domenica, 29 aprile 2007
Pareri,
Opinioni,
Sensazioni,
Timide
Storie...
Oppure
Panzane?


(pensieri allo specchio)
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martedì, 24 aprile 2007
Nel fine settimana, sono stata a Palermo a trovare i miei, come accade abbastanza spesso.
Le strade sono tappezzate di manifesti elettorali (quasi tutti di una “parte”, che evidentemente ha maggiori fondi pubblicitari) in vista delle prossime comunali, a metà maggio.
Volti noti e meno noti, facce patinate messe in mostra, speranze e promesse che saranno più o meno deluse.
Domenica pomeriggio, a casa di parenti, una videocassetta ormai tremolante ci rimanda le immagini di un film che non avevo mai visto: Nati stanchi, con Ficarra e Picone.
(Nel film - ed è stata una bella sorpresa -  oltre ai protagonisti, buona parte dei comici e cabarettisti di Palermo e provincia; anche uno dei Cavernicoli, quelli di "cintura di castità". Ma che stavo dicendo?).
Mentre i bambini sciorinano le battute in sincronia quasi perfetta con ciò che arriva dal tubo catodico, sullo schermo scivolano le immagini di un’altra campagna elettorale e due comizi, cui assiste l’identico pubblico.
Il primo, di una pasionaria che denuncia le condizioni del paese, gli illeciti, la scarsa occupazione, la necessità di cambiamento.
Il secondo, di un distinto signore in giacca e cravatta che promette un luminoso destino a questo paese dell’entroterra siciliano: farne – con il modico costo di cinque cannoni sparaneve – una stazione sciistica.
Il pubblico?
Una piazza deserta, nella quale spiccano tre sedie e quattro spettatori, sulla cui attenzione non si potrebbe giurare.
 
Eppure…
Eppure qualcosa debbono averla sentita, perché dall’indomani una nuova moda si diffonde per il paese.
Si inizia con l’uso degli scarponi doposci, “inaugurato” in una seduta dal barbiere da Don Ciccio (un Burruano in gran forma), e subito imitato da buona parte della cittadinanza, che di tanto in tanto si vede passeggiare per la piazza con degli sci sulle spalle. Arriva pure uno spazzaneve, con tanto di manifesti elettorali.
Se la vicenda fa da contorno alla trama principale del film (ma la sua presenza non credo sia casuale), la mente ritorna alle confidenze di un amico, candidato a una delle precedenti tornate elettorali, che raccontava come gli fosse stato raccomandato di non fare tentativi di campagna in alcune zone della città perché “tanto è inutile, si sa già i voti a chi andranno”, e passeggiando per le strade del quartiere ciò era particolarmente evidente.
 
Non so quale sarà il risultato delle prossime elezioni, anche se temo di immaginarlo. Spero solo che, in futuro, non servano scarponi doposci.
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mercoledì, 18 aprile 2007
Sono giorni convulsi, questi, spinti dalle scadenze e dai ritmi di lavoro, che prendono la maggior parte del tempo.
Corri, cercando di mettere i pensieri in fila l’uno dietro l’altro, di formulare ipotesi e tentare di farle funzionare, di sistemare tutto in modo che fili liscio come l’olio.
Incastri le tue esigenze e quelle degli altri: il lavoro, la famiglia, gli amici, il tempo libero (se resta).
E mentre corri, incastri, allunghi, rinunci o medi, con la coda dell’occhio ti sembra di accorgerti che qualcosa sia stato lasciato indietro.
Una cosa, una parola: rispetto.
Delle regole, della legge, del lavoro e dei sentimenti altrui.
Quello che ti sforzi di fare, nei confronti degli altri, ma che spesso viene scambiato per debolezza o, addirittura, stupidità.
Qualcosa di cui approfittare, senza pagare pegno.
Succede allora che la valvola salta, e la voce si alza.
Magicamente, tutti sembrano accorgersi delle proprie mancanze.
Proprio quando, gridando, un po’ di rispetto per gli altri l’hai perso anche tu.
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martedì, 17 aprile 2007

In questi giorni il lavoro è frenetico, la mente deve girarsi in quella direzione e rimane poco tempo per il blog.
Riesco  appena a leggere qualcosa in giro, ancor meno a commentare.

Però questa cosa, che ho trovato tramite Isadora, è bellissima.

Fa capire come la creatività non abbia bisogno di grossi mezzi, e - come dicevo da Isa - che il calore la stimola più che il freddo rigore.

Godetevela anche voi.

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venerdì, 13 aprile 2007
Oggi il mio counter è balzato per un anonimo che cercava invano il testo di “Cintura di castità”, una canzone dei Cavernicoli di cui parlai in un vecchio post (che non vi linko, tranquilli) e vagava disperato per il blog alla sua ricerca.
Quella canzone la drammatizzammo, nel lontano 1981, insieme a un gruppo di amici; spero di ricordarmelo ancora, il testo (a grandi linee sì). Vogliate perdonarmi le inesattezze, ma tanta cocciutaggine  va premiata, qualche volta.
 
