mercoledì, 25 giugno 2008
Tranquilli, non è l’ennesimo post per l’eliminazione dell’Italia dagli Europei (anche se, in verità, non ne ho visti poi tanti in giro, e quelli che ho visto non sembravano poi sconvolti).
 
E di che si tratta, allora?
 
Siamo a Terra” è l’ultimo numero della rivista Margini, edita da Navarra Editore.
Margini-Siamo a TerraE’ una rivista che, com’è scritto nella presentazione, “nasce con l'intento di pubblicare, insieme ad autori già noti, narratori sommersi degni di qualche attenzione e di creare uno spazio condiviso da chi pratica il racconto, da chi si fa delle domande e cerca delle risposte leggendo e scrivendo.  Il titolo, Margini, fa riferimento anche alla linea di confine geografico e culturale su cui si colloca la Sicilia, segnalando quindi l'apertura ad ospitare racconti dagli “altrove” con cui il confronto  sembra più necessario”.
In particolare, questo numero ha, come tema monografico, le questioni ambientali: non la versione “catastrofica” così di moda, da qualche tempo, nelle produzioni cinematografiche, ma le tematiche relative a un futuro eco-sostenibile.
Leggo ancora, stavolta dall’editoriale: “La nascita di un nuovo progetto di vita individuale e collettiva, di uno sviluppo armonico e non cannibalesco delle società, di un ambiente risanato, ha bisogno non solo di informazioni adeguate ma di una nuova cultura delle differenze e del rispetto. E di un nuovo linguaggio, diverso dalle parole sulfuree dell’apocalisse”.
 
Eh, ho capito.
“Bello, bello, ma tu che c’entri?”
 
Un po’ di pazienza e ci arrivo.
 
Quando medicineman mi scrisse per dirmi che mi aveva inserito nella rosa dei blogger che aveva selezionato per la rubrica “il pescatore nella rete” che cura appunto su “Margini” e chiedermi se c’era qualcosa in particolare che mi sarebbe piaciuto sottoporre alla selezione, non dico che mi venne il panico, ma certo mi sentii in imbarazzo.
Perché se ogni scarrafone è bello a mamma soja, quello che scrivo mi lascia sempre un po’ insoddisfatta, anche se poi mi dico “chista è ‘a zita” (cioè, questo è ciò che sono capace di fare) e lo pubblico.
 
Malgrado l’incertezza iniziale, riuscii a scegliere tre o quattro dei miei cunti ai quali, all’ultimo momento, aggiunsi un altro racconto che scrissi ancor prima di aprire il blog e che fu pubblicato allora su “sacripante!” nel numero dedicato proprio ai Margini”. In quel numero la rivista ospite del “Fuori logo” (la rubrica che raccoglieva le “parole scritte altrove”) era appunto Margini, allora pubblicata da “Letteralmente”. Sulla rivista cartacea, la rubrica "il pescatore nella rete" ospitava invece i racconti di colfavoredellenebbie e fuoridaidenti (era l'anno 2005, ma lo ricordo ancora).
 
Dev’essere stato quest’affollamento di Margini che ha fatto decidere la redazione, perché alla fine il racconto sacripantico (il cui titolo era, con scarsa fantasia rispetto al tema, “Vivere ai margini”) è stato scelto e ora fa mostra di sé sulle pagine grigioperla della sezione dedicata al “pescatore nella rete”.
 
“Siamo a Terra” sarà invece presentato VENERDI' 27 giugno alle 20 all'Expa di Via Alloro a Palermo.

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mercoledì, 28 maggio 2008

Dissonorata?

Sdisonorata, si dice da noi. E quella S iniziale ha il suono di una staffilata.
Pasqualina s'allattariava, e la sua agitazione l'ha persa, la sua scia è stata benzina e fuoco che solo le lacrime, solo quelle - e l'amore, quello che cura, quello che lenisce - possono spegnere.


(Ne ho conosciute, in Calabria, donne che girano con la testa bassa; se la tengono alta, è perché regge la cesta dei panni per andare al fiume a lavarli, che la lavatrice non lo fa come si deve. Ne ho conosciute, a mangiare in piedi o sedute sugli scalini, mentre gli uomini bevono e scherzano, seduti a tavola. Ne ho conosciute, e non erano neanche vent'anni fa)
 
 
Questo scrivevo tempo fa, quando la Signora delle Brioches parlò per la prima volta di Pasqualina. E quando ha riparlato di lei, donna tra le megere, non ho esitato nell’andarla a trovare.
 
Pensavo di conoscerla, dalle parole di Brioche e dai ricordi.
Ma quando la luce si è riaccesa e l’ho vista, solo allora ho cominciato a riconoscerla.
Lei, con la testa bassa come quando camminava per la strada, a contare le pietre per non incontrare sguardi altrui.
Lei, con una mano in grembo e l’altra a lisciare la veste oltre il ginocchio, lei con i piedi uniti e irrequieti, lei, che le manca solo un fazzoletto in testa per essere uguale alle donne che, piccola, ho visto non sul Pollino, ma nella valle dell’Erice o nei paesi della Conca d’oro.
Perché la lingua che parla non è forse la stessa che parlavano loro, e al tempo stesso lo è. Diverse le parole – simili, spesso – uguali i gesti.
Lei è Pasqualina.
 
Pasqualina prende vita in un attimo, in una parola, in uno sguardo, in un gesto.
Un secondo prima, il riflettore illuminava una sedia su cui era seduto un uomo brizzolato, con una vestina scura, da casa, sopra abiti scuri anch’essi.
Un attimo dopo quell’uomo non c’era più, e c’è lei.
Con le sue paure, le sue speranze, lo sguardo illuminato dall’attesa e dallo stupore, spento quasi mai, malgrado tutto.
Lei, con la sua voce ora allegra e tintinnante come il campanello delle sue pecore, ora bassa e rivolta all’interno, come se solo parlandone capisse i fatti che le sono accadute.
Lei, un giacchetto rosso in mezzo alle vesti nere delle donne, vedove a volte ancora prima di sposarsi, ché la guerra ha tolto molti più uomini di quelli che sono tornati, e questi hanno scelto le più giovani, lasciando le altre al loro destino.
Lei, che mantiene un cuore intatto e fiducioso anche quando il corpo non lo è più – e lo ripete, e conta i giorni da quando non lo è più, intatta – e l’animo riceve le ferite che l’abitudine all’indifferenza e alla distanza altrui non riescono ad evitare, ma il cuore trova nuove strade, a dispetto di tutto.
Lei, che non sa dello splendore che le brilla negli occhi quando sogna, perché non si è guardata mai.
Lei, che è così sola tra le pecore e le vacche, e le pietre da contare, che l’unica cosa su cui può sollevare uno sguardo è una statua, sua sola amica, cui presta voce e sguardi, delusioni e sospiri.
Lei, che sola non ci vuole restare, a fare la zitellona, e carica i panni lavati di attese e speranze, semplici e bianche come lei.
Lei, che le stelle in cielo la riempiono di gioia e la Stidda sulla terra è l’unica che le dà un po’ di conforto.
Lei, che attende e spera, e attende ancora, e rinuncia solo davanti a una lettera “a strisce”, di quelle dall’America, celesti come la macchina dell’innamorato suo.
Lei, che non capisce il male se non quando è troppo tardi, quando benzina e fuoco le bruciano le carni, ma non l’annientano.
Lei, che lo sguardo al cielo non potrà più levarlo, ma quello alla terra le viene ricambiato da un figlio, nato come “il santo più grande”, rifiutato dagli uomini, scaldato dalle bestie, nella notte di Natale.
 
