mercoledì, 30 maggio 2007

C'era un lungo ps, ieri, al post di chiusura di Brioche.
Un lunghissimo ps in cui spiegava il momento che stava vivendo, i motivi che l'avevano portata ad avere "disinteresse alla vita", non solo al blog.

C'era un lungo e vibrante ps, vibrante come lei sa essere, anche quando dice di avere rinunciato.

Oggi, al posto del ps - e del blog tutto - c'è una frase, blu su celestino, che recita: "Questo e' un blog che il proprietario ha deciso di occultare a se stesso e agli altri, perché al momento gli pare impossibile scrivere, o anche solo vivere."

Ci sono momenti in cui ci si sente così, e il silenzio può lenire le ferite, o forse no. Ma qui non si tratta del blog, c'è altro.

E per quell'altro, mi viene in mente la Ka-Mate, la haka che gli All-Blacks, la squadra di rugby della Nuova Zelanda, ha reso nota in tutto il mondo, tanto da farne addirittura la protagonista di una pubblicità.

E' una danza di sfida, la Ka-Mate, ma anche di rivendicazione. Della vita.

Ka mate? Ka mate? Ka Ora!Ka Ora!
Ka mate? Ka mate? Ka Ora!Ka Ora!
Tenei te tangata puhuru huru
Nana nei i tiki mai
Whakawhiti te ra
A upa...ne! A upa...ne!
A upane kaupane whiti te ra!
Hi!!!

 Io muoio? Io muoio? Io vivo! Io vivo!
 Io muoio? Io muoio? Io vivo! Io vivo!
 Questo è l'uomo dai lunghi capelli
 Che ha persuaso il Sole
 E l'ha convinto a splendere di nuovo
 Un passo in su! Un altro passo in su!
 Un passo in su, un altro... il Sole splende!!!
 Hi!!!

 


 

 

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lunedì, 28 maggio 2007
Scrivo poco, ultimamente.
(“Perché ti nascondi” direbbe un amico che mi conosce bene. E avrebbe ragione, almeno in parte).
D’altronde nascondermi fa parte del mio essere, non a caso è nel mio nick (nel mio totem), e quindi mi si addice.
 
Amo i posti tranquilli, la mia tana, esco poco e spesso quando lo faccio giro in silenzio. Leggo, assorbo, sorrido qualche volta e vado via.
 
Ieri però leggevo l’oroscopo del “solito” Brezny, per questa settimana (25-31/5):
 
 
Cancro (21 giugno - 22 luglio)
Verso la fine della seconda guerra mondiale, un soldato dell'esercito giapponese, Shoichi Yokoi, era di stanza sull'isola di Guam. Quando arrivarono le truppe statunitensi, fuggì nel cuore della giungla e si nascose in una grotta sotterranea. Ci rimase 28 anni. Le sue prime parole, quando tornò alla civiltà, furono: "È con molto imbarazzo che ritorno alla vita". Paragonarti a Yokoi, Cancerino, è ovviamente un'esagerazione. Finora non ti sei nascosto come lui. Ma sento la stessa intensità nel modo in cui hai cercato di non rivelare la tua bellezza. Esci dall'ombra e irradia la tua luce iridescente.
 
Prepariamo gli occhiali da sole?
 
(intanto, a proposito di ricci, non posso non farvi vedere questa di mamma riccio, che mi ha mandato Otto. Non è bellissima?)
Maneggiare con cura
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giovedì, 24 maggio 2007

Questa è una lunga riflessione di Ottorinomat (Otto per gli amici) che trae spunto da un post di Sphera e si allarga poi a ventaglio. La prima e seconda parte qui e qui)

di Ottorinomat

Per concludere con la Romania ripesco alcune righe di due mesi fa. Anche nella ditta in cui lavoro ora c'è un rumeno, Ciprian. Ecco qua.

"bar ai portici".

Pausa di mezzogiorno, quando posso ci vado per un caffè.
E' un bar con un bell'arredamento, giovanile, clientela che, nella media del paese, è quella che ci tiene ad andare a bersi un bicchiere così, col sorriso sulle labbra. Non è il bar del don, porto di mare di lavoratori.
Non è il bar davanti alla chiesa, di popolazione quasi esclusivamente maschile e di mentalità abbastanza chiusa, gente con cui difficilmente riesci a scambiare una parola.
Non è nemmeno l'Ambaradan, che ho depennato al terzo caffè, dove ti senti studiato da capo a piedi da quando entri a quando esci; dove, a quanto pare, hanno quel prurito malcelato di sapere esattamente chi sei e chi frequenti.
" Ai portici " è la modesta vetrinetta del paese, dove dietro il banco si alternano due ragazze, che suppongo sorelle per la somiglianza.
Ieri, tra i clienti non abituali, entrano 4 edili per un caffè.
Non ci posso fare nulla, è diventato quasi un istinto per me, mi incuriosiscono. Ed i miei sensi cominciano a fiutarli, a cercare di leggere oltre gli occhi ed il portamente. Vestono tutti di scuro, un abbigliamento edile si, con annessa polvere e macchie di malta, ma privo di qualsiasi fantasia. Nulla che sia un capo fuori ordinanza, un avanzo d'armadio che tanto in cantiere chissefrega, può andar bene, dando un tocco di colore in più.
Tutti e 4 bassi di statura e dallo sguardo spento, moscio, forse soltanto umile. Quasi che si sentissero fuori luogo.
In questi giorni leggendo ho trovato una frase che mi ha sorpreso: "Ci sono uomini che si abbattono alla prima difficoltà della vita e non rialzano più la testa, piegati, sconfitti per sempre ". E' un po' pesante, ma mi pare ci possa stare, certamente non mi paiono tipi che rialzano la testa, sconfitte o meno che sia. Perchè il gioco di fiutare le persone ti spinge a classificarle quanto prima. Anche a costo di sbagliare, che se non sbagli non impari a cogliere certi dettagli minimi, e non impari ad affinare sempre di più il fiuto.
Pura sensazione di pelle, azzardo che non vadano oltre i commenti sul calcio, che sfoglino al massimo un quotidiano locale, che gli sembri normale assuefarsi al comando televisivo, che leggere un libro è una cosa che si fa una volta nella vita, come il battesimo o la naja, quando c'era.
Nel tempo di un caffè riesco a captare un accento meridionale. Son cioè pesci fuor d'acqua. Ed almeno questo corrisponde allo sguardo forse umile, da cui traspare un certo senso di disagio.

