martedì, 29 gennaio 2008
È stato un lungo weekend di incontri, quello che ho appena trascorso a Palermo.  Molti assolutamente casuali, qualcuno voluto. Ma tutti piacevoli, ognuno a suo modo.
 
Il primo incontro è stato con la città, che mi ha salutato con un cielo un po' velato, ma mi ha avvolto nel suo calore (Lo so, magari per i palermitani era una giornata fredda, ma io ho girato tutto il giorno con il cappotto aperto, e avevo pure voglia di toglierlo, avessi saputo dove metterlo). E poi, infilarmi in quelle strade che non sono più centro storico, ma che conservano un che di popolare, camminare per la strada perché a volte i marciapiedi sono troppo ingombri, e il panellaro (due cazzille - pardon, crocchette di patate - offerte dalla signora dietro al bancone - che, come si dice, mi sbummichiaru 'u pitittu), e strade, e carciofi decapitati per strada, quelli nostri, duri e spinosi ma con il cuore tenero. E poi altra strada, e incontri inattesi, persone che non vedi da anni anche se hanno accompagnato la tua vita dalla nascita, e la voglia di camminare per non rinchiuderti in un'autobus, e respirare "l'aria di casa" anche se è inquinata, anche se ovunque senti parlare di cannoli e dimissioni con un'aria rassegnata, e il futuro sembra già segnato. Sui muri, cartelloni inneggiano alle discariche chiuse e richiamano a un indirizzo di splinder; "Io c'entro", vecchio slogan riutilizzato allo scopo. Ti chiedi se cambierà mai, se ci sarà uno spiraglio per questa città, per questa terra che continui ad amare anche da lontano. O forse l'ami perché sei lontana, chissà.
 
E poi i giorni sono passati, lenti e veloci a un tempo. Altri incontri, sorrisi, abbracci. Amici non visti da tempo, ma gli amici di sempre, quelli che basta uno sguardo per sapere che ci sono, e ci saranno. Quelli di cui vedi le rughe intorno agli occhi e ricordi di quando avevano più capelli che barba, quelli che ti volti indietro e c’erano nei momenti più belli, ma anche in quelli più brutti.
Quelli che ti abbracciano e nelle loro braccia, che si stringono un attimo di più, mettono tutte le parole che non c’è bisogno di dire.
 
E l’ultimo, l’incontro davvero inaspettato, quello che ti viene incontro, e ti chiama, e tu non lo riconosci perché non lo vedi da più di dieci anni ed era un ragazzo, allora, e invece ora è un uomo in divisa, e ha tre figli e te li fa vedere e sorride, sorride per la mezz’ora in cui ti racconta gli anni che ti mancano, e ti dice della moglie (che conosci anche tu), dei bambini, e delle persone che passano, prima o poi, in aeroporto ma che a volte fa finta di non vedere. Invece è qui, ed è felice di vederti, e tu pensi che a volte si lasciano tracce nelle persone, si lasciano anche quando pensi di essere scivolata come acqua sulle loro vite. E su questo pensiero, sorridi anche tu.

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Apdeit: sembra che questo post possa  - orgogliosamente ma inspiegabilmente - fregiarsi del Petarda' s tumbler Award (bontà sua), creato appositamente da Bartelio e la Donna Camèl.
Quindi lo appunto qui  a sinistra e sentitamente, ringrazio

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mercoledì, 23 gennaio 2008

Questo, l'invito che ho trovato qualche giorno fa, nella posta di splinder.

Il "da noi" è un accogliente blog-luogo di ritrovo, l'Osteria da Amalia, dalle pareti calde di acquarelli (quelli di Mario Bianco) e "cafferelli" (di Varasca). Sui tavoli, nella migliore tradizione dei caffè vecchia maniera, i giornali sono sostituiti da post-racconti, tutti in qualche modo legati al bar, alle vecchie osterie o, comunque, a luoghi di ritrovo dove ci si può sedere per mangiare, bere e chiacchierare.

