martedì, 27 novembre 2007
(parte seconda; la prima si trova qui)
 
Era una domenica di fine agosto, una di quelle giornate in cui le strade delle città sono ancora vuote di macchine e di rumori.
Quasi ogni mattina Maia si alzava presto per fare la sua passeggiata: un giro breve - mezz’ora appena - che serviva a svegliarla del tutto e prepararla alla giornata.
La domenica non faceva eccezione, non quel giorno almeno.
Si era svegliata all’alba con una sensazione strana. Un incubo probabilmente, ma non riusciva a ricordare, la mente era come ovattata. Per un po’ si era rigirata nel letto, tentando di riaddormentarsi; ci aveva infine rinunciato e, indossata qualcosa in fretta, si era chiusa alle spalle la porta di casa.  Camminare di solito la rilassava, rendeva la mente più lucida e attenta.
Uscì nella strada deserta, dove i lampioni ancora accesi sbiadivano al confronto della luce che si spandeva da est.
Riusciva a distinguere il suono dei suoi passi sull’asfalto, prima incerti sulla direzione, poi guidati dalla consuetudine. Meglio così, seguire un percorso noto avrebbe consentito alla mente di percorrere altre strade, nel frattempo.
Camminando, cercava di ricostruire il sogno interrotto per riallacciarne i nodi. Ricordava, però, solo rari frammenti: una porta, delle voci, la luce alle spalle del buio. Solo, non riusciva a vedere oltre.
 
Era immersa in questi pensieri quando inciampò. Non riusciva a capire su cosa: il marciapiedi sembrava sgombro perfino di quelle cacche di cane che così spesso si trovavano lì, vicino alla rete.
I suoi passi l’avevano condotta fin lì.
Ancora piegata per controllare eventuali danni, scorse qualcosa che, altrimenti, avrebbe ignorato. Nella rete da poco ricucita qualcuno stava allentando alcune maglie. Il buco non era ancora abbastanza grande da consentire un agevole passaggio e alcuni rami erano stati spostati in modo da nasconderlo almeno in parte, ma uno sguardo più attento lo rivelava senza alcun dubbio. Non era l’effetto di tempo e ruggine, ma di mani determinate.
A fare cosa, si chiese, ma in quel momento una cornacchia si levò gracchiando dal ramo di un albero lì vicino. Fece un giro, poi si posò accanto a una compagna dal lato opposto della strada. Nel volo, una penna si staccò, ondeggiando a spirale nell’aria fino a fermarsi davanti ai suoi piedi: si accorse di averla seguita con lo sguardo quando se la trovò tra le mani.
La mise in tasca, poi si affrettò verso casa.
 
La settimana trascorse nel solito tran tran; agosto era un periodo buono anche per il lavoro. La routine mattutina, poi alcune ore di calma, il pranzo leggero e – se non era troppo caldo – una passeggiata; poi pomeriggi pigri e serate tiepide in compagnia.
 
L’alba della domenica la sorprese di nuovo in veglia.
Si alzò lentamente per non fare rumore e si vestì in silenzio nella casa addormentata.
C’è un momento, uno solo, che segna il passaggio dalla notte al giorno. Nelle città questo è dato da un timer, che spegne tutte insieme le luci dei lampioni stradali. Fu quello l’attimo in cui mise i piedi fuori dal portone, anche se quasi non si accorse della differenza. Malgrado fosse sveglia da un pezzo, la sua mente vagava ancora nei confini del sogno, quel sogno così reale da sembrare quasi vero, quel sogno che l’aveva portata proprio…
 
Lì, dove si trovava. Era lì, davanti alla rete. Qualcuno, stavolta, ne aveva rigirato i lembi in modo da creare una specie di varco, sollevato da terra appena quel poco che occorreva per superarla con un balzo. Oltre lo spazio vuoto, l’erba pestata creava una specie di sentiero, che si inoltrava tra i rovi e poi spariva lì, in mezzo agli alberi. Lo seguì con lo sguardo fino a perderlo, sporgendosi quasi oltre lo strappo nel tentativo di vedere di più, ma non si poteva. Lasciò che i suoi occhi vagassero ancora qualche minuto, poi riprese il cammino verso casa.
 