Lei, che vorrei raccontare meglio di come le mie parole riescano a fare.
Lei, che buca il cuore e ne sgorgano lacrime. Ma di quelle che fanno bene.
Perché, come dice la Brioche, certi dolori sono meglio delle gioie.
 
 
(Sono andata a vedere Dissonorata, qualche giorno fa, al Teatro India di Roma. Ne sono uscita con gli occhi bagnati e il cuore pieno di buchi. Buchi per le speranze disattese, buchi per la solitudine di un cuore che chiede solo di amare, buchi per l’arroganza e la stupidità con la quale, a volte, chi dovrebbe sostenere e proteggere si erige ad arbitro della vita e della morte. Ma la vita, a volte, ci salva a dispetto di tutto.
Di Pasqualina ha detto, molto meglio, Brioche. Ma anche le sue parole non bastano. Bisogna vederla, per capirla ed amarla. Se potete, fatelo senz'altro)
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venerdì, 29 febbraio 2008
Ci sono storie che (non) sono esistite, e che forse (non) esisteranno ancora.
In questo giorno, convenzione tra le convenzioni, queste storie  trovano  corpo virtuale in un blog che non c'era e non ci sarà, ma che oggi, come una farfalla, inizia e finisce la sua vita.

Ma se riuscite a guardare tra le sue ali, scoprirete colori meravigliosi.

Storie di inesistenze si aprono al vostro sguardo, per oggi soltanto. Sarete capaci di coglierle?





Colonna sonora: Elisa - Qualcosa Che Non C'È
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lunedì, 25 febbraio 2008
La mattina era grigia e fredda, il sole non riusciva a trapassare le nubi e la città era avvolta da un nastro d’ovatta, che si sfaldava piano al suo avvicinarsi.
 
Marisa infilò i piedi nudi nelle pantofole, strinse i lembi della vestaglia da uomo che le faceva da soprabito e uscì per strada.
 
Sentiva addosso gli sguardi della gente fermarsi sul cerchio bianco dei capelli, su in cima alla testa, mentre era un castano spento a circondarle il volto; scendere poi al turchino del pigiama e al soprabito troppo largo, giù fino alle caviglie ossute e alle pantofole di pelle screpolata.
Non sul suo viso, no. Nessuno la guardava mai negli occhi, a meno che non fosse lei a fare una domanda, ed era sempre la stessa: “L’avete visto, voi?”
Allora poteva scorgere la lotta tra imbarazzo e educazione nel guizzo degli occhi altri, che si puntavano nell’acqua dei suoi cercando di fermarvisi giusto per il tempo di un “No”.
 
Nessuno le chiedeva “chi” avrebbero dovuto vedere. Quelli che lo sapevano preferivano  tacere e gli altri non tolleravano l’attesa nel suo sguardo un momento di più. Sul “no”, invece, il suo sguardo si spostava in avanti, cercando in un altro volto la risposta che non arrivava mai.
Quando camminava, Marisa lo faceva con gli occhi bassi, le mani a tormentare la lunga cinta del cappotto, i piedi trascinati nelle pantofole. Si infilava tra le macchine ogni volta che sentiva il rombo di un motore, ma poi era per strada che continuava la sua ricerca, mattina dopo mattina.
Le sembrava che le ore del giorno passassero prima, così in movimento. Ma le notti, quelle no, erano infinite.
 
Si rannicchiava in un angolo del letto troppo grande, le lenzuola fredde che a poco a poco prendevano il calore del suo corpo. Faceva finta che fosse solo quello lo spazio che le toccava, un muro di cuscini a dividerla dal vuoto e darle l’illusione di una presenza.
Ma questo non serviva a cullarla nel sonno; il ricordo di un fiato caldo accanto al suo era più forte di tutto. Della stanchezza cui si costringeva, camminando tutto il giorno in una vana ricerca; delle orecchie tese a percepire il minimo rumore, i passi sul pianerottolo che, volta per volta, proseguivano senza mai fermarsi. Più forte perfino del dolore e della paura di ciò che poteva essere capitato.
E stava sveglia, allora, seminando ricordi e camminandovi sopra in punta di piedi per cercare di capire quale fosse stato il momento, quand’è che Aldo aveva deciso di andar via.
 
Chi l’aveva visto diceva che si vedeva subito il suo cattivo carattere, dallo sguardo con cui sfidava, dal basso in alto, chiunque gli capitasse a tiro.  Non che litigasse sul serio, no. Preferiva stare per conto suo, ma il suo sguardo e un lieve passo in avanti, come un accenno di attacco, mettevano gli altri sul chi vive.
 
Erano stati quello sguardo e quel passo a catturare lei. Vi aveva letto una richiesta, non una minaccia. E a quella aveva risposto, aprendo le porte della sua casa e del suo cuore.
 
Lo scambio era equo, in fondo. Lei voleva qualcuno da amare e di cui curarsi, lui voleva qualcuna che si curasse di lui. Così era stato, almeno per un poco di tempo, con reciproca soddisfazione. Marisa vedeva gli sguardi di compatimento del portiere, o la disapprovazione della gente che incrociava per strada e che notava il contrasto tra la lucida perfezione di lui e l’opacità della donna che lo accompagnava. Li vedeva, ma non dava loro peso.
 
“Ad Aldo non importa, se non sono bella” si diceva, guardandosi passare nello specchio di una vetrina. Che ne sapevano, gli altri, della dolcezza di un risveglio in cui il suo sguardo trovava sempre occhi vigili ad accoglierla? O del calore di un corpo accanto al suo, che cacciava finalmente il freddo di notti solitarie? O delle quiete parole accanto a un piatto di minestra, orecchie pronte al racconto di una giornata insulsa, forse, per altri, ma finalmente la sua?
 
Le bastava, tutto ciò, per essere contenta. Ma non era così per Aldo. Non più, lo sentiva. Dopo i primi tempi, ora ogni volta che stavano fuori, in mezzo alla gente, lui tendeva ad allontanarsi come se la sua vicinanza le desse fastidio, o non volesse far sapere che stavano insieme. Se lei provava ad andargli accanto, lui si ritraeva di scatto, e per le prime volte vedeva, nel suo sguardo, quell’accenno di minaccia che gli altri temevano.
 
