lunedì, 29 ottobre 2007
Si parla di balli, qui, e di come “è difficile essere uomo”.
E io ho ripensato a qualcosa che monodose (no, niente link, il blog è stato, ahimé, cancellato) ha scritto a proposito degli uomini, e a un giochino – un omaggio, un cadeau, o almeno un tentativo – che feci io per lei.
 
Il suo testo l’ho conservato, per fortuna:
 
Ci sono uomini freddi da amare d’estate
cuori di sabbia, di ombre corte e salate
che alla fine della stagione balneare
la prima onda li trascina in mare
E uomini caldi da amare solo in pieno inverno
(ruvidi e spessi come lana di maglione)
che ai primi caldi vuoi scrollarti via come un piumone
quando ti accorgi che non cambiano stagione
Ci sono uomini da mezzi tempi, mezza stagione, mezze calzette se messi alle strette
sono da amare un tanto al chilo, senza abbondare (ne è pesante la tara)
Ma io invece no.
Ne voglio uno di spalle e sogni larghi, climatizzato per tutte le stagioni
Resistente all’ingiuria del tempo, superficie aderente e fodera in sentimento.
Ci sono uomini con l’ossessione dei pompini
E subito dopo  guai a te se ti avvicini
Uomini dagli abbracci così lenti
Che dopo due minuti ti addormenti
Poi uomini che non si divertono a giocare
quando la posta in gioco è scegliere di amare
Ma io invece no.
Ne voglio uno che mi amministri il cuore-portafoglio
che su di me non tema di investire
Che tra uno switch e un capitale alla scadenza
Trovi nel monobrand la migliore convenienza

E questo è, rispetto alla prima (per)versione, un mio nuovo tentativo:

 
Some men are cold, for a summer love-folder
Sand-hearted, shadows short and salted
And when the beach season is over
A single wave, and down the sea they’re dragged
Some men are warm, to be loved in deep winter
(thick and rough, sort of a woollen touch)
at early heat you want to flee
and throw them down like a duvet
As you understand that they won’t stand a season’s changeover
Some men are fit for middle-time, half seasons,
They’re small-timers if you try them out
They’re to be loved tipping the scales,
without abounding (their tare weighs)
But I don’t.
I want a broad-shouldered man with huge dreams, fitted for all seasons,
Holding out to time injury, close-fitting surface and sentimental lining.
Blowjob is an obsession for some men
And there and then you’re in trouble if you draw nigh them
Some men’s embraces are so slow
That in two minutes you’d need a pillow
And there are men who don’t enjoy playing
When love is the stake for picking
But I don’t
I want a man who manages my heart-portfolio
Who isn’t afraid of investing on me
Who, between a switch and a principal-to-maturity
Would find in mono-brand the better opportunity
 
Mancherebbe la musica; chissà se arriverà mai…

N.B.: ove non fosse chiaro, il testo originale (da cui partì il gioco e tutto il resto), è di monodose/Flounder. Purtroppo la cancellazione di "apiccoledosi" e l'oscuramento degli archivi di "certepiccolemanie" mi impediscono di linkare gli originali, ma questo non posso che ribadirlo.
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martedì, 23 ottobre 2007
Scommetto che qualcuno sentiva già la mancanza di questi post sull’oroscopo di Brezsny. L’unico di cui spesso leggo  tutti i segni solo per il piacere di farlo. E se questa non è pubblicità…
Comunque, ecco quello che dice per questa settimana (19-25/10; almeno credo, ma vi serve saperlo?)
 
 
Cancro (21 giugno - 22 luglio)
Potresti essere un temporale che restituisce la vita a un paesaggio inaridito. Oppure un diluvio che crea un allagamento devastante. Perché non sfruttare entrambe queste possibilità? Cerca di essere al tempo stesso utile e carismatico, nutriente e seducente. Renditi umilmente utile dimenticando la tua magnificenza. È uno di quei periodi di grazia in cui puoi fare del bene, sentirti bene e avere un bell'aspetto. Ti nomino ufficialmente Signore dei flussi.
 
Potrei essere l’uno e l’altro, spazzare via ciò che non mi interessa o ridare vita a qualcosa che l’ha persa (o meglio, l’ha dimenticata, la vita persa non si può ridare).
Oppure potrei tenere la mia acqua per me, ad addensarsi nell’aria, in nuvoloni grigi e pieni, o sottoterra, perché no, ci sono abituata.
 
