La prima volta, fu una sorpresa.
Quasi non aveva capito a chi fosse rivolta la domanda.
Era arrivata fin lì più che altro per “fare numero”, in quel club quella sera suonava un gruppo nuovo.
Peruviani, brasiliani, un argentino alla fisarmonica e poi lui, il ragazzo della sua amica.
Un tirolese che suonava il charango.
Era stata Angela a insistere perché li accompagnasse, in modo da creare una piccola claque. Ma lui era bravo davvero e così si era rilassata, godendosi la musica e lo spettacolo delle coppie che ballavano, strette l’una all’altra in una confusione ordinata e ritmica.
“Baila?”, sentì di nuovo alle sue spalle, e si girò per vedere a chi fosse rivolto l’invito.
Alzandosi, il suo sguardo incontrò quello di un perfetto sconosciuto, fermandosi poi su un sorriso rivolto proprio a lei.
“Baila?” ripetè lui, paziente, e stavolta non potevano esserci dubbi.
Le note erano quelle, inconfondibili, di una bachata; udendole, Laura arrossì senza rispondere.
Per fortuna nella penombra non era possibile vederlo.
“Non so ballarla” provò a schermirsi, ed era vero.
“Non serve” ribattè lui in un italiano incerto, “basta sentirlo aqui”, continuò battendosi la mano sul petto.
Angela seguiva attenta lo scambio di battute; rise, dicendo che era scortese rifiutare un invito e lasciandola senza scuse davanti alla mano ancora tesa.
I primi passi furono maldestri, lei cercava di guardare in basso per vedere dove mettere i piedi ma la posizione lo rendeva quasi impossibile.
Con un leggero tocco della mano sul viso, l’uomo la costrinse a guardarlo. “Il ritmo” disse “segui il ritmo e andrà tutto bene. Ma guarda me”.
E lo guardò in quegli occhi scuri che contrastavano con i capelli biondi. L’altezza era quella giusta per fare incrociare gli sguardi senza eccessive torsioni.
Con quello sguardo fisso nel suo, smise di pensare. Non era più importante sapere cosa fare, ma lasciarsi guidare dal ritmo e dall’ondeggiare di quel bacino contro il suo e sentire il suo corpo che rispondeva colpo su colpo, come se non avesse mai fatto altro.
La gamba dell’uomo tra le sue non era più estranea, ma una guida che assecondava con dolcezza, mentre il sorriso che rifletteva il proprio le diceva che sì, era così che andava fatto.
Finì quasi troppo presto, quella volta, ma ne seguirono altre in quella lunga estate.
Le mode, si sa, cambiano col tempo, e per alcuni anni non ne sentì più parlare. Altri andavano e venivano, lo spazio di un’estate, cicale passeggere e presto dimenticate.
Anche lei cambiava, stava imparando a osare di più, a lasciarsi trascinare, ogni tanto, dall’istinto. Come con la musica, bastava sentirlo aqui. Una lezione che non aveva dimenticato, anche se spesso la ignorava.
L’ultima volta però, la ricordava ancora.
Forse perché era il luogo di un addio, forse per il ballerino.
Forse per i piedi nudi dopo tanto ballare.
Era una sera d’estate, ancora, ma fuori città.
L’atmosfera da villaggio, o forse da film americano, con le feste e i falò sulla spiaggia, le torce piantate nella sabbia a illuminare la notte e una pedana di legno, buttata lì per chi voleva ballare lontano dalla folla della pista centrale.
C’erano anche dei tavolini sparsi qua e là.
Laura era seduta ad uno di essi. Si era appartata a riposare un poco, portando con sé un enorme gelato alla frutta. Cominciò a mangiarlo con lentezza; ne prendeva un pezzo, poi lasciava che si sciogliesse piano contro il palato. Le piaceva la sensazione del freddo che si spandeva a poco a poco nella gola accaldata, il contrasto tra la morbidezza del gelato e la cialda croccante che addentava a piccoli morsi per farla durare di più.
Allungò una mano per prendere un’altra cialda, la tuffò nel gelato e fece per morderla, ma si fermò prima di affondare i denti.
Erano le prime note di una bachata e le sue labbra si aprirono in un sorriso, come ogni volta nel ricordo.
Un sorriso che affiorava anche sul volto dell’uomo.
Aveva sentito il suo sguardo posarsi su di lei, seguire i gesti delle sue mani e poi scivolare giù con leggerezza. Una volta ne sarebbe arrossita, ma ora il suo sorriso si allargò appena un poco mentre tornava ad immergere la cialda nel gelato. Aqui, diceva quel sorriso.
Non era uno sconosciuto, non stavolta.
Si erano sfiorati anche quella sera, come altre volte era successo. Sfiorati appena per poi ritrarsi, come se un contatto più prolungato avesse potuto creare scintille.
Era questo che sentiva, quando si avvicinavano. Come una corrente sotterranea, pronta a saltare fuori nel contatto, ma della quale nessuno dei due voleva sentire la scossa.
Quella però era l’ultima sera, chissà quando e se si sarebbero rivisti.
Fu questo, forse, che lo fece decidere, e Laura fu tra le sue braccia.
Piccola, a piedi scalzi, non riusciva ad arrivare allo sguardo azzurro dell’uomo e lui evitava il suo, come se avesse potuto leggere qualcosa in più, guardandolo.
Ma sentiva il calore di quel corpo stretto contro il proprio, il suo odore e quel premere contro di lei e fuggirla a un tempo; nel ballo, ma non solo.
Ancora una volta, Laura si abbandonò alla musica. Aqui, ora sapeva cosa voleva dire.
Non lo era mai stato prima e, forse, non lo sarebbe stato mai.
Ma, in quel momento, quell’uomo era suo.