Cominciarono così ad andare separati. Lui qualche passo avanti, lei lo seguiva docilmente, assecondandone i capricci e gli improvvisi cambi di direzione. Presto neanche questa distanza sembrò bastargli. Allungava il passo per quanto gli consentisse la sua statura, l’aspettava solo se costretto e poi quasi correva via, indispettito dall’attesa.
 
Marisa lo seguiva ugualmente, paga ancora dei momenti in cui, chiusa la porta di casa, lui tornava ad essere il compagno delle sue notti.
 
Poi iniziò a notare come gli occhi di Aldo non la seguissero più, neanche nella quiete della loro casa. Lo sguardo, prima attento, era sempre più spesso rivolto verso la porta, una via di fuga che gli sembrava negata. I suoi passi lo portavano spesso lì, davanti alla porta d’ingresso; sobbalzava al richiamo di lei, come se lo distogliesse da pensieri lontani.
 
Non litigavano, no. Alle sue richieste di chiarimenti, Aldo opponeva un ostinato silenzio. La guardava come se le sue accuse fossero un pazzesco equivoco, ma i suoi occhi subito si staccavano da lei e seguivano altre strade.
 
Fu durante uno di quei monologhi tristi che Marisa, irritata e stanca, gli disse in faccia: “Quella è la porta, se vuoi. Non ti trattengo”. E per dare forza alle sue parole, l’aprì davvero.
 
Aldo la guardò per un attimo, come per valutare se crederle o meno. Poi si voltò e uscì.
 
“Tornerà. Lo fa sempre” pensava Marisa preparando la cena. Pensò lo stesso l’indomani, e ancora il giorno dopo. Poi non lo pensò più e cominciò a cercarlo per strada, e a chiedere, senza mai una risposta.
 
 
 
A pochi chilometri di distanza, Aldo osservava, distratto, una donna che camminava poco avanti a lui. La vide fermarsi, chinarsi a raccogliere qualcosa, poi avviarsi di nuovo. Un cane le caracollava accanto e lei ogni tanto si chinava ad accarezzarne la testa.
Si fermò un poco a guardarli mentre si rimpicciolivano in distanza. Poi tornò a leccarsi il pelo e, terminata la toletta, riprese la sua strada.
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lunedì, 21 gennaio 2008
Fuori i fiocchi si inseguono ma la loro discesa è lenta, più una danza che una corsa verso il terreno. Eppure questa danza dura ormai da ore.
Siamo arrivati stamattina nel “nido”,  la casa su in montagna.
Veniamo qui quando possiamo, tu ed io. Per un accordo - non dichiarato, ma sorriso - spegniamo entrambi i cellulari appena imbocchiamo la strada sterrata, per riaccenderli solo al ritorno.
E non è questo, il momento.
 
Ti guardavo prima, mentre spaccavi la legna. Ogni tanto raccoglievo i pezzi per riporli nella legnaia.
Il tuo profilo, di solito severo, appariva teso nello sforzo, ma sereno.
La maschera che ti nega al mondo si spegne con il telefono; con esso l’accenderai di nuovo, ma qui sei solo tu, ed io lo stesso.
Hai incrociato il mio sguardo e mi hai sorriso; poi, stanco e accaldato, mi hai teso un manico della cesta e siamo rientrati insieme.
Ti guardo ancora adesso al lavoro, la pala si alza di lato e batte poi la neve per renderla compatta. Destra, centro, avanti per un po’ e poi dall’altro lato. Metodico e preciso, anche in questo.
Stai giocando anche, un poco. Lo vedo dalla linea delle spalle, lo so senza neanche vederti, e infatti non ti guardo più.
Guardo la neve, ora, guardo il mio alito che traccia ombre sul vetro. Alito e fumo di una sigaretta accesa.
Non ho mai imparato a fare anelli di fumo; tu sì, e me li avvolgi intorno, nodi di una catena impalpabile e lieve.
 
La porta si chiude alle tue spalle, distogliendomi dai pensieri e dalla neve che scuoti, acquosa e sporca, da giacca e cappello prima di toglierli.
Fa freddo, fuori. Fa freddo un po’ anche dentro, si è intrufolato con te, ma non durerà a lungo.
C’è legna che scoppietta nel camino, la cesta lì accanto è ancora piena; basterà ad evitare un viaggio notturno alla legnaia.
Batti le mani l’una contro l’altra e i piedi, a turno, rimbombano sul legno.
Hai freddo anche tu, si vede.
Ti guardo e sorrido.
Meriti certo un premio. “Spogliati, che prendo l’olio.”
“Ma, nudo, sentirò ancora più freddo”, protesti, ma sorridi anche tu.
 
Ti faccio sdraiare per terra. A pancia in giù, un telo a proteggere il tappeto, un altro a coprirti spalle e glutei. Prima di iniziare tolgo lo spesso maglione, perché le mie braccia siano più libere nei movimenti. Lascio soltanto la sottoveste leggera. La pelle si solleva in protesta, ma so già che sarà il movimento a creare calore.
 
Tu chiudi gli occhi e ti abbandoni nelle mie mani.
Inizio a massaggiarti i piedi, freddi e rigidi. Passo le mie dita tra le tue, solletico la pianta, ne alzo uno e lo poggio sulla mia pancia calda mentre mi occupo di caviglia e polpaccio.
Si sporcherà, penso, ma non importa.
Tocca all’altro, ora, subire lo stesso trattamento.
Poi li sollevo entrambi; i tuoi calcagni sostengono il mio seno mentre mi chino verso di te, a raggiungere le cosce.
Ma le mie braccia sono troppo corte, devo cambiare posizione per proseguire il massaggio.
Mi tengo un po' sollevata, le gambe larghe per dar spazio alle braccia.
Allungo il tocco fino alle cosce, cerchi più larghi ad ogni spinta verso l’alto. Risalgo a poco a poco fino all’altezza dei glutei ma non li tocco.
Non voglio che tu ti irrigidisca, adesso, voglio i muscoli rilassati sotto le mie mani.
Abbasso il telo fino ai fianchi, colgo il tuo brivido di reazione ma so che non durerà e lo ignoro.
Passo alle anche per non perdere contatto con il tuo corpo, ma le mani le senti solo attraverso il tessuto.
Salgo ancora, arrivo alla vita.
Posso affondare le mani sui tuoi fianchi e massaggiarti la schiena.
Il mio tocco è forte ma leggero, senti la pressione scivolare su, lungo le vertebre fino al collo. Per raggiungerlo devo chinarmi ancora di più verso di te, quasi a sfiorarti con il corpo.
Ti sciolgo i muscoli, premo su ogni vertebra per distendere gli anelli, senti il mio pugno sulla schiena, il mio fiato che riscalda nello sforzo.
Senti la mia fatica, i capezzoli tesi sulla seta che sfiora piano la tua schiena mentre mi stendo, quasi, su di te, percorrendola per intero.
Dovrei massaggiarti le braccia, ora, ma la mia posizione non me lo consente. Dovrei torcertele, per farlo, e non voglio.
Prendo solo le tue mani, poggio le nocche in circolo sul palmo per una lieve pressione, scaldo le dita una per una.
Non hai più freddo, ora. Io, invece, sudo.
Una goccia scivola via, giù lungo il corpo e sulla tua schiena, che l’olio rende lucida alla fiamma del camino.
 
