra lasciasse intravedere. Si strinse nel mantello e contro il muro cercando conforto dal contatto, e si diresse verso il luogo in cui luci e suoni la chiamavano.

Nessuno la vide, o nessuno sembrò fare caso alla figuretta che camminava a passo svelto verso la casa degli specchi, che raggiunse in poco tempo.

Allungò una banconota alla cassiera distratta, e in un attimo fu dentro.

Era come sentirsi a casa: le pareti scure, i grandi specchi che le rimandavano la sua immagine, ogni volta diversa.

Sussultò quando si accorse di non essere sola. Sentiva le voci, ma non riusciva a vedere da dove provenissero. Un po’ più avanti, sembrava. E proprio quando pensava di tornare indietro, altre voci alle sue spalle la spinsero in avanti a trovar rifugio nel labirinto.

Poi li vide: prima negli specchi, corpi allungati fin dove era possibile, visi da cavallo e bocche enormi. Voleva fuggire, ma si disse ancora una volta che loro sì, loro avrebbero compreso, e si fece forza.

Non era preparata, però, a quello che vide fuori dallo specchio: due ragazzini che ridevano e si davano pacche l’un l’altro, indicando le loro immagini deformate.

Non riusciva a fermare lo sguardo, che vagava incessante tra lo specchio e i bambini ridacchianti. Poi si accorse che anche la sua immagine era entrata nello specchio, e torreggiava sulle altre. Anche gli altri se ne accorsero, e si volsero verso di lei ma, come non si aspettava, continuarono a sorridere, chiamandola a sé.

Invece di raggiungerli corse via, le lacrime che le solcavano il volto e le impedivano di vedere. Solo l’abitudine agli specchi le consentì di trovare l’uscita, ma inciampò e cadde su qualcosa di duro. Quasi senza accorgersene lo raccolse e proseguì la sua corsa fino a che si fu chiusa la porta alle spalle.

Si fermò, ansante, sulla soglia.

Anni di silenzio e solitudine si sciolsero nei singhiozzi che la scuotevano. Si strinse addosso il mantello, e nel farlo fece cadere qualcosa.

Era un piccolo martello, l’oggetto su cui prima era inciampata.

Sapeva cosa fare, ora.

Ad uno ad uno, ruppe gli specchi della casa, fino a che il pavimento fu pieno di frammenti luccicanti che crocchiavano ad ogni suo passo.

Poi tolse il mantello, indossò una giacca ed uscì senza voltarsi indietro.

Fu allora che, per la prima volta, sorrise.

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giovedì, 18 gennaio 2007
Opera miracoli viaggiando a bordo di una 128 sport, blu scuro. Che nella nebbia nemmeno la vedi bene, che nella nebbia bastano pochi metri a far iniziare e finire tutto il tuo Mondo (Matteo)
 
Inizia così “Operamondo”, un racconto collaborativo potenzialmente infinito, come lo ha definito Matteo nella pagina d’apertura del wiki  in cui il racconto sta prendendo corpo.
Ci pensavo stamattina, mentre venivo al lavoro, a bordo del mio 125 nero.
Due ruote anziché quattro, e una nebbiolina leggera che più che avvolgere, attenuava i contorni del mondo circostante.
Inizia così, e non è dato sapere la direzione in cui si muoveranno gli autori che lo compongono, se torneranno indietro a ripercorrere strade già tracciate da altri o seguiranno percorsi diversi, vagando nella nebbia.
Io ho seguito il filo dei miei pensieri, e non so bene dove sono arrivata:
 
“Opera” fu la prima parola che disse, al suo medico e amico, quando gli riferì il risultato degli esami. Qualsiasi cosa era meglio dell’inazione, di stare lì ad aspettare il corso degli eventi. Voleva solo avere tempo, il tempo di mettere le cose a posto, di predisporre tutto per il meglio. Ora che si trovava avvolto dalla nebbia, tutto però gli sembrava meno chiaro. Non era più certo che quella fosse la giusta soluzione, o che lasciarsi andare e sparire fosse davvero un male. Guardava la nebbia, fuori dal finestrino, per cercarvi una luce e trarre da essa una direzione, ma era come se, con la nebbia, tutti i punti fermi della sua vita fossero fuori dalla sua portata. Tutto era sfocato: il futuro, il passato, perfino i confini di quello che, fino ad allora, era stato il suo mondo.
 
Poche e semplici regole, per chi vuole fare un pezzetto di strada nella nebbia, si trovano qui  e sarebbe il caso di seguirle, come si fa con le luci di chi fa strada in analoghe circostanze.
Una cosa è certa, però: dove finirà.
 