Un amico l’altro giorno mi ha detto che mi vedeva come un lago sommerso. Sopra, in superficie, non sembrerebbe che ci sia. Sotto, un mondo a sé (bontà sua, questo lo dico io).
 
Quanto all’aspetto, non saprei. Ieri mi hanno detto che dimostro almeno sei-sette anni meno della mia età (e me l’ha detto una donna, quindi ci credo, almeno a metà).
 
Di cambiamenti, poi, c’è sempre bisogno, nella vita, no?
Qui splende il sole… voi, magari, prendete anche l’ombrello.
 
(E se progettassi un’esplosione alternativa, stile geyser, del lago sommerso? Ci vuole un po’ di tempo e magari non riesce, ma se andasse bene… vuoi mettere lo spettacolo?)
 
 
*da una canzone di Renato Rascel, che trovate qui
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martedì, 16 ottobre 2007
La prima volta, fu una sorpresa.
Quasi non aveva capito a chi fosse rivolta la domanda.
Era arrivata fin lì più che altro per “fare numero”, in quel club quella sera suonava un gruppo nuovo.
Peruviani, brasiliani, un argentino alla fisarmonica e poi lui, il ragazzo della sua amica.
Un tirolese che suonava il charango.
Era stata Angela a insistere perché li accompagnasse, in modo da creare una piccola claque. Ma lui era bravo davvero e così si era rilassata, godendosi la musica e lo spettacolo delle coppie che ballavano, strette l’una all’altra in una confusione ordinata e ritmica.
“Baila?”, sentì di nuovo alle sue spalle, e si girò per vedere a chi fosse rivolto l’invito.
Alzandosi, il suo sguardo incontrò quello di un perfetto sconosciuto, fermandosi poi su un sorriso rivolto proprio a lei.
“Baila?” ripetè lui, paziente, e stavolta non potevano esserci dubbi.
Le note erano quelle, inconfondibili, di una bachata; udendole, Laura arrossì senza rispondere.
Per fortuna nella penombra non era possibile vederlo.
“Non so ballarla” provò a schermirsi, ed era vero.
“Non serve” ribattè lui in un italiano incerto, “basta sentirlo aqui”, continuò battendosi la mano sul petto.
Angela seguiva attenta lo scambio di battute; rise, dicendo che era scortese rifiutare un invito e lasciandola senza scuse davanti alla mano ancora tesa.
I primi passi furono maldestri, lei cercava di guardare in basso per vedere dove mettere i piedi ma la posizione lo rendeva quasi impossibile.
Con un leggero tocco della mano sul viso, l’uomo la costrinse a guardarlo. “Il ritmo” disse “segui il ritmo e andrà tutto bene. Ma guarda me”.
E lo guardò in quegli occhi scuri che contrastavano con i capelli biondi. L’altezza era quella giusta per fare incrociare gli sguardi senza eccessive torsioni.
Con quello sguardo fisso nel suo, smise di pensare. Non era più importante sapere cosa fare, ma lasciarsi guidare dal ritmo e dall’ondeggiare di quel bacino contro il suo e sentire il suo corpo che rispondeva colpo su colpo, come se non avesse mai fatto altro.
La gamba dell’uomo tra le sue non era più estranea, ma una guida che assecondava con dolcezza, mentre il sorriso che rifletteva il proprio le diceva che sì, era così che andava fatto.
Finì quasi troppo presto, quella volta, ma ne seguirono altre in quella lunga estate.
 
Le mode, si sa, cambiano col tempo, e per alcuni anni non ne sentì più parlare. Altri andavano e venivano, lo spazio di un’estate, cicale passeggere e presto dimenticate.
Anche lei cambiava, stava imparando a osare di più, a lasciarsi trascinare, ogni tanto, dall’istinto. Come con la musica, bastava sentirlo aqui. Una lezione che non aveva dimenticato, anche se spesso la ignorava.
 