Mi sollevo solo un poco, ti do un bacio sulla spalla per dirti che il massaggio è finito.
 
“Ora sì” sussurro, china sul tuo orecchio “Puoi girarti, ora, se vuoi”.
 
 
Mi risponde, sommesso, il tuo russare.
 
 
 
 
 
 
 
 
Colonna sonora: Ella Fitzgerald – Why can’t you behave

 

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lunedì, 17 dicembre 2007

Puntuale come una cambiale...
Non l'ho scritto mica io, è quello che scrive
Sir Squonk nella sua introduzione e, non contento, nel post di presentazione al Post sotto l'Albero, giunto nel 2007 alla sua quinta edizione, e che potete scaricare qui.
Ciò che invece ho scritto è che, in un pianeta che finalmente si accorge della necessità di un risparmio energetico, io ho rivendicato il risparmio creativo, ripescando nel mare delle storie dimenticate una che, fin dall'inizio, non aveva affatto voglia di essere raccontata...

C'era una volta…
 
“Un pezzo di legno!” dirà qualcuno che, avendo letto Pinocchio, immagina il colpo di scena.
E invece no, niente pezzi di legno.
C’era una volta una storia che non voleva essere raccontata.
Bisogna dire che le storie, quando nascono, sembrano tutte uguali: tutte hanno un inizio, uno svolgimento e una fine (vabbè, c’è “la storia infinita”, ma è l’eccezione che conferma la regola, no?).
Il fatto è che, finché non vengono riempite, le storie sono in realtà una storia sola, e stanno quindi a vagare l’una accanto all’altra nella grande vasca del F.O.R.S.E.  (Fondo.Oceanico.Reperimento.Storie.Eleggibili) fino al momento in cui la prima parola non ne afferra all’amo una e la tira fuori, iniziando poi a plasmarla nel P.O.N.G.O.  (Piano.Organico.Narrazioni.Generiche.Occasionali).
 
La storia – definirla meglio sarebbe già raccontarla, e capite bene quanto questo vada contro i suoi desideri – cercava, muovendosi con attenzione, di evitare gli stessi ami che le sue vicine, al contrario, sembravano a volte desiderare.
Alcuni le apparivano troppo tozzi e  grossolani, altri - sottilissimi e lunghi – troppo fragili per sostenere il suo peso; altri, infine, avevano lunghezza e dimensioni giuste, ma non le parevano adeguatamente acuti.
Nessuno, quindi, le faceva desiderare di diventare unica, facendole preferire l’indistinta compagnia delle sue vicine.
Ma, a dire tutta la verità, la ragione di tale atteggiamento schizzinoso nuotava spesso – e non era un caso – a poca distanza, e non era poi tanto indistinta.
Si trattava infatti di una storia unica, anche se continuava beatamente a nuotare insieme alle altre, schivando gli ami di passaggio.
La sua unicità stava appunto nel fatto che c’era qualcosa a distinguerla da tutte: da una parte aveva un piccolo strappo, proprio lì in cima, dove un amo/parola aveva provato a lasciare il suo segno. 
Quando aveva dato uno strattone per liberarsi, qualcosa le era rimasto attaccato: un apostrofo. Troppo per non distinguerla dalle altre, troppo poco per essere plasmata.
E così continuava a vagare qua e là, seguita dalle gomitate delle storie che, quando passava, la indicavano l’una all’altra; consapevole di sé ma ignara di quanto succedesse fuori da sé. Non aveva un posto, né dentro né fuori dalla vasca, e allo stesso tempo faceva parte del dentro e del fuori.
Era proprio ciò che la storia voleva essere, e così la seguiva da presso, cercando di carpirne i segreti. Schivava gli ami/parola con destrezza, cercando quell’unico che le avrebbe potuto dare la libertà di non essere altro che… già, che cosa?
Perché essere qualcosa, significava raccontare una storia.
E questo, proprio, non lo voleva.
 
Fu proprio mentre pensava queste parole che una, inarcatasi improvvisamente, la tirò su.
 
Era… anzi, C’era.
Con l’apostrofo.
 
 
C’era una volta un albero di Natale. Non era un albero come gli altri, non aveva foglie, né luci, né fili colorati. Era un albero di parole. Alcune belle, altre meno; alcune avevano ancora l’odore delle cose nuove, altre sapevano di polvere e passato. C’erano poesie, fili sottili e delicati pronti a rompersi per un tocco più rude, o cascate di racconti che brillavano di luce propria. C’erano immagini piene di colori, e storie che aprivano il sorriso. Tra le tante, una piccolina stava lì, in disparte. Si guardava intorno, stupita di stare lì fra tanta bellezza, ma contenta, infine, che C’ERA. 
 

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martedì, 27 novembre 2007
(parte seconda; la prima si trova qui)
 
Era una domenica di fine agosto, una di quelle giornate in cui le strade delle città sono ancora vuote di macchine e di rumori.
Quasi ogni mattina Maia si alzava presto per fare la sua passeggiata: un giro breve - mezz’ora appena - che serviva a svegliarla del tutto e prepararla alla giornata.
La domenica non faceva eccezione, non quel giorno almeno.
Si era svegliata all’alba con una sensazione strana. Un incubo probabilmente, ma non riusciva a ricordare, la mente era come ovattata. Per un po’ si era rigirata nel letto, tentando di riaddormentarsi; ci aveva infine rinunciato e, indossata qualcosa in fretta, si era chiusa alle spalle la porta di casa.  Camminare di solito la rilassava, rendeva la mente più lucida e attenta.
Uscì nella strada deserta, dove i lampioni ancora accesi sbiadivano al confronto della luce che si spandeva da est.
Riusciva a distinguere il suono dei suoi passi sull’asfalto, prima incerti sulla direzione, poi guidati dalla consuetudine. Meglio così, seguire un percorso noto avrebbe consentito alla mente di percorrere altre strade, nel frattempo.
Camminando, cercava di ricostruire il sogno interrotto per riallacciarne i nodi. Ricordava, però, solo rari frammenti: una porta, delle voci, la luce alle spalle del buio. Solo, non riusciva a vedere oltre.
 
