giovedì, 27 settembre 2007
La rete era stata posta per proteggere il bosco dalla città. O forse la città dal bosco, questo non era ben chiaro.
Chiamare “bosco” quel rettangolo di verde chiuso tra i palazzi poteva sembrare un po’ eccessivo, eppure si aveva l’impressione che la luce del sole non riuscisse a penetrare in mezzo agli alberi e che, tra di essi, la vita scorresse con tempi diversi rispetto alla città.
Non che i ritmi del quartiere fossero così frenetici. Era una zona residenziale e questo spiegava – ma non del tutto – come mai quell’area fosse rimasta così, selvaggia e intonsa.
La rete la conteneva, ma non completamente.
Gli alberi lanciavano rami ed ombra sulla strada e i rampicanti tendevano le lunghe braccia fin sul marciapiedi, come attirati dai cassonetti dell’immondizia posti lì di fronte. A tratti si scorgevano strappi nella rete stessa, che di tanto in tanto mani sconosciute chiudevano con punti di filo spinato.
Ma le cuciture non avevano lunga durata; bastavano poche settimane perché i buchi tornassero al loro posto.
Come ciò accadesse era quasi impossibile da sapere: tutto si svolgeva di notte, quando le ombre si addensavano più fitte e i sentieri tracciati dalla consuetudine sparivano nell’oscurità. Solo alcuni oggetti rimanevano lungo la rete a testimonianza dei passaggi notturni: bottiglie di birra, copertoni, assi poste di traverso a creare ponti e persino un birillo di plastica, di quelli che segnalano lavori in corso. Una volta era una rete da materasso a sporgersi aldilà del bordo, un’altra la carcassa di un motorino, che ogni giorno perdeva qualche pezzo.
Era certo, però, che il bosco aveva dei visitatori.
A volte erano cani, che i loro padroni liberavano dai guinzagli proprio davanti agli squarci della rete per poi passeggiare, telefono alla mano, in attesa del loro ritorno.
A volte erano uomini silenziosi dalle lunghe code e dallo sguardo mobile. Si guardavano intorno prima di piegarsi attraverso il varco, sparendo veloci lungo sentieri quasi invisibili.
C’erano poi le luci che si scorgevano nelle notti buie.
Non erano mai uguali, lunghe e basse come torce in movimento o alte e ferme, di finestre filtrate tra i rami. Quando la luna era alta gli alberi d’inverno allungavano dita scheletriche verso di essa, e il sole d’estate riusciva appena a imbiondire le sterpaglie vicine alla rete.
Il cuore del bosco era di un verde pulsante, vivo di colori e suoni.
Tra i rami trovavano rifugio gli uccelli: la mattina presto il silenzio veniva interrotto dal fischiare dei merli, mentre i passeri zampettavano sui davanzali, pronti a spiccare il volo al primo movimento. Le cornacchie gracchiavano per affermare la loro presenza e gli onnipresenti piccioni spiccavano il volo dai rami più alti verso i balconi vicini. Persino una coppia di tortore aveva scelto il limitare del bosco per costruire il suo nido. A volte si scorgevano sui rami, a rincorrersi e chiamarsi l’un l’altra con dei versi gutturali così simili a rimbrotti da far pensare che “tubare” non sia poi così dolce.
E poi le rane. Dove trovassero l’acqua per mantenere l’umidità loro necessaria era un mistero, ma le potevi vedere, ciottoli verdi fino a un secondo sguardo, ferme accanto alla rete. A volte qualcuna perdeva la strada del ritorno e si spingeva più lontano, fino al limitare delle case, dove era il regno dei gatti.
Il patriarca aveva il pelo grigio e occhi socchiusi. Gli anni trascorsi per strada gli avevano insegnato a rendersi quasi invisibile, restando immobile al passaggio dei cani o scivolando svelto sotto il riparo di un’auto in sosta. A volte spiccava un salto oltre la rete, e dal suo rifugio si limitava a guardare il suo avversario muovendo piano la coda, poi si allontanava quieto. I più giovani rizzavano pelo e schiena per sembrare più minacciosi, ma lui non sprecava le sue energie.
 