Il mio rapporto con i bar - e i pub, in particolare - è sempre stato strano.
Astemia "per forza" (ho una fastidiosa ed asociale intolleranza all'alcool, che mi proibisce di berne anche un goccio, pena... no, ve lo risparmio), spesso in passato ho preferito restare a casa o fuori dal locale per evitare mal di testa da effluvi.
Una volta mi capitò - eravamo in Inghilterra, ricordo - di pacificare una discussione "calcistica" tra italiani e irlandesi prima che degenerasse in rissa. Eravamo in un campo scout (ma non lasciatevi ingannare, gli scout sono mica quelli delle barzellette...), all'interno del quale c'era anche un pub (solo per maggiorenni, mi raccomando! Gli inglesi ci tengono, ad avere l'età giusta per ubriacarsi). E proprio davanti a quello, un gruppo di irlandesi mi incontrò quella sera. Mi circondarono, allegramente (sospetto, dall'alito, a causa di qualche pinta di birra) trascinandomi con loro per offrirmi da bere come premio per la mediazione. Immaginate il loro sconforto quando ordinai... un'aranciata!
Mi guardarono quasi con pietà, poi uno mi battè una mano consolatoria sulla spalla e andarono via, in silenzio.

Uno sguardo che mi accompagna anche qui. L'altra sera, a cena in una tipica osteria romana (una delle poche rimaste), al mio ennesimo rifiuto di un bicchiere di vino, seguito dalla ormai necessaria spiegazione, un amico mi fa: "Certo, è una disgrazia non poter bere. Pensa a me, se mi negassero il vino, o la pasta...". Al che gli ho parlato della mia intolleranza al frumento (eggià). Risposta: "Sparati".

Ma divago, come al solito. Che stavo dicendo? Ah, sì, L'osteria di Amalia, licenza a tempo determinato - la saracinesca si abbasserà il 28 febbraio 2008 - di orasesta e cybbolo.  Se sui tavoli trovate delle tovaglie verdi e gialle, protette dal cellophane, sono le mie (riciclate, eggià, visto che le avevo già sprimacciate qui). Spero solo non stonino con l'arredamento.

 

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lunedì, 21 gennaio 2008
Fuori i fiocchi si inseguono ma la loro discesa è lenta, più una danza che una corsa verso il terreno. Eppure questa danza dura ormai da ore.
Siamo arrivati stamattina nel “nido”,  la casa su in montagna.
Veniamo qui quando possiamo, tu ed io. Per un accordo - non dichiarato, ma sorriso - spegniamo entrambi i cellulari appena imbocchiamo la strada sterrata, per riaccenderli solo al ritorno.
E non è questo, il momento.
 
Ti guardavo prima, mentre spaccavi la legna. Ogni tanto raccoglievo i pezzi per riporli nella legnaia.
Il tuo profilo, di solito severo, appariva teso nello sforzo, ma sereno.
La maschera che ti nega al mondo si spegne con il telefono; con esso l’accenderai di nuovo, ma qui sei solo tu, ed io lo stesso.
Hai incrociato il mio sguardo e mi hai sorriso; poi, stanco e accaldato, mi hai teso un manico della cesta e siamo rientrati insieme.
Ti guardo ancora adesso al lavoro, la pala si alza di lato e batte poi la neve per renderla compatta. Destra, centro, avanti per un po’ e poi dall’altro lato. Metodico e preciso, anche in questo.
Stai giocando anche, un poco. Lo vedo dalla linea delle spalle, lo so senza neanche vederti, e infatti non ti guardo più.
Guardo la neve, ora, guardo il mio alito che traccia ombre sul vetro. Alito e fumo di una sigaretta accesa.
Non ho mai imparato a fare anelli di fumo; tu sì, e me li avvolgi intorno, nodi di una catena impalpabile e lieve.
 
