mercoledì, 25 giugno 2008
Tranquilli, non è l’ennesimo post per l’eliminazione dell’Italia dagli Europei (anche se, in verità, non ne ho visti poi tanti in giro, e quelli che ho visto non sembravano poi sconvolti).
 
E di che si tratta, allora?
 
Siamo a Terra” è l’ultimo numero della rivista Margini, edita da Navarra Editore.
Margini-Siamo a TerraE’ una rivista che, com’è scritto nella presentazione, “nasce con l'intento di pubblicare, insieme ad autori già noti, narratori sommersi degni di qualche attenzione e di creare uno spazio condiviso da chi pratica il racconto, da chi si fa delle domande e cerca delle risposte leggendo e scrivendo.  Il titolo, Margini, fa riferimento anche alla linea di confine geografico e culturale su cui si colloca la Sicilia, segnalando quindi l'apertura ad ospitare racconti dagli “altrove” con cui il confronto  sembra più necessario”.
In particolare, questo numero ha, come tema monografico, le questioni ambientali: non la versione “catastrofica” così di moda, da qualche tempo, nelle produzioni cinematografiche, ma le tematiche relative a un futuro eco-sostenibile.
Leggo ancora, stavolta dall’editoriale: “La nascita di un nuovo progetto di vita individuale e collettiva, di uno sviluppo armonico e non cannibalesco delle società, di un ambiente risanato, ha bisogno non solo di informazioni adeguate ma di una nuova cultura delle differenze e del rispetto. E di un nuovo linguaggio, diverso dalle parole sulfuree dell’apocalisse”.
 
Eh, ho capito.
“Bello, bello, ma tu che c’entri?”
 
Un po’ di pazienza e ci arrivo.
 
Quando medicineman mi scrisse per dirmi che mi aveva inserito nella rosa dei blogger che aveva selezionato per la rubrica “il pescatore nella rete” che cura appunto su “Margini” e chiedermi se c’era qualcosa in particolare che mi sarebbe piaciuto sottoporre alla selezione, non dico che mi venne il panico, ma certo mi sentii in imbarazzo.
Perché se ogni scarrafone è bello a mamma soja, quello che scrivo mi lascia sempre un po’ insoddisfatta, anche se poi mi dico “chista è ‘a zita” (cioè, questo è ciò che sono capace di fare) e lo pubblico.
 
Malgrado l’incertezza iniziale, riuscii a scegliere tre o quattro dei miei cunti ai quali, all’ultimo momento, aggiunsi un altro racconto che scrissi ancor prima di aprire il blog e che fu pubblicato allora su “sacripante!” nel numero dedicato proprio ai Margini”. In quel numero la rivista ospite del “Fuori logo” (la rubrica che raccoglieva le “parole scritte altrove”) era appunto Margini, allora pubblicata da “Letteralmente”. Sulla rivista cartacea, la rubrica "il pescatore nella rete" ospitava invece i racconti di colfavoredellenebbie e fuoridaidenti (era l'anno 2005, ma lo ricordo ancora).
 
Dev’essere stato quest’affollamento di Margini che ha fatto decidere la redazione, perché alla fine il racconto sacripantico (il cui titolo era, con scarsa fantasia rispetto al tema, “Vivere ai margini”) è stato scelto e ora fa mostra di sé sulle pagine grigioperla della sezione dedicata al “pescatore nella rete”.
 
“Siamo a Terra” sarà invece presentato VENERDI' 27 giugno alle 20 all'Expa di Via Alloro a Palermo.

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lunedì, 23 giugno 2008

Sabato pomeriggio, malgrado il caldo, ho goduto della rinfrescante compagnia di Petarda, con la quale il tempo è passato così velocemente che ci siamo ritrovate a scappare non appena guardato l'orologio; lei verso un po' di tregua prima di altri incontri, io verso casa, dove il consorte mi aspettava già da un pezzo.

