venerdì, 29 febbraio 2008
Ci sono storie che (non) sono esistite, e che forse (non) esisteranno ancora.
In questo giorno, convenzione tra le convenzioni, queste storie  trovano  corpo virtuale in un blog che non c'era e non ci sarà, ma che oggi, come una farfalla, inizia e finisce la sua vita.

Ma se riuscite a guardare tra le sue ali, scoprirete colori meravigliosi.

Storie di inesistenze si aprono al vostro sguardo, per oggi soltanto. Sarete capaci di coglierle?





Colonna sonora: Elisa - Qualcosa Che Non C'È
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scomparto:trispito, cunti, sperciate

giovedì, 28 febbraio 2008

Anni fa dovetti, per la prima volta in vita mia, sottopormi a un intervento chirurgico. L’intervento era facile – sì e no venti minuti di anestesia, quando mi hanno portato giù ero già sveglia, quasi quasi volevo scendere dalla barella e mettermi a letto da sola – direi che ha lasciato più tracce nella mia mente che nel corpo.

Ma non di questo, volevo dire.

In quell’occasione, un amico mi dedicò un mantra, questo.

Om gam ganapataye namah

Non sono sicura che ne conoscesse l’esatto significato - si tratta di una invocazione a Ganesh, detto anche “Il Signore del Buon Auspicio” – ma l’intento era chiaro.

E in effetti, ha funzionato.

Oggi c’è un’amica a cui vorrei dedicare la stessa invocazione; perché i pensieri positivi, come gli abbracci, non bastano mai, ma servono sempre.

C’è anche un’altra amica, che sicuramente merita i migliori auspici per lei e per chi le sta accanto.

E immagino che ognuno di noi abbia qualcuno, o qualcuna, a cui dedicare un pensiero, una preghiera, un augurio.

Per fortuna, i pensieri non sono monetine, che più si dividono meno ce n’è per ognuno; sembra anzi che l’effetto sia quello contrario. Quindi, il mantra lo ripeterò per lei, ma anche per chi ne avesse bisogno.


Che, appunto, pensieri positivi e abbracci non si sciupano, a moltiplicarli (e neanche a dividerli).

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scomparto:facce conoscenti

lunedì, 25 febbraio 2008
La mattina era grigia e fredda, il sole non riusciva a trapassare le nubi e la città era avvolta da un nastro d’ovatta, che si sfaldava piano al suo avvicinarsi.
 
Marisa infilò i piedi nudi nelle pantofole, strinse i lembi della vestaglia da uomo che le faceva da soprabito e uscì per strada.
 
Sentiva addosso gli sguardi della gente fermarsi sul cerchio bianco dei capelli, su in cima alla testa, mentre era un castano spento a circondarle il volto; scendere poi al turchino del pigiama e al soprabito troppo largo, giù fino alle caviglie ossute e alle pantofole di pelle screpolata.
Non sul suo viso, no. Nessuno la guardava mai negli occhi, a meno che non fosse lei a fare una domanda, ed era sempre la stessa: “L’avete visto, voi?”
Allora poteva scorgere la lotta tra imbarazzo e educazione nel guizzo degli occhi altri, che si puntavano nell’acqua dei suoi cercando di fermarvisi giusto per il tempo di un “No”.
 
Nessuno le chiedeva “chi” avrebbero dovuto vedere. Quelli che lo sapevano preferivano  tacere e gli altri non tolleravano l’attesa nel suo sguardo un momento di più. Sul “no”, invece, il suo sguardo si spostava in avanti, cercando in un altro volto la risposta che non arrivava mai.
Quando camminava, Marisa lo faceva con gli occhi bassi, le mani a tormentare la lunga cinta del cappotto, i piedi trascinati nelle pantofole. Si infilava tra le macchine ogni volta che sentiva il rombo di un motore, ma poi era per strada che continuava la sua ricerca, mattina dopo mattina.
Le sembrava che le ore del giorno passassero prima, così in movimento. Ma le notti, quelle no, erano infinite.
 
Si rannicchiava in un angolo del letto troppo grande, le lenzuola fredde che a poco a poco prendevano il calore del suo corpo. Faceva finta che fosse solo quello lo spazio che le toccava, un muro di cuscini a dividerla dal vuoto e darle l’illusione di una presenza.
Ma questo non serviva a cullarla nel sonno; il ricordo di un fiato caldo accanto al suo era più forte di tutto. Della stanchezza cui si costringeva, camminando tutto il giorno in una vana ricerca; delle orecchie tese a percepire il minimo rumore, i passi sul pianerottolo che, volta per volta, proseguivano senza mai fermarsi. Più forte perfino del dolore e della paura di ciò che poteva essere capitato.
E stava sveglia, allora, seminando ricordi e camminandovi sopra in punta di piedi per cercare di capire quale fosse stato il momento, quand’è che Aldo aveva deciso di andar via.
 
Chi l’aveva visto diceva che si vedeva subito il suo cattivo carattere, dallo sguardo con cui sfidava, dal basso in alto, chiunque gli capitasse a tiro.  Non che litigasse sul serio, no. Preferiva stare per conto suo, ma il suo sguardo e un lieve passo in avanti, come un accenno di attacco, mettevano gli altri sul chi vive.
 