La porta si chiude alle tue spalle, distogliendomi dai pensieri e dalla neve che scuoti, acquosa e sporca, da giacca e cappello prima di toglierli.
Fa freddo, fuori. Fa freddo un po’ anche dentro, si è intrufolato con te, ma non durerà a lungo.
C’è legna che scoppietta nel camino, la cesta lì accanto è ancora piena; basterà ad evitare un viaggio notturno alla legnaia.
Batti le mani l’una contro l’altra e i piedi, a turno, rimbombano sul legno.
Hai freddo anche tu, si vede.
Ti guardo e sorrido.
Meriti certo un premio. “Spogliati, che prendo l’olio.”
“Ma, nudo, sentirò ancora più freddo”, protesti, ma sorridi anche tu.
 
Ti faccio sdraiare per terra. A pancia in giù, un telo a proteggere il tappeto, un altro a coprirti spalle e glutei. Prima di iniziare tolgo lo spesso maglione, perché le mie braccia siano più libere nei movimenti. Lascio soltanto la sottoveste leggera. La pelle si solleva in protesta, ma so già che sarà il movimento a creare calore.
 
Tu chiudi gli occhi e ti abbandoni nelle mie mani.
Inizio a massaggiarti i piedi, freddi e rigidi. Passo le mie dita tra le tue, solletico la pianta, ne alzo uno e lo poggio sulla mia pancia calda mentre mi occupo di caviglia e polpaccio.
Si sporcherà, penso, ma non importa.
Tocca all’altro, ora, subire lo stesso trattamento.
Poi li sollevo entrambi; i tuoi calcagni sostengono il mio seno mentre mi chino verso di te, a raggiungere le cosce.
Ma le mie braccia sono troppo corte, devo cambiare posizione per proseguire il massaggio.
Mi tengo un po' sollevata, le gambe larghe per dar spazio alle braccia.
Allungo il tocco fino alle cosce, cerchi più larghi ad ogni spinta verso l’alto. Risalgo a poco a poco fino all’altezza dei glutei ma non li tocco.
Non voglio che tu ti irrigidisca, adesso, voglio i muscoli rilassati sotto le mie mani.
Abbasso il telo fino ai fianchi, colgo il tuo brivido di reazione ma so che non durerà e lo ignoro.
Passo alle anche per non perdere contatto con il tuo corpo, ma le mani le senti solo attraverso il tessuto.
Salgo ancora, arrivo alla vita.
Posso affondare le mani sui tuoi fianchi e massaggiarti la schiena.
Il mio tocco è forte ma leggero, senti la pressione scivolare su, lungo le vertebre fino al collo. Per raggiungerlo devo chinarmi ancora di più verso di te, quasi a sfiorarti con il corpo.
Ti sciolgo i muscoli, premo su ogni vertebra per distendere gli anelli, senti il mio pugno sulla schiena, il mio fiato che riscalda nello sforzo.
Senti la mia fatica, i capezzoli tesi sulla seta che sfiora piano la tua schiena mentre mi stendo, quasi, su di te, percorrendola per intero.
Dovrei massaggiarti le braccia, ora, ma la mia posizione non me lo consente. Dovrei torcertele, per farlo, e non voglio.
Prendo solo le tue mani, poggio le nocche in circolo sul palmo per una lieve pressione, scaldo le dita una per una.
Non hai più freddo, ora. Io, invece, sudo.
Una goccia scivola via, giù lungo il corpo e sulla tua schiena, che l’olio rende lucida alla fiamma del camino.
 
Mi sollevo solo un poco, ti do un bacio sulla spalla per dirti che il massaggio è finito.
 
“Ora sì” sussurro, china sul tuo orecchio “Puoi girarti, ora, se vuoi”.
 
 
Mi risponde, sommesso, il tuo russare.
 