Ma il pensiero era lì, e ogni volta che i suoi piedi la portavano lungo la rete rallentava il passo, cercando di distinguere al di là della recinzione segni dell’altrui passaggio. Sapeva ormai dov’erano i vari oggetti prima di vederli, ne controllava la posizione con la coda dell’occhio per trovare tracce di eventuali spostamenti, ma invano. Tutto ciò che riusciva a vedere erano i gatti che saltavano la rete con un balzo e poi si giravano a guardare i loro inseguitori, ringhianti ma impotenti, prima di allontanarsi ancheggiando con grazia.  
 
La rete popolava anche i suoi sogni. Qui però sembrava diversa, e ogni volta che vi si trovava di fronte riusciva a scorgere qualcosa di nuovo: un’apertura nascosta, impronte che l’attraversavano, il canto degli uccelli che sembrava quasi un richiamo e veniva proprio da lì, dal cuore del bosco. Le chiome degli alberi ondeggiavano nel vento e anche il rumore delle foglie sembrava sussurrare il suo nome. Non era possibile, lo sapeva; o forse sì, nei sogni tutto ha regole diverse.
 
Il risveglio portava con sé anche tracce del sogno, che a poco a poco la realtà del giorno sfilacciava, ma che tornavano a intrecciarsi la notte successiva, e quella ancora; ogni notte un passo avanti, ogni notte un dettaglio in più.
 
Appena il suo piede sinistro attraversò la rete per posarsi sul terreno erboso, si udì il crac di un ramo spezzato e poi, il silenzio. Gli uccelli avevano smesso di cantare all’improvviso ed anche il vento aveva trattenuto il respiro. Quando anche il destro fu oltre la rete, tutto si mise nuovamente in moto.
Sentì qualcosa strusciare contro le gambe; abbassando lo sguardo vide il grosso gatto grigio – il patriarca, l’aveva chiamato - premere ancora contro di lei, fare qualche passo e girarsi. Una direzione valeva l’altra, decise; tanto valeva seguirlo. Meno agile del gatto, fu costretta a farsi strada, talvolta fermandosi per staccare qualche spina dagli abiti. Allora la sua guida si sedeva a leccarsi una zampa, strofinandola poi sul muso, o spariva per qualche momento per tornare quasi subito a controllare i suoi progressi.
I rovi lasciarono il posto agli alberi. Non avrebbe mai pensato che il bosco fosse così grande; ci aveva corso intorno così tante volte, eppure camminava già da un po’ e intorno a lei non vedeva altro che alberi, cespugli e la coda del gatto che si muoveva tra di essi.
Cercando di non perderla di vista, non si accorse della radice che spuntava a qualche centimetro dal terreno e cadde. Subito si rialzò, spazzolando via le foglie dagli abiti e imprecando contro la sua sbadataggine, ma le parole si fermarono a mezz’aria: davanti a lei si apriva una radura, e nel suo mezzo una costruzione che non avrebbe dovuto esserci.
Il gatto si era arrampicato su un albero e la guardava.
Manca solo che scompaia lasciando baffi e sorriso - disse tra sé e sé - e che io mi ritrovi a fumare il narghilè con un bruco. Se già non l’ho fatto ed è questo il risultato…
Si avvicinò alla casa tentando di non fare rumore. Non che avesse poi molta importanza, dato che sembrava totalmente abbandonata: l’edera si era impossessata delle imposte chiuse, che ora si distinguevano a stento dalle pareti. La porta, invece, risaltava nitida contro quel muro verde. Pensava di averla già vista, ma non ricordava dove: era di certo un modello comune, anche se…
Sentì di nuovo qualcosa che le strusciava tra le gambe: guardò in basso, sicura di trovare il gatto, ma non c’era più. Andato.
La maniglia si abbassò docile sotto la sua mano, ma la porta non si aprì. Doveva essere chiusa a chiave, ma a questo punto non poteva tirarsi indietro. Cercò in tasca qualcosa per aprirla, ma sotto le dita sentì solo un oggetto: la penna della cornacchia, raccolta qualche giorno prima. È assurdo, si disse, pensando che si sarebbe spezzata all’interno della serratura, rendendo tutto ancora più difficile; ci provò lo stesso.
Quanto la porta si aprì, non ne fu neanche stupita.
Dentro la casa tutto era silenzioso e tranquillo, ma regnava una gran confusione. C’erano migliaia di oggetti sparsi ovunque: pile di libri a costruire scale e piramidi, fiori secchi che spuntavano da vasi improbabili, foto a tappezzare gli spazi liberi sulle pareti. C’erano anche molte credenze, con gli scaffali colmi degli oggetti più disparati: vecchie lampade, uova dorate, piume d’angelo, pentolini, pezzi di legno, pergamene e ogni sorta di cose. Alcune le parve di riconoscerle: un piccolo delfino azzurro, proprio uguale a uno che aveva portato a casa da un viaggio; un gabbiano inciso nel cristallo, una scatola di legno e madreperla. Oggetti comuni, ma che le ricordavano momenti del suo passato: alcuni felici, altri meno, ma tutti legati in qualche modo a ciò che era, o che era stata.
Uno in particolare catturò la sua attenzione, forse perché non ne aveva mai visto l’uguale: era una piccola chiave - o almeno le somigliava - e brillava lievemente, come se una luce fosse racchiusa al suo interno.
Mi piacerebbe vederla meglio pensò, e con sua grande sorpresa la vide staccarsi dal gancio su cui era appesa e volare verso di lei.
Tese la mano per prenderla e quella si poggiò sul palmo disteso, continuando a pulsare come in un saluto. Sembrava proprio una chiave, ma quali porte avrebbe spalancato?
“È tua, se la vuoi”. Sentì la voce alle sue spalle, ma era anche accanto a lei, e tutt’intorno. “Ma devi volerla”.
È mia, e la voglio, ripeté. Di nuovo, tutto sembrò fermarsi per un attimo, come a prendere nota del momento.
Poi fu tutto molto, troppo veloce. Gli oggetti intorno a lei sembravano perdere consistenza mentre la casa, prima buia e silenziosa, si riempiva di scricchiolii e la luce iniziò a filtrare. Foglie e rami fecero capolino dietro le pareti traslucide, e ben presto furono solo alberi, e cespugli e…
“È l’alba” disse la voce, poi tacque anch’essa.
 
