lunedì, 23 giugno 2008

Sabato pomeriggio, malgrado il caldo, ho goduto della rinfrescante compagnia di Petarda, con la quale il tempo è passato così velocemente che ci siamo ritrovate a scappare non appena guardato l'orologio; lei verso un po' di tregua prima di altri incontri, io verso casa, dove il consorte mi aspettava già da un pezzo.

Si è parlato di tante cose e non solo di blogosfera e amici comuni (per cui, se vi fischiavano le orecchie, forse eravamo noi). A un certo punto, a proposito di Palermo, mi era venuto in mente un vecchio post, scritto ancor prima di aprire il blog, che però non si trova più nel suo spazio originario, poiché il Thera (blog collettivo creato da Mariemarion) non esiste più.

Nei primi tempi del blog, quando raccoglievo un po' gli scritti che avevo seminato altrove, recuperai anche questo post, per non perderne le tracce.

Oggi, passando da Zu, sono stata invitata a giocare con le parole; mi è tornato in mente il post di cui parlavamo, ed ecco il risultato:

 

(clicca sull'immagine per ingrandirla; vuoi giocare anche tu?)

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mercoledì, 21 maggio 2008
... che il tuo cane, non vedendo veterinari da anni, voglia recuperare il tempo perduto e decida di farti conoscere tutti (o quasi) quelli del pronto soccorso veterinario vicino casa. Per riuscirci, smette improvvisamente di fare pipì, costringendoti a portarlo lì per cateterizzarlo. Poi, più vispo e leggero, torna a essere il cane di sempre (chianciulino, ma anche affettuoso e un po’ rompipalle) almeno per qualche ora, finché il fenomeno si ripete. Tra l’altro, senza che se ne sia capita l’esatta causa. E così da qualche notte anche il tuo sonno è agitato, l’orecchio teso a sentire eventuali lamentele, le uscite notturne o all’alba nella speranza che la cosa si risolva da sé o che, almeno, ne venga individuata l’esatta causa per rimuoverla. Nel frattempo, tieni dita (e zampe) incrociate e tappezzi la casa di giornali, che non si sa mai (ma non sai se, a questo punto, preferiresti trovarli asciutti o bagnati).
 
… che Milano sia “da strizzare” giusto quando hai portato con te solo un ombrellino mignon, di quelli che a stento coprono testa e spalle. Ma per fortuna in centro ci sono i portici, e ti puoi sempre riparare.
 
… che in una giornata dimezzata dai ritardi aerei incontri il tuo futuro (forse) capo, che ti chiede se, per recuperare tempo, sei disposta a pranzare con un panino mentre siete in riunione e poi, visto che sei tu che parli per quasi tutto il tempo (e gli altri nel frattempo mangiano) alla fine della riunione sei l’unica rimasta digiuna. Ma c’è il tuo ex capo, che quando lo chiami sta andando a pranzo, e così ti unisci a lui per un pranzo a base di pesce. E capita pure che, mentre chiacchieri con la collega con cui stai dividendo una ricciola marinata (oltre alle rispettive insalate di mare) ti chieda se per caso conosci… tuo marito, e per la coincidenza vi mettete a ridere entrambe.
 
… pure che la tua capo attuale – l’unica che ormai ti resta da vedere – ti dia buca, e così riesci anche a vedere l’amico blogger (ex? In pausa?) che per fortuna ha lo studio lì vicino, ma finiate a parlare di lavoro. No, pure dell’Inter. Alla fine, vi scambiate un abbraccio per interposta persona (di cui la sorellona è mittente/destinataria) e vi date appuntamento per la prossima volta.
 
… che finalmente riesca a rintracciarla, la tua capo, e come quelli prima di lei ti riempie di complimenti per il lavoro, ma non sa darti notizie sul tuo futuro; né quale cappello indosserai, né quale sarà la tua destinazione. E quando le dici che in queste condizioni lavorare è difficile e che questo processo dura più di una gestazione, china la testa e ti dà ragione, ma non sa darti risposte. Però si fa tardi e devi scappare.
 
