lunedì, 31 marzo 2008

Questo mese di marzo si sta rivelando funesto per alcuni dei blog che legg(ev)o e amo.

A metà mese, la chiusura di Herzog, di cui si è parlato abbastanza (eppure forse non abbastanza) nella parte di blogosfera che conosco. Continuo - e non sono la sola - a girellare per il blog, e ho letto pochi giorni fa un post di bombay che prende spunto da questa chiusura per fare delle interessanti riflessioni.

Oggi ritorno da una settimana di vacanza palermitana (eccivoleva, malgrado il tempo non sia stato granché) e di ritorno, oltre il casino lavorativo, trovo altre due commiati.

Su CalMa, FDD ci regala una danza sulla tastiera, che rivela poi speculare e opposta a quella che scrisse nel primo post. Così, nei commenti, svela la sua decisione, improvvisa anche se da tempo annunciata da un sottile malessere, dallo scemare del divertimento. Una parabola, dice. Di cui non vergognarsi affatto, aggiungo. "Stammi bene", scrive nell'accomiatarsi. "Non è un caso. Stammi bene. Che altro?". Non è un elogio funebre il mio, ma l'invito alla lettura di un blog in cui io stessa ho avuto spesso difficoltà a commentare, perché espressione di una scrittura densa e cesellata (si vede il ritorno sulle parole, a limare e sgrossare fino a raggiungere la lucentezza voluta o il giusto spessore), che a volte non mi riesce di capire subito ma che poi "risuona". 

La fine del sentiero giusto era stata più volte annunciata, invece, ma non così. Di solito il Colonnello Spiritum entrava in crisi a novembre, poi una bella cura di gingko biloba lo rimetteva in sesto, e tornava a scrivere nel suo "pozzo di cazzate. Sì, ma profondo", come recita ora il sottotitolo del blog. Cazzate non lo so, ma spesso profonde sì. Il sentiero non è mai stato immobile, la strada d'altronde sembra esserlo, ma cambia anch'essa con quelli che la percorrono. E io li ricordo tutti, i sentieri, quello su splinder dove i post erano il frutto esclusivo di ispirazione notturna, poi il trasferimento su altre piattaforme e infine l'attuale dominio, dove ha ospitato gli amici di Forza Idillio e anche me, un paio di volte, sul blog. Ricordo l'intervista che fece a me e alla Signorina Silvani, quando nessuna delle due aveva un blog né pensava di aprirlo. Il Colonnello Spiritum, allora, indossava un tutù rosa e gli anfibi. Devo dire che i secondi mi diedero un paio di pestate l'unica volta che riuscimmo a ballare un valzer insieme, ma tutù e anfibi descrivono bene la grande delicatezza di alcuni post e la carica di altri. Ma Spiritum, dice, da un po' di tempo non si divertiva più, e allora... Ciao.

L'uno e l'altro li considero un po' amici, oltre che blogger. E non solo perché li ho visti una volta o mi ricordo la data del loro compleanno (che, guarda caso, è la stessa). Ma perché, penso, negli anni abbiamo fatto un po' di strada insieme, "leggendoci" anche oltre il blog. E questo, resta.

Spero un po' oltre questo mese di marzo che, finalmente, si chiude.

 

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mercoledì, 26 marzo 2008

Viento scioscia stanotte
trase pe' sotta e fatte sentì'
viento viento
viento nce resta pe'nce 'ncazzà'
Viento
trase dint'e piazze
rump'e fenestre
e nun te fermà'
Viento viento
puorteme 'e voci
' chi vo' alluccà'.

(Viento - Pino Daniele)

 
 
 
 
Vento.

Soffia da giorni, ormai, a volte si calma ma è solo per poco, il tempo di far aggregare le nubi, come un cane da pastore, le mette tutte insieme sopra la città e quelle cozzano l’una sull’altra e mandano giù acqua a secchiate.

E poi si diverte a cacciarle via, negli angoli del cielo che torna azzurro e limpido, i colori più vivi lavati dalla pioggia.

Così è in questi giorni, con la città che a tratti serba i segni delle ferite.

Una palma, cadendo, ha divelto una cancellata; per fortuna non si è abbattuta sulla strada, accasciandosi di lato sul marciapiede deserto.

Una palazzina si è afflosciata su se stessa, ma anche quella non ha causato vittime.