Si sedette sul letto, la mano ancora contratta a stringere qualcosa; quando l’aprì, il palmo era vuoto. Eppure sentiva ancora la sensazione di calore, quel pulsare quieto e costante contro la sua pelle. Era sua, qualunque cosa fosse; e per quanto sembrasse assurdo, doveva tornare a prenderla. Lì, oltre la rete.
Non ora, però.  Muscoli doloranti e pelle graffiata le chiedevano tregua e la concesse, abbandonandosi a un sonno senza sogni.
 
Non fu la sveglia a destarla, qualche ora dopo.
Fu, senza alcun dubbio, il motore di una ruspa.
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giovedì, 22 novembre 2007
Dalla finestra del mio ufficio riesco a vedere uno spicchio di cielo.
Un tetto spiovente, con un piccolo terrazzo tagliato di traverso; un comignolo, qualche finestra. Perfino delle piantine, che hanno trovato il modo di crescere in mezzo alle tegole.
 
È già molto, in una città dove, di solito, se ti va bene vedi le finestre del palazzo di fronte. Qualcuno, addirittura, la rampa di un garage.
 
In un post di qualche settimana fa Sir Squonk si chiedeva se la collocazione degli uffici di alcuni blogger - e la vista che se ne gode, deduco - dipendesse dalla classifica di Blogbabel (sì, lo so che non se lo chiedeva sul serio, ma posso dirgli di no, almeno per quanto mi riguarda).
 