Si è parlato di tante cose e non solo di blogosfera e amici comuni (per cui, se vi fischiavano le orecchie, forse eravamo noi). A un certo punto, a proposito di Palermo, mi era venuto in mente un vecchio post, scritto ancor prima di aprire il blog, che però non si trova più nel suo spazio originario, poiché il Thera (blog collettivo creato da Mariemarion) non esiste più.

Nei primi tempi del blog, quando raccoglievo un po' gli scritti che avevo seminato altrove, recuperai anche questo post, per non perderne le tracce.

Oggi, passando da Zu, sono stata invitata a giocare con le parole; mi è tornato in mente il post di cui parlavamo, ed ecco il risultato:

 

(clicca sull'immagine per ingrandirla; vuoi giocare anche tu?)

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venerdì, 23 maggio 2008

falcone-borsellino - lenzuoli

Nel messaggio letto nell'aula bunker e riportato dai giornali, il Presidente Napolitano scrive «L'impegno e la partecipazione di allora non possono subire flessioni», e così dovrebbe essere.

Ma ricordiamo ancora come invece l'attenzione fosse ridotta, lo scorso luglio, quando le lettere in cui Salvatore Borsellino chiedeva risposte passarono quasi sotto silenzio. Quasi, dico, perché ci fu un tam tam di blogger che sopperì in parte al silenzio dei giornali. (qui il post di allora, con i link ad altri post sull'argomento).

La "partecipazione di allora" (a Palermo, almeno) la ricordo nei racconti degli amici, nelle immagini - la fiaccolata in cui ricordo un Paolo Borsellino con un sorriso tirato, la chiesa stracolma di persone tra le quali riconoscevo volti amici - nelle parole di coraggio, nei lenzuoli appesi nei balconi. A Roma fummo in molti a finire davanti a Montecitorio, chiedendo a gran voce l'elezione di un nuovo Presidente della Repubblica, in quel momento di "vuoto" in cui pensavamo necessario dare un volto a rappresentare lo Stato.

Due anni dopo, quando a Palermo ritornai a lavorare - il 23 maggio fu proprio il primo giorno in cui presi servizio giù, e uscita dall'ufficio i passi mi portarono senza quasi lo volessi all'Albero Falcone - la partecipazione era ancora alta, ma la vidi a poco a poco affievolirsi (credo di averlo scritto, a più riprese, anche su questo blog).

Forse non siamo abbastanza per cambiare le cose, forse non ci crediamo che possano essere "veramente" cambiate, perché la mafia non è solo il  «fenomeno pervasivo, pronto ad attuare le strategie più sofisticate per insinuarsi nella società minandone la vita democratica, la coesione e il progresso» di cui parla Napolitano, ma di certe parti della società è malta e cemento, e si respira nell'aria come le polveri sottili. Forse ne siamo avvelenati anche noi, ché la mentalità mafiosa passa dai piccoli soprusi, dalla prepotenza stupida, dalle cose fatte  "per amicizia" (multe tolte, file saltate, favoritismi vari) e dalle scorciatoie che talvolta si è "costretti" a prendere, finendone invischiati.

Però no, noi non dimentichiamo.

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martedì, 15 aprile 2008

A votazioni avvenute, il risultato non è proprio quello che avrei voluto vedere, ma mi sembra piuttosto netto.

Mi interrogo sugli errori degli exit-poll - me lo dico ogni volta, è come se chi è intervistato si vergognasse di dire la verità sul proprio voto, o è proprio che la metodologia è errata? - ma poi, hanno poca importanza le parole, rispetto ai fatti.

Flounder stamattina ci ricorda una canzone di Gaber, a me non esce dalla mente una canzoncina che cantavano a "Indietro tutta" (e quasi scommetterei che fosse la canzone del Nord): "Abbiamo vinto, non si divide, chi vince ride AH AH AH AH!"

Non avendo vinto, non rido affatto. Ma temo che l'atteggiamento di chi ha vinto sia proprio quello... e mi viene ancor meno da ridere.