Erano stati quello sguardo e quel passo a catturare lei. Vi aveva letto una richiesta, non una minaccia. E a quella aveva risposto, aprendo le porte della sua casa e del suo cuore.
 
Lo scambio era equo, in fondo. Lei voleva qualcuno da amare e di cui curarsi, lui voleva qualcuna che si curasse di lui. Così era stato, almeno per un poco di tempo, con reciproca soddisfazione. Marisa vedeva gli sguardi di compatimento del portiere, o la disapprovazione della gente che incrociava per strada e che notava il contrasto tra la lucida perfezione di lui e l’opacità della donna che lo accompagnava. Li vedeva, ma non dava loro peso.
 
“Ad Aldo non importa, se non sono bella” si diceva, guardandosi passare nello specchio di una vetrina. Che ne sapevano, gli altri, della dolcezza di un risveglio in cui il suo sguardo trovava sempre occhi vigili ad accoglierla? O del calore di un corpo accanto al suo, che cacciava finalmente il freddo di notti solitarie? O delle quiete parole accanto a un piatto di minestra, orecchie pronte al racconto di una giornata insulsa, forse, per altri, ma finalmente la sua?
 
Le bastava, tutto ciò, per essere contenta. Ma non era così per Aldo. Non più, lo sentiva. Dopo i primi tempi, ora ogni volta che stavano fuori, in mezzo alla gente, lui tendeva ad allontanarsi come se la sua vicinanza le desse fastidio, o non volesse far sapere che stavano insieme. Se lei provava ad andargli accanto, lui si ritraeva di scatto, e per le prime volte vedeva, nel suo sguardo, quell’accenno di minaccia che gli altri temevano.
 
Cominciarono così ad andare separati. Lui qualche passo avanti, lei lo seguiva docilmente, assecondandone i capricci e gli improvvisi cambi di direzione. Presto neanche questa distanza sembrò bastargli. Allungava il passo per quanto gli consentisse la sua statura, l’aspettava solo se costretto e poi quasi correva via, indispettito dall’attesa.
 
Marisa lo seguiva ugualmente, paga ancora dei momenti in cui, chiusa la porta di casa, lui tornava ad essere il compagno delle sue notti.
 
Poi iniziò a notare come gli occhi di Aldo non la seguissero più, neanche nella quiete della loro casa. Lo sguardo, prima attento, era sempre più spesso rivolto verso la porta, una via di fuga che gli sembrava negata. I suoi passi lo portavano spesso lì, davanti alla porta d’ingresso; sobbalzava al richiamo di lei, come se lo distogliesse da pensieri lontani.
 
Non litigavano, no. Alle sue richieste di chiarimenti, Aldo opponeva un ostinato silenzio. La guardava come se le sue accuse fossero un pazzesco equivoco, ma i suoi occhi subito si staccavano da lei e seguivano altre strade.
 
Fu durante uno di quei monologhi tristi che Marisa, irritata e stanca, gli disse in faccia: “Quella è la porta, se vuoi. Non ti trattengo”. E per dare forza alle sue parole, l’aprì davvero.
 
Aldo la guardò per un attimo, come per valutare se crederle o meno. Poi si voltò e uscì.
 
“Tornerà. Lo fa sempre” pensava Marisa preparando la cena. Pensò lo stesso l’indomani, e ancora il giorno dopo. Poi non lo pensò più e cominciò a cercarlo per strada, e a chiedere, senza mai una risposta.
 
 
 
A pochi chilometri di distanza, Aldo osservava, distratto, una donna che camminava poco avanti a lui. La vide fermarsi, chinarsi a raccogliere qualcosa, poi avviarsi di nuovo. Un cane le caracollava accanto e lei ogni tanto si chinava ad accarezzarne la testa.
Si fermò un poco a guardarli mentre si rimpicciolivano in distanza. Poi tornò a leccarsi il pelo e, terminata la toletta, riprese la sua strada.
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lunedì, 18 febbraio 2008

“Parla come mangi”.

E’ una cosa che si dice a chi ci sembra usare un linguaggio affettato, che non è il suo. Ma parlare, come mangiare, è qualcosa che si fa  in  tutto il mondo, in modo uguale eppure diverso.

Uguale, perché il cibo è una delle poche cose a cui nessun animale – neanche l’uomo – può rinunciare, se vuole continuare a vivere. Diverso, perché, come le lingue, anche i gusti e le abitudini alimentari cambiano da un posto all’altro.

Come i nomi del pane e le sue forme, che ripercorrono i giorni di una vita.

Come un pezzo di formaggio, sognato per vent’anni quale miraggio di una vita migliore, distante continenti interi. O come un pacco mandato da lontano, che ti fa sentire a casa, ti fa pensare che va tutto meglio.

Un ricordo, un miraggio, un sogno, l’odore di casa.

Perché c’è cibo per il corpo e cibo per l’anima, e non sempre si può distinguere l’uno dall’altro. A volte è il cibo a dare ispirazione, altre è l’ispirazione a diventare cibo.