Io non mi posso lamentare; nell’ufficio di prima il balconcino era circondato da grate e, se provavi a infilare la testa tra l’una e l’altra, nel fondo del pozzo di luce potevi scorgere qualche topo a passeggiare (nel pozzo davano le cucine del pub vicino e si sa, dove c’è cibo…).
Però dalle finestre aperte qualche volta saliva profumo di cucina, e qualche volta anche la musica di chi, durante il giorno, provava poi per la sera: un sax e un piano che intrecciavano le loro melodie.
 
Qui se non fa freddo a ora di pranzo è il suono di una fisarmonica che si fa strada verso l’alto: il repertorio è ampio e varia a seconda degli avventori, nel bar giù sulla strada.
 
La costante forse è questa… musica e cibo. Chissà.
 
Una volta erano invece gli storni: interi stormi, nuvole nere che disegnavano nel cielo sopra il laghetto dell’Eur. Splendidi da lontano, assordanti se visti da vicino.
 
Sono cambiate molte cose, da allora.
Sono cambiata anch’io; nel bene e nel male, come tutti.
 
Ora, più di allora, mi chiedo se il mio lavoro, quello che continuo a fare malgrado i cambiamenti, sia utile o no, se la mia presenza fisica, qui, sia necessaria.
Mi chiedo se – a parte il passaggio del badge – ci sia modo di accorgersi della differenza, visto che le stesse cose potrei farle da casa; a volte lo faccio, in verità.
È come se ogni giorno fosse uguale all’altro, ogni parola la fotocopia della precedente: giornate piene di vuoto, cicli che si ripetono senza eccessive variazioni.
Non ti chiedono di più perché non sanno ancora cosa dovrai fare, domani.
E quindi basta seguire la routine – ormai ci metto poco, sono diventata bravissima – per fare tutti contenti.
Tutti tranne me, forse.
 
Ma torno a guardare fuori, verso uno spicchio di cielo.
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lunedì, 19 novembre 2007
No, non esageriamo.
Qui in città non nevica, anche se fuori, sull’Appennino, sì.
 
E’ che in ufficio ci sono i riscaldamenti guasti, e praticamente fa più caldo fuori – dove almeno, di giorno, il sole arriva – che dentro.
 
Ormai nei corridoi, anziché in giacca e cravatta, i colleghi girano con i maglioni da sci e la sciarpa al collo, e anche le colleghe sono diventate simili a collegiali, nell’abbigliamento. Magari come Maria in “Tutti insieme appassionatamente”.
 
I posti più frequentati sono i bagni – dove, inspiegabilmente, i riscaldamenti vanno a palla – e la stanza dove si trova la macchinetta da caffè, nella quale il prodotto più gettonato è però il tè (è più caldo, e dura di più).
 
I corridoi, invece, sono deserti e gelidi.
 
Ci mancano solo i pinguini, a farci compagnia…
 
Pensavo com’è facile abituarsi alle comodità, e come invece diventa difficile fare senza, una volta che ci si è abituati. Voglio dire, per anni ho vissuto in una casa senza riscaldamenti (ok, stavo a Palermo e il clima era meno rigido) ma non ne ho mai risentito, ora invece questa mancanza si fa sentire.
 
E lo stesso accade con cose di cui, prima, si faceva tranquillamente a meno. Il cellulare, internet, la reperibilità ad ogni costo. Riusciamo a fare del superfluo una necessità.
 
E’ il freddo, dite?
Ok, vado a prendermi un altro tè.
Prima però vorrei segnalare, a chi non lo conoscesse, il Post sotto l'Albero, giunto ormai alla sua ennesima edizione (qui i riferimenti per il 2006).
Si tratta di una raccolta di post di Natale, caparbiamente curata da Sir Squonk, che ogni anno minaccia i blogger invitati di tremende rappresaglie se non gli faranno pervenire in tempo – e quest’anno la scadenza è il 9 dicembre – un racconto, una foto, un post da regalare agli altri.
Questa, ad esempio, è arrivata (e non solo a me) qualche giorno fa; è il primo reminder:
 
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, lo sventato blogger si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui il Sir gli aveva mandato una e-mail. Avendo le mani legate dietro la schiena, non potè battersi con violenza un palmo sulla fronte, ma ciò non gli impedì di gridare a gran voce "Cazzo, il Post sotto l'Albero!".
Per dire, ecco.
 
