(pensieri “seduti” sul sellino posteriore di una moto)
Dicono che “zavorra” (o, in alternativa, “zaino”) sia l’espressione usata dai motociclisti per indicare il passeggero di una moto. Molto spesso questo coincide con la gentile (?) compagna dello stesso, che ritengo non sia esattamente entusiasta del termine. Io, almeno, non lo sono particolarmente… ma in mancanza di meglio, per ora me lo tengo..
La posizione. Al contrario di quanto il termine potrebbe far pensare – e con le dovute eccezioni (pensate ad esempio alle ragazze legate ai conducenti, nella gara di “Tre metri sopra il cielo”) – la zavorra dovrebbe pesare il meno possibile sull’assetto della moto. Se fosse possibile chiuderla nel taschino per poi tirarla fuori all’arrivo, credo che buona parte dei motociclisti sarebbe più contenta, anche se non lo dice. Sbracciarsi a destra e a sinistra indicando con il dito eventuali particolari – a meno che non si tratti di un masso che sta per cadere e travolgere la moto – non è molto gradito per almeno due motivi. Il primo è che lo spostamento del baricentro della moto crea uno scompenso nel motociclista; il secondo – e più importante – è che lo distrae dalla trance in cui cade a causa del rombo (pardon, il sound) della moto e dei movimenti ritmici (cambio, acceleratore, frizione, freno) connessi alla guida. Perciò, una “brava” zavorra finisce col rimanere a lungo ferma in una posizione molto vicina a quella di un nuotatore in attesa dello sparo iniziale: tronco proteso in avanti, gambe piegate e braccia tese all’indietro. L’unica differenza, in pratica, è il sellino su cui si sta seduti; comodo, direte voi. Provate però a mantenere la posizione per più di un’ora di seguito e mi direte.
Il motivo di tronco proteso e gambe piegate è di facile intuizione; le braccia all’indietro servono ad aggrapparsi al maniglione, solitamente posto sul retro del sellino (solo le più fortunate ne hanno due laterali).
Perché? Mica per paura di cadere dalla moto, no… è solo per evitare che, in caso di brusche frenate o di discese ripide, il “vostro” motociclista abbia la tentazione di chiamarvi, anziché “zavorra” … “schiacciapalle”.
Lui e lei. Lui, evidentemente, è il motociclista. Lei, invece, è… la moto. Se il biker è donna, non vi illudiate che voi, povera zavorra mascolina, andiate al primo posto; sarete irrimediabilmente l’altro/a. Non è il caso di fare i gelosi, probabilmente - a ruoli scambiati - anche voi fareste lo stesso; meglio fare buon viso a cattivo gioco, ne guadagneranno l’espressione e il fegato.
Magari, in qualità di possessore di uno scooter, vi sembrerà di potere comprendere il tipo di relazione, ma non è così. Ve lo dico con cognizione di causa (un “due ruote” ce l’ho anch’io, ma non è la stessa cosa).
Uno scooter è come un amico non troppo intelligente. Utile e servizievole, senza dubbio; ma in fondo si sa che non gli si può chiedere che di fare le due/tre cose di cui è capace (accelerare, decelerare e frenare). In compenso è tollerante, e perdona le piccole disattenzioni e gli errori con una fedeltà e docilità quasi canine. Lo scooter, poi, è più che altro un animale da città, che compensa con maneggevolezza e facilità di guida una mancanza di fantasia.
La moto, no.
La moto obbedisce finché vi è costretta dalla meccanica, ma è ben attenta ad approfittare degli errori del biker: un’accelerazione eccessiva, una sfollata, una grattata nel cambio possono avere esiti spiacevoli, se non recuperati in fretta; disattenzioni ed errori si pagano, talvolta, fin troppo cari. Come un grande felino, la moto soffre negli spazi angusti e nel traffico di città, ma ritrova il suo passo veloce e armonioso appena ne ha la possibilità, lanciando ruggiti di piacere.
Relazioni pericolose. Se la zavorra, come appena detto, è relegata al ruolo dell’altra, non per questo la relazione con il biker conta di meno. Almeno finché si divide lo stesso sellino, questa deve anzi essere improntata a una assoluta e reciproca fiducia: in caso contrario, i guai stanno dietro la… ruota. Se reagite a una improvvisa accelerazione ficcando le unghie sui fianchi del biker, le conseguenze possibili sono: a) la moto, dopo un leggero sbandamento, rallenta fino a fermarsi, e venite gentilmente invitate a scendere per non salire più; b) la moto rallenta, e il biker reprime l’istinto di accelerare di nuovo (ma questo, solo nel caso vi ami alla follia); c) il biker indossa un giubbetto con le protezioni, non si accorge di nulla, ma voi vi spezzate le unghie. Ma se avete paura della velocità – e non vi fidate della capacità del biker di padroneggiarla - forse sarebbe meglio non salirci nemmeno, sulla moto: un movimento inconsulto in certi momenti può fare sbilanciare, e le conseguenze non sono certo piacevoli. Stessa cosa sulle curve: o vi fidate, e assecondate il movimento di moto e motociclista quando piegano, o sbilanciate la moto. Insomma, due corpi e una sola direzione sarebbe meglio.
I problemi sorgono quando la zavorra è anche navigatore: quando la velocità consiglia di allineare la testa (e il casco) a quello di chi vi sta davanti, la visuale risulta abbastanza limitata, ma imparerete a memoria il numero di serie del suo casco. Come si può immaginare, si corre il rischio di non riuscire a leggere in tempo qualche cartello stradale, ai bivi. Prendetela però con allegria… qualche inversione di marcia non ha mai fatto male a nessuno, mentre discutere sulle reciproche sviste non giova certo all’umore.
riposto da riccionascosto alle 13:23 | post & commenti | commenti (18) (popup)
scomparto:ammatula, sperciate
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