Nel mondo.
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lunedì, 15 gennaio 2007

A proposito di scritture invisibili e di "deperibilità" della scrittura su internet, mi è capitato che su un vecchio post (luglio 2005) scritto sulla Tavolata di Zu, comparisse nei giorni scorsi un commento di Orsastella, che chiedeva notizie sui "ricci di Schopenhauer".

Caso vuole che su questi - e sulle distanze tra le persone - io abbia (a marzo 2006) scritto un altro post, che ho appena ricopiato sulla Tavolata.

Un esercizio di link, insomma (direbbe CalMa)

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sabato, 13 gennaio 2007
(pensierini sul Delurking day)

Se per caso vi fosse sfuggito, ieri era il delurking day. Anzi, per dirla meglio, sono i delurking days (secondo alcune fonti dall'11 al 15, secondo altre... ma alla fine, non importa).
E cioè?
Cioè i giorni in cui i lettori che solitamente guardano e non favellano (lurker) sono invitati a palesarsi, con un saluto o altro.
Si suppone quindi che debba farlo anch'io.
Invitarvi a uscire allo scoperto, intendo.
Però mi rendo conto di quanto, nell'ultimo periodo specialmente, io stessa sia preda di un'afasia da commenti. Scrivo, e magari delle fesserie, sul blog, ma ho pudore di farlo su quelli altrui, anche se li leggo. E poi, come scrive anche Zu, ci sono due tipi di lettori, anzi tre, anzi... e ci sono moltissimi motivi per cui si finisce col non commentare: noia, disinteresse, pigrizia, ammirazione, emozione, timidezza (ne avete altri?); ognuno dovrebbe quindi essere libero (e lo è, di fatto) di fare ciò che vuole.
Ma poi, con tutti i sistemi di statistica, gli ip, i pop-up di splinder che ti dicono chi sta visualizzando il tuo profilo (e, si presume, da questo arrivi al blog), è davvero possibile passare e leggere senza lasciare tracce?
Credo di no.
E quindi questo non è un invito a uscire allo scoperto, anche se mi farebbe piacere.
Anche per due motivi: uno, che con il mio nick, di inviti a non restare nascosti non me ne posso permettere; uno, che non sono solita chiedere ciò che non si è disposti, volontariamente a fare, e uno che di molti (diciamo qualcuno, non sono poi così tanti) lettori silenziosi di Trìspito conosco benissimo l'identità, e li saluto con un cenno del capo quando li vedo passare.
Come dite, non sono due, ma tre?
E allora ci aggiungo il quarto: che nessuno, quando va a leggere un blog, si aspetta di essere stanato dalla Santa Inquisizione (grazie ancora, Zu, per il link)

(Intanto, invece, grazie a chi passa di qua, anche in silenzio, e continua a passare, Dio solo sa il perché :P)
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giovedì, 11 gennaio 2007
“Do ut des?”, mi ha detto la sorellona Metalla quando mi ha passato ‘sta catena (speriamo meno forte della passione, visto che – ve lo dico subito – ho intenzione di spezzarla). E siccome lei ha dato a proposito di libri, ora tocca a me, anche se in ritardo.
Che cosa, vi chiederete (o forse no, immagino possiate vivere senza saperlo, ma se continuerete a leggere, lo saprete lo stesso).
Ebbene sì: cinque – e dico cinque – cose che ancora non sapevate di me, o forse sì ma avete preferito dimenticare.
Io, per esempio, qualcuna la dimenticherei volentieri, ma non ci riesco.
 