I volontari che non hanno ricevuto tali minacce, se vogliono, possono contribuire inviando una mail a Sir Squonk (l’indirizzo è sul suo blog). Sappiano che l’anno prossimo li attenderà lo stesso destino (che non mi si dica poi, di non averli avvisati).
Ma ne vale la pena.
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lunedì, 12 novembre 2007
Il Tempo non esiste. Esiste solo l'atto del misurarlo.







Non esiste Il Tempo, dicono.
Non esiste Un tempo, dico io. Perché, se la misura “ufficiale” è una (e anche quella è una convenzione, sincronizziamo gli orologi e via, ma prima o poi anche quelli non andranno più d’accordo), le misure “ufficiose” possono essere tante, e variabili come le nuvole in cielo.
 
Scordiamo l’orologio per un poco e guardiamoci dentro.
Dentro, sì.
Fa tanto cartone animato (chissà se lo replicano ancora, “Alla scoperta del corpo umano”?), ma proviamoci lo stesso; scopriremo che anche in ognuno di noi le misure del tempo non sono mai le stesse.
 
Il tempo del cervello è il pensiero; a volte veloce come… il pensiero, appunto, altre lento e nebuloso, sfuggente e ricorrente come un pendolo che ha perso lo slancio iniziale.
 
Il tempo degli occhi è un battito di ciglia, eterno nella paura, rapido nello stupore, languido nel piacere e lento nel sonno che si avvicina, quando gli occhi fanno pampinedda e si rifiutano di cedere a Morfeo.
 
Il tempo del naso è nel respiro, che si fa corto nella stanchezza e lento nell’attesa, che lo trattiene a volte fino allo spasmo. Calma lo regola, ansia lo affretta, vita se ne nutre, finché può.
 
Il tempo delle labbra sono parole e silenzi, baci e morsi che si sovrappongono e si allontanano; si intrecciano a volte, generando confusione.
 
Il tempo del cuore? I battiti, certo, ma ancor di più i sorrisi. Perché se i sorrisi si fanno con le labbra, è dal cuore che arrivano se son veri e non riflessi. E sul cuore hanno un effetto strano: anziché affaticarlo, se moltiplicati lo alleviano e lo ringiovaniscono. Se invece è troppo il tempo tra un sorriso e l’altro, il cuore ne soffre e si indurisce un poco, fino al sorriso seguente.
 
Il tempo dello stomaco è fame o sazietà, abitudine o necessità. Che a tutto ci si abitua, e i gorgoglii sono proteste se di tempo ne è passato un po’ più del solito, ma poi si tace anch’esso, e si rassegna.
 
Il tempo delle mani è abilità e destrezza; lieve nelle carezze, pesante negli schiaffi. Le prime lasciano un’eco di brividi caldi, i secondi durano più a lungo, nella memoria e sulla pelle.
 
L’intestino ha i suoi tempi: di merda appunto, ma lo sporco lavoro qualcuno deve farlo. Eppure non lo fa per intero, ma a scaricabarile il peggio lo riserva a qualcun altro.
 
Il tempo del sesso è duro e languido, si comprime e si dilata in un respiro condiviso o si rapprende in un gemito represso quando imposto. Può durare un’ora o un attimo, e vivere in entrambi.
 
Il tempo dei piedi sono passi di danza se il cuore è leggero; poi si trascina lento di ciabatte e sonno. Corre veloce nell’anticipazione, si dilata nella paura e si ferma nell’attesa.
 
E poi…
c’è un solo tempo in cui tutto coincide, ed è il tempo della felicità; ma quello sembra non arrivare mai, o quando arriva, è un attimo.
Lì, più che tempo, ci vuole… tempismo.
 