Era immersa in questi pensieri quando inciampò. Non riusciva a capire su cosa: il marciapiedi sembrava sgombro perfino di quelle cacche di cane che così spesso si trovavano lì, vicino alla rete.
I suoi passi l’avevano condotta fin lì.
Ancora piegata per controllare eventuali danni, scorse qualcosa che, altrimenti, avrebbe ignorato. Nella rete da poco ricucita qualcuno stava allentando alcune maglie. Il buco non era ancora abbastanza grande da consentire un agevole passaggio e alcuni rami erano stati spostati in modo da nasconderlo almeno in parte, ma uno sguardo più attento lo rivelava senza alcun dubbio. Non era l’effetto di tempo e ruggine, ma di mani determinate.
A fare cosa, si chiese, ma in quel momento una cornacchia si levò gracchiando dal ramo di un albero lì vicino. Fece un giro, poi si posò accanto a una compagna dal lato opposto della strada. Nel volo, una penna si staccò, ondeggiando a spirale nell’aria fino a fermarsi davanti ai suoi piedi: si accorse di averla seguita con lo sguardo quando se la trovò tra le mani.
La mise in tasca, poi si affrettò verso casa.
 
La settimana trascorse nel solito tran tran; agosto era un periodo buono anche per il lavoro. La routine mattutina, poi alcune ore di calma, il pranzo leggero e – se non era troppo caldo – una passeggiata; poi pomeriggi pigri e serate tiepide in compagnia.
 
L’alba della domenica la sorprese di nuovo in veglia.
Si alzò lentamente per non fare rumore e si vestì in silenzio nella casa addormentata.
C’è un momento, uno solo, che segna il passaggio dalla notte al giorno. Nelle città questo è dato da un timer, che spegne tutte insieme le luci dei lampioni stradali. Fu quello l’attimo in cui mise i piedi fuori dal portone, anche se quasi non si accorse della differenza. Malgrado fosse sveglia da un pezzo, la sua mente vagava ancora nei confini del sogno, quel sogno così reale da sembrare quasi vero, quel sogno che l’aveva portata proprio…
 
Lì, dove si trovava. Era lì, davanti alla rete. Qualcuno, stavolta, ne aveva rigirato i lembi in modo da creare una specie di varco, sollevato da terra appena quel poco che occorreva per superarla con un balzo. Oltre lo spazio vuoto, l’erba pestata creava una specie di sentiero, che si inoltrava tra i rovi e poi spariva lì, in mezzo agli alberi. Lo seguì con lo sguardo fino a perderlo, sporgendosi quasi oltre lo strappo nel tentativo di vedere di più, ma non si poteva. Lasciò che i suoi occhi vagassero ancora qualche minuto, poi riprese il cammino verso casa.
 
Ma il pensiero era lì, e ogni volta che i suoi piedi la portavano lungo la rete rallentava il passo, cercando di distinguere al di là della recinzione segni dell’altrui passaggio. Sapeva ormai dov’erano i vari oggetti prima di vederli, ne controllava la posizione con la coda dell’occhio per trovare tracce di eventuali spostamenti, ma invano. Tutto ciò che riusciva a vedere erano i gatti che saltavano la rete con un balzo e poi si giravano a guardare i loro inseguitori, ringhianti ma impotenti, prima di allontanarsi ancheggiando con grazia.  
 
La rete popolava anche i suoi sogni. Qui però sembrava diversa, e ogni volta che vi si trovava di fronte riusciva a scorgere qualcosa di nuovo: un’apertura nascosta, impronte che l’attraversavano, il canto degli uccelli che sembrava quasi un richiamo e veniva proprio da lì, dal cuore del bosco. Le chiome degli alberi ondeggiavano nel vento e anche il rumore delle foglie sembrava sussurrare il suo nome. Non era possibile, lo sapeva; o forse sì, nei sogni tutto ha regole diverse.
 
Il risveglio portava con sé anche tracce del sogno, che a poco a poco la realtà del giorno sfilacciava, ma che tornavano a intrecciarsi la notte successiva, e quella ancora; ogni notte un passo avanti, ogni notte un dettaglio in più.
 
Appena il suo piede sinistro attraversò la rete per posarsi sul terreno erboso, si udì il crac di un ramo spezzato e poi, il silenzio. Gli uccelli avevano smesso di cantare all’improvviso ed anche il vento aveva trattenuto il respiro. Quando anche il destro fu oltre la rete, tutto si mise nuovamente in moto.
Sentì qualcosa strusciare contro le gambe; abbassando lo sguardo vide il grosso gatto grigio – il patriarca, l’aveva chiamato - premere ancora contro di lei, fare qualche passo e girarsi. Una direzione valeva l’altra, decise; tanto valeva seguirlo. Meno agile del gatto, fu costretta a farsi strada, talvolta fermandosi per staccare qualche spina dagli abiti. Allora la sua guida si sedeva a leccarsi una zampa, strofinandola poi sul muso, o spariva per qualche momento per tornare quasi subito a controllare i suoi progressi.
I rovi lasciarono il posto agli alberi. Non avrebbe mai pensato che il bosco fosse così grande; ci aveva corso intorno così tante volte, eppure camminava già da un po’ e intorno a lei non vedeva altro che alberi, cespugli e la coda del gatto che si muoveva tra di essi.
Cercando di non perderla di vista, non si accorse della radice che spuntava a qualche centimetro dal terreno e cadde. Subito si rialzò, spazzolando via le foglie dagli abiti e imprecando contro la sua sbadataggine, ma le parole si fermarono a mezz’aria: davanti a lei si apriva una radura, e nel suo mezzo una costruzione che non avrebbe dovuto esserci.
Il gatto si era arrampicato su un albero e la guardava.
Manca solo che scompaia lasciando baffi e sorriso - disse tra sé e sé - e che io mi ritrovi a fumare il narghilè con un bruco. Se già non l’ho fatto ed è questo il risultato…
Si avvicinò alla casa tentando di non fare rumore. Non che avesse poi molta importanza, dato che sembrava totalmente abbandonata: l’edera si era impossessata delle imposte chiuse, che ora si distinguevano a stento dalle pareti. La porta, invece, risaltava nitida contro quel muro verde. Pensava di averla già vista, ma non ricordava dove: era di certo un modello comune, anche se…
Sentì di nuovo qualcosa che le strusciava tra le gambe: guardò in basso, sicura di trovare il gatto, ma non c’era più. Andato.
La maniglia si abbassò docile sotto la sua mano, ma la porta non si aprì. Doveva essere chiusa a chiave, ma a questo punto non poteva tirarsi indietro. Cercò in tasca qualcosa per aprirla, ma sotto le dita sentì solo un oggetto: la penna della cornacchia, raccolta qualche giorno prima. È assurdo, si disse, pensando che si sarebbe spezzata all’interno della serratura, rendendo tutto ancora più difficile; ci provò lo stesso.
Quanto la porta si aprì, non ne fu neanche stupita.
Dentro la casa tutto era silenzioso e tranquillo, ma regnava una gran confusione. C’erano migliaia di oggetti sparsi ovunque: pile di libri a costruire scale e piramidi, fiori secchi che spuntavano da vasi improbabili, foto a tappezzare gli spazi liberi sulle pareti. C’erano anche molte credenze, con gli scaffali colmi degli oggetti più disparati: vecchie lampade, uova dorate, piume d’angelo, pentolini, pezzi di legno, pergamene e ogni sorta di cose. Alcune le parve di riconoscerle: un piccolo delfino azzurro, proprio uguale a uno che aveva portato a casa da un viaggio; un gabbiano inciso nel cristallo, una scatola di legno e madreperla. Oggetti comuni, ma che le ricordavano momenti del suo passato: alcuni felici, altri meno, ma tutti legati in qualche modo a ciò che era, o che era stata.
Uno in particolare catturò la sua attenzione, forse perché non ne aveva mai visto l’uguale: era una piccola chiave - o almeno le somigliava - e brillava lievemente, come se una luce fosse racchiusa al suo interno.
Mi piacerebbe vederla meglio pensò, e con sua grande sorpresa la vide staccarsi dal gancio su cui era appesa e volare verso di lei.
Tese la mano per prenderla e quella si poggiò sul palmo disteso, continuando a pulsare come in un saluto. Sembrava proprio una chiave, ma quali porte avrebbe spalancato?
“È tua, se la vuoi”. Sentì la voce alle sue spalle, ma era anche accanto a lei, e tutt’intorno. “Ma devi volerla”.
È mia, e la voglio, ripeté. Di nuovo, tutto sembrò fermarsi per un attimo, come a prendere nota del momento.
Poi fu tutto molto, troppo veloce. Gli oggetti intorno a lei sembravano perdere consistenza mentre la casa, prima buia e silenziosa, si riempiva di scricchiolii e la luce iniziò a filtrare. Foglie e rami fecero capolino dietro le pareti traslucide, e ben presto furono solo alberi, e cespugli e…
“È l’alba” disse la voce, poi tacque anch’essa.
 
