scomparto:ammatula, sperciate
Nei commenti a questo post di monodose, Flounder scriveva: (io questa cosa me la immagino in inglese, cantata da ella fitzgerald o nina simone, con una musica tipo quella di : my baby don’t care for rings or other expensive things, etc. etc)
L’idea mi era piaciuta, e ci ho provato. Ma tradurre in un’altra lingua è un po’ tradire (il testo) per cercare di conservare (il senso, ma soprattutto l’atmosfera). Perché ogni lingua ha i suoi tempi, i suoi ritmi, la sua musica. E ogni versione è un po’ una perversione. Amorevole, ma tale.
Il risultato? Un gioco, un omaggio all’originale, che spero non debba vergognarsi troppo (ma la musica, se è quella, proprio non lo so).
Update: Come si legge anche nei commenti, Flounder si è esibita, qui.
Il suono dei martelli e le grida di richiamo si erano rincorsi per il vialone, arrampicandosi fino alla sua finestra.
Lo spiazzo abbandonato in fondo alla strada si era acceso di colori e movimento. Pareti di legno e stoffa, palloncini svolazzanti e lunghe assi di metallo sembravano essere sorti dal nulla, come funghi di tanti colori. Poi camion e gente indaffarata a scaricare, spingere, svuotare, alzare, puntellare, pulire e rammendare. Un caos apparente, dal quale a poco a poco nasceva un nuovo mondo.
“Un luna park”, si disse dietro le persiane accostate da cui osservava il variopinto formicaio. La curiosità che l’aveva portata alla finestra la trattenne per qualche tempo a vagare con occhi distratti tra le baracche. Poi, all’improvviso, il suo sguardo fu attirato da una luce che quasi l’accecò.
Un raggio di sole aveva colpito una superficie curva, rifrangendosi in ogni direzione.
“Uno specchio”, si disse, indietreggiando senza volerlo.
Poi si ricordò della protezione datale dalle persiane e tornò a guardare.
Non uno, ma tanti specchi, diversi l’uno dall’altro per dimensione e forma, venivano scaricati da un camion e portati dentro un tendone scuro.
Non aveva bisogno di vedere altro. Sapeva già cosa stavano costruendo, lì dentro.
Le bastava guardarsi intorno.
Si girò lentamente, riluttante a separarsi dalla luce del giorno che, ormai da tempo, aveva bandito dalla sua stanza.
Le pareti erano disseminate di specchi: grandi e concavi, piccoli e convessi, lunghi e ondulati. Nessuno di loro restituiva la stessa immagine, ma tutti insieme avrebbero riempito la stanza di una luce impossibile da sopportare, se solo avesse permesso al sole più di quei raggi filtrati che le persiane lasciavano passare.
La sera bastava una candela a illuminare di luce tremolante l’intera camera. Allora diventava ancora più importante serrare le imposte e chiudere le tende pesanti, perché nessuno si chiedesse quale fosse l’origine di tanto chiarore.
Ricordava il volto serio di suo padre quando, piccolissima, le spiegava che quella, d’ora in poi, sarebbe stata la sua casa. Non riusciva però a rammentare le parole che avevano accompagnato il suo sguardo, allora. Solo il rumore della porta che si chiudeva, e poi i suoi occhi che la guardavano dalle pareti.
Non era mai stata sola, da quel momento, eppure quasi nessuno veniva a visitarla.
Ogni giorno la vecchia nutrice saliva le scale portandole cibo e bevande. Poi si accingeva a pulire, dopo averla salutata con un cenno del capo ed uno sguardo che non capiva bene. Sempre in silenzio, raccoglieva un foglio con le richieste per l’indomani e andava via.
Il suo mondo era racchiuso lì, tra quelle pareti intervallate di specchi. Grazie a loro conosceva il suo volto, sempre uguale e sempre diverso. Aveva i suoi preferiti: lo specchio tondo in corridoio le dava sempre un’aria un po’ buffa che le era di conforto nei giorni grigi, mentre quello lungo, nella sua stanza, le consentiva di drappeggiarsi addosso le lenzuola, o travestirsi, e fingere di avere visite.
Prendeva allora il servizio da tè e lo disponeva con grazia sul tavolino: un gioco che aveva iniziato con sua madre, da piccola, e che ora continuava da sola, sbocconcellando a turno, dai piattini, i pasticcini che aveva servito.
A volte cantava, spazzolandosi i lunghi capelli corvini: un poco per distrarre la mente dal dolore nel districare i nodi, un poco per non dimenticare il suono della sua voce.
Non aveva mai pensato di farsi vedere, però. Il mondo esterno, seppure a portata di mano, le sembrava qualcosa di lontano e irraggiungibile. Sentiva che, se si fosse rivelata, non sarebbe mai più potuta tornare alla tranquillità delle sue stanze e questa, in un modo oscuro, era una assoluta certezza.
Si coprì tutta con un mantello e fece scivolare il cappuccio fino agli occhi, poi tirò piano la porta e uscì.