Oggi ancora al bar, ma stavolta con Ciprian, un rumeno che lavora con me.

Sveglio, giovane e di buona volonta, come quasi tutti i rumeni che ho conosciuto. Inoltre dotato di un buon senso dell'umorismo.
" Ah, ho saputo che aspetti un figlio. Complimenti "
" Complimenti un corno " mi risponde " adesso cominciano i problemi, altro che complimenti. Eppoi io e mia moglie sapevamo cosa stavamo facendo, mica stavamo giocando "
Ridiamo.
E' molto interessante confrontarmi con lui. Il che equivale ad un confronto Italia Romania. Cultura usi e costumi. Per lui qui è tutto bello, non capisce chi si lamenta. L'assistenza sanitaria qui è favolosa, mi dice.
Replico che ieri un tizio all'ospedale è morto perchè hanno sbagliato gruppo sanguigno durante una trasfusione. Non si scompone, dice che son cose che succedono anche in Romania, e che dovrei guardare il tutto nel complesso. Dal suo punto di vista non ha tutti i torti, qui effettivamente è molto meglio. Chissà se riuscirò a fargli capire che nonostante sia tutto meglio certi errori non dovrebbero succedere.

Ma ecco che rientrano i 4 edili blu. Automaticamente si riaccende il radar, ne fa le spese Ciprian che ascolto con un orecchio si ed uno no.
Come ieri, un giro di caffè. Stavolta non escono subito, tentennano. Ho i sensi all'erta, forse succede qualcosa. Infatti ecco che uno dei 4, che mi gira le spalle, pesca da una coppetta sul banco. Arachidi o popcorn? Non vedo, sono coperto, lui ingolla trita e deglutisce. Lo vede Jessica, però.
Che, ovviamente in maniera assolutamente istintuale, fa il suo lavoro: vendere.
"Sono buoni, al gusto di caffè?" e ci piazza un sorrisone. La topastra ha fiutato, puntato la preda e gettato l'esca, cioè un bel sorrisone. Ad un metro e mezzo di distanza, apparentemente impassibile, mi ritrovo ad urlare
mentalmente, a fare il tifo: " vai Jessica vai vai vaaaiiiiiii ".
Ed il sorrisone esca accalappia la preda: rotto il ghiaccio i 4 scambiano due parole con la Jessi, sorridono pure loro di rimando, ed ecco ordinato un giro di 4 amari, ramazzotti per la precisione.
Sempre mentalmente mi esce un " Siiiiiii " lungo un chilometro, i miei omaggi, Jessica. Loro erano le prede e tu la predatrice, tutto secondo copione.

Mi accorgo che in quei brevi istanti mi sono completamente dimenticato di Ciprian. E quando lo rimetto a fuoco penso che è a volte girare da soli è veramente interessante.
"Vabbhe, Cipri, però sbagliare gruppo sanguigno in una trasfusione, e che cazzo... quello è morto "
"T'ho detto, son cose che succedono anche in Romania. Piuttosto sai che vuol dire se in ospedale un dottore ti prende una mano e ti picchietta sul palmo con le dita?"
"No, che vuol dire?"
"E' un modo per chiedere dei soldi"
"E tu glieli dai?"
" Hai il tuo pacchettino di soldi e senza farti vedere in qualche maniera glielo infili in tasca. Lui poi va in una stanza dove non c'è nessuno, anche al cesso magari, e li conta. Da questo dipende poi come ti cura. Una volta succedeva più spesso, adesso meno...."

Nulla da fare, su questo concetto Cipri è un po' cocciuto di suo. Viene dai dintorni Bacau, citta nell'est della Romania, al confine con la Moldavia.
Tutti gli altri rumeni che ho conosciuto venivano tutti da Bacau e dintorni, stessa zona. Quindi stesso ambiente, stesse infrastrutture, stessa povertà, se vogliamo leggerla così. Eppure erano più elastici nel ragionare: qui si sta molto meglio, ma riconoscevano che non tutto è santo.

