scomparto:ammatula, facce conoscenti, armali
Scrive Giulia nei commenti al post precedente: "Oggi non è difficile trovare un branco".
Io penso invece che trovarlo - non il "branco" per quello che si intende oggi, nell'accezione negativa data al termine (vedi per esempio quanto scritto a proposito di ciò che è avvenuto a Verona) - sia difficile.
Forse perché io penso al branco - quello dei lupi, in particolare - come al "popolo libero" di cui parla Kipling nel Libro della Jungla. Quello che rispetta le leggi, che offre cibo e riparo a chi ne ha bisogno (Fratel Bigio, uno dei fratelli di Mowgli, dice: "la mia tana è la tua tana, la mia traccia è la tua traccia, la mia preda è la tua preda se avrai fame, fratellino").
Altro che l' "homo homini lupus" di cui parla Hobbes!
Se davvero l'uomo si comportasse come i lupi di Seeonee all'interno del branco, forse vivremmo meglio (poi, c'è sempre da capire perché per parlare di caratteristiche negative scomodiamo gli animali; ma questo sarebbe un lungo discorso).
Ululati a parte, a me non dispiacerebbe essere un lupo. Non un solitario, forse, o forse sì.
Con il potere rigenerante di Wolverine, magari. Perché no?
Sentire il richiamo delle notti di luna potrebbe essere un inconveniente, lo ammetto, ma poi una soluzione si può sempre trovare.
(Intanto, alcuni lupi - cattivi e non - qui. Altri, magari, vi vengono in mente...)
No, non mi riferisco al semino - cimino in siciliano - che noi mettiamo sul pane, anche se ne sento la mancanza (pure del pane, ma questa è un’altra storia).
Almeno loro non erano costretti a portarsi dietro chili di chiavi e telecomandi. E apri e chiudi, e la chiave s’incastra, e la batteria del telecomando si scarica, e…
Ma andiamo con ordine.
14.00 - Il consorte mi chiama al telefono: “Hai notato il portone, uscendo?”
“Alle sette, stamattina con Ares?” rispondo. “Sì, si chiudeva male come al solito.”
“No, intendevo dire quando sei andata in ufficio. Be’, non potevi notarlo perché non c’era”.
“Come, non c’era? Non ho visto, sono andata dritta in garage. Perché, lo cambiano, finalmente?” dico, contenta. Ma un pensiero si fa strada.
“Scusa, ma… e le chiavi?”
“Buongiorno” risponde amorevole il consorte “ci sei arrivata, alla fine”.
“Vabbè, mica li cambieranno tutti e due insieme. Entrerò dal portoncino dei garage”.
18.28 - Riesco finalmente a staccarmi dal mio, di lavoro. Ma a questo punto Ares ha la priorità, visto che probabilmente starà aspettando davanti alla porta a zampe incrociate.
Mi fiondo (si fa per dire, sfido voi col mio trispito) a casa.
18.55 - Arrivo in garage, trafelata, con negli occhi l’immagine di possibili inondamenti canini sul parquet del corridoio. Lascio il motorino nel box, ma prima di arrivare al portoncino che dà accesso al palazzo, vedo un ampio sorriso aprirsi davanti a me. E’ uno dei condomini, lavora alla società di computer nel seminterrato. “Visto?” mi fa, e il sorriso si allarga. Seguo la direzione del suo sguardo e… il portoncino di legno, quello la cui maniglia rimaneva in mano una volta sì e una no e che quindi rimaneva rigorosamente aperto, non c’è più.
Al suo posto un elegante portoncino blindato color testa di moro, liscio, lucente e… chiuso.
Con una splendida serratura a mappa europea, di cui ovviamente non possiedo la chiave.
Pazienza, penso tra me e me. Farò il giro, citofonerò a qualcuno e mi farò aprire. Ma il mio gentile vicino mi evita la fatica, aprendo la porta per me.
“Avranno lasciato una copia delle chiavi nella cassetta delle lettere”, dico ringraziando.
Macché. La cassetta è vuota, fatta eccezione per un depliant pubblicitario che non tolgo neanche. Mi precipito invece per le scale e suono alla vicina del piano di sopra. Spero infatti che lei, in qualche modo, mi possa aiutare. Ma non ha chiavi in più, solo il numero di cellulare del direttore dei lavori, che afferro e scappo. Ora ho un problema più urgente: Ares.
19.09 (e non esagero). Ares decide, pago almeno per qualche istante, di poggiare infine la zampa a terra e trascinarmi dietro di lui per la strada in salita. Ovviamente, questo è il momento più opportuno perché il cellulare inizi a squillare nella borsa. E’ il consorte che si premura di sapere se ho ottenuto le chiavi e se faccio in tempo a far fare le copie. Con il cellulare in una mano e il guinzaglio nell’altra, un occhio ad Ares e l’altro a perlustrare l’ambiente per evitare che lui incroci altri cani e/o che le mie scarpe si imbattano in feci indesiderate, riesco ancora a dare una breve occhiata all’orologio. 19.13. Forse ce la faccio.
19.20 - Il problema è scoprire dove si trova il ferramenta senza avere a disposizione uno stradario. Ma ho il telefono; scopro così di avere tempo fino alle 20.00. Ma siccome la giornata è quella che è, il gentile signore mi avverte anche che non ha a disposizione uno dei due modelli, esaurito per le troppe richieste. Pazienza.