Ci sono muretti abbattuti che uomini pazienti ricostruiscono mattone per mattone. Ci sono rami di traverso che la gente supera con indifferenza, mulinelli di aria e carta, sabbia e polvere.

Le onde si infrangono su spiagge e scogli, il mare ruggisce e poi si acquieta.

Il sole alla fine sembra vincere, ricordando che è già primavera.

Malgrado il vento.

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mercoledì, 19 marzo 2008
 
 
Libertà vò cercando ch’è si cara
come sa chi per lei vita rifiuta
(Dante Alighieri).
 
Inizio subito col dire che, sebbene questa frase sia stata usata, insieme alle rose rosse, dai “blog in rosso per la Birmania”, e ora potrebbe essere legittimamente utilizzata anche in relazione al Tibet, qui non si parla di questo.
No, si tratta di una “libertà” molto più personale, forse più “leggera”, ma non trascurabile.
 
Ieri sera, nei commenti al primo post del Trìspito (che si intitolava “10 ragioni per NON aprire un blog”, riprendendo un mio post che Effe pubblicò su Herzog nel giugno 2003), Varasca  scriveva:
 
ah, la curiosità!
:-)))
sì, me lo ricordo questo post da effe...
scrivevo quassù forse da un annetto, e mi avevi fatto pensare un tot, come adesso. non sapevo assolutamente nulla, non sapevo che stavo effettivamente (scusa, devo usare quel verbaccio là) bloggando, non sapevo nemmeno se avevo visitatori, e leggendovi imparavo qualcosetta. a pensarci, ho avuto veramente culo a capitare all'ufficio postale e da lì, per rimbalzi, a tutta una scrittura che ignoravo. ero incredulo, sai? "come fa a esserci tanta buona lingua, ché nei giornali e nelle bocche alla tele manca?"
colpa mia, non solo non l'ho mai cercata, ma direi che se mi capitava di imbattermi in qualcosa dal sapore "letterario", cambiavo strada.
piccoli passi. timore di indigestione, per occhi poco abituati alle parole.
beh, tu poi, riparata dagli aculei, alla fine ci hai lasciato giù una bella montagnetta di polvere di polpastrelli ;-)
evviva questa libertà, finché ci va.
 
Spero mi perdonerà se, anziché rispondergli lì, lo faccio qua.
 
Le dieci ragioni per non aprire il blog erano delle “libertà da” (dal counter, dall’ansia da prestazione, dall’immagine, dagli schemi…). La ragione per aprirlo, poi, era una “libertà di”. Di esprimersi nel modo che ci è più congeniale, senza necessità di dover adattarsi all’ambiente arredato da un altro padrone di casa – questa, a mio parere, è una delle difficoltà dei blog collettivi, e della loro durata limitata nel tempo, a meno che non assumano caratteristiche meno personali (ma questa è un’altra storia) - perché il blog è costruito a nostra misura.
 
Ecco, credo che la libertà (finché ci va) sia l’unico motivo valido per tenere aperto un blog. Proprio per questa libertà, io quando ho aperto ho fatto alcune scelte.
Quella di non mettere un blogroll, ad esempio; quella di non tenere uno “schema fisso” di pubblicazione – tanto ho l’ispirazione lenta – né avere un tema particolare (anche quando aderii al Filter misi “altro” come categoria di blog).
 
Questo è molto più facile, paradossalmente, quando il blog è un po’ nascosto, come questo. Diventa più difficile quando il blog è in vista, quando oltre alla libertà si iniziano a sentire le responsabilità e il peso delle aspettative altrui.
Quando ti “sembra male” lasciare i tuoi lettori - che tornano e protestano per la tua mancanza - senza niente di nuovo da leggere, e scrivi più per aggiornare la pagina che per voglia di farlo. Quando ti senti condizionato nelle cose che scrivi, perché pensi a come reagirebbe chi ti legge.
Quando, insomma, inizi a non sentirti più “libero di”, ma cominci a pensare che vorresti “liberarti da”.
 
Ovviamente io alcuni di questi pericoli non li corro proprio, ma penso che, se mai arrivasse questo momento – e cioè il momento in cui la libertà dovesse pendere dal lato del “non blog” - io il blog lo chiuderei.
 