Ogni volta che passava accanto alla rete, Maia era tentata di andare oltre. Riusciva a scorgere, tra i rombi di metallo, una scia di passi calpestati che portava verso giù, verso il cuore del bosco. Se si sporgeva un poco oltre il varco, poteva vedere la radura che si apriva più in basso e una striscia bianca che proseguiva, perdendosi dove i rami si facevano più fitti. Non riusciva a vedere altro che foglie secche e qualche collo di bottiglia che spuntava qua e là, e si chiedeva cosa celassero i rami intrecciati. Ma era un attimo, e subito trovava un motivo per non assecondare il suo istinto: l’orario di chiusura dei negozi, il cinema già prenotato, il pranzo da preparare. Forse erano le ombre scure a dissuaderla, forse l’idea di non essere sola, lì dentro. A volte si diceva che al buio avrebbe corso il rischio di inciampare anche con una torcia in mano, altre che di giorno avrebbero potuto vederla, e quella era proprietà privata, in fondo.
Ma la rete era lì, a ricordarle che ci sono misteri da scoprire, strade nuove da esplorare.
(continua?)
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scomparto:cunti

giovedì, 20 settembre 2007
Il lunedì si annuncia all’alba con un trillo.
La suoneria avanza nel sonno zampettando allegra, ma le chiamate fuori orario raramente portano buone notizie.
Questa non fa eccezione, e in pochi minuti le parole lasciano il posto a singhiozzi trattenuti che pure superano la porta chiusa.
Una scomparsa porta con sé dolore ma anche lucidità, quella che occorre per i preparativi: contatti da prendere, persone da avvisare, incredulità da relegare in un angolino ad affrontare a pugni la realtà. Non basta la voce ascoltata il giorno prima o i programmi futuri ad ancorare alla vita chi non c’è più.
Si fa strada, intanto, la mancanza.
Il vuoto, i ricordi che si ritraggono mentre cerchi di afferrare dalla memoria un volto sorridente, non stanco come l’hai visto l’ultima volta né immobile e freddo come lo vedrai .
Si fa peso, intanto, il dolore.
Incurva le spalle di chi hai sempre pensato forte, cui hai guardato quando incerta compivi i primi passi. Vorresti prenderlo su di te ma non puoi, puoi solo prestare la tua ragione, le tue braccia, le mani a risolvere problemi concreti: spostamenti da programmare e da tracciare, biglietti da prenotare, decisioni da prendere. 
Le valigie no, quelle servono a tenere la sua mente concentrata su cose futili ma necessarie, a frangere le onde del dolore che arriva inatteso, del rimorso che fa capolino sulle visite sempre rimandate a tempi migliori, sulla distanza non colmata quando ancora avrebbe trovato sorrisi ad estinguerla.
Un angolo della tua mente ringrazia il cielo che sia accaduto ora, mentre sei qui e non distante a tua volta, quando puoi guardare le spalle ricurve e stringerle in un abbraccio, anziché immaginarle all’altro capo di un telefono. Un altro si chiede se qualche giorno avrebbe fatto poi differenza, se una nuova vita – tanto attesa – non avrebbe dato ancora uno sprazzo di gioia prima dell’ultimo saluto.
Ma non c’è tempo per fermarsi, ci sono chilometri da percorrere e non sono pochi, due terzi di Italia da attraversare in due giorni, due tappe forzate per lasciare pezzi e raccoglierne altri, mani e mente a concentrarsi altrove per non arrendersi al pianto, per distaccarsi da sé.
La morte chiama la vita e questa prova a sfuggirla fino a che può, fino a che riesce a distogliere lo sguardo e il pensiero.
Le parole perdono senso, eppure vanno dette, perché nella distanza i silenzi sono assenza e acquistano densità e spessore solo nello spazio stretto di un abbraccio o di uno sguardo che ne mettano a posto limiti e significato.
I gesti sono gli stessi eppure diversi: caricare il bagaglio in macchina, salutare, partire pesano un po’ di più, gli abbracci a chi resta sono più lunghi perché anticipati, le soste più brevi, il tragitto silenzioso.
La strada si snoda davanti, nuova e già vecchia nelle strisce bianche che si staccano dall’asfalto, nastri di plastica che il caldo rifiuta di legare. Un lavoro affrettato e malfatto, eppure durato vent’anni: solo due ne sono passati – e sembrano dieci, almeno, per le toppe scure che spiccano sull’asfalto bruciato dal sole – dai sorrisi di chi ha tagliato il nastro sull’ultimo tratto di autostrada che porta allo Stretto.
Non ci saranno oggi altri addii né arrivederci, non vuoi guardare la costa che lasci né quella che vai a calpestare, ma rimani chiusa nel grembo di ferro della nave.  
Poi le Calabrie, di nuovo cantieri senza fine o nuove interruzioni, ma anche questi li conosci e non ti sorprendono.
A poco a poco è la luce ad abbandonarti, il sonno si fa strada ma non è ancora il momento: ci sono chilometri da percorrere e pacchi da disfare, gesti da compiere a notte fonda e altri da rimandare al mattino.
 