Si sedette sul letto, la mano ancora contratta a stringere qualcosa; quando l’aprì, il palmo era vuoto. Eppure sentiva ancora la sensazione di calore, quel pulsare quieto e costante contro la sua pelle. Era sua, qualunque cosa fosse; e per quanto sembrasse assurdo, doveva tornare a prenderla. Lì, oltre la rete.
Non ora, però.  Muscoli doloranti e pelle graffiata le chiedevano tregua e la concesse, abbandonandosi a un sonno senza sogni.
 
Non fu la sveglia a destarla, qualche ora dopo.
Fu, senza alcun dubbio, il motore di una ruspa.
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martedì, 16 ottobre 2007
La prima volta, fu una sorpresa.
Quasi non aveva capito a chi fosse rivolta la domanda.
Era arrivata fin lì più che altro per “fare numero”, in quel club quella sera suonava un gruppo nuovo.
Peruviani, brasiliani, un argentino alla fisarmonica e poi lui, il ragazzo della sua amica.
Un tirolese che suonava il charango.
Era stata Angela a insistere perché li accompagnasse, in modo da creare una piccola claque. Ma lui era bravo davvero e così si era rilassata, godendosi la musica e lo spettacolo delle coppie che ballavano, strette l’una all’altra in una confusione ordinata e ritmica.
“Baila?”, sentì di nuovo alle sue spalle, e si girò per vedere a chi fosse rivolto l’invito.
Alzandosi, il suo sguardo incontrò quello di un perfetto sconosciuto, fermandosi poi su un sorriso rivolto proprio a lei.
“Baila?” ripetè lui, paziente, e stavolta non potevano esserci dubbi.
Le note erano quelle, inconfondibili, di una bachata; udendole, Laura arrossì senza rispondere.
Per fortuna nella penombra non era possibile vederlo.
“Non so ballarla” provò a schermirsi, ed era vero.
“Non serve” ribattè lui in un italiano incerto, “basta sentirlo aqui”, continuò battendosi la mano sul petto.
Angela seguiva attenta lo scambio di battute; rise, dicendo che era scortese rifiutare un invito e lasciandola senza scuse davanti alla mano ancora tesa.
I primi passi furono maldestri, lei cercava di guardare in basso per vedere dove mettere i piedi ma la posizione lo rendeva quasi impossibile.
Con un leggero tocco della mano sul viso, l’uomo la costrinse a guardarlo. “Il ritmo” disse “segui il ritmo e andrà tutto bene. Ma guarda me”.
E lo guardò in quegli occhi scuri che contrastavano con i capelli biondi. L’altezza era quella giusta per fare incrociare gli sguardi senza eccessive torsioni.
Con quello sguardo fisso nel suo, smise di pensare. Non era più importante sapere cosa fare, ma lasciarsi guidare dal ritmo e dall’ondeggiare di quel bacino contro il suo e sentire il suo corpo che rispondeva colpo su colpo, come se non avesse mai fatto altro.
La gamba dell’uomo tra le sue non era più estranea, ma una guida che assecondava con dolcezza, mentre il sorriso che rifletteva il proprio le diceva che sì, era così che andava fatto.
Finì quasi troppo presto, quella volta, ma ne seguirono altre in quella lunga estate.
 
Le mode, si sa, cambiano col tempo, e per alcuni anni non ne sentì più parlare. Altri andavano e venivano, lo spazio di un’estate, cicale passeggere e presto dimenticate.
Anche lei cambiava, stava imparando a osare di più, a lasciarsi trascinare, ogni tanto, dall’istinto. Come con la musica, bastava sentirlo aqui. Una lezione che non aveva dimenticato, anche se spesso la ignorava.
 