… che tu prenda al volo il bus per l’aeroporto, e arrivi a imbarco già iniziato. Capita che ai controlli – che passi in velocità, dopo aver sventolato la carta di imbarco con orario in evidenza per saltare posizioni in coda – ti blocchino perché hai con te (per la ventesima volta almeno, anche se non l’hai mai usato) un cavo di sicurezza per il notebook, e secondo loro dovresti tornare al check-in per farlo spedire (il cavo?!?). Tu, con l’aereo che rischi di perdere, non ne hai proprio l’intenzione (avessi avuto tempo magari sì, giusto per vedere se l’avresti trovato all’arrivo o ne avresti dovuto denunciare lo smarrimento) e gli dici di buttarlo pure, e loro insistono, spiegandoti che proprio non possono fartelo passare, c’è l’anima d’acciaio! (e a che serve, per strangolare meglio?) Ma insisti che lo buttino, e alla fine te ne vai correndo fino al gate – ovviamente non quello indicato sulla carta d’imbarco – dove riesci a salire tra gli ultimi.
 
… che Roma non voglia essere da meno di Milano, e se quella era da strizzare, questa è da nuotarci dentro (o da cadere dentro i buchi che la pioggia ha scavato nell’asfalto). Ma che ti regali anche un’ottima pizza, davanti alla quale, finalmente, ti rilassi un poco. Poi casa, sonno, sveglia all’alba (e, di nuovo, Ares).
 
Capita, insomma, di correre con la sensazione di non arrivare.
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lunedì, 31 marzo 2008

Questo mese di marzo si sta rivelando funesto per alcuni dei blog che legg(ev)o e amo.

A metà mese, la chiusura di Herzog, di cui si è parlato abbastanza (eppure forse non abbastanza) nella parte di blogosfera che conosco. Continuo - e non sono la sola - a girellare per il blog, e ho letto pochi giorni fa un post di bombay che prende spunto da questa chiusura per fare delle interessanti riflessioni.

Oggi ritorno da una settimana di vacanza palermitana (eccivoleva, malgrado il tempo non sia stato granché) e di ritorno, oltre il casino lavorativo, trovo altre due commiati.

Su CalMa, FDD ci regala una danza sulla tastiera, che rivela poi speculare e opposta a quella che scrisse nel primo post. Così, nei commenti, svela la sua decisione, improvvisa anche se da tempo annunciata da un sottile malessere, dallo scemare del divertimento. Una parabola, dice. Di cui non vergognarsi affatto, aggiungo. "Stammi bene", scrive nell'accomiatarsi. "Non è un caso. Stammi bene. Che altro?". Non è un elogio funebre il mio, ma l'invito alla lettura di un blog in cui io stessa ho avuto spesso difficoltà a commentare, perché espressione di una scrittura densa e cesellata (si vede il ritorno sulle parole, a limare e sgrossare fino a raggiungere la lucentezza voluta o il giusto spessore), che a volte non mi riesce di capire subito ma che poi "risuona". 

La fine del sentiero giusto era stata più volte annunciata, invece, ma non così. Di solito il Colonnello Spiritum entrava in crisi a novembre, poi una bella cura di gingko biloba lo rimetteva in sesto, e tornava a scrivere nel suo "pozzo di cazzate. Sì, ma profondo", come recita ora il sottotitolo del blog. Cazzate non lo so, ma spesso profonde sì. Il sentiero non è mai stato immobile, la strada d'altronde sembra esserlo, ma cambia anch'essa con quelli che la percorrono. E io li ricordo tutti, i sentieri, quello su splinder dove i post erano il frutto esclusivo di ispirazione notturna, poi il trasferimento su altre piattaforme e infine l'attuale dominio, dove ha ospitato gli amici di Forza Idillio e anche me, un paio di volte, sul blog. Ricordo l'intervista che fece a me e alla Signorina Silvani, quando nessuna delle due aveva un blog né pensava di aprirlo. Il Colonnello Spiritum, allora, indossava un tutù rosa e gli anfibi. Devo dire che i secondi mi diedero un paio di pestate l'unica volta che riuscimmo a ballare un valzer insieme, ma tutù e anfibi descrivono bene la grande delicatezza di alcuni post e la carica di altri. Ma Spiritum, dice, da un po' di tempo non si divertiva più, e allora... Ciao.

L'uno e l'altro li considero un po' amici, oltre che blogger. E non solo perché li ho visti una volta o mi ricordo la data del loro compleanno (che, guarda caso, è la stessa). Ma perché, penso, negli anni abbiamo fatto un po' di strada insieme, "leggendoci" anche oltre il blog. E questo, resta.