Tra parentesi - e non tanto - vedo che gli unici tre senatori U*C vengono dalla Sicilia (e non ho bisogno di guardare per sapere chi sia il primo) e l'umore non migliora.

 

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mercoledì, 26 marzo 2008

Viento scioscia stanotte
trase pe' sotta e fatte sentì'
viento viento
viento nce resta pe'nce 'ncazzà'
Viento
trase dint'e piazze
rump'e fenestre
e nun te fermà'
Viento viento
puorteme 'e voci
' chi vo' alluccà'.

(Viento - Pino Daniele)

 
 
 
 
Vento.

Soffia da giorni, ormai, a volte si calma ma è solo per poco, il tempo di far aggregare le nubi, come un cane da pastore, le mette tutte insieme sopra la città e quelle cozzano l’una sull’altra e mandano giù acqua a secchiate.

E poi si diverte a cacciarle via, negli angoli del cielo che torna azzurro e limpido, i colori più vivi lavati dalla pioggia.

Così è in questi giorni, con la città che a tratti serba i segni delle ferite.

Una palma, cadendo, ha divelto una cancellata; per fortuna non si è abbattuta sulla strada, accasciandosi di lato sul marciapiede deserto.

Una palazzina si è afflosciata su se stessa, ma anche quella non ha causato vittime.

Ci sono muretti abbattuti che uomini pazienti ricostruiscono mattone per mattone. Ci sono rami di traverso che la gente supera con indifferenza, mulinelli di aria e carta, sabbia e polvere.

Le onde si infrangono su spiagge e scogli, il mare ruggisce e poi si acquieta.

Il sole alla fine sembra vincere, ricordando che è già primavera.

Malgrado il vento.

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martedì, 29 gennaio 2008
È stato un lungo weekend di incontri, quello che ho appena trascorso a Palermo.  Molti assolutamente casuali, qualcuno voluto. Ma tutti piacevoli, ognuno a suo modo.
 
Il primo incontro è stato con la città, che mi ha salutato con un cielo un po' velato, ma mi ha avvolto nel suo calore (Lo so, magari per i palermitani era una giornata fredda, ma io ho girato tutto il giorno con il cappotto aperto, e avevo pure voglia di toglierlo, avessi saputo dove metterlo). E poi, infilarmi in quelle strade che non sono più centro storico, ma che conservano un che di popolare, camminare per la strada perché a volte i marciapiedi sono troppo ingombri, e il panellaro (due cazzille - pardon, crocchette di patate - offerte dalla signora dietro al bancone - che, come si dice, mi sbummichiaru 'u pitittu), e strade, e carciofi decapitati per strada, quelli nostri, duri e spinosi ma con il cuore tenero. E poi altra strada, e incontri inattesi, persone che non vedi da anni anche se hanno accompagnato la tua vita dalla nascita, e la voglia di camminare per non rinchiuderti in un'autobus, e respirare "l'aria di casa" anche se è inquinata, anche se ovunque senti parlare di cannoli e dimissioni con un'aria rassegnata, e il futuro sembra già segnato. Sui muri, cartelloni inneggiano alle discariche chiuse e richiamano a un indirizzo di splinder; "Io c'entro", vecchio slogan riutilizzato allo scopo. Ti chiedi se cambierà mai, se ci sarà uno spiraglio per questa città, per questa terra che continui ad amare anche da lontano. O forse l'ami perché sei lontana, chissà.
 
E poi i giorni sono passati, lenti e veloci a un tempo. Altri incontri, sorrisi, abbracci. Amici non visti da tempo, ma gli amici di sempre, quelli che basta uno sguardo per sapere che ci sono, e ci saranno. Quelli di cui vedi le rughe intorno agli occhi e ricordi di quando avevano più capelli che barba, quelli che ti volti indietro e c’erano nei momenti più belli, ma anche in quelli più brutti.
Quelli che ti abbracciano e nelle loro braccia, che si stringono un attimo di più, mettono tutte le parole che non c’è bisogno di dire.
 