Una nuova alba, stavolta è la sveglia che ti chiama ma sai già cosa ti attende.
Non è solo il taxi davanti al portone, sono le parole del lavoro, ancora più inutili se non per chiudere la mente al pianto, è il treno che devi prendere e le medicine dimenticate, e poi cambiare treno e pensieri fino a destinazione.
Un sorriso ti accoglie con gli occhi tristi di chi non credevi di trovare ad attenderti. Non vi guardate – le lacrime salgono se ci provate – ma vi abbracciate nel silenzio denso, più forte – questo sì – di qualsiasi parola.
E poi il tempo corre, e ci sono parole di sorriso in un giorno di pianto, come spesso accade; silenzi di imbarazzo o di condivisione, piccole gioie che puntellano il dolore e gli impediscono di straripare, o forse è l’orgoglio e il dovere, chi lo sa.
Ci sono cose che non si possono dire ma che rimangono nel cuore di chi le ha provate, ce ne sono altre che vanno dette lì, ora, per non dimenticare. Per ricordare chi siamo, chi sei, chi è che ci ha lasciato e cosa non ci abbandonerà, malgrado il tempo.
Ci sono interruzioni non previste e che ti colgono di sorpresa, poi ti guardi indietro e ti dici che no, erano state annunciate in qualche modo, ma non ne hai colto i segni.
Ce ne sono altre che non puoi prevedere ma che poi si incastrano nella giornata: un treno fermo che parte giusto in tempo per consentire a qualcuno un ultimo saluto, una carezza, un bacio oppure no, si vedrà solo alla fine, ma almeno ci sarà il tempo per la scelta.
C’è un orario che passa, un negozio di fiori con la porta chiusa – ed era l’unica cosa che potevi fare per lui, l’unica che ti era stata chiesta, un mazzo di fiori colorati. Ma poi ne trovi un altro quando non ci speravi  e la porta è aperta, stavolta. Solo per caso, un fornitore che non trova la strada, un cliente che si attarda. O forse no, le coincidenze non esistono, ci sono solo sincronie, lo pensi e vedi un mazzo che è come lo vuoi, e l’uomo che te ne compone uno simile – non uguale, no, non esistono due fiori uguali, né due mazzi – lavora e non ti chiede perché hai scelto il colore, i girasoli, quelle gerbere screziate; le circonda di fil di ferro per aiutare il gambo a sostenerle e ti spiega che sono speciali perché hanno le punte arrotondate. Tu sorridi perché è amore che passa da quelle mani ai fiori recisi e messi insieme a creare armonia.
A lei che te l’ha chiesto piaceranno – te lo dicono i suoi occhi al tuo ritorno – e a lui che li riceve ad occhi chiusi faranno compagnia nel viaggio, l’ultimo, verso la terra natale.
“Non mi risveglio” l’aveva scritto solo qualche ora prima, come se lo sapesse che ormai dal sonno si sarebbe svegliato solo per pochi minuti, il tempo di congedarsi, di avvertire che stava andando altrove. 
Altrove, alla Casa del Padre, la sua meta non temuta ma attesa, preparata nei pensieri del mattino che solo ora si rivelano nella loro pienezza: “Non importa che ascoltiate, solo che - quando non ci sarò -  vi ricordiate un poco di come ho vissuto, o cercato di farlo”, diceva ai suoi figli. Se le parole non sono esatte, è quello il senso. Continuare ad essere qui, essendo altrove. Nel ricordo, nell’affetto, nelle parole scritte fitte fitte sulle pagine di un’agenda, nelle lettere strappate a un giornaletto: “Mi chiamo… chi amo?”.
E sono tanti gli altrove in cui essere allo stesso tempo: quello in cui devi  – lo dicono ragione e buonsenso – mentre il cuore ti spingerebbe via, quello dove le tue braccia stringono il vuoto e i tuoi occhi si offuscano per le lacrime, quelli dove il tuo stomaco si contrae o le orecchie ascoltano parole non dette – non più, almeno - ma vive nel ricordo. Quello in cui gli odori ti fanno stare dentro, ma che gli occhi ti mostrano lontano; o dove le gambe ti conducono mentre i piedi percorrono strade non tue.
L’addio, i saluti, i fiori legati con lo scotch, colore e amore a fare compagnia, un abbraccio e poche parole, niente cerimonie ma occhi che parlano di affetto troppo spesso messo a tacere da impegni, doveri o solo pigrizia. Promesse dette ma chissà se mantenute, non è cattiva volontà, solo fretta e cose da fare e da pensare, cose e non persone, per le persone il tempo ci sarà quando ci fermeremo, se non sarà troppo tardi.
Di nuovo via, di nuovo strade – asfalto e ferro, e legno, e vento che ti soffia tra i capelli e ti acceca per un istante – parole e incertezze e il pensiero ancora altrove, diviso tra chi hai lasciato indietro e chi ti aspetta al tuo arrivo, c’è ancora chi è rimasto a casa ad occuparsi del resto che scorre ancora, malgrado tutto.
Ma non sei sola, ora, e riempi il viaggio di parole, ritrovando piano perdute confidenze.   
Il treno si ferma, riparte, si ferma ancora.  Arriverai in tempo per la coincidenza o sarà ancora altrove che passerai la notte? Non lo saprai per ore,  legando speranza e timore al paesaggio che ti scorre accanto o ai luoghi di soste impreviste, stazioni sconosciute o spiazzi solitari.  
Corse ed attese, tramezzini in piedi e bagagli da sorvegliare, poi finalmente la certezza di ripartire presto. E parole, di nuovo, che si dilatano fino a che le frasi non si perdono nel cervello assonnato: ne cerchi il senso e non lo trovi più, ma non è giunto il momento di fermarsi in questo lungo giorno che scavalca domani.
Solo ore più tardi potrai chiudere la porta alle tue spalle, e finalmente abbandonarti al sonno.
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lunedì, 10 settembre 2007