Andiamo per ordine:
  1. A otto anni volevo andare a scuola di danza con la mia amichetta (ma chi fosse, non lo ricordo più). Però ero troppo piccola per quella scuola, e i miei genitori mi promisero che avrei fatto l’esame l’anno successivo. Così, a nove anni, feci l'esame di ammissione ed entrai alla scuola del Corpo di Ballo del Teatro Massimo. Da ottobre a giugno tutti i pomeriggi, dal lunedì e venerdì, l’ora tra le quindici e le sedici era scandita dal suono dei passi sul pavimento di legno, ma soprattutto da Loro. Lei è stampata nel mio cervello anche se ne ho rimosso il nome: russa, una severa crocchia di capelli biondi e morbidi abiti neri a nascondere gli almeno novanta chili che le erano cresciuti addosso da quando aveva smesso di danzare. Lui era il suo compagno inseparabile: un lungo bastone da scopa, che usava indifferentemente sul pavimento per segnare il tempo della musica, o sulle nostre schiene se l’arabesque  era un po’ storto o se, nel grand-plié  la schiena veniva inclinata in avanti. Ma il momento peggiore della giornata era quando, a fine lezione, chiamava me e un’altra ragazza “rotondetta”  al centro della sala per chiederci cosa avevamo mangiato. La musica che segnava l’uscita dalla sala prove mi trovava “aragosta in insalata”, rossa di rabbia e umiliazione nel mio tutino verde. A fine giugno avevo capito che dovevo scegliere: continuare a danzare (ed essere messa sotto accusa per ogni boccone che non fosse d’insalata) o mangiare senza sentirmi in colpa (ma appendendo le scarpette al chiodo)? Fu così che “sbagliai” nel dire a mamma la data degli esami di fine corso, e rinunciai a essere la nuova Fracci (ma un arabesque, a volte, riesco ancora a farlo).
     
  2. Non so se per qualche sintonia astrale o perché è cosa normale (magari tutte e due), il mio numero due somiglia al quattro della sorellona. Anche io giocavo con la coppia Barbie e Ken cercando maldestramente di farli accoppiare, ma con alcune varianti. La prima, è che gli avevo costruito un letto con una scatola da scarpe, ovatta ad imbottire una specie di materasso e le lenzuola fatte con gli scampoli rubati al laboratorio di papà: tigrate. La seconda, che nel gioco ogni tanto facevo entrare il Big Jim di mio fratello (che non era troppo contento, in verità). Un menage a trois, insomma. O quasi.

  3. I sogni che ricordo bene sono quasi sempre incubi (ne ho due o tre stampati nella testa da almeno vent’anni), ma riesco a fare anche sogni a puntate. Non riesco ancora a sognare a soggetto, ma non dispero.

  4. Sul mio libretto di lavoro (ma esisterà ancora?) oltre al generico “impiegato di concetto” c’è una qualifica secondaria: “accompagnatrice turistica” (e credo pure “in lingua inglese”). Ci ho lavorato per un anno, accumulando le esperienze di tre/quattro congressi, un giro di Sicilia e parecchi alberghi, prima di vincere il concorso per un “posto sicuro” che non ho saputo rifiutare. Ed ero pure bravina, tanto da essere richiamata, anche dopo l’assunzione, per un ultimo congresso. Ma quello, non me l’hanno mai pagato… (ci ho guadagnato solo il biglietto aereo, Roma/Palermo a/r).

  5. Monkey Island I e II hanno costituito la base di una specie di torneo che giocavamo in ufficio, durante i momenti di “buco”. Tranquilli, il capo lo sapeva e qualche volta giocava anche lui: serviva a scaricare la tensione di un lavoro altrimenti piuttosto impegnativo. La verità è che, dopo un poco, qualcuno aveva trovato le soluzioni con internet e nei momenti di impasse, se eravamo proprio sulla via della resa, ci suggerivamo vicendevolmente i trucchi tramite mail. Beh, tutti tranne uno: era l’unico disgraziato che rimaneva indietro, e continuava a  dire: Ma come fate? A distanza di quasi 10 anni, credo non lo sappia ancora. Ah, ma al secchio sopra la porta, da far cadere sopra il malcapitato pirata (I), o alla gara di sputi (II) ci sono arrivata da sola!
Bene, ora che sapete tutto ciò, dovrei nominare cinque malcapitati, ma ho già detto che non lo farò (non vi sentite meglio, solo per questo)?
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martedì, 09 gennaio 2007
Da principio furono quelle, spaccate dal gelo, di un lavapiatti in Antartide; poi scivolarono, immobili, sui fianchi di una farmer cui avevano sottratto la terra con un cavillo.

Invecchiarono, nodose e sagge, sul volante di un tassì moscovita e furono sommerse, senza vita, dal crollo di una miniera in Polonia.

Raccoglievano escrementi le mani piccole di donne indiane, trascinavano sedie quelle di un cameriere-tenore, per il quale poche altre mani si muovevano all’applauso in un ristorante italiano laggiù, in Messico.

Poi furono ancora mani forti, a tenere ferme le gambe di incerti passeggeri, nelle strade allagate dell’Angola, e mani irrispettose, a strappare manifesti a Hong Kong.

Infine, mani d’uomo e di scimmia, l’una accanto all’altra nell’insegnare e apprendere nuovi trucchi.