Spero un po' oltre questo mese di marzo che, finalmente, si chiude.

 

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lunedì, 17 marzo 2008
Io c’ero, sì, quel 14 aprile 2003.
Ci sono arrivata per caso, leggevo un articolo (neanche lo sapevo, che si chiamava post) a proposito di un settimanale maschile, e nei commenti all’articolo c’era un tipo, uno che era troppo misogino e indisponente e tronfio per essere preso sul serio, eppure c’era gente che gli rispondeva seriamente, e ci si arrabbiava pure (anche quello, non sapevo si definisse troll).
Ma era anche qualcosa in più.
Per quello seguii il link che, a un certo punto, trovai nella sua firma.
E giunsi su Herzog.
Io c’ero, e fui la prima a cui Pestalozzi conservò i friarielli con le alici, lì nel forno dell’ufficio. (Cosa ci facesse un forno, in quell’ufficio, non è dato saperlo).
Io c’ero quando Herzog era lettere su lettere, e le buste si accumulavano sulle scrivanie, quando si preparavano le feste e alla fine c’era sempre qualcuno che, bontà sua, si fermava a pulire e portava via i sacchi della spazzatura.
C’ero quando l’ufficio svolgeva la sua funzione, e Pestalozzi curava la Posta del Cuore e Georgia dipingeva le pareti e lo staff proclamava lo sciopero per la tisana della Nonna.
C’ero quando Alessiaonline diventò il Confuso, quando i Pinocchi si rincorrevano per la rete, quando su Herzog le lettere diventarono sempre più rade e corpose fino a diventare racconti, e qualcuno si perse per strada, non essendo d’accordo con il nuovo corso.
C’ero perché Herzog è stata la mia casa nella blogosfera per oltre due anni e, con il permesso di Herr Effe, la sento un po’ mia anche adesso.
Grazie ad Herzog è nata riccionascosto, i miei primi post sono stati scritti lì (perfino un decalogo sui motivi per non aprire un blog, che ora è il primo post del trispito).
 
E quindi oggi, che Herzog ha deciso di chiudere, non posso che esserci, da qui.
A ringraziare Herr Effe per le scritture – e non solo – che ha portato nella rete e dalla rete: le Scritture di Strada, sacripante!, Buràn si sono mossi anche oltre i confini di Herzog, anche se da lì sono “partiti”.
E se Herzog “est”, sono certa che è una trasformazione, non una fine.
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giovedì, 28 febbraio 2008

Anni fa dovetti, per la prima volta in vita mia, sottopormi a un intervento chirurgico. L’intervento era facile – sì e no venti minuti di anestesia, quando mi hanno portato giù ero già sveglia, quasi quasi volevo scendere dalla barella e mettermi a letto da sola – direi che ha lasciato più tracce nella mia mente che nel corpo.

Ma non di questo, volevo dire.

In quell’occasione, un amico mi dedicò un mantra, questo.

Om gam ganapataye namah

Non sono sicura che ne conoscesse l’esatto significato - si tratta di una invocazione a Ganesh, detto anche “Il Signore del Buon Auspicio” – ma l’intento era chiaro.

E in effetti, ha funzionato.

Oggi c’è un’amica a cui vorrei dedicare la stessa invocazione; perché i pensieri positivi, come gli abbracci, non bastano mai, ma servono sempre.

C’è anche un’altra amica, che sicuramente merita i migliori auspici per lei e per chi le sta accanto.

E immagino che ognuno di noi abbia qualcuno, o qualcuna, a cui dedicare un pensiero, una preghiera, un augurio.

Per fortuna, i pensieri non sono monetine, che più si dividono meno ce n’è per ognuno; sembra anzi che l’effetto sia quello contrario. Quindi, il mantra lo ripeterò per lei, ma anche per chi ne avesse bisogno.


Che, appunto, pensieri positivi e abbracci non si sciupano, a moltiplicarli (e neanche a dividerli).

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lunedì, 05 novembre 2007
(pensieri “seduti” sul sellino posteriore di una moto)
 
“zavorra”, “zavorrina” (o, in alternativa, “zaino”) è l’espressione usata dai motociclisti per indicare il passeggero di una moto. Molto spesso questo coincide con la gentile (?) compagna dello stesso, che però, oltre a essere “peso morto”, servirà pure a qualcosa, no?
 