Bene, chiudiamo con la Romania.
Nella ditta dove lavoro ora, oltre al Cipri, c'è un marocchino ed un tunisino.
Quanto al marocchino, giovanissimo, la prima cosa che ti viene a mente è "se questo lavoro non ti piace perchè non cambi?". Si, esattamente così, schietto. Talento eccezzionale nell'imitare altri colleghi, sfottendoli, ma niente di più. Nemmeno lavarsi le proprie scarpe se sporche di malta. Un emerito lavativo, se sei di bocca buona magari simpatico. Perchè non è un rompiscatole, ma nulla più. Anzi assolutamente nulla più.
Il tunisino invece è diverso. Volonteroso ma orgogliso, su cinque cose da fare una devi lasciarla a lui, in quanto a decisione sul come farla. Non è affatto una cima e si poteva fare di meglio, ma lasciargli un contentino è la maniera migliore per ottenere la sua stima, e di conseguenza l'obbedienza assoluta nel come fare sulle altre quattro.
Non mi ha mai parlato di animali più o meno commestibili in Tunisia, piuttosto mi ha fatto vedere orgoglioso il display del telefonino. Una scritta in arabo che significa "Allah è grande". Ma "Allah akbar" lo avevo già imparato dai reportage in Afghanistan di Mimmo Candito. In ogni caso è musulmano sunnita convinto e praticante. " Ottima occasione per tartassarlo di domande sull'Islam " mi dissi. E, tanto per cambiare, sonoro scorno. E' franato come un gigante dai piedi d'argilla alla sola richiesta di una spiegazione esaustiva sulle differenze tra sunniti e sciiti. Volendo girarla sul cattolico, per capirsi, è come una vecchina sgranarosari.
Biascica pedissequamente i suoi precetti tanto quanto le avemarie, ma chiedete voi ad una vecchina che differenza c'è tra una un cattolico ed un protestante. Scena muta. Altrettanto per lui tra sunniti e sciiti. Manco gli avessi chiesto in che crede un induista.
E' solo riuscito a confermarmi che bene o male, con la lingua araba, dal Marocco al Pakistan in qualche maniera si capiscono. A parte l'Iran. Perché in Iran parlano farsi, che è cosa molto diversa. Comunque è già qualcosa.
Voglio dire, è molto più avanti di certi quotidiani, ed anni luce più avanti di certi bloggher, che sputacchiano sentenze definitive su presunte inciviltà ben prima del concetto " informarsi prima di aprire il becco ".

Quanto agli italiani, stendiamo un velo pietoso.
Magari un'altra volta, via.
Leggevo giusto un paio di giorni fa la home page del progetto winston smith. Associazione che si batte per il progetto del rispetto della privacy on line. Tradotto associazione che predica l'uso di programmi particolari per la criptazione dell' hard disk e per un uso delle mail criptografate.
Le associazioni di questo tipo di dividono in due categorie. Quelle che sostengono che "essere paranoici è un pregio" e quindi consigliano di criptare tutto. Le altre dicono che "essere paranoici non è un must però aiuta". Non so se voi credete al fatto che le vostre mail vengono tutte archiviate e controllate. Io son curioso e leggo pure sti tizi.
In genere son comunque tizi che hanno le idee molto chiare, al punto che l'introduzione è sempre chiarissima. Anche essendo somari di informatica come lo sono io.
Nella home del progetto winston smith si legge "non c'è peggior cretino di chi si crede di esser furbo". Ho riso a crepapelle per parecchio prima di proseguire. E' il ritratto perfetto del figlio di uno dei miei attuali datori di lavoro. (l'altro è lo zio, di cui si dice abbia detto " lo rispetto solo in quanto figlio di mio fratello. Dipendesse da me lo caccerei a bastonate"). Crede di essere imprenditorino ma non si accorge che al di fuori della ditta più che ramazzar scale non troverebbe da fare.
Un ego colossale, un totale idiota incompetente, un ragazzo con seri problemi di relazione col mondo. Ma c'è di peggio, Fantozzi. Nullità dalla parte dei lavoratori, lo adora e lo chiama " padrone " spontaneamente. Il mister Wolf di Pulp Fiction direbbe che si fanno pompini a vicenda.
Chiudiamo qui, che non val la pena di sguazzare in un letamaio.

La differenza delle persone sta nell'essere uomo, nel proprio ego, nel saper considerare e rispettare gli altri, nel farsi rispettare,  non nell'etnia.

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mercoledì, 23 maggio 2007

(la riflessione di Ottorinomat scaturita dalla lettura di un post di Sphera. Questa è la seconda parte, la prima è qui; poco più sotto, cioè)

di Ottorinomat 

Life is life, e li ho persi di vista tutti. Perchè ho cambiato ditta.
Perchè? Mi direte voi che guardate con curiosità un cantiere aggrappati alla recinzione.
Perchè gerarchicamente le cose funzionano in un solo modo.
E questo non è un fatto di etnie, immigrati ed integrazione. E' un fatto di essere uomini o meno, ed avere un ego ciclopico o meno, essere cretini oppure no (vedasi la litigata del Nicola col conterraneo). Insomma son cose che non hanno bandiera.
E dunque se esiste un rapporto di lavoro vuol dire che esiste un datore di lavoro e qualcuno che in cambio di denaro svolge il lavoro. La scoperta dell'acqua calda? Assolutamente no.
Perchè se voi, come Sphera, state attaccati alla rete di recinzione difficilmente riuscirete a percepire certi particolari. Detto in poche parole, gli operai si dividono in due categorie. Coloro che usano il termine "datore di lavoro" e coloro che usano il termine "padrone".
Paiono bazzeccole, invece è un universo di differenza. Il datore di lavoro è cosciente che esiste un rapporto di lavoro, con diritti e doveri da ambo le parti di chi stipula il patto. Il padrone è molto più brutale, crede di avere molti più diritti e pochissimi doveri. Il concetto di "sacralità della persona" è per lui inesistente. Più spesso fa finta di non conoscerlo, per proprio comodo, anche se la sua conoscenza è alquanto imperfetta.