Ma tra anima e corpo, e nel modo di nutrirli, possono esserci oscuri legami.
Quante volte abbiamo pensato che il cioccolato sia un sollievo per l’anima. E se lo fosse per davvero?

E se in un krapfen trovassimo la differenza tra vita e morte?

IL CIBO è il filo rosso che unisce i racconti del Materiale in questo quarto numero di Buràn. Ma il cibo è vita, è lavoro, è sogni, e sconfina nell’Immaginario, attraversa le parole ma anche le immagini. Segna le parti di una messa un po’ atipica, si scalda su una stufa a carbone, assume la forma di un omino di zenzero e giunge, in succulente bistecche, fino ai campi di petrolio dell’Alaska.
 
Cibo per l’anima, l’amore. Uno, oscuro, che viene dal mare. Uno che vive nei ricordi di un padre scomparso; uno che, forse, arriverà se gli apriranno le porte che qualcuno ha serrato prima di partire per l’ultimo viaggio , quello che qualcun altro ha intrapreso  già.

… e fantasia, diceva il titolo di un film. Ciò che occorre per una bella fiaba, ciò che ci spinge verso il nuovo, anche se ci costerà caro.

 

Ciò che potrete trovare, ancora, in questo Buràn.

 Buràn n. 4 - IL CIBO

Non avete forse già l’acquolina in bocca?

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giovedì, 14 febbraio 2008
Quello che avevo da dire su S. Valentino l'ho scritto già qui.

Ma oggi ho trovato questo:


che, secondo me, vale la pena rivedere (o vedere per la prima volta, se non l'avete mai visto).

Se poi non vi basta, andate a leggere Flounder, qui


Io torno, prima o poi...
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martedì, 12 febbraio 2008
anzi, scritto così, è una leggenda che rivive.

Così, per sport.

(Grazie, Piti)

E per chi, come me (eh, sì, lo confesso) non lo ricordava:

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sabato, 09 febbraio 2008
Dopo mesi di assenza, rillo è tornato a scrivere.
E a guardarsi intorno... per fortuna.

Io, invece, inseguo il vento. Giusto nel caso che ve lo chiediate, eh

Tra un refolo e l'altro, ho tentato di spiegare a  qualcuno che...
(vediamo se funziona così).
Diciamo che da una parte abbiamo un possibile raccolto di mele, e dall'altro uno di arance. Ovviamente la convenienza dell'uno o dell'altro dipende da molti fattori. Quello che cercavo di fargli entrare in testa è che per capire come sarà il raccolto delle arance è inutile guardare le condizioni dell'albero di mele anche perché, se le mele maturano a marzo (a caso, eh) , le arance saranno mature solo al prossimo Natale: quindi ci sono cose che potrebbero ancora accadere, tra aprile e dicembre, e che saranno da considerare nella scelta. Poi, ovviamente, si può anche fare una scelta mista. A un certo punto mi sono resa conto che dovevo spiegargli come si distingue una qualità di mele dall'altra (che so, una golden da una stark) e - soprattutto - quali sono le differenze tra mele e arance...

Qual'è il problema? Il problema è che il tizio in questione dovrebbe essere un frutticultore... e queste cose dovrebbe spiegarle lui agli altri.  Io, invece, dovrei limitarmi alle previsioni del tempo.
(che con le piante vere, ho pure il pollice nero...)

Alla fine di un'ora circa di telefonata, mi ha ringraziato delle spiegazioni (mentre io ero sull'orlo del suicidio per aver tentato di correggerlo per la decima volta almeno mentre diceva "arancio" parlando della frutta), ma io non sono affatto sicura che abbia capito. E credo di aver confuso anche voi...
 
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lunedì, 04 febbraio 2008
Ci giravo attorno da un pezzo, su questo (be’, da un pezzo, da quando l’ho letto venerdì), perché è una cosa vera, stramaledettamente vera.
 
 
Cancro (21 giugno - 22 luglio)

"Il tuono è bello, il tuono è impressionante", scriveva Mark Twain. "Ma è il lampo che fa tutto il lavoro". In questo momento, Cancro, il lampo sei tu, anche se ti sembra che siano gli altri a prendersi tutto il merito e le attenzioni. Forse ci vorrà un po', ma alla fine si capirà che a determinare il successo del gruppo sono state le tue scariche di pura energia, non le rumorose sparate degli altri.

 

Se non fosse per una cosa: io non mi sento un lampo.

Nel senso che il lampo almeno si vede, scarica.

E si esaurisce nel momento in cui lo fa.

Io no.

Io le cose le faccio perché vanno fatte, le faccio anche se sarebbe più comodo non farle nella situazione di sfacelo che c’è, senza nessuno che ti venga chiedere se fai o non fai.

Le faccio perché il lavoro deve essere fatto con dignità. Le faccio per non sentirmi una ladra.

C’è un merito in questo? Non credo.

Non voglio medaglie, neanche di cartapesta.  

Faccio quello per cui sono pagata. Qualche volta faccio quello per cui è pagato qualcun altro, ma è un incidente di percorso.

 
 
The show must go on, dicono.
E io alzo il sipario, giorno dopo giorno.
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