 
Curve. Le curve esercitano un’attrattiva particolare sui bikers. E non parlo delle curve delle zavorrine altrui (la propria non possono vederla per ovvi motivi, almeno quando stanno in sella), ma proprio qualsiasi curva. Il che comprende ovviamente le strade, ma non solo.
Per esempio, avete mai visto un gruppo di bikers in gruppo attorno a una moto? Be’, almeno una volta su quattro stanno parlando di ruote. Si accucciano per guardare il disegno del battistrada, per osservare la “spalla”, per scrutare con occhio critico i lati del copertone (cioè, non proprio il lato, ma la parte laterale del battistrada) e vedere quanto e se è consumato.
Discutono di mescole, di grip, di incisioni e disegni, e possono passarci delle ore, così. (Il che vi consente di andare a prendere un caffè, fare la fila al bagno, vagare indisturbata per l’area di servizio e poi tornare senza che se ne accorgano; quindi, se volete allungare una sosta, gettate lì un’osservazione sullo stato delle gomme di questa o quella moto… successo garantito).
Ma torniamo alle strade. Un biker non va in autostrada se non vi è proprio costretto, per motivi di tempo e per accorciare qualche tappa in un percorso lungo. Lo vedrete però andare in sollucchero per una bella strada di montagna, piena di curve e tornanti. Perché in fondo - ma no, anche in superficie - una delle cose belle della moto è piegare (cioè, inclinare la moto in curva). Qualsiasi biker in tuta vi mostrerà con orgoglio il consumo delle sue saponette (le protezioni per le ginocchia) e alcuni meno esperti ma più narcisisti potrebbero addirittura tentare di consumarle fittiziamente, ma io non ne conosco, per fortuna. Più le curve sono vicine fra di loro, più il biker sarà felice, nello zigzagare tra l’una e l’altra. Però ricordategli che non è una buona idea fermarsi nel mezzo di un tornante, magari in salita e piuttosto ripido: potrebbe non trovare un punto d’appoggio per il piede. E se non lo trova lui, figuratevi voi, che i piedi li avete molto più lontani da terra. Quindi, in via preventiva, portate sempre con voi, sulle spalle, un piccolo zainetto. In caso di caduta non salverà la vostra dignità, ma in qualche modo aiuterà la vostra schiena.
 
Cadute. Se parlate con un pescatore, vi terrà delle ore incatenata mentre descrive minuziosamente pesi e misure delle sue prede e, probabilmente, descriverà con altrettanta attenzione (ed esagerazione) quelle che gli sono sfuggite per un soffio, ma che prima o poi cadranno sotto la sua mano esperta (Mobi Dick, insomma). Allo stesso modo, il biker sarà più che disponibile a dirvi delle sue leggendarie imprese, giri in pista a velocità inverosimili, record del miglio lanciato in autostrada, mille e mille curve affrontate senza neanche la minima esitazione. Ma lo troverete anche ad esaltarsi di fronte alle cadute più rovinose, purché ne sia uscito. I racconti delle cadute altrui sono più mesti e, a volte, didattici, ma quelli delle proprie cadute possono addirittura arrivare alla dimensione di un mito. E così si fa a gara sulle cadute più imbarazzanti (quelle da fermo, un “classico” della moto, tra cavalletti che non si aprono, piedi che non trovano appoggio), su quelle più spettacolari ma prive di conseguenze, su quelle più “incoscienti”. Finché si è lì per raccontarle – è il pensiero che aleggia, non detto – ci si può anche ridere sopra.
 