Me ne andai proprio per questo. Se voi vi foste aggrappati alla rete proprio come Sphera per guardare il cantiere, questo si vedeva. C'era "bin laden" in cantiere? Pareva un cantiere di cocainomani. Non c'era "bin laden" in cantiere? Qualche volta avreste scorto qualcuno intento a spulciare un quotidiano. Chi era "bin laden"? una via di mezzo tra un datore di lavoro ed un padrone. Ma di questo me ne accorsi tardi, quando gli diedi le dimissioni in ufficio. Fu un colloquio franco, e lui esplicitamente mi fece capire che mi stimava, e che gli dispiaceva perdermi. Ma messa cosi sembrerebbe autoincensante, quindi cambio parole. "bin laden " mi fece capire che riusciva a capire se una persona aveva buona volontà oppure no. Però indirettamente fece anche capire che era nato e cresciuto con quella fottutissima mentalità iperbigotta veneta del lavoro innanzitutto. Il cui corollario è "l'ordine si mantiene innanzitutto con la frusta". Anche se apparentemente si fa finta che tutti siano dei lavativi. Se poi sono rumeni si fa finta di più di non capire perchè, e che cazzo, vengono da posti diversi, parlano diverso, sono ortodossi e non cattolici (vabbhe, un lunedì non hanno lavorato in blocco. Era la pasqua ortodossa. Ed infatti senza profferir parola hanno però lavorato il lunedì della pasqua cattolica. Ma anche questo fai finta di non ricordarlo, "bin laden", che scemo non sei), di certo tramano.
Corollario due, più generico: "se il dipendente non protesta per le frustate, continuo a dargliele". Forse non so perchè le dò, ma se non protesta vuol dire che si sente colpevole. Ai posteri l'ardua sentenza?

Io avevo già preso altri accordi, avevo già comunicato la cosa a Nicola, avevo già capito che la decisione era fulmineamente passata di bocca in bocca (vedasi " fvjrir ffbfbf dfefjnv fj3of "mionome" cegibn "bin laden" seguono parolacce in rumeno a iosa). Cosa fatta capo ha, me ne andai. A nulla valse la mossa finale di " bin laden ", che mi pagò l'ultimo stipendio e la liquidazione in contanti in biglietti di piccolo taglio. Per farmi uscire dal suo ufficio con un portafoglio più largo di un enciclopedia.)

Piccola pausa. Ammetto che per il lettore potrei apparire come filo rumeno.
Difficile da giustificare, la cronaca nera riporta anche misfatti addebitabili a rumeni che fanno accapponare la pelle. Vero.

Il fatto è che non faccio di tutta l'erba un fascio. E quindi per le persone che ho conosciuto vale quanto sopra. Parlo di gente con cui ho lavorato gomito a gomito per qualche anno. Ma si sa, ogni medaglia ha due facce. Internet da un lato è infinitamente piena di pagine di conoscenza, dall'altro è anche infinitamente piena di spocchiosetti che la sanno veramente lunga, anche senza aver mai visto un rumeno.
Seconda cosa: ho appena letto un interessante post che diceva che in fondo l'opinione pubblica la fanno i media, i quali danno una visione parecchio taroccata della realtà. Se avete dubbi su questo, premete Alt-F4. State leggendo questo post per sbaglio.
Che nell'anno di grazia 1999 ebbi la fortuna di intrufolarmi ad un congresso dal nome "gli occhi della guerra". Era ad ingresso libero, ma i non addetti al settore erano talmente pochi che gli addetti al settore parlarono a ruota libera. Ricordo benissimo Massimo Alberizzi ed Ettore Mo (Corriere), Mimmo Candito (la Stampa), Fausto Biroslavo e Gian Micalessin (il Giornale)... Pareva un requiem per una professione, l'inviato speciale, il reporter di guerra. Già allora uno dei massimi quotidiani italiani aveva un esperto di marketing che affiancava il direttore. L'esempio vittima era .lba .arietti. Facciamo finta che domani ci sia un colpo di stato in .hazakistan. E sappi anche che chi scrive su un giornale ha un tot di righe fisse a disposizione. Bene, caro lettore, fai finta di essere in .hazakistan. Il direttore di certo ti dice che tu avrai, mettiamo, 80 righe a disposizione. Devi stare in 80 righe punto e basta. Chissefrega se la notizia è importante, hai 80 righe e stop. Capito ?
Mica finita. L'esperto di marketing il giorno dopo valuta l'audience di lettura. E comunica col direttore. E, cazzo, in questa società di veline e calciatori, la storiella dell'ennesima plastica alle tette della .arietti è stata letta dall' 80% dei lettori. Mentre il colpo di stato in .hazakistan è stato letto dal 20% di lettori. Ed a te, a cui magari fischiano le schioppettate sopra la testa perchè sei in .hazakistan, comunicano che domani avrai 40 righe a disposizione.
Da quel che ne ho capito, i reporter di guerra, storcendo parecchio il naso, si sono adeguati. Non comanda più l'importanza di una notizia, comanda l'audience. Poi volendo trovi un infinità di ossequianti al potere che trovano lecita questa scala di valori, dove domina l'audience per il ritorno pubblicitario.
Che in fondo una mente sciolta di un bloggher scrisse anche " sapete perché non saprete mai nulla di ..... ? guardate semplicemente quante pagine di pubblicità ha ..... sui più diffusi quotidiani italiani, guardate quanto costa una pagina e chiedetevi cosa succederebbe se qualcuno svelasse le decisioni oltre cortina. Minimo i quotidiani perderebbero la pubblicità.
Quanto costa una pagina ?. Se questo ragionamentino vi è ostico, di nuovo Alt- F4. Siete qui per sbaglio.

Che centrano i rumeni ?
Beh, io della Romania sapevo solo di Bucarest e Timisoara. Bacau e Costanza so che esistono solo perchè ma ne hanno parlato. Allora faccio finta di essere come in altri cantieri, in trasferta in posti che non conosco. E mi immagino rumeno. Roma e Milano. Poi per sentito dire Firenze e Venezia. Per sentito dire. Un po' poco per dire di conoscere l'Italia. Poi metti che Pietro Maso va in Romania ed ammazza i genitori. Di certo per i rumeni gli italiani sono tutti degli uxoricidi. Se i media lo fanno credere. Ma l'audience aiuta.

