mercoledì, 30 aprile 2008
Siamo di uno stesso sangue, fratellino, tu ed io
(R. Kipling, Il Libro della Jungla)
 
 
 
 
Girellando per la rete (le mie parole latitano, ma per fortuna quelle degli altri sembrano ben vive) ho trovato questo interessante post di Solimano, dove si prende spunto dal Libro della Jungla di Kipling per parlare di letture formative, di amore per la vita e di imparare ad essere “quella cosa lì che sei tu” (che non è una cosa facile, condivido).
 
Ora non storcete il naso pensando che “mi bastan poche briciole, lo stretto indispensabile” non è poi questa grande filosofia di vita (eppure potrebbe esserne un estratto), perché non stiamo parlando – né Solimano, né io – del cartone animato di Walt Disney, ma proprio del libro.
 
Di quel libro che insegna come, ad esempio, “La forza del lupo è nel Branco, la forza del Branco è nel lupo” - lo dice Rashka (la Diavola), Mamma Lupo, tutt’altro che arrendevole e silenziosa – e come la convivenza necessiti di regole (la legge del Branco) da seguire e di partecipazione attiva alla comunità. E insegna anche che “cuor leale e lingua cortese fanno strada” (questo è Kaa; un po’ lontano dal serpentone ipnotico che canta “Credi in me”… o no?).
 
Sono messaggi un po’ datati? Forse lo sono – i libri (il primo e il secondo) sono in fondo la raccolta di alcuni racconti pubblicati a fine ‘800 – ma penso che ancor oggi abbiano la loro validità.
 
Specialmente in un mondo – come il nostro – in cui troppo spesso la diversità (di opinioni, di fede, persino di tifo) sta diventando una occasione di contrasto e odio, più che di arricchimento. Dimenticando che, sotto sotto… siamo di uno stesso sangue, fratellino, tu ed io.
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venerdì, 25 aprile 2008

Appena tre settimane fa, c'era chi, in caso di una vittoria del suo schieramento, prometteva una "riscrittura" dei libri di storia, perché "ancora oggi condizionati dalla retorica della resistenza".

Lo stesso poi proseguiva accusando la Sinistra di avere "in mano le università e le case editrici."
Questo non ha condizionato molto le decisioni degli italiani, a giudicare dalle ultime votazioni; dal che si deduce che: o l'accusa è infondata, o la cultura "di sinistra" non ha molta diffusione. Ma non di questo.

La Resistenza (e la maiuscola, non utilizzata nell'articolo linkato sopra, mi sembra invece d'obbligo)  è un vissuto che appartiene forse più al Nord (gli ultimi anni, almeno, dopo l'8 settembre), ma è sicuramente un patrimonio di tutti, per i valori che trasmette. Ed è un movimento fatto da uomini che, aldilà del colore politico, avevano in comune, certamente, la voglia di libertà.

E' retorica, questa? No, credo che siano valori di cui tutti - chi ha vissuto certe esperienze sulla propria pelle e chi, invece, per sua fortuna, no - dovremmo fare tesoro.

Non ho racconti "miei" sul 25 aprile '45 o sul periodo immediatamente precedente. Penso però che quei ricordi - che NON POSSONO e NON DEVONO essere cancellati o "riscritti" - debbano avere la massima diffusione, far parte di tutti noi.

Penso a  Le voci del mentre ( 1, 2, 3) di colfavoredellenebbie, ma non solo.

Ci sono le radici resistenti delle Mondine 2.0,  che in questo post raccolgono i link ai blog aderenti.

Ci poi sono dei vecchi racconti, su Herzog, che andrebbero riletti.  Non si riferiscono proprio al 25 aprile, ma sono storie di Resistenza:

La colpa (che pure, a suo modo, è una "riscrittura")

La croce e il segno

Caterina ascolta le voci

E li segno qui perché diventino un po' anche miei, anche nostri. Perché se ognuno di noi, queste storie, le conserva nel proprio cuore, saranno più difficili da cancellare o riscrivere.

Buon 25 aprile.

Aggiornamento: Petarda, nei commenti, segnala due post di Mario Bianco sul tema - qui e qui - che vale la pena di leggere

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lunedì, 21 aprile 2008

... mi sveglio, promesso.

Sempre che qualcuno riesca a tirarmi fuori dal letto.

 

(nobodyhere, via varasca)

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giovedì, 17 aprile 2008
E' una primavera strana, questa.
Una primavera indecisa, che alterna giorni bellissimi a mattine quasi autunnali, nuvole che si rincorrono e litigano nel cielo, vento dispettoso e freddo.
Una primavera pigra, che la mattina, anziché invitarti alla sveglia come in quella vecchia canzone, ti fa girare di lato e desiderare di continuare a dormire.
Una primavera triste, di cieli grigi e orizzonti incerti.
 