Come dice di là la sorellona Metallica – al cui corposo fotoracconto  vi rimanderei – era ormai da tempo che ci ripromettevamo di ripetere la piacevole e gustosa esperienza dell’anno scorso, trascorrendo una giornata sul lago di Bolsena. Stavolta siamo riuscite a coinvolgere anche il Bardo Gilgamesh, la sua "impetuosa" consorte, Mistràl, e la piccola Elfa, Emma.

Il racconto di Metallicafisica è già abbastanza esauriente, per cui non mi dilungherei oltre sul lauto pasto (nonostante abbia rinunciato al dolce – per mancanza di spazio e non di gola – ho saltato la cena sempre per lo stesso motivo) ma solo delle piccole note e qualche ringraziamento.
 
Innanzitutto grazie a Giove Pluvio che si è astenuto dal presentarsi, concedendoci una giornata spettacolare – non troppo calda, non troppo fredda – e la possibilità di mangiare a pochi metri dall’acqua.
 
Poi un grazie alla sorellona e a Max che si sono “sacrificati” a turno, insieme a me, sugli strapuntini posteriori, consentendoci così di utilizzare un’unica auto per gli spostamenti. Cosa che non ha mancato di stupire qualcuno, all’arrivo al ristorante, quando uno sguardo incuriosito e “contabile” si chiedeva quanti fossimo effettivamente.
 