Saluti. Ad onta di quanto contrabbandato dai film americani, pieni di Hell’s Angels  barbuti e un po’ inquietanti (ma quelli sono harleysti, è un altro pianeta comunque), i bikers sono d’indole gentile, e soprattutto sono molto cordiali tra di loro. Se ad esempio, incrociate un biker e quello fa il gesto di tirarvi un calcio, non equivocate: non è che stia tentando di disarcionarvi (anche perché i duelli sono stati banditi da tempo); è solo che in quel momento non può togliere le mani dal manubrio per farvi ciao ciao, e vi saluta così. Allo stesso modo, gesti apparentemente senza senso possono segnalare a chi viene dalla parte opposta la presenza di un autovelox (per cui è d’uopo rallentare) o di qualche pattuglia – su questo, sono solidali anche gli automobilisti che, però, si limitano a lampeggiare – oppure lasciare strada a qualcuno che ti arriva dietro a velocità. O, ancora, essere semplicemente il tentativo di sgranchire le dita per troppo tempo aggrappate al freno. Dipende.
Anche i saluti, però, sono selettivi. Se per esempio (non sia mai) doveste incontrare un amico che, per sua sfortuna o per attitudini personali possiede uno scooterone, fingete di non conoscerlo e giratevi dall’altro lato, pena la ricerca di giustificazioni (per l’amico e per le sue incaute scelte, ovviamente. Voi, comunque, da biker, ne uscite bene). Il top (dei saluti indecorosi) si raggiunge con i possessori di TMax, maxiscooter che vorrebbe travestirsi da moto. E vi lascio immaginare (non è difficile, su) il pensiero di un true biker al proposito…
 
 
Scherzi a parte, ieri abbiamo trascorso davvero una bella giornata, in giro per le strade della Val Nerina con un gruppo di bikers e zavorrine in gamba. E anche di buon appetito, direi ;)
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giovedì, 20 settembre 2007
Il lunedì si annuncia all’alba con un trillo.
La suoneria avanza nel sonno zampettando allegra, ma le chiamate fuori orario raramente portano buone notizie.
Questa non fa eccezione, e in pochi minuti le parole lasciano il posto a singhiozzi trattenuti che pure superano la porta chiusa.
Una scomparsa porta con sé dolore ma anche lucidità, quella che occorre per i preparativi: contatti da prendere, persone da avvisare, incredulità da relegare in un angolino ad affrontare a pugni la realtà. Non basta la voce ascoltata il giorno prima o i programmi futuri ad ancorare alla vita chi non c’è più.
Si fa strada, intanto, la mancanza.
Il vuoto, i ricordi che si ritraggono mentre cerchi di afferrare dalla memoria un volto sorridente, non stanco come l’hai visto l’ultima volta né immobile e freddo come lo vedrai .
Si fa peso, intanto, il dolore.
Incurva le spalle di chi hai sempre pensato forte, cui hai guardato quando incerta compivi i primi passi. Vorresti prenderlo su di te ma non puoi, puoi solo prestare la tua ragione, le tue braccia, le mani a risolvere problemi concreti: spostamenti da programmare e da tracciare, biglietti da prenotare, decisioni da prendere. 
Le valigie no, quelle servono a tenere la sua mente concentrata su cose futili ma necessarie, a frangere le onde del dolore che arriva inatteso, del rimorso che fa capolino sulle visite sempre rimandate a tempi migliori, sulla distanza non colmata quando ancora avrebbe trovato sorrisi ad estinguerla.
Un angolo della tua mente ringrazia il cielo che sia accaduto ora, mentre sei qui e non distante a tua volta, quando puoi guardare le spalle ricurve e stringerle in un abbraccio, anziché immaginarle all’altro capo di un telefono. Un altro si chiede se qualche giorno avrebbe fatto poi differenza, se una nuova vita – tanto attesa – non avrebbe dato ancora uno sprazzo di gioia prima dell’ultimo saluto.
Ma non c’è tempo per fermarsi, ci sono chilometri da percorrere e non sono pochi, due terzi di Italia da attraversare in due giorni, due tappe forzate per lasciare pezzi e raccoglierne altri, mani e mente a concentrarsi altrove per non arrendersi al pianto, per distaccarsi da sé.
La morte chiama la vita e questa prova a sfuggirla fino a che può, fino a che riesce a distogliere lo sguardo e il pensiero.
Le parole perdono senso, eppure vanno dette, perché nella distanza i silenzi sono assenza e acquistano densità e spessore solo nello spazio stretto di un abbraccio o di uno sguardo che ne mettano a posto limiti e significato.
I gesti sono gli stessi eppure diversi: caricare il bagaglio in macchina, salutare, partire pesano un po’ di più, gli abbracci a chi resta sono più lunghi perché anticipati, le soste più brevi, il tragitto silenzioso.
La strada si snoda davanti, nuova e già vecchia nelle strisce bianche che si staccano dall’asfalto, nastri di plastica che il caldo rifiuta di legare. Un lavoro affrettato e malfatto, eppure durato vent’anni: solo due ne sono passati – e sembrano dieci, almeno, per le toppe scure che spiccano sull’asfalto bruciato dal sole – dai sorrisi di chi ha tagliato il nastro sull’ultimo tratto di autostrada che porta allo Stretto.
Non ci saranno oggi altri addii né arrivederci, non vuoi guardare la costa che lasci né quella che vai a calpestare, ma rimani chiusa nel grembo di ferro della nave.  
Poi le Calabrie, di nuovo cantieri senza fine o nuove interruzioni, ma anche questi li conosci e non ti sorprendono.
A poco a poco è la luce ad abbandonarti, il sonno si fa strada ma non è ancora il momento: ci sono chilometri da percorrere e pacchi da disfare, gesti da compiere a notte fonda e altri da rimandare al mattino.
 