 
Lui: Permettete, signora, posso essere il vostro amante
Cessate di farmi piangere e farmi dispiacer
Ferito come una lepre, colpito e sanguinante
Abbassate il ponte, entrerò nel vostro castel
 
(coro: entrerà nel vostro castello, entrerà nel vostro castel)
 
Lui: abbassate il ponte, entrerò nel vostro castel
 
Lei: Ahimè, mio bel sire, non sono più una pulzella
Sono sposa al sire Osvaldo, quell’astuto vecchierel
Ha portato alla crociata, or sono sei mesi o più
La chiave della mia cintura di castità
 
(coro: cintura di castità, cintura di castità)
 
Lei: La chiave della mia cintura di castità
 
Lui: Non temete, milady, un fabbro conosco già
Andremo alla sua bottega, alla porta sua busserem
Cercheremo di avvalerci della sua grande abilità
Per veder se è capace di aprire il lucchetto là
 
(coro: di aprire il lucchetto là, di aprire il lucchetto là)
 
Lui: Per veder se è capace di aprire il lucchetto là
 
Fabbro: signora e signore, non posso aiutare voi
La mia specializzazione non è qui di utilità
Trovare non so il segreto di tale combinazion
Il barone ha qui applicato una Yale di perfezion
 
 
(coro: una Yale di perfezione, una Yale di perfezion)
 
Fabbro: il barone ha qui applicato una Yale di perfezion
 
Osvaldo: Ritorno dalla guerra con funeree novità
Il nemico ho combattuto, resistito all’uragano
Ma passando con la mia nave lo stretto di Gibilterra
Ahimé la sfortuna, la chiave è caduta in mar
 
(coro: la chiave è caduta in mare, la chiave è caduta in mar)
 
Fabbro: ahimè la sfortuna, la chiave è caduta in mar
 
Lei: Ahimé, infelice, per sempre chiusa io resterò
A fare l’amore sapiddu come farò
 
Coro: in quella s’avanza un paggio, che dice
 
Paggio: Venite qua
Favorite nella mia stanza, col duplicato io l’aprirò
 
 
(coro: col duplicato lui l’aprirà, col duplicato lui l’aprirà)
 
Paggio: Favorite nella mia stanza, col duplicato io l’aprirò
 
 
Coro: la la lalalala la la lala lala la
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venerdì, 06 aprile 2007
 
Questo è il tormentone di Pasqua nella nostra famiglia: il ricordo di una di quelle atroci poesie pasquali che i bambini dovevano recitare in piedi, davanti a tutti i parenti riuniti intorno al tavolo.
Il bambino in questione era mio padre, l’età sette anni circa, e la memoria… zero, dopo la frase iniziale.
 
Ma a ogni anno, la mattina di Pasqua inizia così.
Con un ricordo e un sorriso.
 
Che crediate o meno alla Resurrezione del Cristo, la Pasqua è un momento dell’anno in cui il mondo si rinnova. La Terra si risveglia dal lungo sonno invernale, e con essa gli animali che vanno in letargo.
 
L’equinozio di primavera, che la precede di poco, era visto in tal senso già prima di Cristo, e celebrato in modo simile in diverse parti del mondo.
 
Quest’anno sembra che il sonno non sia mai arrivato, che l’inverno sia stato di passaggio e che la primavera abbia dominato, a fasi alterne, già da tempo.
 
Ma arriva la Pasqua, a ricordarci che qualcosa può – e spesso deve – essere rinnovato, e cambiato. In meglio, si spera.
 
L’augurio è semplice: di trovare in noi stessi la forza e la volontà del cambiamento. Una nuova pelle per un cuore nuovo, eppure antico. Provare ad andare oltre.
 
Oltre le apparenze, oltre gli ostacoli, oltre gli errori e i fallimenti che sembrano ancorarci a terra. Sembra impossibile, ma il calcio all’im-  perché diventi “possibile”, dipende solo da noi. Se ci crediamo, o no.
 
Buona Pasqua!.
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mercoledì, 04 aprile 2007
La pioggia scende leggera leggera, in silenzio, senza farsi notare.
Assuppaviddanu, la chiamano da noi, ché sotto di essa i contadini continuano il loro lavoro.
Ma piano piano, in silenzio, penetra nei vestiti e arriva alla pelle.
 
Se avessi tempo, lascerei che la pioggia mi lavasse abiti e pensieri, la raccoglierei con le mani per offrirti lacrime di cielo.
Se avessi voglia, passeggerei lentamente, un passo dopo l’altro, fino a perdermi dentro la città che ha sempre fretta, specialmente quando piove.
Se avessi sonno, mi lascerei cullare dal leggero ticchettio, quasi impercettibile, finché l’attenzione lo trasformasse in una lenta ninnananna, cancellando ogni altro suono.
Se avessi compagnia, chiuderei gli ombrelli e danzerei, sotto la pioggia, lasciando che rivelasse ciò che spesso è nascosto.
Se avessi paura, lascerei che la pioggia sottile la spingesse via, senza rombi di tuono a sollevarla ancora.
Se…
 
 
 
 
 
Se almeno smettesse di piovere, potrei andare a casa.
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