Dove sta la verità ? Duro a dirsi. La nomea di un rumeno è però più pesante di quello che è in realtà. Anche tra i rumeni esistono delinquenti. Delinquenti efferati. Non si può negare. Loro stessi me ne hanno parlato e me lo hanno confermato. Ma per come li ho conosciuti, per averci lavorato assieme, per aver mangiato assieme e riso assieme, l'idea che ha l'italiano medio di un rumeno è peggiore di quello che è il rumeno in sostanza. La differenza, la generica demonizzazione del rumeno, la fanno i media, e l'audience. Tutto li. Ripeto, nessuno è santo, ma la proporzione del problema è solo dettata dall' audience, non dalla realtà.

Che mizzica, volendo credere ai fogliacci locali, ancora peggiori dei quotidiani nazionali, c'è da accapponare la pelle. Basta pigliare un caffè la mattina la bar. Il fogliaccio in questione in quel medesimo giorno pare una monografia sulla droga. Dovessi credergli, dovrei uscire con lo scudo antisommossa che usano i reparti di polizia della celere. Non si sa mai, pare che di questi tempi ti tirino panetti di sostanze particolari nella schiena. E fanno male i panetti, che stando a quanto scrivono son belli pesanti. Ma non abbocco, mi limito a sfogliare.
Mi cade l'occhio su una divagazione, toh, parrebbe esistesse anche un problema chiamato alcool. Pagina molto interna, taglio basso, che in fondo siamo nel paese del vino, non inimichiamoci l'economia.
Ed infatti intervista deamicisiana al presidente del club alcoolisti anonimi di un paesuccolo di provincia. Uno straziante mea culpa di un pensionato che è stato alcolizzato per tutta la vita. Poi si è redento. E si è dichiarato pentito di aver trascurato la famiglia per una vita. Di aver conosciuto i figli solo quando erano maggiorenni e lui in pensione (prima era in preda dell'alcool, ed al lavoro aggiungo io). Leggendo testualmente l'articolo il primo dato che stona è il fatto che, a quanto si capisce, la moglie avrebbe sposato un alcolizzato a 17 anni. Se non è un refuso. Ma il finale è portentoso. Il tizio in questione conclude declamando in pompa magna il motto della sua sezione del club alcoolisti anonimi: " lontani dal gruppo, vicini al bicchiere ". Un refuso grande come un grattacielo o un cronista che ha abusato di una di quelle sostanze che sembrerebbe ti tirino a panetti nella schiena?

Ancora due opzioni per il lettore.
O sono un eccelso sparatore di minchiate o piango per questa realtà.

Nessuna delle due.
Una volta piangevo, poi mi sono arrampicato su un ramo e rassegnatamente aspetto che la piena passi. Vabbhe, la piena non passerà, ma non posso arrampicarmi più di così.

 

 (continua)

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martedì, 22 maggio 2007
Qualche giorno fa, lessi con interesse un post di Sphera e lo segnalai a un amico – Ottorinomat - che, nei cantieri, ci lavora.
Quella che segue è una sua  riflessione; prende spunto dal post ma poi, di temi, ne tocca parecchi.  
L’ho ricevuta e la pubblico volentieri anche se, per motivi di lunghezza, sarà divisa in più post.
 
di Ottorinomat
Quando vai in pensione vieni a guardare i cantieri, Sphera ?
No, dai, che sono timido e mi emoziono.

Scherzo.

E' un bel pezzo, Sphera, lo hai scritto bene. Insomma mi è piaciuto.
Ci aggiungo qualcosa, se non ti spiace, ma visto dall'altra parte della rete. Da dentro il cantiere.
Sensazioni, quello che vedo e che mi ricordo.

Dunque, per oltre quattro anni ho lavorato in cantieri di opere pubbliche.
Il che vuol dire che i committenti sono Anas, Autostrade, Ferrovie, Enel, ecc. Il che vuol dire essere sempre a zonzo per l'Italia. Ed ho smesso proprio per questo. Perchè un lunedì mattina ti ritrovi al casello dell'autostrada dove passa il pulmino. E sei li con la valigia in mano. E ti rendi conto di non avere più una residenza, il che non è poi così grave.
Il grave è che nonostante i buoni propositi i tuoi amici sono diventati solo i colleghi di cantiere. Mediamente dormi nel tuo letto 4 o 5 giorni al mese. Il resto della vita è albergo, comodo certo ma sempre diverso, oggi Liguria domani Toscana, per dire. O Calabria e Val d'Aosta.

L'idea di rimanere errabondo fino alla pensione un giorno non mi piacque più. Quindi smisi. A quel tempo, anni ’91-‘95, il personale di quelle ditte (era un settore particolare dell'edilizia) proveniva tutto dalla stessa zona. Anzi lo "straniero" ero io, nel senso che abitavo a 200 km dalla sede. Ma conoscevo bene la zona della ditta, perchè ci andavo in ferie, e quindi dialetto, usi e costumi. Infatti riuscii ad entrare perchè conoscevo qualcuno.
E questo qualcuno mi ha detto che da qualche anno hanno assunto anche abruzzesi e sloveni. Non cambia un gran che ma per la cronaca va detto.

La sensazione più forte che mi rimane sulla pelle è l'essere sempre straniero. Perchè da qualunque parte vai non sei del luogo. I primi contatti sono col personale dell'albergo, poi se il cantiere dura allarghi il cerchio delle conoscenze. Avevo un collega che da militare aveva fatto sei mesi in Somalia. Ed aveva un agendina di numeri telefonici di amici di "naja" ben fornita. Immaginate per un ventenne che vuol dire fare sei mesi assieme ad altri ventenni in una zona di guerra in Africa. Indubbiamente ne escono legami forti. Ed io benedii parecchie volte la sua agendina, che era una fonte inesauribile di dritte giuste per passare qualche serata in qualche locale altrimenti introvabile. Ma vale sempre il vecchio detto "quanto prima ti fai un amico tanto prima avrai un vecchio amico". Bella si, l'agendina del Rosso, ma sempre un po' straniero ti sentivi.