L’ultima volta però, la ricordava ancora.
Forse perché era il luogo di un addio, forse per il ballerino.
Forse per i piedi nudi dopo tanto ballare.
Era  una sera d’estate, ancora, ma fuori città.
L’atmosfera da villaggio, o forse da film americano, con le feste e i falò sulla spiaggia, le torce piantate nella sabbia a illuminare la notte e una pedana di legno, buttata lì per chi voleva ballare lontano dalla folla della pista centrale.  
C’erano anche dei tavolini sparsi qua e là.
Laura era seduta ad uno di essi. Si era appartata a riposare un poco, portando con sé un enorme gelato alla frutta. Cominciò a mangiarlo con lentezza; ne prendeva un pezzo, poi lasciava che si sciogliesse piano contro il palato. Le piaceva la sensazione del freddo che si spandeva a poco a poco nella gola accaldata, il contrasto tra la morbidezza del gelato e la cialda croccante che addentava a piccoli morsi per farla durare di più.
Allungò una mano per prendere un’altra cialda, la tuffò nel gelato e fece per morderla, ma si fermò prima di affondare i denti.
Erano le prime note di una bachata e le sue labbra si aprirono in un sorriso, come ogni volta nel ricordo.
Un sorriso che affiorava anche sul volto dell’uomo.
Aveva sentito il suo sguardo posarsi su di lei, seguire i gesti delle sue mani e poi scivolare giù con leggerezza. Una volta ne sarebbe arrossita, ma ora il suo sorriso si allargò appena un poco mentre tornava ad immergere la cialda nel gelato. Aqui, diceva quel sorriso.
Non era uno sconosciuto, non stavolta.
Si erano sfiorati anche quella sera, come altre volte era successo. Sfiorati appena per poi ritrarsi, come se un contatto più prolungato avesse potuto creare scintille.
Era questo che sentiva, quando si avvicinavano. Come una corrente sotterranea, pronta a saltare fuori nel contatto, ma della quale nessuno dei due voleva sentire la scossa.
Quella però era l’ultima sera, chissà quando e se si sarebbero rivisti.
Fu questo, forse, che lo fece decidere, e Laura fu tra le sue braccia.
Piccola, a piedi scalzi, non riusciva ad arrivare allo sguardo azzurro dell’uomo e lui evitava il suo, come se avesse potuto leggere qualcosa in più, guardandolo.
Ma sentiva il calore di quel corpo stretto contro il proprio, il suo odore e quel premere contro di lei e fuggirla a un tempo; nel ballo, ma non solo.
Ancora una volta, Laura si abbandonò alla musica. Aqui, ora sapeva cosa voleva dire.
Non lo era mai stato prima e, forse, non lo sarebbe stato mai.
Ma, in quel momento, quell’uomo era suo.
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giovedì, 27 settembre 2007
La rete era stata posta per proteggere il bosco dalla città. O forse la città dal bosco, questo non era ben chiaro.
Chiamare “bosco” quel rettangolo di verde chiuso tra i palazzi poteva sembrare un po’ eccessivo, eppure si aveva l’impressione che la luce del sole non riuscisse a penetrare in mezzo agli alberi e che, tra di essi, la vita scorresse con tempi diversi rispetto alla città.
Non che i ritmi del quartiere fossero così frenetici. Era una zona residenziale e questo spiegava – ma non del tutto – come mai quell’area fosse rimasta così, selvaggia e intonsa.
La rete la conteneva, ma non completamente.
Gli alberi lanciavano rami ed ombra sulla strada e i rampicanti tendevano le lunghe braccia fin sul marciapiedi, come attirati dai cassonetti dell’immondizia posti lì di fronte. A tratti si scorgevano strappi nella rete stessa, che di tanto in tanto mani sconosciute chiudevano con punti di filo spinato.
Ma le cuciture non avevano lunga durata; bastavano poche settimane perché i buchi tornassero al loro posto.
Come ciò accadesse era quasi impossibile da sapere: tutto si svolgeva di notte, quando le ombre si addensavano più fitte e i sentieri tracciati dalla consuetudine sparivano nell’oscurità. Solo alcuni oggetti rimanevano lungo la rete a testimonianza dei passaggi notturni: bottiglie di birra, copertoni, assi poste di traverso a creare ponti e persino un birillo di plastica, di quelli che segnalano lavori in corso. Una volta era una rete da materasso a sporgersi aldilà del bordo, un’altra la carcassa di un motorino, che ogni giorno perdeva qualche pezzo.
Era certo, però, che il bosco aveva dei visitatori.
A volte erano cani, che i loro padroni liberavano dai guinzagli proprio davanti agli squarci della rete per poi passeggiare, telefono alla mano, in attesa del loro ritorno.
A volte erano uomini silenziosi dalle lunghe code e dallo sguardo mobile. Si guardavano intorno prima di piegarsi attraverso il varco, sparendo veloci lungo sentieri quasi invisibili.
C’erano poi le luci che si scorgevano nelle notti buie.
Non erano mai uguali, lunghe e basse come torce in movimento o alte e ferme, di finestre filtrate tra i rami. Quando la luna era alta gli alberi d’inverno allungavano dita scheletriche verso di essa, e il sole d’estate riusciva appena a imbiondire le sterpaglie vicine alla rete.
Il cuore del bosco era di un verde pulsante, vivo di colori e suoni.
Tra i rami trovavano rifugio gli uccelli: la mattina presto il silenzio veniva interrotto dal fischiare dei merli, mentre i passeri zampettavano sui davanzali, pronti a spiccare il volo al primo movimento. Le cornacchie gracchiavano per affermare la loro presenza e gli onnipresenti piccioni spiccavano il volo dai rami più alti verso i balconi vicini. Persino una coppia di tortore aveva scelto il limitare del bosco per costruire il suo nido. A volte si scorgevano sui rami, a rincorrersi e chiamarsi l’un l’altra con dei versi gutturali così simili a rimbrotti da far pensare che “tubare” non sia poi così dolce.
E poi le rane. Dove trovassero l’acqua per mantenere l’umidità loro necessaria era un mistero, ma le potevi vedere, ciottoli verdi fino a un secondo sguardo, ferme accanto alla rete. A volte qualcuna perdeva la strada del ritorno e si spingeva più lontano, fino al limitare delle case, dove era il regno dei gatti.
Il patriarca aveva il pelo grigio e occhi socchiusi. Gli anni trascorsi per strada gli avevano insegnato a rendersi quasi invisibile, restando immobile al passaggio dei cani o scivolando svelto sotto il riparo di un’auto in sosta. A volte spiccava un salto oltre la rete, e dal suo rifugio si limitava a guardare il suo avversario muovendo piano la coda, poi si allontanava quieto. I più giovani rizzavano pelo e schiena per sembrare più minacciosi, ma lui non sprecava le sue energie.
 
Ogni volta che passava accanto alla rete, Maia era tentata di andare oltre. Riusciva a scorgere, tra i rombi di metallo, una scia di passi calpestati che portava verso giù, verso il cuore del bosco. Se si sporgeva un poco oltre il varco, poteva vedere la radura che si apriva più in basso e una striscia bianca che proseguiva, perdendosi dove i rami si facevano più fitti. Non riusciva a vedere altro che foglie secche e qualche collo di bottiglia che spuntava qua e là, e si chiedeva cosa celassero i rami intrecciati. Ma era un attimo, e subito trovava un motivo per non assecondare il suo istinto: l’orario di chiusura dei negozi, il cinema già prenotato, il pranzo da preparare. Forse erano le ombre scure a dissuaderla, forse l’idea di non essere sola, lì dentro. A volte si diceva che al buio avrebbe corso il rischio di inciampare anche con una torcia in mano, altre che di giorno avrebbero potuto vederla, e quella era proprietà privata, in fondo.
Ma la rete era lì, a ricordarle che ci sono misteri da scoprire, strade nuove da esplorare.
(continua?)
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lunedì, 03 settembre 2007
(pensieri “seduti” sul sellino posteriore di una moto)
 
Dicono che “zavorra” (o, in alternativa, “zaino”) sia l’espressione usata dai motociclisti per indicare il passeggero di una moto. Molto spesso questo coincide con la gentile (?) compagna dello stesso, che ritengo non sia esattamente entusiasta del termine. Io, almeno, non lo sono particolarmente… ma in mancanza di meglio, per ora me lo tengo.(Ah, se proprio volete vedere il precedente, lo trovate qui ).
 