Una nuova alba, stavolta è la sveglia che ti chiama ma sai già cosa ti attende.
Non è solo il taxi davanti al portone, sono le parole del lavoro, ancora più inutili se non per chiudere la mente al pianto, è il treno che devi prendere e le medicine dimenticate, e poi cambiare treno e pensieri fino a destinazione.
Un sorriso ti accoglie con gli occhi tristi di chi non credevi di trovare ad attenderti. Non vi guardate – le lacrime salgono se ci provate – ma vi abbracciate nel silenzio denso, più forte – questo sì – di qualsiasi parola.
E poi il tempo corre, e ci sono parole di sorriso in un giorno di pianto, come spesso accade; silenzi di imbarazzo o di condivisione, piccole gioie che puntellano il dolore e gli impediscono di straripare, o forse è l’orgoglio e il dovere, chi lo sa.
Ci sono cose che non si possono dire ma che rimangono nel cuore di chi le ha provate, ce ne sono altre che vanno dette lì, ora, per non dimenticare. Per ricordare chi siamo, chi sei, chi è che ci ha lasciato e cosa non ci abbandonerà, malgrado il tempo.
Ci sono interruzioni non previste e che ti colgono di sorpresa, poi ti guardi indietro e ti dici che no, erano state annunciate in qualche modo, ma non ne hai colto i segni.
Ce ne sono altre che non puoi prevedere ma che poi si incastrano nella giornata: un treno fermo che parte giusto in tempo per consentire a qualcuno un ultimo saluto, una carezza, un bacio oppure no, si vedrà solo alla fine, ma almeno ci sarà il tempo per la scelta.
C’è un orario che passa, un negozio di fiori con la porta chiusa – ed era l’unica cosa che potevi fare per lui, l’unica che ti era stata chiesta, un mazzo di fiori colorati. Ma poi ne trovi un altro quando non ci speravi  e la porta è aperta, stavolta. Solo per caso, un fornitore che non trova la strada, un cliente che si attarda. O forse no, le coincidenze non esistono, ci sono solo sincronie, lo pensi e vedi un mazzo che è come lo vuoi, e l’uomo che te ne compone uno simile – non uguale, no, non esistono due fiori uguali, né due mazzi – lavora e non ti chiede perché hai scelto il colore, i girasoli, quelle gerbere screziate; le circonda di fil di ferro per aiutare il gambo a sostenerle e ti spiega che sono speciali perché hanno le punte arrotondate. Tu sorridi perché è amore che passa da quelle mani ai fiori recisi e messi insieme a creare armonia.
A lei che te l’ha chiesto piaceranno – te lo dicono i suoi occhi al tuo ritorno – e a lui che li riceve ad occhi chiusi faranno compagnia nel viaggio, l’ultimo, verso la terra natale.
“Non mi risveglio” l’aveva scritto solo qualche ora prima, come se lo sapesse che ormai dal sonno si sarebbe svegliato solo per pochi minuti, il tempo di congedarsi, di avvertire che stava andando altrove. 
Altrove, alla Casa del Padre, la sua meta non temuta ma attesa, preparata nei pensieri del mattino che solo ora si rivelano nella loro pienezza: “Non importa che ascoltiate, solo che - quando non ci sarò -  vi ricordiate un poco di come ho vissuto, o cercato di farlo”, diceva ai suoi figli. Se le parole non sono esatte, è quello il senso. Continuare ad essere qui, essendo altrove. Nel ricordo, nell’affetto, nelle parole scritte fitte fitte sulle pagine di un’agenda, nelle lettere strappate a un giornaletto: “Mi chiamo… chi amo?”.
E sono tanti gli altrove in cui essere allo stesso tempo: quello in cui devi  – lo dicono ragione e buonsenso – mentre il cuore ti spingerebbe via, quello dove le tue braccia stringono il vuoto e i tuoi occhi si offuscano per le lacrime, quelli dove il tuo stomaco si contrae o le orecchie ascoltano parole non dette – non più, almeno - ma vive nel ricordo. Quello in cui gli odori ti fanno stare dentro, ma che gli occhi ti mostrano lontano; o dove le gambe ti conducono mentre i piedi percorrono strade non tue.
L’addio, i saluti, i fiori legati con lo scotch, colore e amore a fare compagnia, un abbraccio e poche parole, niente cerimonie ma occhi che parlano di affetto troppo spesso messo a tacere da impegni, doveri o solo pigrizia. Promesse dette ma chissà se mantenute, non è cattiva volontà, solo fretta e cose da fare e da pensare, cose e non persone, per le persone il tempo ci sarà quando ci fermeremo, se non sarà troppo tardi.
Di nuovo via, di nuovo strade – asfalto e ferro, e legno, e vento che ti soffia tra i capelli e ti acceca per un istante – parole e incertezze e il pensiero ancora altrove, diviso tra chi hai lasciato indietro e chi ti aspetta al tuo arrivo, c’è ancora chi è rimasto a casa ad occuparsi del resto che scorre ancora, malgrado tutto.
Ma non sei sola, ora, e riempi il viaggio di parole, ritrovando piano perdute confidenze.   
Il treno si ferma, riparte, si ferma ancora.  Arriverai in tempo per la coincidenza o sarà ancora altrove che passerai la notte? Non lo saprai per ore,  legando speranza e timore al paesaggio che ti scorre accanto o ai luoghi di soste impreviste, stazioni sconosciute o spiazzi solitari.  
Corse ed attese, tramezzini in piedi e bagagli da sorvegliare, poi finalmente la certezza di ripartire presto. E parole, di nuovo, che si dilatano fino a che le frasi non si perdono nel cervello assonnato: ne cerchi il senso e non lo trovi più, ma non è giunto il momento di fermarsi in questo lungo giorno che scavalca domani.
Solo ore più tardi potrai chiudere la porta alle tue spalle, e finalmente abbandonarti al sonno.
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lunedì, 10 settembre 2007

