“Parla come mangi”.
E’ una cosa che si dice a chi ci sembra usare un linguaggio affettato, che non è il suo. Ma parlare, come mangiare, è qualcosa che si fa in tutto il mondo, in modo uguale eppure diverso.
Uguale, perché il cibo è una delle poche cose a cui nessun animale – neanche l’uomo – può rinunciare, se vuole continuare a vivere. Diverso, perché, come le lingue, anche i gusti e le abitudini alimentari cambiano da un posto all’altro.
Come i nomi del pane e le sue forme, che ripercorrono i giorni di una vita.
Come un pezzo di formaggio, sognato per vent’anni quale miraggio di una vita migliore, distante continenti interi. O come un pacco mandato da lontano, che ti fa sentire a casa, ti fa pensare che va tutto meglio.
Un ricordo, un miraggio, un sogno, l’odore di casa.
Perché c’è cibo per il corpo e cibo per l’anima, e non sempre si può distinguere l’uno dall’altro. A volte è il cibo a dare ispirazione, altre è l’ispirazione a diventare cibo.
Ma tra anima e corpo, e nel modo di nutrirli, possono esserci oscuri legami.
Quante volte abbiamo pensato che il cioccolato sia un sollievo per l’anima. E se lo fosse per davvero?
E se in un krapfen trovassimo la differenza tra vita e morte?
Cibo per l’anima, l’amore. Uno, oscuro, che viene dal mare. Uno che vive nei ricordi di un padre scomparso; uno che, forse, arriverà se gli apriranno le porte che qualcuno ha serrato prima di partire per l’ultimo viaggio , quello che qualcun altro ha intrapreso già.
… e fantasia, diceva il titolo di un film. Ciò che occorre per una bella fiaba, ciò che ci spinge verso il nuovo, anche se ci costerà caro.
Ciò che potrete trovare, ancora, in questo Buràn.
Non avete forse già l’acquolina in bocca?