L’ultima volta però, la ricordava ancora.
Forse perché era il luogo di un addio, forse per il ballerino.
Forse per i piedi nudi dopo tanto ballare.
Era  una sera d’estate, ancora, ma fuori città.
L’atmosfera da villaggio, o forse da film americano, con le feste e i falò sulla spiaggia, le torce piantate nella sabbia a illuminare la notte e una pedana di legno, buttata lì per chi voleva ballare lontano dalla folla della pista centrale.  
C’erano anche dei tavolini sparsi qua e là.
Laura era seduta ad uno di essi. Si era appartata a riposare un poco, portando con sé un enorme gelato alla frutta. Cominciò a mangiarlo con lentezza; ne prendeva un pezzo, poi lasciava che si sciogliesse piano contro il palato. Le piaceva la sensazione del freddo che si spandeva a poco a poco nella gola accaldata, il contrasto tra la morbidezza del gelato e la cialda croccante che addentava a piccoli morsi per farla durare di più.
Allungò una mano per prendere un’altra cialda, la tuffò nel gelato e fece per morderla, ma si fermò prima di affondare i denti.
Erano le prime note di una bachata e le sue labbra si aprirono in un sorriso, come ogni volta nel ricordo.
Un sorriso che affiorava anche sul volto dell’uomo.
Aveva sentito il suo sguardo posarsi su di lei, seguire i gesti delle sue mani e poi scivolare giù con leggerezza. Una volta ne sarebbe arrossita, ma ora il suo sorriso si allargò appena un poco mentre tornava ad immergere la cialda nel gelato. Aqui, diceva quel sorriso.
Non era uno sconosciuto, non stavolta.
Si erano sfiorati anche quella sera, come altre volte era successo. Sfiorati appena per poi ritrarsi, come se un contatto più prolungato avesse potuto creare scintille.
Era questo che sentiva, quando si avvicinavano. Come una corrente sotterranea, pronta a saltare fuori nel contatto, ma della quale nessuno dei due voleva sentire la scossa.
Quella però era l’ultima sera, chissà quando e se si sarebbero rivisti.
Fu questo, forse, che lo fece decidere, e Laura fu tra le sue braccia.
Piccola, a piedi scalzi, non riusciva ad arrivare allo sguardo azzurro dell’uomo e lui evitava il suo, come se avesse potuto leggere qualcosa in più, guardandolo.
Ma sentiva il calore di quel corpo stretto contro il proprio, il suo odore e quel premere contro di lei e fuggirla a un tempo; nel ballo, ma non solo.
Ancora una volta, Laura si abbandonò alla musica. Aqui, ora sapeva cosa voleva dire.
Non lo era mai stato prima e, forse, non lo sarebbe stato mai.
Ma, in quel momento, quell’uomo era suo.
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sabato, 13 ottobre 2007
Smettere.
Di fumare, ad esempio.
C'è chi l'ha fatto, e più di una volta,. che ci vuole?

Difficile è non ricominciare.
Ma questo l'ho già detto, mi pare.

(niente, oggi gira così)
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martedì, 09 ottobre 2007
Una volta un blogger mi disse che quando si vive più intensamente, si ha meno tempo per il blog. Non solo per il proprio, ma per quelli altrui. Come se una cosa escludesse l’altra.
Ora quel blogger ha chiuso il blog – l’ha proprio cancellato, ed è stato un vero peccato, secondo me, ma capisco anche i motivi che lo hanno portato a farlo – e gli auguro che, per la sua teoria, questo significhi che la sua vita va a gonfie vele.
E’ vero, il tempo è quello che è e le giornate di 48 ore non esistono, quindi vita “reale” e vita “virtuale” debbono dividersi le 24 ore che ci sono.
Più che vederle come opposte ed avversarie, pronte a sminuire l’una l’importanza dell’altra, io tendo a vederle, invece, come due melodie in contrappunto.
D’altra parte, la virtualità sta prendendo sempre più spazio nella “realtà” della vita di tutti i giorni. Io, ad esempio, buona parte del mio lavoro la svolgo attraverso la rete, sia via mail sia navigando.
Ora ho addirittura un capo in un’altra città – anche se non so quanto durerà.
 
Ma anche nel contrappunto, se le due voci spesso si sovrappongono, a volte se ne deve lasciare prevalere una sull’altra. E per il momento, è la voce del blog ad essere in sordina (ma non è un male – o un bene, magari – solo una fase).
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giovedì, 04 ottobre 2007
Dopo una fine di settembre piovosa, in questo primo scorcio di ottobre è tornato il sole, a volte velato ma caldo.
Sono le ottobrate romane, che poi erano la scusa per gite fuori porta, scampagnate e … abbuffate, perché no.
 