 
Scrive Herr Effe : Ci sono dis-unità che dicono la nostra vita e ne tracciano lo scorrere molto meglio dei giorni, e ne tarano il rimanere avvinghiata attorno oggetti e sentimenti vischiosi con maggiore precisione dei minuti secondi.
Al di fuori di noi, il tempo non ha senso.
E forse, è proprio così.
Per raccogliere queste dis-unità, Herr Effe, insieme a Cybbolo  e Blulu, ha creato un blog (A-tempo) nel quale saranno pubblicati, con autore e link, i post (segnalati nei commenti al post  di lancio o su A-tempo) contenenti tracce dei diversi modi di percepire e misurare il tempo.
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giovedì, 08 novembre 2007
Ci sono giorni che nascono lenti.
Non pigri né sonnacchiosi, ché, anzi, ti sembra di dover moltiplicare l'attenzione su ogni gesto perché una distrazione potrebbe essere fatale.
E allora rallenti i movimenti per controllarli a uno a uno.
Ma, inevitabilmente, perdi tempo.
Ti vesti, ti spogli e ti rivesti tenendo conto degli strati che ti occorrono per superare indenne una giornata in ufficio senza riscaldamento. E’ già novembre, ma ancora non hanno convertito le pompe di calore da estate a inverno. La mattina ti accoglie con le finestre aperte, lasciate a cambiar l’aria dalle donne delle pulizie; solo nel pomeriggio i pc accesi e la finestra chiusa forniscono un certo tepore.
 
Giù in garage incoraggi il motorino che, preso di freddo, non ne vuol sapere di accendersi, e finalmente esci per strada, lenta e cauta. Non ti intrufoli troppo tra le auto, ti tieni a distanza e acceleri meno del solito.
Ne vieni ripagata dall'evitare due-tre occasioni di incidente: una micra che scarta improvvisamente a destra sfiorando quasi il taxi che è davanti a te; uno sportello che si apre di scatto mentre stai per passare e il solito ragazzino, forse in ritardo a scuola, che va zigzagando col motorino quasi fosse a uno slalom.
E pure ieri hai avuto il tempo di frenare davanti a una jeep che passava col rosso, e il tipo con l'SH che arrivava in velocità dopo aver superato un autobus è caduto. Il suo rialzarsi e l'esclamare "Sei un coglione!" al tipo della jeep è stato un tutt'uno, e tu pensavi che per fortuna non s'era fatto niente.
Ma non a tutti succede, e ti è arrivata la notizia di un motociclista che invece si è schiantato ed è morto. Non lo conoscevi, ma il cuore si stringe lo stesso pensando a quelli che lo conoscevano, e che conosci, e che non vorresti prendessero il suo posto.
 
Oggi è nato così.
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lunedì, 05 novembre 2007
(pensieri “seduti” sul sellino posteriore di una moto)
 
“zavorra”, “zavorrina” (o, in alternativa, “zaino”) è l’espressione usata dai motociclisti per indicare il passeggero di una moto. Molto spesso questo coincide con la gentile (?) compagna dello stesso, che però, oltre a essere “peso morto”, servirà pure a qualcosa, no?
 
 
Curve. Le curve esercitano un’attrattiva particolare sui bikers. E non parlo delle curve delle zavorrine altrui (la propria non possono vederla per ovvi motivi, almeno quando stanno in sella), ma proprio qualsiasi curva. Il che comprende ovviamente le strade, ma non solo.
Per esempio, avete mai visto un gruppo di bikers in gruppo attorno a una moto? Be’, almeno una volta su quattro stanno parlando di ruote. Si accucciano per guardare il disegno del battistrada, per osservare la “spalla”, per scrutare con occhio critico i lati del copertone (cioè, non proprio il lato, ma la parte laterale del battistrada) e vedere quanto e se è consumato.
Discutono di mescole, di grip, di incisioni e disegni, e possono passarci delle ore, così. (Il che vi consente di andare a prendere un caffè, fare la fila al bagno, vagare indisturbata per l’area di servizio e poi tornare senza che se ne accorgano; quindi, se volete allungare una sosta, gettate lì un’osservazione sullo stato delle gomme di questa o quella moto… successo garantito).
Ma torniamo alle strade. Un biker non va in autostrada se non vi è proprio costretto, per motivi di tempo e per accorciare qualche tappa in un percorso lungo. Lo vedrete però andare in sollucchero per una bella strada di montagna, piena di curve e tornanti. Perché in fondo - ma no, anche in superficie - una delle cose belle della moto è piegare (cioè, inclinare la moto in curva). Qualsiasi biker in tuta vi mostrerà con orgoglio il consumo delle sue saponette (le protezioni per le ginocchia) e alcuni meno esperti ma più narcisisti potrebbero addirittura tentare di consumarle fittiziamente, ma io non ne conosco, per fortuna. Più le curve sono vicine fra di loro, più il biker sarà felice, nello zigzagare tra l’una e l’altra. Però ricordategli che non è una buona idea fermarsi nel mezzo di un tornante, magari in salita e piuttosto ripido: potrebbe non trovare un punto d’appoggio per il piede. E se non lo trova lui, figuratevi voi, che i piedi li avete molto più lontani da terra. Quindi, in via preventiva, portate sempre con voi, sulle spalle, un piccolo zainetto. In caso di caduta non salverà la vostra dignità, ma in qualche modo aiuterà la vostra schiena.
 