E l’ultimo, l’incontro davvero inaspettato, quello che ti viene incontro, e ti chiama, e tu non lo riconosci perché non lo vedi da più di dieci anni ed era un ragazzo, allora, e invece ora è un uomo in divisa, e ha tre figli e te li fa vedere e sorride, sorride per la mezz’ora in cui ti racconta gli anni che ti mancano, e ti dice della moglie (che conosci anche tu), dei bambini, e delle persone che passano, prima o poi, in aeroporto ma che a volte fa finta di non vedere. Invece è qui, ed è felice di vederti, e tu pensi che a volte si lasciano tracce nelle persone, si lasciano anche quando pensi di essere scivolata come acqua sulle loro vite. E su questo pensiero, sorridi anche tu.

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Apdeit: sembra che questo post possa  - orgogliosamente ma inspiegabilmente - fregiarsi del Petarda' s tumbler Award (bontà sua), creato appositamente da Bartelio e la Donna Camèl.
Quindi lo appunto qui  a sinistra e sentitamente, ringrazio

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giovedì, 13 dicembre 2007
No, non è un errore; la storpiatura c’è, ma è voluta.
Il fatto è che oggi è il 13 dicembre (Santa Lucia, appunto), ma a Palermo è anche un giorno di sacrificio.
 
Infatti, per ricordare una antica carestia – nel 1646, proprio il giorno di S.Lucia arrivò finalmente una nave carica di frumento, a sfamare gli affamati – i palermitani, grati alla santa, in questo giorno si astengono dal mangiare alimenti a base di farina macinata.
 
Giorno di digiuno, dunque?
 
Macché.
Oggi, per sopportare l’assenza, dai banconi dei bar, di brioche, cornetti, fazzoletti, fagottini, calzoni (fritti e al forno), iris (fritte e al forno), rizzuole (con carne e non), ravazzate, rollò, orloff, pizzette (ho dimenticato certamente qualcosa, ma vi risparmio ulteriori aumenti dell’acquolina in bocca), i palermitani fanno colazione con…
 
L’Arancina.
 
(e mi raccomando, la A finale; è una piccola – be’, piccola si fa per dire – arancia, il frutto, non l’albero).
 
Se non l’inzuppano nel cappuccino è perché di regola l'arancina è più grande della tazza, ma qualcuno potrebbe pure provarci, non si sa mai.
Nota bene: L'arancina non deve MAI, MAI e poi MAI essere confusa con il supplì, come fanno qualche volta - orrore - i romani. (Veramente quelli sono orgoglioni del supplì, che può avere anche i suoi meriti, ma poi si sono messi a fare gli arancini, e qui non si va più d'accordo). Il supplì, oltre ad avere dimensioni ridotte, ha il riso condito con salsa di pomodoro. Il riso dell'arancina è invece amalgamato con zafferano (poco, per i miei gusti), burro e uova. I due condimenti tradizionali sono poi "al burro" - mozzarella, besciamella e cubetti di prosciutto cotto - e "alla carne" - ragù con piselli e pezzetti di caciocavallo fresco. Così, almeno, le faceva mia nonna.
 
Dopo colazione, per pranzo ci si sacrifica con il timballo di riso, o in alternativa il gattò (in alcune accezioni, grattò, eredità sicula di un francese gateau) di patate. E per il pane, come si fa?
Niente paura, panelle e crocchè – che non mancano mai sulla tavola – si possono mangiare anche schiette (cioè non “sposate” con la classica focaccia).
 
Manca il dolce?
Neanche quello, non ci si fa mancare niente.
 
Dice la tradizione che per la fame, i palermitani si misero a bollire il grano così com’era, senza aspettare che fosse macinato. Poi, per addolcirlo un poco, lo mischiarono a crema di ricotta, pezzi di canditi. Solo dopo alcuni aggiunsero scaglie di cioccolato.
 