Sole di giorno + fresco di notte = raffreddore, più che altro, o una febbriciattola fastidiosa e strisciante se non si è fortunati. Ma vabbè, andiamo avanti.
 
Ottobre – questo ottobre, perlomeno – è anche il mese scelto da Emergency  per la campagna “Diritto al cuore” a sostegno del Centro «Salam» di cardiochirurgia  inaugurato a Khartoum lo scorso aprile.
 
Nel comunicato stampa diffuso a questo proposito da Emergency si legge:
 
Il Centro «Salam» di cardiochirurgia di Khartoum – costruito e gestito interamente da Emergency – offre gratuitamente assistenza sanitaria a bambini e adulti affetti da patologie cardiache, in particolare malformazioni congenite e patologie valvolari originate da febbre reumatica.
Il Centro è l’unica struttura specializzata gratuita disponibile in Sudan e nei nove paesi confinanti, dove le cardiopatie congenite e quelle acquisite in età pediatrica sono la seconda causa di mortalità infantile.
In attesa di costruire cliniche satellite nei paesi limitrofi per lo screening dei pazienti cardiopatici e la necessaria assistenza postoperatoria, presso il Centro «Salam» sono già stati operati pazienti del Sudan, della Repubblica Centrafricana, dell’Eritrea e del Ruanda.
 
 
Per tutta la durata della campagna (1-31 ottobre) sarà possibile, per tutti gli utenti Tim, Vodafone, Wind e 3 Italia, inviare un SMS al numero 48587 del valore di 1 euro oppure effettuare allo stesso numero una chiamata da rete fissa Telecom Italia del valore di 2 euro. I gestori di telefonia devolveranno l’intero ricavato a Emergency.
 
Ora, lo so che alcuni di voi parleranno, a questo proposito, di “carità pelosa” e del fatto che con questo non ci si pulisce certo la coscienza e blablabla, ma io penso questo: se ogni giorno rinunciamo almeno a un caffè per un sms di questi – è più facile che andare a fare una donazione più consistente, e anche più immediato – sarà comunque qualcosa in più per una causa giusta. Saremo anche un po’ meno nervosi (il che è anche un bene).
 
E poi, come si dice: “Ogni ficatieddu ‘i musca è sustanza”.
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lunedì, 01 ottobre 2007
La storia dell’umanità inizia con un conflitto; almeno così racconta la Bibbia.
“Io porrò inimicizia tra te e la donna” dice Dio al serpente “questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”.
Una testa in pericolo, un calcagno a rischio.
Poca roba, insomma.

Poi l’uomo ha proseguito a lungo su questa strada, perfezionandosi sempre più.
Ha scoperto nuovi modi di uccidere e di allargare i conflitti, si è liberato di schiavitù fisiche per inventarne altre ancora più gravose.
Allora le guerre hanno iniziato a non coinvolgere solo i soldati, ma sempre più vittime innocenti. E le ferite più dolorose hanno iniziato ad essere quelle dell’animo.

Perché si può sopravvivere alle torture e tornare a sorridere, oppure portare dentro di sé i propri fantasmi anche quando intorno sembra essere tornata la tranquillità. 
E certe volte, sentirsi in colpa per essere sopravvissuti.

Ci sono conflitti che saltano sulle prime pagine dei giornali ed altri che divampano nell’indifferenza, ma tutti lasciano dietro di sé strascichi di sangue e paura.

Ci sono guerre combattute per la strada, piccole guerre di quartieri che non conoscono altro, dove la famiglia è la banda, e non contano i legami di nascita.

Ci sono piccole vittorie, qualche volta, che lasciano un buon sapore in bocca almeno per un poco, o ci rimettono in pace con noi stessi .

E ci sono sconfitte, che bruciano dentro di odio e di amore.
 
Poi, altrove, sono sogni d’acqua e di viaggi intorno al mondo, ferro e fuochi nella notte.
E una scommessa da non prendere troppo sul serio. O forse sì.

Queste – e non solo - le voci che Buràn ha raccolto nel suo terzo numero, che dedica la sua parte monografica (Il Materiale) al Conflitto, non indietreggiando di fronte a nessuno dei suoi aspetti.

Come in una partita a scacchi, in cui lo “shah-mat” è solo l’ultima mossa.

Buràn 3 è online…
 
 
Buràn 3 - Il Conflitto   
 
E voi, che aspettate a leggerlo?
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scomparto:trispito, pizzini, sperciate, buràn