Giudicate voi (qui, se volete, l'originale). Io torno a "resistere".
Dalla finestra aperta saliva, non filtrato, il suono di una fisarmonica.
Le note di Oblivion illanguidivano la controra, lente all’inizio e poi vive d’improvviso, come i ricordi che, fattasi strada in silenzio, ti colpiscono a tradimento e poi si lasciano chiudere in un angolo della mente.
Fino alla prossima volta.
Il suo orizzonte quadrato – tegole rosse, uno spicchio di cielo – non comprendeva strada e suonatore, ma non le importava. Persa nei suoi pensieri, si stiracchiò pigra mentre le note si allargavano nella stanza, alzandosi poi per seguire la musica in un abbozzo di passi svagati. Spense la sigaretta con una cura imparata a sue spese dai tanti, troppi cerchi scuri su tavoli e lenzuola, ai quali era comunque sopravvissuta.
Soppesò l’ultima parola, ripetendola ancora e ancora fino ad avere sulla lingua una scia di polvere e vecchiaia. Troppi silenzi cui sopravvivere: furie trattenute, desideri rimandati a tempi migliori, rinunce infiocchettate.
Ora salivano alla gola in una nota di tango e in due parole, che pronunciò con voce non sua. Si spaventò a quel suono, negò di averlo prodotto ma esse erano lì, senza un motivo apparente, a galleggiare nell’aria.
Era stanchezza, si disse sedendosi, e subito si rialzò inquieta,
Le sue certezze in fuga l’avevano lasciata sola e col bisogno di bere, come se farlo fosse servito a lavare i pensieri, rinfrescando mente e gola.
O solo a rendere l’attesa più sopportabile mentre il suo sguardo si spingeva sempre più verso la finestra e in basso, ignorando i suoi tentativi di dirottarlo sulle stesse righe di un libro che non leggeva più.
Far finta di niente? Inutile come negare le parole di prima.
Cercava una risposta, ed eccola davanti a lei. Una finestra aperta e le note di un tango che salivano come un richiamo.
Decise dopo uno sguardo all’orologio.
Un foglio, due parole.
Le scrisse e sorrise, di quei sorrisi tristi che annunciano un addio, pensando che il loro senso era lo stesso, diverso il suono.
“Non verrà” era il pensiero negato, la condanna di prima.
“Vado via” suonava invece come una liberazione.
Ciò che voleva fare non era logico e neanche giusto, ma sembrava stranamente sensato.
Allungò un braccio oltre il davanzale, lasciò cadere il biglietto e il peso dell’attesa le parve scivolare in basso, fin dove l’occhio non lo seguiva più.
I ricordi, prima o poi, avrebbero preso la stessa strada.
La sua, invece…
scomparto:neglie, cunti