Come dice di là la sorellona Metallica – al cui corposo fotoracconto  vi rimanderei – era ormai da tempo che ci ripromettevamo di ripetere la piacevole e gustosa esperienza dell’anno scorso, trascorrendo una giornata sul lago di Bolsena. Stavolta siamo riuscite a coinvolgere anche il Bardo Gilgamesh, la sua "impetuosa" consorte, Mistràl, e la piccola Elfa, Emma.

Il racconto di Metallicafisica è già abbastanza esauriente, per cui non mi dilungherei oltre sul lauto pasto (nonostante abbia rinunciato al dolce – per mancanza di spazio e non di gola – ho saltato la cena sempre per lo stesso motivo) ma solo delle piccole note e qualche ringraziamento.
 
Innanzitutto grazie a Giove Pluvio che si è astenuto dal presentarsi, concedendoci una giornata spettacolare – non troppo calda, non troppo fredda – e la possibilità di mangiare a pochi metri dall’acqua.
 
Poi un grazie alla sorellona e a Max che si sono “sacrificati” a turno, insieme a me, sugli strapuntini posteriori, consentendoci così di utilizzare un’unica auto per gli spostamenti. Cosa che non ha mancato di stupire qualcuno, all’arrivo al ristorante, quando uno sguardo incuriosito e “contabile” si chiedeva quanti fossimo effettivamente.
 
Una nota speciale per Emma, la Piccola Elfa, che ha dormito per quasi tutto il tragitto in auto, recuperando così le energie spese nelle sue esplorazioni in paese a Bolsena, lungo il pontile del ristorante e sulla strada bianca della passeggiata postprandiale, seguita sempre pazientemente da papà e mamma.
 
Un plauso alle foto di Brubo (altrimenti detto il “riccio-consorte”) e dei professionisti, sora Metalla e Max.
 
Un sorriso grande così al pensiero della giornata trascorsa insieme e della promessa di ripeterla.
 
