Fuori i fiocchi si inseguono ma la loro discesa è lenta, più una danza che una corsa verso il terreno. Eppure questa danza dura ormai da ore.
Siamo arrivati stamattina nel “nido”, la casa su in montagna.
Veniamo qui quando possiamo, tu ed io. Per un accordo - non dichiarato, ma sorriso - spegniamo entrambi i cellulari appena imbocchiamo la strada sterrata, per riaccenderli solo al ritorno.
E non è questo, il momento.
Ti guardavo prima, mentre spaccavi la legna. Ogni tanto raccoglievo i pezzi per riporli nella legnaia.
Il tuo profilo, di solito severo, appariva teso nello sforzo, ma sereno.
La maschera che ti nega al mondo si spegne con il telefono; con esso l’accenderai di nuovo, ma qui sei solo tu, ed io lo stesso.
Hai incrociato il mio sguardo e mi hai sorriso; poi, stanco e accaldato, mi hai teso un manico della cesta e siamo rientrati insieme.
Ti guardo ancora adesso al lavoro, la pala si alza di lato e batte poi la neve per renderla compatta. Destra, centro, avanti per un po’ e poi dall’altro lato. Metodico e preciso, anche in questo.
Stai giocando anche, un poco. Lo vedo dalla linea delle spalle, lo so senza neanche vederti, e infatti non ti guardo più.
Guardo la neve, ora, guardo il mio alito che traccia ombre sul vetro. Alito e fumo di una sigaretta accesa.
Non ho mai imparato a fare anelli di fumo; tu sì, e me li avvolgi intorno, nodi di una catena impalpabile e lieve.
La porta si chiude alle tue spalle, distogliendomi dai pensieri e dalla neve che scuoti, acquosa e sporca, da giacca e cappello prima di toglierli.
Fa freddo, fuori. Fa freddo un po’ anche dentro, si è intrufolato con te, ma non durerà a lungo.
C’è legna che scoppietta nel camino, la cesta lì accanto è ancora piena; basterà ad evitare un viaggio notturno alla legnaia.
Batti le mani l’una contro l’altra e i piedi, a turno, rimbombano sul legno.
Hai freddo anche tu, si vede.
Ti guardo e sorrido.
Meriti certo un premio. “Spogliati, che prendo l’olio.”
“Ma, nudo, sentirò ancora più freddo”, protesti, ma sorridi anche tu.
Ti faccio sdraiare per terra. A pancia in giù, un telo a proteggere il tappeto, un altro a coprirti spalle e glutei. Prima di iniziare tolgo lo spesso maglione, perché le mie braccia siano più libere nei movimenti. Lascio soltanto la sottoveste leggera. La pelle si solleva in protesta, ma so già che sarà il movimento a creare calore.
Tu chiudi gli occhi e ti abbandoni nelle mie mani.
Inizio a massaggiarti i piedi, freddi e rigidi. Passo le mie dita tra le tue, solletico la pianta, ne alzo uno e lo poggio sulla mia pancia calda mentre mi occupo di caviglia e polpaccio.
Si sporcherà, penso, ma non importa.
Tocca all’altro, ora, subire lo stesso trattamento.
Poi li sollevo entrambi; i tuoi calcagni sostengono il mio seno mentre mi chino verso di te, a raggiungere le cosce.
Ma le mie braccia sono troppo corte, devo cambiare posizione per proseguire il massaggio.
Mi tengo un po' sollevata, le gambe larghe per dar spazio alle braccia.
Allungo il tocco fino alle cosce, cerchi più larghi ad ogni spinta verso l’alto. Risalgo a poco a poco fino all’altezza dei glutei ma non li tocco.
Non voglio che tu ti irrigidisca, adesso, voglio i muscoli rilassati sotto le mie mani.
Abbasso il telo fino ai fianchi, colgo il tuo brivido di reazione ma so che non durerà e lo ignoro.
Passo alle anche per non perdere contatto con il tuo corpo, ma le mani le senti solo attraverso il tessuto.
Salgo ancora, arrivo alla vita.
Posso affondare le mani sui tuoi fianchi e massaggiarti la schiena.
Il mio tocco è forte ma leggero, senti la pressione scivolare su, lungo le vertebre fino al collo. Per raggiungerlo devo chinarmi ancora di più verso di te, quasi a sfiorarti con il corpo.
Ti sciolgo i muscoli, premo su ogni vertebra per distendere gli anelli, senti il mio pugno sulla schiena, il mio fiato che riscalda nello sforzo.
Senti la mia fatica, i capezzoli tesi sulla seta che sfiora piano la tua schiena mentre mi stendo, quasi, su di te, percorrendola per intero.
Dovrei massaggiarti le braccia, ora, ma la mia posizione non me lo consente. Dovrei torcertele, per farlo, e non voglio.
Prendo solo le tue mani, poggio le nocche in circolo sul palmo per una lieve pressione, scaldo le dita una per una.
Non hai più freddo, ora. Io, invece, sudo.
Una goccia scivola via, giù lungo il corpo e sulla tua schiena, che l’olio rende lucida alla fiamma del camino.
Mi sollevo solo un poco, ti do un bacio sulla spalla per dirti che il massaggio è finito.
“Ora sì” sussurro, china sul tuo orecchio “Puoi girarti, ora, se vuoi”.
Mi risponde, sommesso, il tuo russare.