venerdì, 27 luglio 2007

Quello che mi piace degli oroscopi di Brezsny - e il motivo per cui, ogni tanto, li metto anche qui - è che, di fatto, sono spunti di riflessione (e qualche volta c'azzeccano, ma questo, in media, capita a tutti, no?). Sono cose, insomma, che valgono a prescindere da segno o periodo; ti colpiscono in modo particolare o ti scivolano via come acqua a secondo di come ti senti tu, quando li leggi.

Stamattina leggevo l'oroscopo che Brezny ha scritto per i cancerini questa settimana (varrebbe dal 27/7 al 2/8 se lo leggi in italiano, dal 26/7 al 1/8 se lo leggi in inglese; questo se proprio siete fissati con le date, per me è lo stesso) 

Cancro (21 giugno - 22 luglio)

"Caro Rob, mi piace portare le mie figlie al parco giochi. Mentre loro giocano nella sabbia, cerco spesso di fare quell’esercizio in cui ti appendi a due sbarre e le percorri spostando una mano dopo l’altra. Ci ho provato centinaia di volte senza riuscirci. Mi facevano male le mani, mi sentivo pesante e fuori forma, e rinunciavo quasi subito. Ma sabato scorso è successo il miracolo. Mentre saltavo per afferrare le sbarre, ho provato a raccogliere le gambe invece di lasciarle penzolare. Ho trovato il ritmo giusto e sono arrivato alla fine. Dopo tanti anni di frustrazione non riuscivo a credere che un piccolo cambiamento come quello potesse fare tanta differenza".–Cancerino in trincea
Caro Cancerino, grazie della tua testimonianza. Penso che sia esattamente quello che i Granchi come te avevano bisogno di sentirsi dire.

Leggevo, e pensavo come in questo periodo ho letto in giro (per blog, ma anche per mail) tanti segnali di stanchezza, e frustrazione. Non solo da cancerini, ovvio, ma mi hanno fatto pensare a una cosa.

Ci sono persone che si risparmiano, nelle cose. Che si tengono in disparte e stanno a guardare, o si limitano ad accettare ciò che gli viene offerto e lo lasciano scivolare addosso.
Ci sono persone che si spendono, invece. Che provano, rinunciano, ma poi riprovano ancora. Che danno,
 e allo stesso tempo trattengono, forse troppo, forse troppo a lungo.
Risuonano dentro di me le parole di e.l.e.n.a. e quelle di un altro amico cancerino, che parla di aerei da ricostruire e tori e banderillas.

E mentre penso a loro, e a me, mi dico che forse sì,  è tempo di raccogliere e scattare.

riposto da riccionascosto alle 12:13 | post & commenti | commenti (14) (popup)
scomparto:ammatula, granci

mercoledì, 25 luglio 2007
… e mettila da parte, dice un proverbio.
Giorni fa stavo cercando di capire cosa conservare e cosa no di alcune cose che avevo scritto qua e là. Io sono un tipo piuttosto “conservatore”, come buona parte dei cancerini tendo ad accumulare ricordi e impressioni. Ogni tanto – per fortuna, direbbe il consorte - vengo travolta dal vortice del “riordino”, e faccio un po’ di spazio. Ad ogni modo, nel rileggere e selezionare, mi sono imbattuta in un vecchio post di Vis, “L’arte di scopare”, che invece secondo me va recuperato a distanza di tempo (era il 2005, pensate). E siccome io qui ho una categoria apposita, “neglie” (in siciliano, le cose inutili che però si tendono a conservare) ecco anche – con qualche modifica – il commento che scrissi allora. “Vivi di rendita” dice la sorellona. No, perché su queste cose ci farei la fame, dovessi viverci. Ma rileggerle mi ha fatto sorridere.
 
 
Quand'ero piccola, a casa dei miei, c'erano scope diverse per diversi usi.

Piccole e delicate per le camere da letto, per infilarsi in spazi angusti e raccogliere i batuffoli di polvere che si rintanavano sotto il sommier dei miei, o zigzagare tra il mobile letto e l’armadio.
Ce n’era una, più grossa e a setole grandi, per la sartoria: questa si riempiva sempre di fili colorati e, finito il suo lavoro, somigliava ad una parrucca di carnevale. Il rito comprendeva poi il passaggio della calamita sulla polvere accumulata per recuperare aghi e spilli, mentre i fili lasciavano la scopa per finire nell’immondizia.
C’era, s’intende, la saggina per i balconi, che fa il lavoro grosso e toglie via la terra e le foglie sparse dal vento.
Per i tappeti no... per quelli spazzola, ginocchia a terra ed olio di gomito.

