lunedì, 18 febbraio 2008

“Parla come mangi”.

E’ una cosa che si dice a chi ci sembra usare un linguaggio affettato, che non è il suo. Ma parlare, come mangiare, è qualcosa che si fa  in  tutto il mondo, in modo uguale eppure diverso.

Uguale, perché il cibo è una delle poche cose a cui nessun animale – neanche l’uomo – può rinunciare, se vuole continuare a vivere. Diverso, perché, come le lingue, anche i gusti e le abitudini alimentari cambiano da un posto all’altro.

Come i nomi del pane e le sue forme, che ripercorrono i giorni di una vita.

Come un pezzo di formaggio, sognato per vent’anni quale miraggio di una vita migliore, distante continenti interi. O come un pacco mandato da lontano, che ti fa sentire a casa, ti fa pensare che va tutto meglio.

Un ricordo, un miraggio, un sogno, l’odore di casa.

Perché c’è cibo per il corpo e cibo per l’anima, e non sempre si può distinguere l’uno dall’altro. A volte è il cibo a dare ispirazione, altre è l’ispirazione a diventare cibo.

Ma tra anima e corpo, e nel modo di nutrirli, possono esserci oscuri legami.
Quante volte abbiamo pensato che il cioccolato sia un sollievo per l’anima. E se lo fosse per davvero?

E se in un krapfen trovassimo la differenza tra vita e morte?

IL CIBO è il filo rosso che unisce i racconti del Materiale in questo quarto numero di Buràn. Ma il cibo è vita, è lavoro, è sogni, e sconfina nell’Immaginario, attraversa le parole ma anche le immagini. Segna le parti di una messa un po’ atipica, si scalda su una stufa a carbone, assume la forma di un omino di zenzero e giunge, in succulente bistecche, fino ai campi di petrolio dell’Alaska.
 
Cibo per l’anima, l’amore. Uno, oscuro, che viene dal mare. Uno che vive nei ricordi di un padre scomparso; uno che, forse, arriverà se gli apriranno le porte che qualcuno ha serrato prima di partire per l’ultimo viaggio , quello che qualcun altro ha intrapreso  già.

… e fantasia, diceva il titolo di un film. Ciò che occorre per una bella fiaba, ciò che ci spinge verso il nuovo, anche se ci costerà caro.

 

Ciò che potrete trovare, ancora, in questo Buràn.

 Buràn n. 4 - IL CIBO

Non avete forse già l’acquolina in bocca?

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lunedì, 01 ottobre 2007
La storia dell’umanità inizia con un conflitto; almeno così racconta la Bibbia.
“Io porrò inimicizia tra te e la donna” dice Dio al serpente “questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”.
Una testa in pericolo, un calcagno a rischio.
Poca roba, insomma.

Poi l’uomo ha proseguito a lungo su questa strada, perfezionandosi sempre più.
Ha scoperto nuovi modi di uccidere e di allargare i conflitti, si è liberato di schiavitù fisiche per inventarne altre ancora più gravose.
Allora le guerre hanno iniziato a non coinvolgere solo i soldati, ma sempre più vittime innocenti. E le ferite più dolorose hanno iniziato ad essere quelle dell’animo.

Perché si può sopravvivere alle torture e tornare a sorridere, oppure portare dentro di sé i propri fantasmi anche quando intorno sembra essere tornata la tranquillità. 
E certe volte, sentirsi in colpa per essere sopravvissuti.

Ci sono conflitti che saltano sulle prime pagine dei giornali ed altri che divampano nell’indifferenza, ma tutti lasciano dietro di sé strascichi di sangue e paura.

Ci sono guerre combattute per la strada, piccole guerre di quartieri che non conoscono altro, dove la famiglia è la banda, e non contano i legami di nascita.

Ci sono piccole vittorie, qualche volta, che lasciano un buon sapore in bocca almeno per un poco, o ci rimettono in pace con noi stessi .

E ci sono sconfitte, che bruciano dentro di odio e di amore.
 
Poi, altrove, sono sogni d’acqua e di viaggi intorno al mondo, ferro e fuochi nella notte.
E una scommessa da non prendere troppo sul serio. O forse sì.

Queste – e non solo - le voci che Buràn ha raccolto nel suo terzo numero, che dedica la sua parte monografica (Il Materiale) al Conflitto, non indietreggiando di fronte a nessuno dei suoi aspetti.

Come in una partita a scacchi, in cui lo “shah-mat” è solo l’ultima mossa.

Buràn 3 è online…
 
 
Buràn 3 - Il Conflitto   
 
E voi, che aspettate a leggerlo?
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martedì, 08 maggio 2007
In un libriccino che vi consiglio di leggere, Roberto Alajmo scrive, a proposito di Palermo: “La Città è così. È fatta a strati. Ogni volta che ne sbucci uno ne resta un altro da sbucciare”.
 
Come le cipolle.
 
Ma non è così solo per Palermo.
Tutte le città, a loro modo, offrono piccole parti segrete di sé a chi le vuole esplorare. E Buràn, questa volta, ci guida nel percorso offrendoci finestre da aprire, zigzagando nel traffico o, semplicemente, fermandosi davanti a un vecchio in difficoltà.
Strati di polvere, di indifferenza o di stupore, di sudore e disperazione sono pronti per essere sfogliati.
 
Ma il viaggio non finisce qui.
Perché di strati è fatto anche l’animo umano, e le distanze non si superano solo fisicamente. A volte basta solo una parola, altre un gesto.
E da certi viaggi, è difficile tornare indietro.
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martedì, 09 gennaio 2007
Da principio furono quelle, spaccate dal gelo, di un lavapiatti in Antartide; poi scivolarono, immobili, sui fianchi di una farmer cui avevano sottratto la terra con un cavillo.

Invecchiarono, nodose e sagge, sul volante di un tassì moscovita e furono sommerse, senza vita, dal crollo di una miniera in Polonia.

Raccoglievano escrementi le mani piccole di donne indiane, trascinavano sedie quelle di un cameriere-tenore, per il quale poche altre mani si muovevano all’applauso in un ristorante italiano laggiù, in Messico.

Poi furono ancora mani forti, a tenere ferme le gambe di incerti passeggeri, nelle strade allagate dell’Angola, e mani irrispettose, a strappare manifesti a Hong Kong.

Infine, mani d’uomo e di scimmia, l’una accanto all’altra nell’insegnare e apprendere nuovi trucchi.

 

Ma dietro di loro, altre mani hanno reso visibili queste storie di mani e di lavoro scivolando sulle tastiere. E ancora mani a cercare, contattare, tradurre e dare corpo a ciò che prima sembrava troppo lontano e perciò irraggiungibile.

Perché c’è questo di bello, nella rete: il mondo può essere a portata di mano.

 

 

(Il viaggio delle mani non finisce qui, ché in altri posti ci porta l’immaginario, sulle rotte del vento di Buràn. Il primo numero è già online, cosa aspetti a toccarlo con mano?)

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