Solo più tardi questa esperienza di cantieri vagabondi ha preso anche un altro significato.
In maniera blanda in pratica ero un extracomunitario. Usi e costumi, maniera di comunicare sono diversi da regione a regione, per quanto un buon piatto di spaghetti al dente si trova dappertutto. Ma parecchie diversità indubbiamente ci sono. E viverle mi ha aiutato parecchio a capire gli extracomunitari. Ora ci lavoro assieme. Da tre anni abbondanti sono tornato in edilizia, quella delle case, quella vicino a casa.
Quella del "allora sei un muratore?". Circa, per definirsi muratore bisogna saper fare tutto, ed io non lo so fare. Un po' perchè sono da poco nel settore, un po' perchè nella mia ditta faccio il jolly, un po' per inclinazioni personali. Nel senso che mi è più facile essere un distruttivo che un costruttivo. Se c'è da fare una ristrutturazione, di certo mettono me ad abbattere tutto, ma a ricostruire ci mettono i "vecchi". E così imparo lentamente.

In quest'edilizia delle case ci sono parecchi extracomunitari. La maggioranza è rumena, poi magrebini e pochi altri.
Un problema? Assolutamente no. Anche da turista all'estero ho sempre schivato come la peste gli italiani e gli occidentali se ero fuori Europa.
Che senso ha andare in un altro posto e continuare a respirare, ragionare e mangiare come a casa propria? Me lo sono sempre chiesto. Ricordo come fosse ieri una casupola in un estremo villaggio della Kali Gandachi, o come diamine si scrive, in Nepal. Standard di ospitalità da paesino dell'estremo nord del Nepal. Ergo si caca in una latrina nel cortile, l'acqua pure si trova in cortile da una fontanella, no elettricità. Ospiti io ed alcune ragazze americane. Una serata terrificante. "a casa mia mangio così, che nostalgia quella cosa là, appena sviluppo le foto, avrei voglia di telefonare alla mia amica..." . Si saranno anche chieste chi diamine era quell'occhialuto taciturno, indubbiamente dall'aspetto occidentale ma molto poco socievole, che se ne stava in un angolo senza profferir parola. Ero io. Ed ero arrivato fin li solo soletto, da un altra valle meno turistica.
Fantastica, giorni di trekking dove era facilissimo schivare gli occidentali, da tanto pochi che erano. E trovarsi la sera ospite di una famiglia nepalese. Se fai il turista rassegnati, esistono certi standard duri da abbattere. Il mangiare, ad esempio.
Giocoforza sei estraneo, turista, ed i turisti mangiano sempre le stesse cose. Il leit motiv dell'igiene, del fatto che loro hanno una mortalità infantile molto elevata, però chi sopravvive digerisce anche i sassi.
Mentre gli occidentali hanno lo stomachino delicato. Nessun problema, mangiavo il menu "turistico" che mi proponevano. Fatto di cose bollite e quindi sterili, e solo perchè rifiutarlo era difficile spiegarlo. Ma poi mi avvicinavo a loro mentre mangiavano, e facevo il curioso. "Cosa è quella roba gialla li?". Seguiva un immancabile sguardo sorpreso. Ma il ghiaccio era rotto; e, come fosse la cosa più normale del mondo, chiedevo di assaggiarla. Diventava un po' come far onore alla padrona di casa, chiedendo il bis. Per me era vivere come loro.
Ammetto che con questo giochino durato oltre due settimane alla faccia dell'ufficio igiene mi sono preso una diarrea storica. Ma ci tengo anche a precisare che mi ero preventivamente informato sui pericoli mortali che avrei potuto correre. Per cui non ero uno sprovveduto ed avevo con me una medicina particolare, che effettivamente presi. Se l'intero mondo della medicina non mi aveva tirato un "pacco", la pelle la portavo a casa. E cosi feci.

Torniamo all'edilizia. "Bene, cominci a lavorare domani. Nella ditta ci sono tre italiani, te compreso, un tunisino e dieci rumeni". Ci mancava poco che gridassi "Hurra". Stanti le premesse nepalesi, che in fondo non sono lì a caso ma sono parte del mio dna di curioso, ci misi ovviamente poco ad avere un buon feeling con i rumeni. Anzi direi ottimo.
Tra loro parlavano sempre rumeno, questo è vero. E quanto a facilità di apprendere le lingue sono un somaro, il che è altrettanto vero. Ma a fiutare un discorso in generale, tipo di cosa si sta parlando e qual è la decisione definitiva, ci piglio discretamente. Per dire, voi ascoltate una frase in rumeno. Come me non ci capite assolutamente nulla. A parte un "bin laden". La cosa domani si ripete, basta solo prestare attenzione alle loro parole, anche se non ci si capisce ma voi prestateci attenzione ugualmente. A fine settimana sussurrai al mio vicino "bin laden". Costui si guardò attorno e poi mi guardo stupefatto: "ma allora tu capisci il rumeno?". "No" replicai. Avevo soltanto capito che "bin laden" era il titolare della ditta, in codice. E lui aveva capito che io stavo dalla parte degli operai, e che non avrei fatto la spia.

Tre italiani nella ditta, dicevo. Un ex carabiniere, e questo è già una buona traccia sull'elasticità mentale del personaggio in questione, io e poi "Birretta". "Birretta" non era poi così male dal punto di vista tecnico, voglio dire. Ci sapeva fare parecchio. Ma i rumeni lo chiamavano  "Birretta". Motivo? Trangugiava una quantità infinita di birrette, come le chiamava lui, sminuendole. Leggiermente etilico, detto da un umorista che lavora all'ussl.
Va da se che io ero un rumeno, come frequentazioni.
Il tunisino era troppo particolare per farsi un idea della Tunisia. Come tutti i magrebini che ho conosciuto, è di certo più svogliato di un rumeno.
La sua particolarità era che qualsiasi animale vedesse ti diceva se in Tunisia lo mangiano oppure no. Dovessi credergli, in Tunisia mangiano di tutto.