Ci vuole amore per far bene le cose... attenzione, anche per scopare.
E se c'è la tuttofare, quella che afferri all'ultimo minuto per togliere le briciole dal tappeto o spazzar via la cenere della sigaretta, c'è poi la specialista del tappeto, che lo strapazza dolcemente senza danneggiarne i nodi.

Ma anche la polvere ha una sua dignità?
A volte me lo chiedo, quando penso al perché c'era una scopa per i bagni, una per la cucina ed una da usare solo per i salotti (a casa mia, col fatto che c'era la sartoria in casa, di salotti ne avevamo tre). E regnava la gerarchia, con le scope retrocesse man mano che perdevano fili ed elasticità.

Ora invece non c'è più distinzione né, forse, il tempo per farle. Prendi l’aspirapolvere e via, per tutta la casa. E’ vero, anche l’aspirapolvere ha la spazzola per il parquet, quella per pavimenti e per i tappeti (ammesso che si abbia voglia di cambiarle). E ha il vantaggio di risolvere il problema del pelo di Ares (il cane), che a casa mia si trova dappertutto.

E' un po' triste, però.
Soprattutto, hai meno tempo per vagare con la mente, mentre vai su e giù e il rumore (anche in quelli silenziosissimi) ti disturba i pensieri. Che invece ti sorprendevano, una volta, con il viso appoggiato al manico...
 
riposto da riccionascosto alle 13:44 | post & commenti | commenti (8) (popup)
scomparto:neglie

giovedì, 19 luglio 2007

Oggi, quindici anni fa, un'esplosione.

Oggi, quindici anni dopo, troppo silenzio, forse.
Ma nel silenzio c'è qualcuno che non dimentica e che lavora, che va avanti con le sue gambe, rischiando di persona.

Oggi, anche qui, un piccolo segno per non dimenticare.

Aggiornamento: A proposito di silenzi e di risposte non date, E.l.e.n.a. nel suo post  linka una lettera aperta di Salvatore Borsellino che è - come lei scrive - un pugno nello stomaco, ma che secondo me, va diffusa (ieri, ad esempio, non ne ho trovato tracce né sul sito di Repubblica, né sul Corriere della Sera; ma forse ho guardato male. In ogni caso, eccola anche qui.)

Ri-aggiornamento: Petarda (che scrive un post anche da lei) mi segnala, nei commenti, un altro post di xantology, che riporta la replica di Mancino e la risposta di Salvatore Borsellino, che potete trovare qui. E se, come dice Pagliaro, di virus si tratta, spero che sia una vera epidemia.

riposto da riccionascosto alle 19:02 | post & commenti | commenti (16) (popup)
scomparto:ficurinnia

martedì, 17 luglio 2007
Ci sono cose, nella vita, che non ti lasciano mai.
Come le cattive abitudini, che pensi di avere superato ma stanno lì, pronte ad approfittare di una tua debolezza, di un momento in cui sei soprappensiero, o preoccupato, o triste.
Mangiarsi le unghie, ad esempio.
Ma questa non è neanche una delle più subdole.
Ho fumato l’ultima sigaretta il 2 ottobre del 2001.
Lo ricordo perché era il compleanno di mio fratello, e io stavo fuori, in giardino, a fumare.
Un colpo di tosse, due.
Ho pensato che fumare con la tosse era da idioti, e l’ho spenta.
Poi, dopo due settimane, la tosse è passata.
Ma io non ho ripreso a fumare.
 
La fai facile, direte voi.
Mica tanto.
Vivo con un fumatore, di quelli da un pacchetto, o anche più, al giorno.
Fuma le mie stesse sigarette di allora. Ai tempi, finite le sue, prendeva anche il mio pacchetto.
La tentazione è lì, a portata di mano.
E di naso.
 