Una nota speciale per Emma, la Piccola Elfa, che ha dormito per quasi tutto il tragitto in auto, recuperando così le energie spese nelle sue esplorazioni in paese a Bolsena, lungo il pontile del ristorante e sulla strada bianca della passeggiata postprandiale, seguita sempre pazientemente da papà e mamma.
 
Un plauso alle foto di Brubo (altrimenti detto il “riccio-consorte”) e dei professionisti, sora Metalla e Max.
 
Un sorriso grande così al pensiero della giornata trascorsa insieme e della promessa di ripeterla.
 
Cosa resta da dire che non sia già stato detto altrove?
 
Forse solo questo: se qualcuno potesse darci notizie sull’origine e la denominazione di questo strano veicolo (notato per caso a Montefiascone, sulla via del ritorno) è pregato di scriverlo nei commenti…
L'oggetto misterioso - visione laterale (foto di Brubo)
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lunedì, 03 settembre 2007
(pensieri “seduti” sul sellino posteriore di una moto)
 
Dicono che “zavorra” (o, in alternativa, “zaino”) sia l’espressione usata dai motociclisti per indicare il passeggero di una moto. Molto spesso questo coincide con la gentile (?) compagna dello stesso, che ritengo non sia esattamente entusiasta del termine. Io, almeno, non lo sono particolarmente… ma in mancanza di meglio, per ora me lo tengo.(Ah, se proprio volete vedere il precedente, lo trovate qui ).
 
 
Destinazioni. Se proponete al biker una romantica gita di tre giorni a Praga, Vienna o Dublino e lui vi risponde che preferisce un agriturismo in Umbria o Toscana, non prendetevela. Non è che lui non voglia andare in questi posti, o non ci voglia andare con voi. E’ che è difficile arrivarci in moto e ritornare, in così poco tempo. Quindi vi conviene sorridere, rimandare le località raggiungibili in aereo a tempi più rigidi (in senso meteorologico) e cercare su internet una valida sistemazione per la notte. Agli itinerari ci pensa lui, e potete scommettere che saranno pieni di curve, con tappe che, per essere rispettate, dovrebbero prevedere una serie di infrazioni ai limiti di velocità che è meglio dimenticare. Pensate invece che verrete ripagate, durante la vacanza, da un sorriso semiperenne e dall’assenza di lamentele, acquisendo per di più il diritto di farle a vostra discrezione (possibilmente dentro il casco, e a interfono chiuso). Il cambio non sarà vantaggioso, ma perlomeno è equo.
 
Bagaglio. Come “zavorra” di pesi dovreste intendervene, quindi è abbastanza logico che preparare il bagaglio tocchi a voi, non senza dover subire la supervisione generale del biker. La divisione dei pesi è infatti essenziale all’assetto della moto, quindi scordatevi il terzo paio di scarpe, o quel vestitino così carino che però… tanto non riuscireste a metterli.  A meno che non riusciate a convincere LUI a cedervi una parte della borsa laterale, il vostro abbigliamento dovrà essere ridotto all’essenziale. Perché poi le due borse dovranno avere pesi uguali (e grasso ci cola se non le mette sulla bilancia per verificare). Se si tratta di borse morbide, si passa poi a metro e livella per verificare che sporgano in modo esattamente uguale da ogni lato, con la posizione ottimale delle cinghie fissata con pennarello per non perderla. Che poi la posizione ottimale inizialmente individuata sia tale che non potete salire in sella dal predellino posteriore è un dettaglio secondario. Per lui, ma non per voi. Cercate quindi di evitare che le vostre gambe, dopo essere state piegate per ore in un angolo quasi impossibile, si rifiutino di raddrizzarsi per scendere dalla moto, e pensateci prima.
 