 
Destinazioni. Se proponete al biker una romantica gita di tre giorni a Praga, Vienna o Dublino e lui vi risponde che preferisce un agriturismo in Umbria o Toscana, non prendetevela. Non è che lui non voglia andare in questi posti, o non ci voglia andare con voi. E’ che è difficile arrivarci in moto e ritornare, in così poco tempo. Quindi vi conviene sorridere, rimandare le località raggiungibili in aereo a tempi più rigidi (in senso meteorologico) e cercare su internet una valida sistemazione per la notte. Agli itinerari ci pensa lui, e potete scommettere che saranno pieni di curve, con tappe che, per essere rispettate, dovrebbero prevedere una serie di infrazioni ai limiti di velocità che è meglio dimenticare. Pensate invece che verrete ripagate, durante la vacanza, da un sorriso semiperenne e dall’assenza di lamentele, acquisendo per di più il diritto di farle a vostra discrezione (possibilmente dentro il casco, e a interfono chiuso). Il cambio non sarà vantaggioso, ma perlomeno è equo.
 
Bagaglio. Come “zavorra” di pesi dovreste intendervene, quindi è abbastanza logico che preparare il bagaglio tocchi a voi, non senza dover subire la supervisione generale del biker. La divisione dei pesi è infatti essenziale all’assetto della moto, quindi scordatevi il terzo paio di scarpe, o quel vestitino così carino che però… tanto non riuscireste a metterli.  A meno che non riusciate a convincere LUI a cedervi una parte della borsa laterale, il vostro abbigliamento dovrà essere ridotto all’essenziale. Perché poi le due borse dovranno avere pesi uguali (e grasso ci cola se non le mette sulla bilancia per verificare). Se si tratta di borse morbide, si passa poi a metro e livella per verificare che sporgano in modo esattamente uguale da ogni lato, con la posizione ottimale delle cinghie fissata con pennarello per non perderla. Che poi la posizione ottimale inizialmente individuata sia tale che non potete salire in sella dal predellino posteriore è un dettaglio secondario. Per lui, ma non per voi. Cercate quindi di evitare che le vostre gambe, dopo essere state piegate per ore in un angolo quasi impossibile, si rifiutino di raddrizzarsi per scendere dalla moto, e pensateci prima.
 
Tempo. Tempi di percorrenza  e di permanenza sulla sella sono correlati tra di loro: in modo non lineare, però. Il loro rapporto, calcolato secondo una formula che più che matematica, è alchemica, è poi soggetto a tutta una serie di variabili che comprendono la vostra vocazione al supplizio, la morbidezza e le dimensioni della sella, lo stato del manto stradale e anche il tempo meteorologico. Ovviamente, non in quest’ordine. Nel senso che la capacità di adattamento del vostro fondoschiena è una variabile assolutamente dipendente, mentre la dipendenza del biker da nicotina o caffè è prioritaria. Quindi, un’accurata selezione di biker tabagisti o caffeinodipendenti potrebbe essere una buona idea; purché poi non vi lamentiate che sono già sei ore che state in sella e non siete ancora arrivati.
 
Soste. Quelle preventivate – e quindi calcolate nei tempi di percorrenza – non sono mai quelle reali. Ricordate quello che c’è scritto nel Vangelo? “Siate vigilanti, perché non sapete il giorno e l’ora”. Bene, qui per fortuna non si tratta di giorni, ma certo bisogna approfittare dell’attimo fuggente. Quindi, oltre ai movimenti in piega, meglio sincronizzare anche l’utilizzo delle toilette o – ma sembra ovvio – altre necessità. E soprattutto, ricordarsi che, quando negherete stoicamente di avere bisogno di sgranchirvi le gambe perché “ci fermiamo fra poco”, starete per imboccare una strada di montagna stretta e piena di curve, sulla quale sarà impossibile trovare spazio di sosta per chilometri e chilometri. E quando lo troverete, sarà pieno di bestiole non meglio identificate, ma dall’aspetto poco rassicurante; con le ali, per di più. “Carpe sostam”, insomma.
 
Tempo. No, non è un errore. E’ che stavolta si tratta proprio di tempo meteo. Nei confronti del quale, il biker ha un atteggiamento particolare. Se siete cresciute con il motto che “non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento”, sarete sconcertate dall’idea che un biker non si considera tale se almeno una volta, nella sua vita, non si è colato come un pulcino e  - soprattutto! - fino a dover strizzare pure le mutande (Sì, lo so, voi non ci crederete, ma almeno tre o quattro persone me l’hanno confermato, e con orgoglio, persino). Certo, il bauletto può anche contenere tutta l’attrezzatura antipioggia (tuta, guanti, financo le ghette); ma che questa raggiunga la vostra persona in tempo utile, è tutta un’altra storia. Se non ci credete, provate a guardare sotto i ponti delle autostrade, quando piove. Ci trovate ammucchiati biker che magari stanno proteggendo le amate borse, ma quanto a loro, sfidano le intemperie con un’alzata di spalle. Le ultime parole famose? “Sono solo quattro gocce!” che, secondo una delle innumerevoli leggi di Murphy e soci, sono esattamente il preludio a un nubifragio. Mai sfidare gli dei, e specialmente Giove Pluvio, che è piuttosto suscettibile (Il consiglio è quindi, almeno voi, di attrezzarvi PRIMA di salire in sella; e soprattutto, portatevi dietro l’aspirina!).
 
Percorsi. Il ruolo della zavorra non è poi così passivo come sembrerebbe, o almeno può non esserlo. Tra le varie incombenze, c’è quella di battere sulla spalla del biker per avvertirlo di avere saltato il bivio giusto. E piuttosto energicamente, altrimenti penserà che, come al solito, vi lamentate per un sorpasso un po’ azzardato (per voi, ma assolutamente sicuro per lui) o di qualche altra quisquilia. Ma non è lui alla guida?, vi chiederete. Appunto. E pensate che, attento com’è a sentire il suono del motore, a contare i giri, a sospirare compiaciuto per le curve che si stendono davanti al suo sguardo, a salutare i biker che incontra lungo la strada, abbia ANCHE il tempo di osservare i cartelli stradali? No, tocca a voi memorizzare il percorso, visualizzando nella mente non solo la destinazione finale ma anche quelle intermedie, in modo da poter in(ter)ve(n)ire al momento giusto. Se non siete capaci di leggere una cartina stradale, almeno cercate di tenere a mente il nome dei prossimi due/tre paesi sulla strada (che i cartelli, si sa, non sono sempre così precisi). Altrimenti, incrociate le dita. Prima o (più probabilmente) poi, da qualche parte arriverete. E un’inversione di marcia è sempre possibile…
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