mercoledì, 28 maggio 2008

Dissonorata?

Sdisonorata, si dice da noi. E quella S iniziale ha il suono di una staffilata.
Pasqualina s'allattariava, e la sua agitazione l'ha persa, la sua scia è stata benzina e fuoco che solo le lacrime, solo quelle - e l'amore, quello che cura, quello che lenisce - possono spegnere.


(Ne ho conosciute, in Calabria, donne che girano con la testa bassa; se la tengono alta, è perché regge la cesta dei panni per andare al fiume a lavarli, che la lavatrice non lo fa come si deve. Ne ho conosciute, a mangiare in piedi o sedute sugli scalini, mentre gli uomini bevono e scherzano, seduti a tavola. Ne ho conosciute, e non erano neanche vent'anni fa)
 
 
Questo scrivevo tempo fa, quando la Signora delle Brioches parlò per la prima volta di Pasqualina. E quando ha riparlato di lei, donna tra le megere, non ho esitato nell’andarla a trovare.
 
Pensavo di conoscerla, dalle parole di Brioche e dai ricordi.
Ma quando la luce si è riaccesa e l’ho vista, solo allora ho cominciato a riconoscerla.
Lei, con la testa bassa come quando camminava per la strada, a contare le pietre per non incontrare sguardi altrui.
Lei, con una mano in grembo e l’altra a lisciare la veste oltre il ginocchio, lei con i piedi uniti e irrequieti, lei, che le manca solo un fazzoletto in testa per essere uguale alle donne che, piccola, ho visto non sul Pollino, ma nella valle dell’Erice o nei paesi della Conca d’oro.
Perché la lingua che parla non è forse la stessa che parlavano loro, e al tempo stesso lo è. Diverse le parole – simili, spesso – uguali i gesti.
Lei è Pasqualina.
 
Pasqualina prende vita in un attimo, in una parola, in uno sguardo, in un gesto.
Un secondo prima, il riflettore illuminava una sedia su cui era seduto un uomo brizzolato, con una vestina scura, da casa, sopra abiti scuri anch’essi.
Un attimo dopo quell’uomo non c’era più, e c’è lei.
Con le sue paure, le sue speranze, lo sguardo illuminato dall’attesa e dallo stupore, spento quasi mai, malgrado tutto.
Lei, con la sua voce ora allegra e tintinnante come il campanello delle sue pecore, ora bassa e rivolta all’interno, come se solo parlandone capisse i fatti che le sono accadute.
Lei, un giacchetto rosso in mezzo alle vesti nere delle donne, vedove a volte ancora prima di sposarsi, ché la guerra ha tolto molti più uomini di quelli che sono tornati, e questi hanno scelto le più giovani, lasciando le altre al loro destino.
Lei, che mantiene un cuore intatto e fiducioso anche quando il corpo non lo è più – e lo ripete, e conta i giorni da quando non lo è più, intatta – e l’animo riceve le ferite che l’abitudine all’indifferenza e alla distanza altrui non riescono ad evitare, ma il cuore trova nuove strade, a dispetto di tutto.
Lei, che non sa dello splendore che le brilla negli occhi quando sogna, perché non si è guardata mai.
Lei, che è così sola tra le pecore e le vacche, e le pietre da contare, che l’unica cosa su cui può sollevare uno sguardo è una statua, sua sola amica, cui presta voce e sguardi, delusioni e sospiri.
Lei, che sola non ci vuole restare, a fare la zitellona, e carica i panni lavati di attese e speranze, semplici e bianche come lei.
Lei, che le stelle in cielo la riempiono di gioia e la Stidda sulla terra è l’unica che le dà un po’ di conforto.
Lei, che attende e spera, e attende ancora, e rinuncia solo davanti a una lettera “a strisce”, di quelle dall’America, celesti come la macchina dell’innamorato suo.
Lei, che non capisce il male se non quando è troppo tardi, quando benzina e fuoco le bruciano le carni, ma non l’annientano.
Lei, che lo sguardo al cielo non potrà più levarlo, ma quello alla terra le viene ricambiato da un figlio, nato come “il santo più grande”, rifiutato dagli uomini, scaldato dalle bestie, nella notte di Natale.
 
