Non capiva perché, ma si sentiva contagiato dall’urgenza che percepiva in quel ritmo instancabile.
“La montagna vuole lentezza, ma costanza: ogni sosta può costarti in fiato più di quanto immagini.”
Gliel’aveva spiegato quella mattina, e il piccolo lo aveva ascoltato con attenzione, guardandolo serio da sopra la tazza del latte mentre faceva colazione.
Mattina… sarebbe stato meglio dire notte, perché era ancora buio quando scesero in strada.
Un passo dopo l’altro, lasciarono le case alle spalle e cominciarono a salire.
Dietro, le poche luci già accese diventavano sempre più lontane, e davanti a loro la montagna era ancora una grande ombra nera.
Il piccolo rabbrividì all’aria fresca della notte e ricacciò indietro la paura fissando le spalle dell’uomo.
Era lì, davanti a lui, pronto ad aprirgli la strada: insieme a lui niente avrebbe potuto fargli male, quindi era sciocco avere paura.
Continuava a ripeterlo nella testa, e le parole davano ritmo al passo. C’era ancora tanta strada da fare: tra poco avrebbero lasciato il sentiero per proseguire nel bosco.
Dovevano arrivare fino in cima, ma zitti, che nessuno li vedesse.
Era un segreto, un patto tra loro due e qualcun altro, che non aveva capito bene.
Non capiva neanche perché dovesse portare, nel fagotto che gli pesava sulle spalle, il vestito della festa.
La fatica si faceva sentire: il sentiero, stretto ma comodo, aveva lasciato il posto a rocce e rovi che lasciavano segni sui vestiti e sulla pelle.
Un paio di volte aveva provato a protestare e a chiedere quanto mancava ancora, ma la risposta era sempre la stessa - “Te ne accorgerai da solo” – e aveva rinunciato a chiedere, risparmiando il fiato per la salita.
Alla fine, però, se n’era accorto sul serio, anche perché erano arrivati in cima e non c’era altro che una grossa pietra, sulla quale si appoggiò, madido di sudore.
Lo stesso sudore che scendeva, copioso, sulle guance dell’uomo.
Che strano, però… sembravano lacrime.
E perché, dopo aver poggiato il fagotto sulla pietra, si era allontanato ed evitava di guardarlo? E come mai, all’improvviso, si era messo a parlare da solo?
Seduto sulla pietra, il bambino osservava in silenzio.
Poi fu distratto da un lamento che sembrava provenire da un cespuglio di rovi, un po’ più in basso.
Un capretto cercava di liberare le piccole corna, ma i suoi sforzi non facevano che incastrarlo ancora di più.
Si avvicinò per aiutarlo e proprio in quel momento udì una voce alle sue spalle: “Isacco!”
Suo padre era lì, proprio di fronte a lui, ma l’ombra nel suo sguardo era sparita.
“L’ombra di mio padre, due volte la mia; lui camminava ed io correvo”: inizia così “La casa di Hilde” di De Gregori, e sono settimane che mi risuona nella testa; le parole hanno poi preso un’altra direzione, ma questa è un’altra storia, appunto.
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