Ma, curiosamente, non sono quelli i momenti in cui la tentazione mi afferra.
Capita in ufficio, dove il collega fuma a dispetto di qualsiasi regolamento (e approfittando della nostra accondiscendenza) e il fumo mi entra nelle narici, e con esso a volte non il fastidio, ma la voglia di fumare.
Capita nei momenti di tensione, in cui un tiro trattiene il fumo e una mala risposta, in cui ti sembra di sfogare su quel pezzo di carta e tabacco che brucia la rabbia, e mandarla in fumo, appunto.
Capita quando ho bisogno di concentrarmi maggiormente, e la sigaretta sembra allontanare le altre distrazioni.
Quando le cattive notizie ti assalgono all’improvviso, e hai bisogno di fare qualcosa, qualunque cosa, che sia normale e consueta, per aggrapparti ad essa.
 
Capita, e ogni volta mi dico che se riesco a resistere un altro giorno, un giorno solo, posso farlo.
Oggi no, domani.
 
Ma qualche volta, il fumo entra anche negli occhi.
E hai voglia di fare qualcos’altro, pensando a una sigaretta.
riposto da riccionascosto alle 09:57 | post & commenti | commenti (19) (popup)
scomparto:ammatula

mercoledì, 11 luglio 2007
Malgrado ciò che pensa l’Herr, che vorrebbe abolirlo, il sette ha un ruolo importante nella mia vita.
 
A parte mese e giorno di nascita (7/7, appunto), sembra che anche il mio nome – oltre ad avere sette lettere – corrisponda, secondo la gematria (e ringrazio il Bardo, oltre che per gli auguri, anche per questa scoperta), al numero sette. Almeno, dà 223=2+2+3=7, sempre se ho capito bene come si fa.
 
Quest’anno anche l’età, sommata, dà 7. E se diamo retta a chi dice che il numero rappresenta la vittoria (Il Carro tra gli arcani maggiori, mi sembra di ricordare), dovrebbe essere un anno da scintille. Forse da ora in poi?
 
Il sette, dicevamo, è un numero magico.
 
In un vecchio post (che non linko, altrimenti il buon CalMa dice che faccio esercizio di link), scrivevo che:
 
7 se lo guardi, ti sembra come gli altri; un po' magrolino, invero, paragonato ai suoi fratelli. E invece è magico, e raccoglie vizi e virtù, spose e fratelli, nascondendoli dietro le sue gambe ballerine.
 
E lo penso ancora.
 
7 poi sono le meraviglie del mondo: anzi, 7 erano le vecchie, 7 le nuove, appena elette, e su altre 7, pare, sta iniziando la selezione. E così sono tre volte 7 (che il tre, in quanto a magia, non scherza neanche).
 
E le 70 volte 7 (numero forse infinito, nelle intenzioni dell’evangelista) in cui dovremmo perdonare? Faremmo bene a non tenere il conto, altrimenti credo che ognuno di noi, a una certa età, raggiunga il limite.
 
Di vizi (pardon, peccati) e virtù (che poi sono 3+4, ma sempre sette in tutto) hanno già parlato, e non mi dilungo. Poi ognuno ha i suoi, e chissà a che numero arriva la somma. Chissà poi se il saldo è algebrico, o se ci vuole una partita doppia da bilanciare.
 
E poi diciamolo… se non arrivasse la settima settimana, come farebbe il piccolo naviglio a navigare?
riposto da riccionascosto alle 14:21 | post & commenti | commenti (17) (popup)
scomparto:ammatula, sperciate

venerdì, 06 luglio 2007
Non era tanto il vento a darle fastidio – soffiava spesso in quel periodo dell’anno e ci aveva ormai fatto l'abitudine – quanto la sabbia sottile, che galleggiava nell’aria e rendeva secche le gole e polverosi gli oggetti.
 
Aveva dovuto coprire di cellophane trasparente le allegre tovaglie a fiori gialli e verdi; era più facile pulirle in questo modo, bastava un panno umido e il gioco era fatto. Non voleva che i suoi clienti dovessero lamentarsi di un cattivo servizio, ci teneva al buon nome del suo locale.
 
Mentre lo pensava sorrise involontariamente: il “buon nome” non era stata esattamente la più grande delle sue preoccupazioni anni prima, quando aveva dovuto affrontare lo sguardo severo del padre, diretto non più al suo viso, ma alla pancia che continuava ad arrotondarsi.
Eppure l’aveva sostenuto quello sguardo e, insieme ad esso, quello curioso degli avventori del locale e il muto rimprovero delle anziane vicine, sedute ad intrecciare giunchi e pettegolezzi lungo le strade che portavano al molo.
 
