La mia amica Petarda dice che sentirmi parlare di Palermo è Qualcosa.
Proprio così, con la Q maiuscola.
Se sia vero non lo so; quello che so è che della mia città – che considero sempre “mia” anche se ormai sono sei anni che l’ho abbandonata per la seconda volta – credo di sapere troppo poco, anche se alcune vicende e un corso di accompagnatrice turistica (fatto ormai più di vent’anni fa) me ne hanno fatto scoprire alcuni angoli nascosti.
Ma Palermo è così, splendida e trasandata, con la bellezza buttata a piene mani e poi distrutta in modo altrettanto incurante.
Palermo è una cipolla, scriveva Alajmo, e io non sono ancora arrivata, credo, agli strati più interni, quelli dolci e che non fanno più lacrimare.
Ci pensavo qualche giorno fa, durante il viaggio di ritorno in auto.
Un fastidio all’occhio destro mi ha praticamente obbligato a stare con gli occhi chiusi, per evitare luce e la sensazione di un granello di sabbia inesistente.
Potevo così lasciare libero il pensiero, mentre le orecchie ascoltavano i detti e i ricordi scambiati tra i “vecchi” di famiglia che viaggiavano con noi.
A un certo punto si parlava de “i tri gghiorna ‘ru Fistinu” cioè i festeggiamenti per Santa Rosalia, la patrona di Palermo (la cui festa, in realtà, sarebbe il 4 settembre; il 15 luglio si ricorda invece la guarigione della città dalla peste del 1624, dopo che le reliquie della Santuzza furono portate in processione per la città). Che quest’anno, poi, di giorni ne durano sei (dal 10 al 15, con il clou il 14 sera, quando la Cala è illuminata dai iochi ‘ focu).
In realtà ‘u fistinu è stato il punto di partenza per un volo in cui la mia mente rifletteva sul fatto che noi siciliani le cose grandi le minimizziamo.
La grande festa è ‘u fistinu, la santa più importante – per un palermitano, almeno – ‘a Santuzza, lo stesso Dio è ‘u signuruzzu.
Ma pure gli insulti o i complimenti, a volte, si contraggono; forse per perdere durezza, forse per sminuire ancora di più il nemico, l’avversario, o per rendere, con i vezzeggiativi, l’amico più vicino al nostro cuore.
Di un “uomo di statura bassa ma di sagace ingegno” si dice che è curtuliddu e malu cavatu, di una donna si dice che è biddicchia (bellina) non per sminuirla, ma per dire che è anche simpatica.
Di un avaro, poi, si dice che havi ‘u cori nicu (ha il cuore piccolo). E se curuzzu è il cuoricino (un cuore ancora più piccolo)…
Non so dove mi hanno portato questi pensieri, forse solo qui.
A dirmi che di Palermo so solo qualcosa. Anzi, qualcosina…
riposto da riccionascosto alle 17:18 | post & commenti | commenti (7) (popup)
scomparto:ammatula, ficurinnia
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