Dieci rumeni, dicevo. O meglio nove rumeni tra il degno ed il degnissimo ed un deficente. I deficenti nascono dappertutto, non è un discorso razziale.
Tanto più che un giorno Nicola (persona eccezzionale) minacciò di spaccargli il cranio con una mazzetta. Il deficente aveva per l'ennesima volta superato il limite, e son certo che Nicola non l'avrebbe fatto. Ma Nicola è grosso come Bud Spencer, e la minaccia fece il suo effetto. Eccome se lo fece, perchè il deficente zittì ed addirittura dopo un po' si licenziò. Mi pare ovvio, perchè continuare a lavorare con nove conterranei rumeni cretini ed un italiano cretino che ragionano tutti allo stesso modo? Quando se ne andò nessuno pianse. Incredibile.

I rumeni in edilizia vengono quasi tutti dalla zona di Bacau. Credo sia una zona depressa, ma mi è difficile capirlo perchè tutta la Romania per i nostri standard è depressa. Bacau è al confine con la Moldavia, nel nord est.
Nicola, quando lavoravo con lui, tornò per due settimane in Romania. Da sei anni in Italia con la moglie, scappato giovanissimo, aveva avuto due figlie. E voleva farle vedere ai genitori. Quando tornò era tra il perplesso ed il depresso. "Non me la ricordavo così povera, la Romania".
Dovetti aspettare due settimane per non sentirlo ripetere questa frase. Suo fratello Costantino, il Costa, un giorno era seduto su un bancale di legno, a ragionare. "Ma che cavolo sto facendo" mormorava "sto mettendo via i soldi per comprarmi una casa in Romania ma non ho nessuna voglia di tornare in quella miseria".
Daniele era l'unico che non masticava l'italiano. I rumeni hanno una facilità spaventosa ad apprendere le lingue ma Daniele era appena arrivato.

Io e lui ci chiamavamo a vicenda "leatule", che vuole dire dello stesso anno di nascita, come quando fai il militare assieme e ti chiami a vicenda "classe". Nicola mi assicurò che era un peccato che non capissi il rumeno, perchè Daniele aveva un senso dell'umorismo straordinario.
Per gli italiani invece il rumeno non è facile. Vabbhe, dicono sia lingua neolatina ma ha un qualcosa tipo le declinazioni in tedesco. Per me è complicata, però vedete voi, che io sono un somaro.

Nicola mi invitò a cena un paio di volte. Molto interessante. L'unico italiano in una cena di rumeni. Oltre all'amicizia, per loro c'era l'onore di un segno di integrazione, per me, oltre al calore umano, la solita sana curiosità ed un senso di sdebitamento. Il "mia casa tua casa" che ho provato nei cantieri precedenti, a zonzo per l'Italia. La cucina rumena è un tantinello più grassa della nostra, ma è capibile. "Non me la ricordavo così povera, la Romania" diceva Nicola. Il che vuol dire "Ingolla, che domani probabile che si va di magro". Ed infatti non ho mai visto degli ossicini di pollo cosi lustri come quelli che Cristian lasciava in vassoio, in cantiere. Se li davi ad un cane sarebbe morto di fame. Abbagliavano da quanto erano lucidi.
La cosa più inusuale era però l'aperitivo. Un mezzo bicchiere di superalcolico, bevuto d'un fiato. Aveva una colorazione strana. Bevvi. "Cristoddio che diamine è?" "Vuoi ancora?". Mi parve scortese rifiutare. Al che mi dissero che il ginger era finito. E l'altra bottiglia vidi che era cognac puro.

(continua)

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lunedì, 21 maggio 2007
Certo vi chiederete come mai, e se non ve lo chiedete ve lo dico lo stesso.
Sabato scorso si è sposato un collega.
Qualche giorno prima, in occasione di brindisi ed auguri di rito, il nostro capo si è “lanciato”, chiedendoci di dire la nostra sul matrimonio prima, su un secondo tema poi.
Forse quest’ultimo  non era proprio il tema più adatto all’occasione, e infatti abbiamo glissato, limitandoci a qualche battutina qua e là.
Non perché l’argomento sia nuovo, ma insomma, non è cosa di cui si parli tanto in ufficio (anche se, a sentire alcune inchieste britanniche… ma questa è un’altra storia).
Però, ripensandoci, mi è venuto in mente che tempo fa avevo iniziato a giocare sul tema, ed ecco il risultato.
 
 
Tema: Sesso e amore
 
Svolgimento:
 
Spesso sogniamo
- E non lo diciamo -
Scombussolamenti
Smaniose, gaudenti?
Oppure mentiamo,
 
E invece aneliamo
 
A fiori, ad affetto
Miriamo al confetto?
O ancora, talvolta
Rinviamo la scelta?
Errando, vestiamo
 
Golosi piaceri
In abiti casti?
Ovvero
Incastriamo
Amore nei gesti
 
E poi lamentiamo,
 
Deluse e piangenti
Orribili inganni?
Lasciamo che i sensi
Ormai liberati
Ritrovino spazi
E non siano “dannati”?
 
 
Insomma, solo domande.
Anche perché, di risposte, ognuno trova le sue. O no?
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giovedì, 17 maggio 2007

In questi giorni si stanno accumulando eventi su eventi, personali e lavorativi.

Alcuni piacevoli, altri meno, altri ancora non sono accaduti ma si avvicinano inesorabili e pongono una serie di interrogativi sul futuro.

Io nel frattempo sto qua.