19.58 - Rientro finalmente a casa con tre chiavi in più, ma senza essere riuscita a passare dal supermercato. Decido che oggi, pizza. Telefoniamo, tavolo per due ore 20.30. Con la fame che ho, è perfetto.
20.15 - Pronti per uscire, squilla il telefono. Mammina (del consorte). Per fortuna quella santa donna è breve e il consorte ha forse più fame di me, quindi taglia corto.
20.22 - Casco in testa, moto fuori dal garage, pronti a partire.
Ma.
Il consorte si rende conto di non avere con sé le chiavi della moto. Senza, i 200 e più chili di GSR non possono andare lontano. Vado (aprire portoncino, ascensore, aprire serratura superiore, serratura inferiore della porta di casa) e recupero la chiave dispersa. Ares, perplesso, mi accompagna alla porta. (Chiudere serratura inferiore e superiore della porta di casa). Torno giù.
20.26 - La moto è poggiata sul cavalletto e la saracinesca del box è aperta. Il consorte mi comunica che le chiavi di antifurto e bloccadisco sono rimaste nello zainetto. A casa. Salgo (aprire portoncino, ascensore, aprire serratura superiore, serratura inferiore della porta di casa), non senza prima avergli ricordato che esistono i cellulari apposta. Ares, certo che ormai noi eravamo andati, ha approfittato della solitudine per ripiegare il tappeto dello studio in un comodo giaciglio, e non è molto contento del mio improvviso ritorno. Ma si sa, oggi niente buchi nelle ciambelle. Recupero le chiavi (chiudere sotto e sopra), scendo in garage.
Il consorte non c’è. E neanche la moto.
Torno su ed esco dal portone. Non c’è.
Ha pensato bene di fermarsi all’angolo dell’isolato. E vabbè.
Ma almeno, ora si parte.
20.55 - Qualche santo in paradiso deve avere avuto pietà, perché malgrado il ritardo e la fila fuori dalla porta, il tavolo miracolosamente ce lo hanno conservato. E, finalmente, ci possiamo rilassare…
Che fatica, però, per una chiave (anzi, tre).
Cancro (21 giugno - 22 luglio) 
Nell'ultimo post parlavo di una affilatina agli aculei.
Oggi, sulla homepage di splinder, tra le ultime foto caricate ho trovato questa (non riesco più a rintracciare di chi sia, però, dopo averla scaricata su flicker:

Devo prenderlo come un segnale?
Come si fa colazione a casa vostra?
A casa nostra non si fa.
O meglio, il consorte la mattina beve - a rate - una caffettiera da tre tazze di caffè, la figlia - quando c'è - riceve il primo caffè a letto, poi segue l'estro della giornata. Il figlio - quando c'è, anche lui - fa fuori quello che si trova davanti, senza troppi complimenti: due bombe, la ciambella, il cornetto o le merendine, a fasi alterne.
Il che è un problema per la spesa, nel senso che se fino a ieri faceva fuori decine di trancini, ad esempio, e tu ne hai riempito la dispensa, magari da oggi decide che non gli piacciono più, e come si dice... ti rimangono sullo stomaco (per fortuna non sempre in senso letterale).
Io? diciamo che la cosa certa è la pillola quotidiana di Eutirox (ma a volte dimentico anche quella) e un bicchiere d'acqua. Da quando il medico mi ha proibito il latte, infusi di frutta ed erbe o té, o un kiwi, o niente. Dipende dal tempo che ho.
Ma c'è una colazione, a casa, che non si può saltare. Quella di Ares (il cane, sì, avete capito bene).
Intorno all'anno di età, improvvisamente Ares iniziò a grattare via l'intonaco dalle pareti del corridoio, fino a lasciarvi buchi non indifferenti. Dedussi che aveva delle carenze di calcio, e provai a dargli il latte, la mattina. Smise immediatamente.
A poco a poco ridussi la dose di latte fino ad arrivare a quella odierna, per evitare altri tipi di complicazioni (i dalmata sono delicati di stomaco, e il latte non è il massimo di digeribilità. Quello, però, non deve mancare.
Il rito del mattino è semplice: prima la passeggiata mattutina, poi la colazione.
Se lo porto fuori io, non ci sono problemi; aspetta tranquillamente che mi tolga la giacca, poi mi anticipa fino al frigo e, di nuovo, fino alla ciotola del latte. Se lo porta qualcun altro, appena libero dal guinzaglio scatta velocemente verso la stanza dove sono le ciotole; se non trova piena quella del latte, viene a cercarmi, e allora non ho scampo neanche a letto, o in bagno.
Nel primo caso, si ferma sulla soglia della camera e inizia ad abbaiare per attirare la mia attenzione, nel secondo prova ad aprire, con una zampata, la porta del mio bagno (ma non entra) e anche lì, mi sollecita al mio dovere di vivandiera.
Stamattina tutto a posto, il latte era lì nella ciotola, ha bevuto con gusto, ma...
Finito di bere, me lo sono trovato di nuovo davanti, con il consorte sghignazzante "ti sarai dimenticata i biscotti".
Già.
Perché il bel tomo, ora, la mattina vuole pure i biscotti, dopo il latte. Due, che afferra al volo (quando il consorte, disgraziato, non gli fa fare acrobazie da circo prima di darglieli). E li vuole subito, pure...
E infatti, dopo il sollecito eccolo lì, col muso ancora sporco di latte e le orecchie attente, seduto in cucina davanti al barattolo dei biscotti.
Credo di dover dare una affilatina agli aculei, sto diventando troppo buona.
Ma con uno così... come si fa ad essere severi?