Se ne era fatto uno scudo anche dopo, coperta nelle notti fredde e ventaglio nell’afa dei pomeriggi d’estate, quando il sole filtrava tra le foglie del pergolato e tracciava disegni sulle pietre chiare.
 
E poi era stato un altro sguardo ad animarle le giornate: carne della sua carne, ma occhi non suoi.
 
Li aveva visti scurirsi nel tempo, perdere l’azzurro scuro dei neonati per avvicinarsi a un colore di castagna, così lontano dal suo verdemare da sembrare quasi estraneo. Li aveva visti illuminarsi alla vista di un bel gioco e stancarsene presto per volgersi, irrequieti, in cerca di nuove avventure. E in quegli occhi inquieti ne aveva cercati altri, accesi e poi lontani, che aveva amato un giorno.
 
Un giorno soltanto, che valeva una vita: quella che aveva dato alla luce.
 
Quel giorno l’aveva avvolto in un foglio di cellophane con il suo cuore, per conservarli insieme. Ma la sabbia del tempo è sottile e insinuante, e poco alla volta aveva smesso di cercare quello sguardo negli occhi di suo figlio. Anche il cuore si era acquietato e non sobbalzava più quando una sagoma apparentemente nota si stagliava per un attimo contro il sole estivo per poi svelarsi, sconosciuta e quieta, nella penombra del pergolato.
 
Fu dunque senza scosse che notò, quel giorno, l’avanzare dell’uomo. Camminava lento, il corpo proteso in avanti come a sostenere un peso che solo lui, forse, vedeva, ma che ne incurvava spalle e petto.
 
E mentre due occhi di castagna cercavano di abituarsi al passaggio di una diversa luce, il suo cuore ebbe, finalmente, il tempo di un addio.
 
 
 
 
 
Giorni fa, un uomo si appoggiava, incerto, al  muro di una casa, mentre un dolore sordo e acuto a un tempo gli toglieva il fiato. Pochi passi più indietro, due occhi verdemare si fermavano, per un attimo, su un piatto colmo e una sedia vuota; poi tornarono, come di consueto, a perlustrare il locale.
riposto da riccionascosto alle 13:10 | post & commenti | commenti (26) (popup)
scomparto:cunti

martedì, 03 luglio 2007
 
Il valente Giorgioflavio (giorgioflavio.splinder.com) ha indetto un concorso (http://giorgioflavio.splinder.com/post/12855760) in cui invita a rispondere alla seguente domanda: “In cosa credevate quando eravate piccoli?” . Questa è la prima cosa che mi è venuta in mente…
 
 
Quand’ero piccola, credevo che si dovesse sempre dire la verità. 
Lo diceva la mamma, la maestra, tutti i grandi, insomma.
E io ero una brava bambina, che faceva sempre quello che dicevano i grandi, specialmente da piccola.
Sono stata una bambina precoce, a tre anni mi iscrissero per sbaglio in Primina anziché all’asilo - un errore sulla data di nascita, immagino – ma la maestra, dopo il primo giorno, disse che potevo restare.
Avevo pure una buona memoria e così capitava che, quando c’erano delle visite, la maestra mi mettesse in mostra per recitare le poesie.
Una volta si aspettava un’ospite importante: nientepopodimenoche la direttrice dalla sede centrale.
C’era molta agitazione, la maestra si era raccomandata di essere puntuali e di portare un fiore, che alla fine della poesia avrei dovuto offrire alla gentile visitatrice.
La mamma, dal fioraio, prese dei bellissimi tulipani, rossi fiammanti, e me li consegnò. Poi salutò la maestra ed andò via  a sbrigare le sue faccende.
Quando, ad ora di pranzo, tornò a prendermi, trovò una maestra disperata.
“Signora” le disse appena la vide “sua figlia ha fatto scena muta. Non ha voluto aprire bocca, altro che poesia!”
Mia madre si chinò verso di me e mi chiese cosa fosse successo, se avessi dimenticato le parole della poesia e perché non avessi voluto recitarla.
“Ma, mamma” risposi io, indicando i tulipani ormai mosci per il caldo “come facevo a dire ‘questo fiore profumatissimo’? I fiori che mi hai dato sanno di camomilla!”
 
 

Fu allora che scoprii come anche la verità abbia un limite, che si chiama immaginazione.
E si spalancò un mondo…

riposto da riccionascosto alle 17:19 | post & commenti | commenti (17) (popup)
scomparto:trispito, ammatula, facce conoscenti