Dovrei scrivere qualcosa di intelligente, tanto per non deludere chi al litcamp, avendomi intravisto ed equivocando sul contesto, ha pensato che facessi parte del numero delle belle persone, quelle che era peccato non avere conosciuto meglio. O forse qualcosa di spiritoso, di arguto, sempre che ne fossi capace.

Ma per ora la mente segue altre strade.

E quindi, tiremm'  innanz.

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lunedì, 14 maggio 2007

Ho messo piede a Torino con lo zaino sulle spalle, salutata da un cielo indeciso che già sul pullman si è volto a un timido sorriso, lasciando poi il posto al sole in barba alle pessimistiche previsioni.

Mettere alla prova la cortesia sabauda è stato un duro impegno, perché alle richieste di informazioni sui percorsi degli autobus hanno risposto, nell’ordine: due signore polacche, un anziano pugliese, uno slavo non meglio identificato e una guardia giurata di regionalità decisamente meridionale.

In compenso, trovare Palazzo Graneri della Roccia è stato semplice.
E il LitCamp ha avuto inizio, almeno per me.
 

Potrei dirvi degli interventi – i pochi che sono riuscita a seguire, alternandoli con qualche sosta al tavolo di segreteria per consentire anche a Petarda ed E.l.e.n.a. di fare lo stesso – ma certamente altri potranno farlo (o l’hanno già fatto) meglio di me.

Posso dirvi però del filo rosso che li ha uniti: la voglia di mettersi in discussione e non in mostra, la semplicità dell’approccio e la passione riguardo ai contenuti.

Ma io credo che, aldilà delle parole – che pure sono sfaccettate e importanti, come ci ricorda Effe – siano persone e gesti, che ci colpiscono e ci portiamo dietro.

 
E così, tornando a casa, nel mio zaino hanno trovato posto:

- il sorriso di Petarda e le sue attenzioni (la pasta di kamut poi non l’ho mangiata, ma lei l’aveva portata per me)
- l’onnipresenza di Herr Effe (stanco e un po’ tirato, in giro fino alla fine a controllare la situazione)
- i bermuda del Bravuomo (e il suo comparire come un folletto a ricordare orari)
- la stretta di mano di Strelnik, quando l’ho fermato come gli avevo promesso, e il suo sorriso aperto
- la passione per la scrittura di Mauro Gasparini, che si sente tutta nella voce
- lo stupore di Mario Bianco per la cortesia di una sconosciuta
- l’affidarsi di Flounder, lei che è sempre lì a organizzare gli altri
- il salame di SanLorenzo (che deve essere il santo protettore dei raduni di blogger)
- i divani della sala 3, dove davvero si è sviluppata un’orizzontalità degli interventi
- Emma e i suoi sorrisi, e giocare ai dadi con “zia Riccio”
- gli occhi luminosi e penetranti di Madame D, e la sua risata cristallina
- la stanchezza attenta e sorridente di Mistral
- la pazienza di Gilgamesh
- il fantas(ma)tico programma del LitCamp, unico esemplare stampato che ogni tanto scompariva per ricomparire nei luoghi più impensati
- il moleskine avana (rigorosamente a quadretti)
- i libri regalati o liberati
- il sorriso triste di Alice (o Alessandra) cui non riesco mai a dire quanto mi piace quello che ha scritto
- il saluto di Amir, che mi ha riconosciuta per primo
- le stradine lastricate di una Torino geometrica ma meno fredda di come mi aspettassi
- un B&B oltre le aspettative, con una padrona di casa efficiente e gentile
- i dubbi sulla sessualità dei ricci di mare (hanno una riproduzione sessuata, ho controllato, ma la frusta di zorro, quella non mi sembra probabile)
- le risate sui nomi popolari delle oloturie (ah, e in italiano le chiamano cetrioli di mare)
- le lacrime sorridenti sulle disavventure poetiche di Guido Catalano
- le voci ipnotiche e mutevoli di Luigi Carrino e Rita Bonomo, che mi hanno fatto perdere il senso delle parole proprio quando ero più attenta a cercarlo.

 
E poi gli incontri della domenica,

- Igiaba Scego, con cui parlare di Buràn e di scritture africane già al tavolo della colazione e poi di nuovo sul tram per il salone del Libro,
- Luca Burei che ci ha salvate da una coda interminabile
- gli autori Untitl.ed con le loro timidezze e i racconti appassionati,
- Erica ed il suo ACE fresco,
- lo zio Masciu ed il suo invito a cena (che se passo per Milano, non esiterò ad accettare)
- i pazziati, almeno una parte, venuti ad assistere alla prima presentazione di Mikel come autore

 E infine, le corse per prendere l’ultimo pullman utile – perso per un soffio – per l’aeroporto.
 
Ma c’è una cosa, che non ho riportato a casa.
La bottiglia del latte detergente, sequestrata al controllo dei bagagli a mano perché aveva una capacità di 200 ml, contro i 100 consentiti per ogni confezione. “Ma è praticamente vuota” – ho obiettato. Mi è stato risposto che il regolamento parla di contenitore e non di contenuto. Però, se volevo, potevo imbarcare il bagaglio, bottiglia compresa.
Ci ho rinunciato senza esitazioni.
 
Nello zaino, ho fatto posto per un ricordo in più.

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venerdì, 11 maggio 2007
Non sempre si trova quello che si cerca, ma qualche volta, se si è fortunati, quello che si trova vale di più.

E' ormai il momento di chiudere lo zaino e partire.
Ho preparato libri da liberare, percorsi da seguire, taccuini da riempire.
Ho aperto le mie orecchie all'ascolto, gli occhi per osservare, la mente per capire.
So con cosa parto, non so ancora con cosa tornerò.
Ma certamente, con qualcosa in più.




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giovedì, 10 maggio 2007
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