martedì, 27 marzo 2007
Dicono che i sogni fatti all'alba sono quelli che si ricordano.
Dicono anche che sono quelli premonitori, quelli che si potrebbero avverare.
Io non lo so se è vero; quei sogni lì non li ho mai fatti.
Mi sveglio sempre prima, quando il buio non ha ancora ceduto le armi all’aurora.
Che anche quella, lo dicevano i greci, ha le guance rosate, ma non l’ho mai vista.
Le notti le trascorro intere nel mio laboratorio.
Taglio, incollo, smonto, aggiusto, tolgo qui per rimettere di là.
All’inizio sembra tutto semplice, ma quando l’orologio inizia a scandire quattro colpi, l’attività è quasi frenetica.
Perché le risorse non sono illimitate, e però devono bastare per tutti.
Nessun ritardo, nessun rinvio.
Lo so, vi state chiedendo cosa ci sarà mai di così importante, nel mio lavoro.
E’ semplice.
Io costruisco giorni.
No, non nel senso di programmi, pacchetti per le vacanze, tabelle di lavoro. Quelli sono parte del materiale che uso, ma non sono tutto.
Nei miei magazzini conservo gioie, dolori, perdite, ritrovamenti, successi e sconfitte. Poi ci sono amori piccoli e grandi, odi senza fine o semplici antipatie, graffi, ferite, guarigioni e malattie. Ci sono compiti in classe e interrogazioni, esami all’università o per la patente, divertimento, noia, appuntamenti mancati e promesse mantenute, ritardi, puntualità, lavoro e tempo libero. Anche tempo perso, qualche volta.
Tutto va diviso attentamente, a volte col contagocce, altre a badilate.
C’è un angolo pieno di stadere e bilancini da farmacista; un altro raccoglie metri a nastro e misuratori laser; poi ci sono brocche e bidoni, damigiane e storte.
Tutto ciò che serve a dividere, misurare, scindere e mescolare è a portata di mano.
Perché le mani che debbono usare questi strumenti sono solo le mie, e devono fare presto e bene, notte per notte.
E non ho occhi a guidarmi nella scelta; posso solo affidarmi all'esperienza e alla fortuna.
Se tutto va bene, i giorni scorrono tranquilli; qualche sorpresa ben dosata, un sorriso, una lacrima di commozione, ma niente di più.
Pochi problemi, ordinaria amministrazione, il solito tran tran.
Una nascita lì, una morte qua ad equilibrare la bilancia; nessuno strappo, almeno all’apparenza.
Non sempre però va tutto così liscio.
Qualche volta eccedo con l’allegria, e sono giorni di carnevale, colorati, di risate piene.
Poi mi tocca risparmiarla per i giorni futuri, e sono gramaglie, nuvole e pioggia d’estate.
Anche la tristezza va a ondate; quella tendo a risparmiarla, però, perché non si sa mai quando possa servire. Troppo spesso succede che debba prelevarla dalle scorte, per qualche avvenimento imprevisto, o a lungo rimandato: una frana, una tempesta tropicale o qualche altra calamità naturale che non posso fare a meno di inserire. Ne ho un tot a secolo, sapete; se qualche volta sbaglio i calcoli, poi mi tocca concentrarle tutte insieme, per pareggiare i conti.
Ogni tanto mi diverto a mescolare gioia e dolore – tocca pur passare il tempo, in qualche modo – e sono giorni agrodolci, di zucchero e aceto.
Quelli sono i giorni più difficili da creare, perché occorre un attento dosaggio: troppo dell’uno potrebbe esaltare, troppo dell’altro sprofondare nella depressione.
Mi sbaglio anch’io, talvolta, ma sono gli altri a pagarne le conseguenze.
Perché non sono infallibile, sapete.
Ma per me, è solo lavoro.
Per altri, la differenza tra la vita e la morte.








(grazie a Dido  e ad Herr Effe per i preziosi suggerimenti)
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domenica, 25 marzo 2007
Marc Chagall - Promenade - 1917
Scuro e concreto, lui è per lei ancora alla realtà.
Lei, in cambio, gli è strada per il cielo.
Dividono uno sguardo, forse i pensieri.

Li unisce una mano, stretta forte; un legame che la volontà non spezza.

Ed un segreto vela di tristezza il sorriso di lei.

Vorrebbe svelarglielo e non può; serra le labbra, attende. Se si concentra, forse svanirà. E lo guarda attenta, bevendo dal suo sorriso la forza per conservarlo a lungo.

Non lo conosce lui, ancora: e il suo, di sorriso, arriva agli occhi.

Camminano insieme così, prolungando ancora momenti sereni: buon cibo, vino, parole divise e una tovaglia a fiori.

Hanno alle spalle un destino rosa, di sacralità e devozione; li attende ancora al loro ritorno, ma non ora.

Ora è momento magico, sospeso tra terra e cielo.
E se hanno fortuna, durerà per sempre.
 