 
 
 
 
 
 
 
Colonna sonora: Ella Fitzgerald – Why can’t you behave

 

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giovedì, 17 gennaio 2008
La pioggia a me piace molto, anche se spesso mi rende malinconica.
Mi piace la sensazione di pulizia che lascia, dopo, l'odore della terra bagnata, a volte anche gli scrosci violenti, se sono al coperto.
Qualche volta mi piace anche camminarci sotto, senza ombrello, solo cappuccio e mani in tasca, o una cerata per ripararsi; il ticchettio mi aiuta a pensare, nel silenzio delle strade di campagna.
Ho bei ricordi legati a camminate sotto la pioggia; qualcuno meno bello, anche.
E qualche volta, la pioggia mi fa scrivere, negli archivi ho trovato almeno due o tre post che riflettevano sensazioni diverse.
Quella che segue è una "lettera dal carcere". Fa parte del blog che raccoglie ormai non so quante lettere, di diversi autori, da due anni. La prima lettera risale infatti al 31/1/2006, giorno in cui Flounder decise di "aprire il carcere", o almeno il suo epistolario, che di quando in quando ha ospitato anche me.    
Piove.
Di nuovo.
Ma non è silenzio, oggi.
E' pioggia scrosciante, è cielo cupo e stridio di gabbiani.
Sono ruote che sollevano acqua, è rombo di tuono, lampi lontani.
Piove, e non vorrei essere qui.
Mi stanno strette queste pareti,
è troppo poco lo spicchio di cielo che intravedo.
Vorrei essere lì fuori, lasciare che la pioggia mi lavi via la polvere del tempo.
Che la pelle torni a respirare carezze,
che le orecchie ascoltino sorrisi.
E invece sono qui.
 
Costringo le mani a ripetere gesti noti,
le incateno a una successione di movimenti precisi,
uno dopo l’altro, perché il cervello si concentri su di loro e non fugga via, lontano.
E rimango qui, a guardare uno spicchio di cielo.
 
Almeno, ora, non piove più.
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martedì, 15 gennaio 2008

Troppi blog, e non abbastanza pensieri! Inizia così il post che ha lanciato, quasi un anno fa, questo meme (lo so che lo sapete, cos'è un meme, ma  - come dice CalMa - ogni tanto devo esercitarmi con i link, e questa mi sembra una buona occasione).
Il post continua poi elencando i motivi per cui alcune "catene" dovrebbero essere interrotte.
Ma prima di rinunciare per sempre, il/la blogger ha deciso di lanciarne uno:  un meme d'addio, potremmo dire.

Le regole sono semplici:

  1. Se, e solo se, si è nominati, scrivere un post in cui si linkano 5 blog che fanno pensare*;
  2. Linkare il post che dà origine al meme**
  3. (opzionale) mostrare il bannerino del "Thinking Blogger Award" con un link al post (possibilmente caricandolo sui vostri file)***

* "mi raccomando" - dice il Thinking blogger - "blog che vi facciano realmente pensare!"
** così sapete a chi dare la colpa, insomma
*** immagino che intenda dire di mostrarlo nel template; io lo metto nel post e senza link; vale lo stesso?

thinkingblogger

Ok, veniamo alla parte più corposa: la segnalazione.

Negli ultimi tempi trovo sempre meno parole per commentare (anche per scrivere, in verità); ancor meno nei blog che sto per segnalare. In alcuni casi la "parte" del commentatore è così impegnativa che non mi sento all'altezza; in altri le parole che vorrei dire sono state già dette. In un caso, i commenti sono proprio inesistenti.

La segnalazione non implica, ovviamente, alcun obbligo: consideratela, semplicemente, un consiglio di lettura (uno in più, di cui i blogger citati non hanno certo bisogno). L'ordine è puramente, assolutamente, casuale, e il limite di 5 assai difficile da rispettare (ho preferito, comunque, non citare blog che erano già presenti in altre segnalazioni che ho visto in giro. Se poi non ci sono riuscita, pazienza).