Lei, che vorrei raccontare meglio di come le mie parole riescano a fare.
Lei, che buca il cuore e ne sgorgano lacrime. Ma di quelle che fanno bene.
Perché, come dice la Brioche, certi dolori sono meglio delle gioie.
 
 
(Sono andata a vedere Dissonorata, qualche giorno fa, al Teatro India di Roma. Ne sono uscita con gli occhi bagnati e il cuore pieno di buchi. Buchi per le speranze disattese, buchi per la solitudine di un cuore che chiede solo di amare, buchi per l’arroganza e la stupidità con la quale, a volte, chi dovrebbe sostenere e proteggere si erige ad arbitro della vita e della morte. Ma la vita, a volte, ci salva a dispetto di tutto.
Di Pasqualina ha detto, molto meglio, Brioche. Ma anche le sue parole non bastano. Bisogna vederla, per capirla ed amarla. Se potete, fatelo senz'altro)
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lunedì, 26 maggio 2008

Se mi perdonate l'autoreferenzialità, vorrei farvi partecipi di un fatto curioso.
O meglio, di una cosa che mi incuriosisce assai.

Si parla, ogni tanto, di referrers sui blog, ovvero delle chiavi di ricerca (spesso assurde, talvolta divertenti) con le quali si arriva sul blog. Spesso si tratta di combinazioni casuali, qualche volta lo sono meno.

Una volta da una frase un po' troppo precisa mi è capitato di risalire a una tipa che, chissà perché, aveva copiato un mio post e poi lo aveva modificato un poco, adattandolo e riscrivendolo da lei.

Questa volta la cosa è un po' diversa, nel senso che davvero non capisco.

Giorni fa, dando un'occhiata alle chiavi di ricerca, ne avevo trovato diverse che si riferivano alla Promenade di Chagall, su cui avevo scritto un post dopo aver visitato la mostra, lo scorso marzo. Niente di strano, visto che avevo pure postato un'immagine del quadro.
La cosa strana era un'altra, come si vede qui sotto:

linkpromenade2

Dei 17 "arrivi" sul post che ho sintetizzato qui sopra, 6 puntano generalmente al quadro, ma ben undici - e si tratta di persone diverse - fanno riferimento a frasi del post.

Sembrerebbe che la cosa continui, almeno a giudicare dai nuovi referrer. E a questo punto io vorrei sapere come mai.

Perciò, ignoto/a estimatore/trice della mia "lettura", perché non mi dici come mai queste frasi ti piacciono così tanto, o se le hai trovate altrove?

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venerdì, 23 maggio 2008

falcone-borsellino - lenzuoli

Nel messaggio letto nell'aula bunker e riportato dai giornali, il Presidente Napolitano scrive «L'impegno e la partecipazione di allora non possono subire flessioni», e così dovrebbe essere.

Ma ricordiamo ancora come invece l'attenzione fosse ridotta, lo scorso luglio, quando le lettere in cui Salvatore Borsellino chiedeva risposte passarono quasi sotto silenzio. Quasi, dico, perché ci fu un tam tam di blogger che sopperì in parte al silenzio dei giornali. (qui il post di allora, con i link ad altri post sull'argomento).

La "partecipazione di allora" (a Palermo, almeno) la ricordo nei racconti degli amici, nelle immagini - la fiaccolata in cui ricordo un Paolo Borsellino con un sorriso tirato, la chiesa stracolma di persone tra le quali riconoscevo volti amici - nelle parole di coraggio, nei lenzuoli appesi nei balconi. A Roma fummo in molti a finire davanti a Montecitorio, chiedendo a gran voce l'elezione di un nuovo Presidente della Repubblica, in quel momento di "vuoto" in cui pensavamo necessario dare un volto a rappresentare lo Stato.