(Ormai tre domeniche fa, ho visitato la mostra Chagall delle Meraviglie. Tra violinisti che volano ed angeli che precipitano al suolo, amanti, artisti ed ebrei erranti, la Promenade attira inevitabilmente lo sguardo, e il cuore)

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giovedì, 22 marzo 2007

San Benedetto è stato ieri, ma ancora non vedo rondini.
In compenso stamattina c'era un gruppo di gabbiani che si aggiravano intorno a un palazzo. E' vero che il palazzo ha una forma un poco strana, ma in nessun modo può confondersi con una nave.

Ma ormai alle stranezze siamo abituati, i gabbiani non si limitano più a vivere vicino all'acqua ma si cibano di spazzatura e contendono ai piccioni il dominio delle piazze di città.

Però in questi giorni ho visto anche dei merli, e altri piccoli uccelli, saltellare di qua e di là.

E il cespuglio fiorito resiste, malgrado il freddo.

Forse qualcosa va ancora per il verso giusto.

 

(avvertenza: il tag del post - ammatula=inutilmente - non è scelto a caso. Le parole per ora latitano; volano intorno alla testa come i gabbiani. Forse, col tempo, torneranno. Come rondini a primavera)

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martedì, 20 marzo 2007

L'inverno ci sta dando un colpo di coda, prima di cedere il passo alla primavera.

Oggi ci regala anche un poco di grandine, tanto per gradire.

Ci sono geli improvvisi, che ci colgono di sorpresa, impreparati, proprio quando eravamo pronti ad accettare un calore che pure ci aveva stupito, al suo arrivo.
Chicchi di grandine, a colpire boccioli freschi, nati fuori tempo.

Domenica, nella passeggiata mattutina, avevo notato, non senza un sorriso, come un cespuglio che da tempo vedevo spoglio, e secco, e improduttivo, all'improvviso si era riempito di piccoli fiori gialli. Neanche una foglia, ma una miriade di punti di sole.

Chissà se resisterà, oggi, alla grandine.

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mercoledì, 14 marzo 2007
(per una grammatica della notte - ancora)
 
La nuit - Alphonse Mucha (via allposters.comA volte le chiavi di ricerca sono messaggi, indicazioni di una strada da percorrere. E tra le tante, una “accade sovente che durante la notte tutto diventi più chiaro” riprende pari pari la frase di un mio vecchio post in cui, a proposito di grammatica della notte, parlavo dei suoi modi. Rileggendo il post, mi sono accorta che ne mancava almeno uno.
 
Se una notte d’inverno…
(modo condizionale)
 
La notte è il luogo delle possibilità. La notte trasforma, addolcisce i contorni, sfuma le differenze (di notte tutti i gatti sono grigi, no?), esalta le bellezze.
La notte copre, si fa complice di confidenze e di segreti, ma dilata anche le paure.
La notte rende evidente ciò che il giorno nasconde, e viceversa, ampliando alcune percezioni – l’udito, ad esempio, o il tatto – e rendendone altre meno importanti.
 
(la notte aiuta la concentrazione, dicevo altrove, almeno per me. Ma la notte mi ha aiutato a superare le paure, a dilatare i miei sensi oltre ciò che ritenevo possibile)
 
La notte rende pazzi, assassini, romantici, passionali, ansiosi o sonnolenti. Ma solo se, in fondo, lo siamo già, un poco. Ci offre solo la possibilità – nel bene o nel male – di esserlo di più.
 
 
Datemi la notte, e sfiderò il silenzio
(modo imperativo)
 
Gibran diceva: Datemi il silenzio, e sfiderò la notte, ma è vero anche il contrario. La notte ispira poeti e musicisti, attori e pittori. La notte stellata di Van Gogh risplende oltre la sua morte, e possiamo contare fiumi di opere ad essa ispirate.
 
(a volte mi capita, se non riesco a dormire, di alzarmi per completare qualcosa che magari avevo invano inseguito per tutto il giorno. Un’ispirazione improvvisa, o qualcosa che da lungo tempo premeva per uscire. Non che il mondo non guadagnerebbe da una notte ininterrotta di sonno, eh)
 
La notte scioglie le lingue (anche i vestiti, scrivevo già a proposito del modo congiuntivo), guida le mani, apre le porte alla musica e all’arte. Ma anche ad altri modi di espressione, che rende più facili, nel buio. E il mattino dopo, talvolta, scopre nuove meraviglie (ma anche storture).
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venerdì, 09 marzo 2007
La donna alzò lo sguardo dal lavoro a maglia, ma le sue mani continuavano a muoversi veloci.  Erano gesti quasi automatici, che non aveva più bisogno di controllare con gli occhi. Avvolgeva il filo sul dito, poi lo passava sul ferro: dritto, rovescio, dritto, rovescio. Ogni tanto si fermava, doppiava i punti e incrociava, poi ricominciava in un ritmo quasi ipnotico.
La sua mente, allora, poteva prendere il volo,  approfittando di quei momenti in cui non era obbligata a controllare il corpo.
Usciva dalla finestra e volava, senza peso e senza pensieri, lasciandosi trascinare dalla corrente e sfruttandola, come fanno i gabbiani. Saliva su in alto e poi si lasciava cadere, godendo dell’assenza di paura, lasciata a decantare nel suo corpo.
 