  • Gatti Pazzi: Le due sorellastre di Cenerentola (se all'inizio erano due) sono quasi sempre una sola (Hanging Rock), che vale almeno per tre. Le rare incursioni di Gurbj, poi, sono degne della posta per aspettarle.
  • ...a casa di Isa: Isadora è l'unica donna che conosco capace di saltare con estrema nonchalance dalla mousse di mortadella ai misteri della chimica, alla fotografia, all'utilizzo di wordpress (e potrei continuare) senza scomporre uno solo dei suoi riccioli. Un solo rammarico: che abbia smesso di scrivere di rossetti (ma questa, forse, la capiamo solo lei, io e pochi altri)
  • Mariemarion - Una donna per amico: Bea/Mariemarion è a volte difficile da leggere e - da quando ha aperto i commenti - ancor più da commentare, ma è sicuramente una donna che ha una grande autonomia di pensiero, un grande cuore e una curiosità - per la vita e per il mondo che la circonda - praticamente inesauribile.
  • Il mio manifesto: Broono ha un suo punto di vista, che esprime dettagliatamente ma con grande lucidità. Per leggere il suo blog bisogna armarsi di santa pazienza, visto che la lunghezza del post è spesso superata dalla mole dei commenti, molti di questi interessanti e circostanziati. Ma, sicuramente, dalla lettura si emerge con qualcosa in più di quando ci si è tuffati.
  • Hotel Messico: Sono racconti, è vero. Ma sono racconti così vivi che quasi li senti uscire dallo schermo e colpirti lo stomaco, così senza preavviso. O almeno, senza preavviso le prime volte che lo leggi, poi sai cosa aspettarti. Una realtà dura, inquietante, sotto forma di racconto. E scusate se è poco.

Bene, a questo punto non mi resta che ringraziare la sorellona per avermi segnalato (anche se quella delle quote rosa non so se gliela perdono; d'altronde senza quella non ci sarebbe stato motivo di segnalare me, specialmente di questi tempi), e augurarvi buona lettura.

 

 

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giovedì, 10 gennaio 2008
Ieri sera, cena con amici invitati per la prima volta.
Niente di speciale, una cosa alla buona per il piacere di stare insieme.
Antipasti, un risotto, poi basta, abbiamo dato forfait anche prima dell'insalata.
Dopo il lavoro, di settimana, non si può fare di più (almeno io non sono in grado di farlo)
Prima di sedersi, un aperitivo; tra le bottiglie, due lattine: una coca cola light e una zero.
Gli occhi dell'amica si illuminano: "Ma come hai fatto a ricordartene?"

Non lo so, come ho fatto.
O meglio, lo so: ho notato, in un paio di occasioni, quali fossero le sue scelte.
In un certo senso, mi sono messa in ascolto. Ma non mi sembra una cosa tanto strana, in verità. Cerco sempre di ricordare cosa piace a questo o quello dei miei ospiti, se ne ho, o cosa potrebbe far piacere ad un amico. In questo, sono aiutata da una buona memoria, ma mi è sempre sembrata una cortesia elementare.

Eppure, forse non è così.
Siamo reduci dalla kermesse natalizia dei regali; il tam tam di quest'anno è stato il "riciclo", o come scongiurarlo facendo quell'orribile cosa della lista (già a stento tollerabile in caso di matrimonio, figuriamoci per Natale o compleanni). Non sarebbe evitabile solo pensando a chi è destinato a riceverlo, il regalo? Pensando ai suoi gusti, alle sue abitudini? Mettendoci solo per un momento al suo posto, o più semplicemente in ascolto?

Un'amica (non la linko, tanto lei sa chi è) ha preso l'abitudine, davanti a delle novità, di chiedere a chi le sta accanto: "mi piacerebbe?"
La prima volta la domanda, rivolta a me, mi ha imbarazzato; però mi ha fatto piacere che l'avesse fatto, è stato un gesto di fiducia (sempre ammesso che l'abbia consigliata bene).

Un piccolo gesto, come la lattina.
Ma se può suscitare un sorriso, ne vale la pena.
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lunedì, 07 gennaio 2008
Correva (anzi, gattonava, posto che si era agli inizi) l’anno 2006, e con esso prendeva piede un progetto che mescolava reale e virtuale, Cosmo e Caos, scrittura e pittura e creatività: il Quaderno Cartografico Viaggiante (QCV).
 
Il progetto nasceva tra le pagine (o forse dietro di esse) dei “cartografi folli”, ma presto si allargò ben oltre le aspettative del Maestro/Giocatore che nell’arco di poche settimane vide allungarsi la lista di coloro che aspiravano a riempirne le pagine.
 