Quando mise piede in strada fu quasi sopraffatta dallo spazio che vide intorno a sé. Il cielo stellato, la strada, i campi intorno sembravano molto più grandi di quanto il quadro della sua finestra lasciasse intravedere. Si strinse nel mantello e contro il muro cercando conforto dal contatto, e si diresse verso il luogo in cui luci e suoni la chiamavano.
Nessuno la vide, o nessuno sembrò fare caso alla figuretta che camminava a passo svelto verso la casa degli specchi, che raggiunse in poco tempo.
Allungò una banconota alla cassiera distratta, e in un attimo fu dentro.
Era come sentirsi a casa: le pareti scure, i grandi specchi che le rimandavano la sua immagine, ogni volta diversa.
Sussultò quando si accorse di non essere sola. Sentiva le voci, ma non riusciva a vedere da dove provenissero. Un po’ più avanti, sembrava. E proprio quando pensava di tornare indietro, altre voci alle sue spalle la spinsero in avanti a trovar rifugio nel labirinto.
Poi li vide: prima negli specchi, corpi allungati fin dove era possibile, visi da cavallo e bocche enormi. Voleva fuggire, ma si disse ancora una volta che loro sì, loro avrebbero compreso, e si fece forza.
Non era preparata, però, a quello che vide fuori dallo specchio: due ragazzini che ridevano e si davano pacche l’un l’altro, indicando le loro immagini deformate.
Non riusciva a fermare lo sguardo, che vagava incessante tra lo specchio e i bambini ridacchianti. Poi si accorse che anche la sua immagine era entrata nello specchio, e torreggiava sulle altre. Anche gli altri se ne accorsero, e si volsero verso di lei ma, come non si aspettava, continuarono a sorridere, chiamandola a sé.
Invece di raggiungerli corse via, le lacrime che le solcavano il volto e le impedivano di vedere. Solo l’abitudine agli specchi le consentì di trovare l’uscita, ma inciampò e cadde su qualcosa di duro. Quasi senza accorgersene lo raccolse e proseguì la sua corsa fino a che si fu chiusa la porta alle spalle.
Si fermò, ansante, sulla soglia.
Anni di silenzio e solitudine si sciolsero nei singhiozzi che la scuotevano. Si strinse addosso il mantello, e nel farlo fece cadere qualcosa.
Era un piccolo martello, l’oggetto su cui prima era inciampata.
Sapeva cosa fare, ora.
Ad uno ad uno, ruppe gli specchi della casa, fino a che il pavimento fu pieno di frammenti luccicanti che crocchiavano ad ogni suo passo.
Poi tolse il mantello, indossò una giacca ed uscì senza voltarsi indietro.
Fu allora che, per la prima volta, sorrise.
A proposito di scritture invisibili e di "deperibilità" della scrittura su internet, mi è capitato che su un vecchio post (luglio 2005) scritto sulla Tavolata di Zu, comparisse nei giorni scorsi un commento di Orsastella, che chiedeva notizie sui "ricci di Schopenhauer".
Caso vuole che su questi - e sulle distanze tra le persone - io abbia (a marzo 2006) scritto un altro post, che ho appena ricopiato sulla Tavolata.
Un esercizio di link, insomma (direbbe CalMa)
Invecchiarono, nodose e sagge, sul volante di un tassì moscovita e furono sommerse, senza vita, dal crollo di una miniera in Polonia.
Raccoglievano escrementi le mani piccole di donne indiane, trascinavano sedie quelle di un cameriere-tenore, per il quale poche altre mani si muovevano all’applauso in un ristorante italiano laggiù, in Messico.
Poi furono ancora mani forti, a tenere ferme le gambe di incerti passeggeri, nelle strade allagate dell’Angola, e mani irrispettose, a strappare manifesti a Hong Kong.
Infine, mani d’uomo e di scimmia, l’una accanto all’altra nell’insegnare e apprendere nuovi trucchi.
Ma dietro di loro, altre mani hanno reso visibili queste storie di mani e di lavoro scivolando sulle tastiere. E ancora mani a cercare, contattare, tradurre e dare corpo a ciò che prima sembrava troppo lontano e perciò irraggiungibile.
Perché c’è questo di bello, nella rete: il mondo può essere a portata di mano.
(Il viaggio delle mani non finisce qui, ché in altri posti ci porta l’immaginario, sulle rotte del vento di Buràn. Il primo numero è già online, cosa aspetti a toccarlo con mano?)
Proseguendo con la conta dei mesi e con l'autoreferenzialità (vedi tag ammatula, che contrassegna i post inutili), potrei dire che aprile non sarà un mese facile.
E lo so, ci sarà Pasqua (il rinnovamento, la primavera e blablabla), ma se le cose vanno come oggi, sarà un mese difficile per gli spostamenti.
Specialmente su due ruote.
E non vorrei aggiungere altro.
Anzi, sì.
Non so voi, ma io tocco legno ferro (intanto qui, diluvia)
Aggiornamento: ho fatto un test inutile (lo dice lui) che ho trovato dal Nino, e il risultato è questo...
(si vede che oggi è destino)