Erano viaggi brevi. Bastava una voce di richiamo a riportarla giù di scatto: sentiva quasi il contraccolpo nelle ossa, una piccola fitta a rammentarle che non apparteneva più solo a se stessa.
 
La fitta scompariva quando guardava il visetto paffuto e le braccia tese di sua figlia. Il suo sorriso la compensava delle rinunce, e del sonno perso, e del peso che a volte sembrava voleva trascinarla ancora più in basso, dove non le sarebbe stato più possibile risalire.
 
Allora sorrideva in risposta, e provava a prolungare quel sorriso raccontando storie che aveva raccolto nel suo vagabondare: fiumi di cioccolato e monti di biscotto, dove era facile sfamarsi lungo il tragitto e riprendere il volo.
 
Mentre raccontava, teneva la bimba contro il petto e la sentiva diventare sempre più pesante tra le sue braccia man mano che il suono della sua voce l’acquietava e la disponeva al sonno. Anche il battito del suo cuore contro il proprio adeguava il ritmo, e il respiro si faceva regolare. Prolungava quegli attimi assaporandoli lentamente, e chiudendoli in un angolo della mente per riprenderli poi, quando la distanza e il tempo e le difficoltà avrebbero richiesto la memoria di momenti felici per tornare a volare.
 
Solo quando sentiva le braccia dolere per il peso scioglieva l’abbraccio e posava la bimba nel suo lettino. Riprendeva allora il suo lavoro, e tornava a contare maglie e giri mentre la mente volava alto, a raccogliere nuove storie.
 
Aveva sempre avuto difficoltà con la misura delle maniche. A volte troppo lunghe, altre larghe e corte, non riusciva mai a finirle in modo soddisfacente.
 
Ma stavolta no. Stavolta era certa che quelle maniche sarebbero state perfette.
A misura d’abbraccio.
 
 
Come scrivevo qualche post fa, anche gli abbracci hanno una loro misura – e intensità. Ci sono quelli che ti fanno sentire amata e coccolata, quelli rapidi che sanno di circostanza e quelli brevi, ma densi come la cioccolata d’inverno. E poi ci sono quelli che ti calzano come un guanto, a misura (it fits, dicono gli inglesi, e nell’infilare una parola dentro l’altra, c’è secondo me una magia speciale)
 
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mercoledì, 07 marzo 2007

Dopo la pioggia, le strade finora deserte si iniziano a riempire di passanti frettolosi.
I cani fiutano l'aria, pulita ed elettrica, e si agitano incontrandosi, frenati dalle mani dei padroni.
L'erba si schiaccia sotto brillanti perle d'acqua, lucida e nuova dopo aver bevuto.
Qualche goccia continua ostinata a cadere dagli alberi frondosi e gonfi.

E poi, arrivano loro.
Tutte allineate nei loro gusci di metallo, dentro i quali uomini e donne sono rassegnati alla lentezza del percorso mattutino. Chi legge il giornale alternando acceleratore e freno, chi chiama gli amici o scrive sms, segnalando il ritardo.
Come le lumache, che sembrano moltiplicarsi dopo la pioggia.

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lunedì, 05 marzo 2007
Ieri
 
Il mare d’inverno.
Una spiaggia deserta, spazzata dal vento che spinge veloci le onde sulla riva.
Gli spruzzi si levano alti a nascondere l’orizzonte, ma solo per un attimo.
Poi eccolo lì di nuovo.
Potresti allungare la mano e toccarlo, ma è solo un’illusione.
Un’auto ferma, un uomo e una donna guardano l’orizzonte.
Parlano, si chiedono se avranno un futuro.
Poi si guardano, e il presente è a portata di mano.
Il futuro, a suo tempo, verrà.
 
Oggi
 
La nebbia sfuma i contorni delle cose.
Una strada, una casa, gli alberi sembrano perdere forma e consistenza.
La brina ricopre l’erba di piccole perle, che presto si scioglieranno al sole.
Tutto sembra sparire, ma anche questa è un’illusione
Una finestra aperta, un uomo e una donna guardano fuori.
Parlano, e ricordano il passato.
Poi si guardano, e il presente è sempre a portata di mano.
Il futuro, a poco a poco, lo sarà.
 
 
Oggi, dodici anni fa. Qualcosa è cambiato; qualcosa, per fortuna, è anche meglio.
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giovedì, 01 marzo 2007

Oggi ho trovato una gif di eriadan che dice esattamente dove vorrei stare, in questo momento, e perché:

Eriadan - clicca sull'immagine per vedere l'originale

(sarà la primavera anticipata, o il bisogno di ferie?)

 

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