Cosa resta da dire che non sia già stato detto altrove?
 
Forse solo questo: se qualcuno potesse darci notizie sull’origine e la denominazione di questo strano veicolo (notato per caso a Montefiascone, sulla via del ritorno) è pregato di scriverlo nei commenti…
L'oggetto misterioso - visione laterale (foto di Brubo)
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martedì, 03 luglio 2007
 
Il valente Giorgioflavio (giorgioflavio.splinder.com) ha indetto un concorso (http://giorgioflavio.splinder.com/post/12855760) in cui invita a rispondere alla seguente domanda: “In cosa credevate quando eravate piccoli?” . Questa è la prima cosa che mi è venuta in mente…
 
 
Quand’ero piccola, credevo che si dovesse sempre dire la verità. 
Lo diceva la mamma, la maestra, tutti i grandi, insomma.
E io ero una brava bambina, che faceva sempre quello che dicevano i grandi, specialmente da piccola.
Sono stata una bambina precoce, a tre anni mi iscrissero per sbaglio in Primina anziché all’asilo - un errore sulla data di nascita, immagino – ma la maestra, dopo il primo giorno, disse che potevo restare.
Avevo pure una buona memoria e così capitava che, quando c’erano delle visite, la maestra mi mettesse in mostra per recitare le poesie.
Una volta si aspettava un’ospite importante: nientepopodimenoche la direttrice dalla sede centrale.
C’era molta agitazione, la maestra si era raccomandata di essere puntuali e di portare un fiore, che alla fine della poesia avrei dovuto offrire alla gentile visitatrice.
La mamma, dal fioraio, prese dei bellissimi tulipani, rossi fiammanti, e me li consegnò. Poi salutò la maestra ed andò via  a sbrigare le sue faccende.
Quando, ad ora di pranzo, tornò a prendermi, trovò una maestra disperata.
“Signora” le disse appena la vide “sua figlia ha fatto scena muta. Non ha voluto aprire bocca, altro che poesia!”
Mia madre si chinò verso di me e mi chiese cosa fosse successo, se avessi dimenticato le parole della poesia e perché non avessi voluto recitarla.
“Ma, mamma” risposi io, indicando i tulipani ormai mosci per il caldo “come facevo a dire ‘questo fiore profumatissimo’? I fiori che mi hai dato sanno di camomilla!”
 
 

Fu allora che scoprii come anche la verità abbia un limite, che si chiama immaginazione.
E si spalancò un mondo…

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mercoledì, 30 maggio 2007

C'era un lungo ps, ieri, al post di chiusura di Brioche.
Un lunghissimo ps in cui spiegava il momento che stava vivendo, i motivi che l'avevano portata ad avere "disinteresse alla vita", non solo al blog.

C'era un lungo e vibrante ps, vibrante come lei sa essere, anche quando dice di avere rinunciato.

Oggi, al posto del ps - e del blog tutto - c'è una frase, blu su celestino, che recita: "Questo e' un blog che il proprietario ha deciso di occultare a se stesso e agli altri, perché al momento gli pare impossibile scrivere, o anche solo vivere."

Ci sono momenti in cui ci si sente così, e il silenzio può lenire le ferite, o forse no. Ma qui non si tratta del blog, c'è altro.

E per quell'altro, mi viene in mente la Ka-Mate, la haka che gli All-Blacks, la squadra di rugby della Nuova Zelanda, ha reso nota in tutto il mondo, tanto da farne addirittura la protagonista di una pubblicità.

E' una danza di sfida, la Ka-Mate, ma anche di rivendicazione. Della vita.

Ka mate? Ka mate? Ka Ora!Ka Ora!
Ka mate? Ka mate? Ka Ora!Ka Ora!
Tenei te tangata puhuru huru
Nana nei i tiki mai
Whakawhiti te ra
A upa...ne! A upa...ne!
A upane kaupane whiti te ra!
Hi!!!

 Io muoio? Io muoio? Io vivo! Io vivo!
 Io muoio? Io muoio? Io vivo! Io vivo!
 Questo è l'uomo dai lunghi capelli
 Che ha persuaso il Sole
 E l'ha convinto a splendere di nuovo
 Un passo in su! Un altro passo in su!
 Un passo in su, un altro... il Sole splende!!!
 Hi!!!

 


 

 

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