Due anni dopo, quando a Palermo ritornai a lavorare - il 23 maggio fu proprio il primo giorno in cui presi servizio giù, e uscita dall'ufficio i passi mi portarono senza quasi lo volessi all'Albero Falcone - la partecipazione era ancora alta, ma la vidi a poco a poco affievolirsi (credo di averlo scritto, a più riprese, anche su questo blog).

Forse non siamo abbastanza per cambiare le cose, forse non ci crediamo che possano essere "veramente" cambiate, perché la mafia non è solo il  «fenomeno pervasivo, pronto ad attuare le strategie più sofisticate per insinuarsi nella società minandone la vita democratica, la coesione e il progresso» di cui parla Napolitano, ma di certe parti della società è malta e cemento, e si respira nell'aria come le polveri sottili. Forse ne siamo avvelenati anche noi, ché la mentalità mafiosa passa dai piccoli soprusi, dalla prepotenza stupida, dalle cose fatte  "per amicizia" (multe tolte, file saltate, favoritismi vari) e dalle scorciatoie che talvolta si è "costretti" a prendere, finendone invischiati.

Però no, noi non dimentichiamo.

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mercoledì, 21 maggio 2008
... che il tuo cane, non vedendo veterinari da anni, voglia recuperare il tempo perduto e decida di farti conoscere tutti (o quasi) quelli del pronto soccorso veterinario vicino casa. Per riuscirci, smette improvvisamente di fare pipì, costringendoti a portarlo lì per cateterizzarlo. Poi, più vispo e leggero, torna a essere il cane di sempre (chianciulino, ma anche affettuoso e un po’ rompipalle) almeno per qualche ora, finché il fenomeno si ripete. Tra l’altro, senza che se ne sia capita l’esatta causa. E così da qualche notte anche il tuo sonno è agitato, l’orecchio teso a sentire eventuali lamentele, le uscite notturne o all’alba nella speranza che la cosa si risolva da sé o che, almeno, ne venga individuata l’esatta causa per rimuoverla. Nel frattempo, tieni dita (e zampe) incrociate e tappezzi la casa di giornali, che non si sa mai (ma non sai se, a questo punto, preferiresti trovarli asciutti o bagnati).
 
… che Milano sia “da strizzare” giusto quando hai portato con te solo un ombrellino mignon, di quelli che a stento coprono testa e spalle. Ma per fortuna in centro ci sono i portici, e ti puoi sempre riparare.
 
… che in una giornata dimezzata dai ritardi aerei incontri il tuo futuro (forse) capo, che ti chiede se, per recuperare tempo, sei disposta a pranzare con un panino mentre siete in riunione e poi, visto che sei tu che parli per quasi tutto il tempo (e gli altri nel frattempo mangiano) alla fine della riunione sei l’unica rimasta digiuna. Ma c’è il tuo ex capo, che quando lo chiami sta andando a pranzo, e così ti unisci a lui per un pranzo a base di pesce. E capita pure che, mentre chiacchieri con la collega con cui stai dividendo una ricciola marinata (oltre alle rispettive insalate di mare) ti chieda se per caso conosci… tuo marito, e per la coincidenza vi mettete a ridere entrambe.
 
… pure che la tua capo attuale – l’unica che ormai ti resta da vedere – ti dia buca, e così riesci anche a vedere l’amico blogger (ex? In pausa?) che per fortuna ha lo studio lì vicino, ma finiate a parlare di lavoro. No, pure dell’Inter. Alla fine, vi scambiate un abbraccio per interposta persona (di cui la sorellona è mittente/destinataria) e vi date appuntamento per la prossima volta.
 
… che finalmente riesca a rintracciarla, la tua capo, e come quelli prima di lei ti riempie di complimenti per il lavoro, ma non sa darti notizie sul tuo futuro; né quale cappello indosserai, né quale sarà la tua destinazione. E quando le dici che in queste condizioni lavorare è difficile e che questo processo dura più di una gestazione, china la testa e ti dà ragione, ma non sa darti risposte. Però si fa tardi e devi scappare.
 