Quando il tempo cambia troppo spesso, accade che ci si raffreddi.
In questa primavera, come scrive di sé Hanging Rock, si sono ammalate le parole.
La verità è che la parola si ammala, si ammala come il tempo, come tutto. A volte si ammala di semplice raffreddore, o di febbre, o di allergia a certi discorsi. Nei casi più gravi può ammalarsi di tumore, producendo metastasi di frasi avvelenate o senza senso; di immunodeficienza, che la rende vulnerabile a qualunque pensiero infettivo; del morbo di alzheimer, con un declino progressivo delle funzioni intellettive e della memoria, con alterazioni della personalità e del comportamento.
La verità è anche che la parola è un muscolo: va nutrita, va allenata, va mantenuta, va anche accarezzata. Ché ha molto da derivare da se stessa, ma mai per sé, e mai da sola
.
”  
 
Le parole di alcuni (e non serve linkarli) hanno preso il volo, o sono fuggite verso altri lidi da cui, si spera, torneranno. Forse un po’ cambiate, ma riconoscibili.
Altre si rintanano in casa, aspettando che il tempo sia migliore per fare capolino.
Alle mie ho avvolto una sciarpa intorno al collo, sperando che prima o poi tornino a cantare, allegre.
Mentre le attendo cerco, insieme a loro, di riscoprire le sfumature dei silenzi (*).
Ché forse, almeno loro, mi diranno qualcosa.
(*) e perdonate le autocitazioni. Ma qui, per risparmiare, si riciclano parole. E silenzi, anche.
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martedì, 15 aprile 2008

A votazioni avvenute, il risultato non è proprio quello che avrei voluto vedere, ma mi sembra piuttosto netto.

Mi interrogo sugli errori degli exit-poll - me lo dico ogni volta, è come se chi è intervistato si vergognasse di dire la verità sul proprio voto, o è proprio che la metodologia è errata? - ma poi, hanno poca importanza le parole, rispetto ai fatti.

Flounder stamattina ci ricorda una canzone di Gaber, a me non esce dalla mente una canzoncina che cantavano a "Indietro tutta" (e quasi scommetterei che fosse la canzone del Nord): "Abbiamo vinto, non si divide, chi vince ride AH AH AH AH!"

Non avendo vinto, non rido affatto. Ma temo che l'atteggiamento di chi ha vinto sia proprio quello... e mi viene ancor meno da ridere.

Tra parentesi - e non tanto - vedo che gli unici tre senatori U*C vengono dalla Sicilia (e non ho bisogno di guardare per sapere chi sia il primo) e l'umore non migliora.

 

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lunedì, 14 aprile 2008

Oggi sono esattamente cinque anni da quando riccionascosto (già Signora Anonima) fece la sua comparsa nei commenti di Herzog. Sarebbe stato il quinto compleanno di Herzog stesso, se Herr Effe non avesse deciso altrimenti.

In questi cinque anni sono successe molte cose, nella blogosfera. Qualcuno è andato via, molti sono venuti. Alcune strade si sono incrociate per poi allontanarsi, altre hanno proseguito parallele, intrecciandosi solo di tanto in tanto.

Ma ci siamo divertiti molto, specialmente i primi anni. Ricordo feste virtuali in cui non si poteva fare altro che ridere, la voglia di sperimentare, di giocare, di non prendersi sul serio. Questa sembra scemata, negli ultimi tempi (vedi la polemica a proposito di Blogbabel, classifiche e altro).

"Oggi non sarebbe più possibile" mi dicono. Chissà. Forse è così, forse è solo che il tempo non passa invano, e ci sono nuove strade da tentare.

Però io sono contenta di aver percorso queste, e di continuare a camminarci su.

(intanto, per chi vuole, uno sguardo alla waybackmachine può dire "come eravamo", proprio al primo comple-blog) 

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lunedì, 07 aprile 2008
Allungava le braccia pian piano
Per mimare le zampe di un gatto
Rannicchiatasi poi sul divano
Impigrita e un po’ sul distratto
Lento, un libro sfuggiva di mano
E cadeva poi a terra, di scatto
 
Del rumore a stento si accorgeva
Ovattato dal sonno imminente
La mano vuota poi lo rincorreva
Cercando di riprenderlo, ma niente 
E la storia - per ora - si chiudeva
 
Di dubbi piena, e cose da scoprire
Oppure di racconti già ascoltati
Raccolti quando il sole è all’imbrunire
Mischiati con dei sogni abbandonati
In notti in cui è difficile dormire
Rimaneva così, a occhi serrati
E cercava, nel sonno, di capire.
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mercoledì, 02 aprile 2008
Ho preso tre post e li ho intrecciati.
All’inizio hanno fatto resistenza, perché di stare insieme non ne volevano sapere: uno
spinoso di carciofi ripieni, uno frusciante di carta e stampa, l’altro morbido di pulcini pigolanti e seta celeste.
 
Ma poi a poco a poco, sotto le dita pazienti, si sono adattati l’uno all’altro. O forse sono io che li ho fatti galleggiare nell’acqua amara per ammorbidirli e dare a loro un segno comune, un linguaggio nascosto.
 
Gesti, o comunque un linguaggio diverso dalle parole, proprio in un luogo, come questo, dove le parole sono tutto o quasi, dove noi siamo quello che scriviamo (o anche quello che non scriviamo, a volte, proprio perché certi silenzi sono più densi delle parole).
 
Il pane spezzato con le mani, quelle mani che a volte non si sa dove mettere e allora si accende una sigaretta, quelle mani che si allungano svelte su una pezza di seta, o evitano di toccarla persino con un dito.
 
Mani che non carezzano, voci che non dicono, o dicono parole aspre che il limone poi monda dell’amarezza, ma ci vuole tempo.
 
Tempo per ripetere i gesti che col tempo diventano propri, tempo per scoprire che anche quelli sono gesti d’amore.
 

Ma per questo, ci vuole il tempo che ci vuole. E le mani, lo sanno. Forse però noi l'abbiamo dimenticato.

Aggiornamento: c'è un quarto post che parla di mani e di come queste parlino ("voci accese come lampioni lungo le strade di notte"), e a me non sembra affatto un caso che questi quattro post siano scritti da donne.  Ci dev'essere qualcosa, in quest'aria di primavera.

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