Per una scelta di libertà, che è “finché ci va”.
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lunedì, 17 marzo 2008
Io c’ero, sì, quel 14 aprile 2003.
Ci sono arrivata per caso, leggevo un articolo (neanche lo sapevo, che si chiamava post) a proposito di un settimanale maschile, e nei commenti all’articolo c’era un tipo, uno che era troppo misogino e indisponente e tronfio per essere preso sul serio, eppure c’era gente che gli rispondeva seriamente, e ci si arrabbiava pure (anche quello, non sapevo si definisse troll).
Ma era anche qualcosa in più.
Per quello seguii il link che, a un certo punto, trovai nella sua firma.
E giunsi su Herzog.
Io c’ero, e fui la prima a cui Pestalozzi conservò i friarielli con le alici, lì nel forno dell’ufficio. (Cosa ci facesse un forno, in quell’ufficio, non è dato saperlo).
Io c’ero quando Herzog era lettere su lettere, e le buste si accumulavano sulle scrivanie, quando si preparavano le feste e alla fine c’era sempre qualcuno che, bontà sua, si fermava a pulire e portava via i sacchi della spazzatura.
C’ero quando l’ufficio svolgeva la sua funzione, e Pestalozzi curava la Posta del Cuore e Georgia dipingeva le pareti e lo staff proclamava lo sciopero per la tisana della Nonna.
C’ero quando Alessiaonline diventò il Confuso, quando i Pinocchi si rincorrevano per la rete, quando su Herzog le lettere diventarono sempre più rade e corpose fino a diventare racconti, e qualcuno si perse per strada, non essendo d’accordo con il nuovo corso.
C’ero perché Herzog è stata la mia casa nella blogosfera per oltre due anni e, con il permesso di Herr Effe, la sento un po’ mia anche adesso.
Grazie ad Herzog è nata riccionascosto, i miei primi post sono stati scritti lì (perfino un decalogo sui motivi per non aprire un blog, che ora è il primo post del trispito).
 
E quindi oggi, che Herzog ha deciso di chiudere, non posso che esserci, da qui.
A ringraziare Herr Effe per le scritture – e non solo – che ha portato nella rete e dalla rete: le Scritture di Strada, sacripante!, Buràn si sono mossi anche oltre i confini di Herzog, anche se da lì sono “partiti”.
E se Herzog “est”, sono certa che è una trasformazione, non una fine.
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giovedì, 13 marzo 2008
‘un c’accattari e un ci vinniri nenti
 
(cioè: da amici e da parenti non comprare e non vendere niente, perché spesso sono fregature)
 
Questo dice la saggezza popolare, e me lo sarei dovuto ricordare stamattina, quando la sorellona Metalla mi ha chiesto se le davo una mia foto, perché voleva “inquadrarmi” come ha fatto lei nel suo post (che lei intitola "Senza ritegno"; doveva essere un indizio, mi sa).
 
Se c’è una cosa che io non amo (e questo il nick non lo nasconde affatto) è proprio essere fotografata. Credo per una specie di vanità, nel senso che dal vivo mi considero un poco – ma solo un poco – meglio di come mi vedo in foto.
 
E questo Erminio lo sa bene, e lo immagino sghignazzare mentre sceglieva il dipinto cui attribuire la mia faccia (o almeno, una parte di essa).
 
In effetti non è proprio quello che mi aspettavo.
Prima di tutto perché è troppo bello (questo lo pensa anche Erminio, mi sa) e poi non mi assomiglia (e questo lo dice pure il consorte).
Un particolare però è azzeccato… la panzetta (e su questo concordano tutti).
 
Lo so, vi sembrerà presuntuosetto da parte mia accostarmi al soggetto, ma in effetti si tratta di una sfida… che accetto con un sorriso.
ricciovenus
Venere e due cupidi, 1520-25
[Meta(llica)fisica su un dipinto di Andrea del Brescianino]
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lunedì, 10 marzo 2008

... da imparare.

Ecco  per ora io sarei proprio così:

calvin-on-learning

 

O almeno, ci provo.

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venerdì, 07 marzo 2008

Qui il tempo è quello che è, i pensieri latitano e le dita sulla tastiera corrono per altri motivi.

E forse è meglio così.

Specialmente quando, in giro, si leggono altre storie che, veramente, ti rubano occhi e cuore.

Come l'Angelo Grasso  di Messer Giorgioflavio. Che ha l'unico difetto (Giorgioflavio, non l'angelo - e in verità il difetto non è neanche l'unico, ma siamo magnanime qui) di essere, come dice lui, un "inguaribile fancazzista", minacciando di tanto in tanto di chiudere la bodeguita per scarsa produttività.