Tempo. Tempi di percorrenza  e di permanenza sulla sella sono correlati tra di loro: in modo non lineare, però. Il loro rapporto, calcolato secondo una formula che più che matematica, è alchemica, è poi soggetto a tutta una serie di variabili che comprendono la vostra vocazione al supplizio, la morbidezza e le dimensioni della sella, lo stato del manto stradale e anche il tempo meteorologico. Ovviamente, non in quest’ordine. Nel senso che la capacità di adattamento del vostro fondoschiena è una variabile assolutamente dipendente, mentre la dipendenza del biker da nicotina o caffè è prioritaria. Quindi, un’accurata selezione di biker tabagisti o caffeinodipendenti potrebbe essere una buona idea; purché poi non vi lamentiate che sono già sei ore che state in sella e non siete ancora arrivati.
 
Soste. Quelle preventivate – e quindi calcolate nei tempi di percorrenza – non sono mai quelle reali. Ricordate quello che c’è scritto nel Vangelo? “Siate vigilanti, perché non sapete il giorno e l’ora”. Bene, qui per fortuna non si tratta di giorni, ma certo bisogna approfittare dell’attimo fuggente. Quindi, oltre ai movimenti in piega, meglio sincronizzare anche l’utilizzo delle toilette o – ma sembra ovvio – altre necessità. E soprattutto, ricordarsi che, quando negherete stoicamente di avere bisogno di sgranchirvi le gambe perché “ci fermiamo fra poco”, starete per imboccare una strada di montagna stretta e piena di curve, sulla quale sarà impossibile trovare spazio di sosta per chilometri e chilometri. E quando lo troverete, sarà pieno di bestiole non meglio identificate, ma dall’aspetto poco rassicurante; con le ali, per di più. “Carpe sostam”, insomma.
 
Tempo. No, non è un errore. E’ che stavolta si tratta proprio di tempo meteo. Nei confronti del quale, il biker ha un atteggiamento particolare. Se siete cresciute con il motto che “non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento”, sarete sconcertate dall’idea che un biker non si considera tale se almeno una volta, nella sua vita, non si è colato come un pulcino e  - soprattutto! - fino a dover strizzare pure le mutande (Sì, lo so, voi non ci crederete, ma almeno tre o quattro persone me l’hanno confermato, e con orgoglio, persino). Certo, il bauletto può anche contenere tutta l’attrezzatura antipioggia (tuta, guanti, financo le ghette); ma che questa raggiunga la vostra persona in tempo utile, è tutta un’altra storia. Se non ci credete, provate a guardare sotto i ponti delle autostrade, quando piove. Ci trovate ammucchiati biker che magari stanno proteggendo le amate borse, ma quanto a loro, sfidano le intemperie con un’alzata di spalle. Le ultime parole famose? “Sono solo quattro gocce!” che, secondo una delle innumerevoli leggi di Murphy e soci, sono esattamente il preludio a un nubifragio. Mai sfidare gli dei, e specialmente Giove Pluvio, che è piuttosto suscettibile (Il consiglio è quindi, almeno voi, di attrezzarvi PRIMA di salire in sella; e soprattutto, portatevi dietro l’aspirina!).
 
Percorsi. Il ruolo della zavorra non è poi così passivo come sembrerebbe, o almeno può non esserlo. Tra le varie incombenze, c’è quella di battere sulla spalla del biker per avvertirlo di avere saltato il bivio giusto. E piuttosto energicamente, altrimenti penserà che, come al solito, vi lamentate per un sorpasso un po’ azzardato (per voi, ma assolutamente sicuro per lui) o di qualche altra quisquilia. Ma non è lui alla guida?, vi chiederete. Appunto. E pensate che, attento com’è a sentire il suono del motore, a contare i giri, a sospirare compiaciuto per le curve che si stendono davanti al suo sguardo, a salutare i biker che incontra lungo la strada, abbia ANCHE il tempo di osservare i cartelli stradali? No, tocca a voi memorizzare il percorso, visualizzando nella mente non solo la destinazione finale ma anche quelle intermedie, in modo da poter in(ter)ve(n)ire al momento giusto. Se non siete capaci di leggere una cartina stradale, almeno cercate di tenere a mente il nome dei prossimi due/tre paesi sulla strada (che i cartelli, si sa, non sono sempre così precisi). Altrimenti, incrociate le dita. Prima o (più probabilmente) poi, da qualche parte arriverete. E un’inversione di marcia è sempre possibile…
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