Sin dall’inizio, poi, il Quaderno mostrò la sua indole di viaggiatore, raggiungendo mete impreviste (come quando Flounder lo portò con sé in Grecia) o rivoluzionando l’ordine delle sue visite, in relazione ad eventi particolari.
 
Si arricchì ben presto di doni inestimabili (disegni, mappe, foto, persino una serie di pennini donati a lui da Mario Bianco) e iniziò a mostrare, allegro e soddisfatto, la sua copertina dai posti più strani: colonne doriche e chiese medievali, alberi e laghi, motociclette e studi da pittore.
 
Continuò il suo viaggio, di mano in mano e sempre più gonfio e prezioso, per quasi un anno. Poi…
 
del suo destino, non è dato sapere.
 
Per fortuna, poco prima della sua scomparsa, Eus ha avuto la fantastica idea di scannerizzarlo mentre era in suo possesso.
Il tutto è poi stato caricato su Issuu ed è - meraviglia! - disponibile.

 

 
E così, in fondo, il QCV ha “completato” il suo percorso: dal virtuale al reale e ritorno.
 
Chissà che non fosse davvero questa, la sua strada.

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mercoledì, 02 gennaio 2008
Vita nuova?
 
Chi lo sa.
Ogni anno nasce con una serie di buoni propositi che, nel corso dell’anno, vengono puntualmente disattesi. Quindi, tanto per cambiare, quest’anno evito di farne (e no, non è vero, qualcuno l’ho fatto anch’io ma lo tengo per me, così evito malefiure).
 
Intanto, la prima giornata dell’anno è trascorsa come quella del 2007, con pochissime variazioni. Se questo è l’anticipo di gennaio (non so da voi, ma a casa mia i primi 12 giorni dell’anno vengono guardati come “segnali” dei mesi futuri), allora il mese trascorrerà pigramente, tra sonnellini, letture, tv, amici e poco altro. Chissà il lavoro!
 
Febbraio invece (oggi, cioè) è iniziato con qualche brivido di freddo e piccole grane lavorative, per fortuna superabili.
 
La blogosfera, intanto, è invasa da una serie di “brindisi linkanti” (che, chissà perché, puntano anche qui). Sono troppo pigra per replicarli - se volete, guardate pure l'originale - ma ho cliccato a caso e penso che potrebbero nascondere delle sorprese (se avete la pazienza di seguirli tutti, o anche qualcuno); brutte o belle, ovviamente. Nel caso in cui si arrivi qui… chissà. (Potrei dire la prima, ma poi qualcuno direbbe che vado a caccia di complimenti, sulla seconda non scommetterei). Di certo, è un buon incremento di link. Ai blog citati, ma in primis al creatore di questa opera d’ascii art per la quale (dice lui) basta:
1.       una  foto;
2.       una ricerca su Google;
3.       qualche decina di righe di codice, ma scritto proprio male, eh!
Ma torniamo a noi, o meglio all'anno nuovo.
Si diceva “anno bisesto, anno funesto” e la Placida Signora ci ha ricordato anche il perché.
Ma l’8 è un bel numero (non come il 7 – che però, questo ultimo anno, non ha fatto poi molto – ma ugualmente bello).
 
8 si avvolge su se stesso, e accoglie in sé il mistero del tre e le separazioni del cinque, ma anche l’anima razionale del 4 e, a coppie, tutto quanto lo precede. Contiene il mondo, l’8, e lo restituisce nel sonno, quando si distende a riposare.”
 
Questo lo scrivevo tempo fa, a proposito di numeri, ma lo penso ancora. E se l’8 contiene il mondo, speriamo che ce lo restituisca riposato e quieto, un po’ più tranquillo dello scorso 2007 (finito con note buie, specialmente a livello geopolitico) ma più luminoso.
 
E, a proposito di buoni propositi, di anno nuovo e di oroscopi, qualcuno ha visto uno spirito guida? 
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