Ma, dico io, fosse solo per leggere di Ioia, la bodeguita DEVE restare aperta.

(Anche uno all'anno, Messere, ma ne varrà la pena, credo).

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martedì, 04 marzo 2008
No, non preoccupatevi, non si tratta dell’ennesima catena da blog e/o mail.
E’ che ieri la catena del motorino si è incastrata e non riuscivo più ad aprirla.
Ovviamente l’ho scoperto quando, alla fine di una giornata intensa, non vedevo l’ora di tornare a casa.
Mi è toccato tornare in ufficio e aspettare il consorte che, dopo una iniezione di svitol e qualche fortunato colpo di cacciavite, è riuscito ad avere ragione della serratura “capricciosa” e a liberare me e il mio trispito*, consentendomi così di tornare a casa sulle mie ruote.
Altrettanto ovviamente, una catena che si apre così non è più affidabile, quindi mi è toccato cambiarla. Un salto al negozio di moto – quello “amico”, che uno sconto te lo fa sempre – ci fa scoprire che la spesa minima per un po’ di sicurezza “di qualità” sono 85 euro.
Che per il mio trispito, 8 anni di onorato e altalenante servizio, mi sembravano un po’ troppi.
 
Ma voi lo sapevate che anche la sicurezza ha dei livelli? No, non quelli di Defcon… pure i lucchetti vanno a gradi. Chissà se quelli che ormai affollano i lampioni di Ponte Milvio (povero ponte, da “in hoc signo” al “ponte dei lucchetti”, un crollo verticale) hanno una classifica a seconda del livello di sicurezza.
Che so: se la catena è apribile con strumenti manuali (sembra che il livello corrispondente sia da 1 a 7) allora è una storia non troppo salda. Magari l’1 corrisponde a una coppia “semiaperta” (solo per giustificare la presenza di una catena) e il 7 a una coppia decisamente chiusa ma con possibilità di sviluppi futuri (magari due che stanno insieme da poco e non sanno ancora come finirà).
L’8 – il primo grado di sicurezza “non manuale” - corrisponde a un fidanzamento “ufficiale” ma senza obbligo di matrimonio, il 10 a una convivenza senza figli e così via…
 
Fermo restando che chi sceglie come simbolo di un rapporto a due una catena secondo me parte con il piede sbagliato, c’è una saga di romanzi fantasy - il ciclo di Darkover - in cui la più alta forma di matrimonio, quella riservata ai nobili, è il matrimonio di catenas, il cui simbolo è dato da una coppia di braccialetti di rame (il metallo è raro su quel pianeta) che vengono chiusi ai polsi dei due coniugi. Ovviamente - Darkover è una società feudale - in questo matrimonio chi subisce è la donna, che diviene così “proprietà” del marito. Quindi di fatto l’incatenata è lei, anche perché su quel pianeta gli uomini, specialmente se nobili, erano liberi di scegliersi delle concubine, con il pretesto della trasmissione dei donas, cioè di poteri mentali. Bella scusa. Ma questa è un’altra storia (anzi, 22 romanzi e una decina di antologie, a dire poco).
 
Poi non si può non pensare a Catene. Come, non lo conoscete? Eppure è stato appena nominato tra i 100 film italiani da salvare  (come recita il CdS, Le pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978. Sicuro che non ce n’erano altre? Ma forse è così, sicuramente quella serie di film con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson ha segnato un’epoca. Tutto cambia, anche le lacrime al cinema)
 
E la mia, di catena?
Quella vecchia è inutilizzabile, o perlomeno non vorrei rischiare di rimanere di nuovo incastrata. Per fortuna, ne ho trovata a casa un’altra, credo di uno scooterone ormai venduto (almeno risparmio).
Ora mi ritrovo con un catenone che sembra la collana di un rapper gigantesco; solo sollevarla è un esercizio fisico – occhio e croce, saranno 5 chili almeno, tra lucchetto e catena.
La guardo e spero che nessuno, guardando me, abbia mai avuto la stessa sensazione…
 
 
 
 
 
* dicesi “trispito” – e da qui anche il nome del blog - qualsiasi cosa non meglio definibile, di equilibrio non stabile, che sta magari in mezzo ai piedi: un tavolino sbilenco, un angelo e pure il mio motorino (nero, 125, classe 2000, se proprio siete curiosi. La marca, quella no).
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