… che tu prenda al volo il bus per l’aeroporto, e arrivi a imbarco già iniziato. Capita che ai controlli – che passi in velocità, dopo aver sventolato la carta di imbarco con orario in evidenza per saltare posizioni in coda – ti blocchino perché hai con te (per la ventesima volta almeno, anche se non l’hai mai usato) un cavo di sicurezza per il notebook, e secondo loro dovresti tornare al check-in per farlo spedire (il cavo?!?). Tu, con l’aereo che rischi di perdere, non ne hai proprio l’intenzione (avessi avuto tempo magari sì, giusto per vedere se l’avresti trovato all’arrivo o ne avresti dovuto denunciare lo smarrimento) e gli dici di buttarlo pure, e loro insistono, spiegandoti che proprio non possono fartelo passare, c’è l’anima d’acciaio! (e a che serve, per strangolare meglio?) Ma insisti che lo buttino, e alla fine te ne vai correndo fino al gate – ovviamente non quello indicato sulla carta d’imbarco – dove riesci a salire tra gli ultimi.
 
… che Roma non voglia essere da meno di Milano, e se quella era da strizzare, questa è da nuotarci dentro (o da cadere dentro i buchi che la pioggia ha scavato nell’asfalto). Ma che ti regali anche un’ottima pizza, davanti alla quale, finalmente, ti rilassi un poco. Poi casa, sonno, sveglia all’alba (e, di nuovo, Ares).
 
Capita, insomma, di correre con la sensazione di non arrivare.
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martedì, 13 maggio 2008

Scrive Giulia nei commenti al post precedente: "Oggi non è difficile trovare un branco".

Io penso invece che trovarlo - non il "branco" per quello che si intende oggi, nell'accezione negativa data al termine (vedi per esempio quanto scritto a proposito di ciò che è avvenuto a Verona) - sia difficile.

Forse perché io penso al branco - quello dei lupi, in particolare - come al "popolo libero" di cui parla Kipling nel Libro della Jungla. Quello che rispetta le leggi, che offre cibo e riparo a chi ne ha bisogno (Fratel Bigio, uno dei fratelli di Mowgli,  dice: "la mia tana è la tua tana, la mia traccia è la tua traccia, la mia preda è la tua preda se avrai fame, fratellino").

Altro che l' "homo homini lupus" di cui parla Hobbes!

Se davvero l'uomo si comportasse come i lupi di Seeonee all'interno del branco, forse vivremmo meglio (poi, c'è sempre da capire perché per parlare di caratteristiche negative scomodiamo gli animali; ma questo sarebbe un lungo discorso).

Ululati a parte, a me non dispiacerebbe essere un lupo. Non un solitario, forse, o forse sì.

Con il potere rigenerante di Wolverine, magari. Perché no?

Sentire il richiamo delle notti di luna potrebbe essere un inconveniente, lo ammetto, ma poi una soluzione si può sempre trovare.

(Intanto, alcuni lupi - cattivi e non - qui. Altri, magari, vi vengono in mente...)

 

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lunedì, 05 maggio 2008

Coincidenze?

Il Bardo direbbe che non esistono; esistono solo le sincronicità degli eventi. Ad ogni modo, proprio dopo aver scritto il post a proposito di libro della Jungla, sangue, lupi e Branco (il popolo libero di Seonee), mi capita sott'occhio l'oroscopo di Brezsny per questa settimana (1-7 maggio, quindi ci siamo ancora):

cancro - da Internazionale.it

Cancro (22 giugno - 21 luglio)

È arrivato il momento di darti un consiglio per il quale finora non eri preparato. Se te l'avessi detto troppo presto, lo avresti frainteso o addirittura non avresti capito di cosa parlavo. Te lo dico ora perché nelle ultime settimane hai ritrovato parte della tua selvaggia naturalezza, per cui posso rivelarti la seguente verità, presa in prestito dal poeta Charles Simic: "Chi non sa ululare non troverà mai il suo branco".

Ora mi sorge un dubbio, però: devo trovarmi un maestro di ululati, o basterà aspettare la luna nuova?

(purché, tra branchi, lupi e ululati si riesca a trovare sempre la strada di ... caaasa)


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