Cadute. Se parlate con un pescatore, vi terrà delle ore incatenata mentre descrive minuziosamente pesi e misure delle sue prede e, probabilmente, descriverà con altrettanta attenzione (ed esagerazione) quelle che gli sono sfuggite per un soffio, ma che prima o poi cadranno sotto la sua mano esperta (Mobi Dick, insomma). Allo stesso modo, il biker sarà più che disponibile a dirvi delle sue leggendarie imprese, giri in pista a velocità inverosimili, record del miglio lanciato in autostrada, mille e mille curve affrontate senza neanche la minima esitazione. Ma lo troverete anche ad esaltarsi di fronte alle cadute più rovinose, purché ne sia uscito. I racconti delle cadute altrui sono più mesti e, a volte, didattici, ma quelli delle proprie cadute possono addirittura arrivare alla dimensione di un mito. E così si fa a gara sulle cadute più imbarazzanti (quelle da fermo, un “classico” della moto, tra cavalletti che non si aprono, piedi che non trovano appoggio), su quelle più spettacolari ma prive di conseguenze, su quelle più “incoscienti”. Finché si è lì per raccontarle – è il pensiero che aleggia, non detto – ci si può anche ridere sopra.
 
Saluti. Ad onta di quanto contrabbandato dai film americani, pieni di Hell’s Angels  barbuti e un po’ inquietanti (ma quelli sono harleysti, è un altro pianeta comunque), i bikers sono d’indole gentile, e soprattutto sono molto cordiali tra di loro. Se ad esempio, incrociate un biker e quello fa il gesto di tirarvi un calcio, non equivocate: non è che stia tentando di disarcionarvi (anche perché i duelli sono stati banditi da tempo); è solo che in quel momento non può togliere le mani dal manubrio per farvi ciao ciao, e vi saluta così. Allo stesso modo, gesti apparentemente senza senso possono segnalare a chi viene dalla parte opposta la presenza di un autovelox (per cui è d’uopo rallentare) o di qualche pattuglia – su questo, sono solidali anche gli automobilisti che, però, si limitano a lampeggiare – oppure lasciare strada a qualcuno che ti arriva dietro a velocità. O, ancora, essere semplicemente il tentativo di sgranchire le dita per troppo tempo aggrappate al freno. Dipende.
Anche i saluti, però, sono selettivi. Se per esempio (non sia mai) doveste incontrare un amico che, per sua sfortuna o per attitudini personali possiede uno scooterone, fingete di non conoscerlo e giratevi dall’altro lato, pena la ricerca di giustificazioni (per l’amico e per le sue incaute scelte, ovviamente. Voi, comunque, da biker, ne uscite bene). Il top (dei saluti indecorosi) si raggiunge con i possessori di TMax, maxiscooter che vorrebbe travestirsi da moto. E vi lascio immaginare (non è difficile, su) il pensiero di un true biker al proposito…
 
 
Scherzi a parte, ieri abbiamo trascorso davvero una bella giornata, in giro per le strade della Val Nerina con un gruppo di bikers e zavorrine in gamba. E anche di buon appetito, direi ;)
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