Nacque così la cuccìa, dolce tipico di S. Lucia che "dividiamo" con Siracusa ed altre città della Sicilia. 
Io non lo mangio, in verità, ma c'è gente che per poco non ci si tuffa...
 
Alla fine della giornata, litri e litri di canarino (che qui si fa con scorza di limone e foglie di alloro) non basteranno forse a consentire la digestione, ma la tradizione è salva. E i sacrifici, si sa, vanno fatti, perché alla lunga, portano in paradiso. 
 
(Oggi i lamenti dei palermitani lontani da casa affollano i commenti di rosalio, vestito di arancine per festeggiare l’occasione; a Roma, comunque, un posto – anzi due – dove trovare arancine e cuccia si trovano, e stasera ci si sacrificherà insieme agli amici)
P.S.: Oggi sarebbe pure il compleanno di shemale, blogger valente ma, ahimé, ormai nascosto. Non del tutto, però. Tracce della sua abilità si trovano ancora qui, e nei commenti di qualche blog (mirabili le sue prime apparizioni da manginobrioches). Non so se naviga ancora, in incognito, ma se dovesse passare di qua, auguri da parte mia.
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giovedì, 19 luglio 2007

Oggi, quindici anni fa, un'esplosione.

Oggi, quindici anni dopo, troppo silenzio, forse.
Ma nel silenzio c'è qualcuno che non dimentica e che lavora, che va avanti con le sue gambe, rischiando di persona.

Oggi, anche qui, un piccolo segno per non dimenticare.

Aggiornamento: A proposito di silenzi e di risposte non date, E.l.e.n.a. nel suo post  linka una lettera aperta di Salvatore Borsellino che è - come lei scrive - un pugno nello stomaco, ma che secondo me, va diffusa (ieri, ad esempio, non ne ho trovato tracce né sul sito di Repubblica, né sul Corriere della Sera; ma forse ho guardato male. In ogni caso, eccola anche qui.)

Ri-aggiornamento: Petarda (che scrive un post anche da lei) mi segnala, nei commenti, un altro post di xantology, che riporta la replica di Mancino e la risposta di Salvatore Borsellino, che potete trovare qui. E se, come dice Pagliaro, di virus si tratta, spero che sia una vera epidemia.

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martedì, 24 aprile 2007
Nel fine settimana, sono stata a Palermo a trovare i miei, come accade abbastanza spesso.
Le strade sono tappezzate di manifesti elettorali (quasi tutti di una “parte”, che evidentemente ha maggiori fondi pubblicitari) in vista delle prossime comunali, a metà maggio.
Volti noti e meno noti, facce patinate messe in mostra, speranze e promesse che saranno più o meno deluse.
Domenica pomeriggio, a casa di parenti, una videocassetta ormai tremolante ci rimanda le immagini di un film che non avevo mai visto: Nati stanchi, con Ficarra e Picone.
(Nel film - ed è stata una bella sorpresa -  oltre ai protagonisti, buona parte dei comici e cabarettisti di Palermo e provincia; anche uno dei Cavernicoli, quelli di "cintura di castità". Ma che stavo dicendo?).
Mentre i bambini sciorinano le battute in sincronia quasi perfetta con ciò che arriva dal tubo catodico, sullo schermo scivolano le immagini di un’altra campagna elettorale e due comizi, cui assiste l’identico pubblico.
Il primo, di una pasionaria che denuncia le condizioni del paese, gli illeciti, la scarsa occupazione, la necessità di cambiamento.
Il secondo, di un distinto signore in giacca e cravatta che promette un luminoso destino a questo paese dell’entroterra siciliano: farne – con il modico costo di cinque cannoni sparaneve – una stazione sciistica.
Il pubblico?
Una piazza deserta, nella quale spiccano tre sedie e quattro spettatori, sulla cui attenzione non si potrebbe giurare.
 