 

Ma dietro di loro, altre mani hanno reso visibili queste storie di mani e di lavoro scivolando sulle tastiere. E ancora mani a cercare, contattare, tradurre e dare corpo a ciò che prima sembrava troppo lontano e perciò irraggiungibile.

Perché c’è questo di bello, nella rete: il mondo può essere a portata di mano.

 

 

(Il viaggio delle mani non finisce qui, ché in altri posti ci porta l’immaginario, sulle rotte del vento di Buràn. Il primo numero è già online, cosa aspetti a toccarlo con mano?)

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venerdì, 05 gennaio 2007
Seduto nella poltrona-orsetto, il cellulare inizia ad agitarsi. Costretto al silenzio, scalpita, lampeggia e vibra per richiamare la mia attenzione sull’arrivo di un messaggio.
 
Lo lascio sfogare – mai dare troppe soddisfazioni a questi oggetti meccanici – poi do un’occhiata.
In questi tempi di catene portaSfortuna – io le blocco quasi sempre, o talvolta le rimando al mittente, così imparano – la prudenza non è mai troppa.
Il numero è noto, un’amica fidata.
 
Leggo.   
 
Ci vediamo giorno 5 ore 17.00 dal meccanico per la revisione della…
 
Meccanico? Avrà sbagliato numero, io la macchina l’ho rottamata dieci giorni fa. Le feste le danno alla testa, di sicuro.
Il testo continua, però.
Cambio schermata.
 
…scopa.
Di seguito, cioccolata calda e divisione delle zone di intervento.
A mezzanotte tutte al lavoro!
 
E non poteva dirlo subito?
Vediamo l’agenda…
Ecco,  5 gennaio, ore 17.00
 
Ho un buco tra la riunione pre-comitato e quella post-scenario.
Forse ce la faccio.
Per la prima, ho già preparato una lista di cose da fare, la divisione per aree geografiche di intervento, previsioni di budget e un’ipotesi di ottimizzazione delle risorse.
Potrei avere qualche problema per la seconda: le palle di vetro con la neve sono risultate particolarmente chiare, quest’anno. Sembra che la neve scarseggi ovunque, hanno dovuto prenderla per spararla nelle stazioni sciistiche e lo scenario è stato perciò meno suggestivo, ma tutto sommato poteva andare peggio. Ci fu quell’anno in cui, al posto della neve, misero la sabbia e delle palme. Quello fu molto, molto più imbarazzante.
 
Devo solo controllare che sia tutto a posto.
Mi guardo intorno… nessuno in vista.
 
Prendo dalla tasca la chiave dell’armadio.
Apro, ed eccola lì.
 
Bellissima.
Direttamente da Hogwarts (perché bisogna sempre seguire il corso dei tempi), una Nimbus 2000.
Lo so, non è nuovissima, ma ci sono affezionata.
E poi io sono mancina, e questa ha il manico modificato, non è facile trovarne una così.
Nimbus 2000 
La sfioro piano, ne saggio il manico, controllo ogni singolo filo. Sembra tutto a posto.
E’ ormai il settimo anno che ci facciamo compagnia.
 
Provo a chiamarla, ma resta immobile, come se non mi sentisse.
Irrigidisco la voce in un comando… nada.
Provo allora a blandirla, l’accarezzo, le racconto le cose mirabolanti che abbiamo fatto insieme e quelle che faremo ancora stanotte, ma niente.
Nessuna reazione.
Ma che le sarà preso? In sette anni non ha mai fatto così.
 
Un attimo, che ho detto, sette?
Non sarà che…
No, non è possibile. Ma la crisi del settimo anno, ce l’hanno anche le scope?
Parrebbe di sì.
 
Temo che quest’anno, alla revisione, toccherà andarci a piedi.
E il prossimo anno, riunione alle 16.00.
 
Il 17 porta sfortuna.
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giovedì, 04 gennaio 2007

Proseguendo con la conta dei mesi e con l'autoreferenzialità (vedi tag ammatula, che contrassegna i post inutili), potrei dire che aprile non sarà un mese facile.

E lo so, ci sarà Pasqua (il rinnovamento, la primavera e blablabla), ma se le cose vanno come oggi, sarà un mese difficile per gli spostamenti.

Specialmente su due ruote.

E non vorrei aggiungere altro.

Anzi, sì.

Non so voi, ma io tocco legno ferro (intanto qui, diluvia)

 

Aggiornamento: ho fatto un test inutile (lo dice lui) che ho trovato dal Nino, e il risultato è questo...

 

 

(si vede che oggi è destino)

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