Eppure…
Eppure qualcosa debbono averla sentita, perché dall’indomani una nuova moda si diffonde per il paese.
Si inizia con l’uso degli scarponi doposci, “inaugurato” in una seduta dal barbiere da Don Ciccio (un Burruano in gran forma), e subito imitato da buona parte della cittadinanza, che di tanto in tanto si vede passeggiare per la piazza con degli sci sulle spalle. Arriva pure uno spazzaneve, con tanto di manifesti elettorali.
Se la vicenda fa da contorno alla trama principale del film (ma la sua presenza non credo sia casuale), la mente ritorna alle confidenze di un amico, candidato a una delle precedenti tornate elettorali, che raccontava come gli fosse stato raccomandato di non fare tentativi di campagna in alcune zone della città perché “tanto è inutile, si sa già i voti a chi andranno”, e passeggiando per le strade del quartiere ciò era particolarmente evidente.
 
Non so quale sarà il risultato delle prossime elezioni, anche se temo di immaginarlo. Spero solo che, in futuro, non servano scarponi doposci.
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venerdì, 13 aprile 2007
Oggi il mio counter è balzato per un anonimo che cercava invano il testo di “Cintura di castità”, una canzone dei Cavernicoli di cui parlai in un vecchio post (che non vi linko, tranquilli) e vagava disperato per il blog alla sua ricerca.
Quella canzone la drammatizzammo, nel lontano 1981, insieme a un gruppo di amici; spero di ricordarmelo ancora, il testo (a grandi linee sì). Vogliate perdonarmi le inesattezze, ma tanta cocciutaggine  va premiata, qualche volta.
 
 
Lui: Permettete, signora, posso essere il vostro amante
Cessate di farmi piangere e farmi dispiacer
Ferito come una lepre, colpito e sanguinante
Abbassate il ponte, entrerò nel vostro castel
 
(coro: entrerà nel vostro castello, entrerà nel vostro castel)
 
Lui: abbassate il ponte, entrerò nel vostro castel
 
Lei: Ahimè, mio bel sire, non sono più una pulzella
Sono sposa al sire Osvaldo, quell’astuto vecchierel
Ha portato alla crociata, or sono sei mesi o più
La chiave della mia cintura di castità
 
(coro: cintura di castità, cintura di castità)
 
Lei: La chiave della mia cintura di castità
 
Lui: Non temete, milady, un fabbro conosco già
Andremo alla sua bottega, alla porta sua busserem
Cercheremo di avvalerci della sua grande abilità
Per veder se è capace di aprire il lucchetto là
 
(coro: di aprire il lucchetto là, di aprire il lucchetto là)
 
Lui: Per veder se è capace di aprire il lucchetto là
 
Fabbro: signora e signore, non posso aiutare voi
La mia specializzazione non è qui di utilità
Trovare non so il segreto di tale combinazion
Il barone ha qui applicato una Yale di perfezion
 
 
(coro: una Yale di perfezione, una Yale di perfezion)
 
Fabbro: il barone ha qui applicato una Yale di perfezion
 
Osvaldo: Ritorno dalla guerra con funeree novità
Il nemico ho combattuto, resistito all’uragano
Ma passando con la mia nave lo stretto di Gibilterra
Ahimé la sfortuna, la chiave è caduta in mar
 
(coro: la chiave è caduta in mare, la chiave è caduta in mar)
 
Fabbro: ahimè la sfortuna, la chiave è caduta in mar
 
Lei: Ahimé, infelice, per sempre chiusa io resterò
A fare l’amore sapiddu come farò
 
Coro: in quella s’avanza un paggio, che dice
 
Paggio: Venite qua
Favorite nella mia stanza, col duplicato io l’aprirò
 
 
(coro: col duplicato lui l’aprirà, col duplicato lui l’aprirà)
 
Paggio: Favorite nella mia stanza, col duplicato io l’aprirò
 
 
Coro: la la lalalala la la lala lala la
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