lunedì, 14 maggio 2007

Ho messo piede a Torino con lo zaino sulle spalle, salutata da un cielo indeciso che già sul pullman si è volto a un timido sorriso, lasciando poi il posto al sole in barba alle pessimistiche previsioni.

Mettere alla prova la cortesia sabauda è stato un duro impegno, perché alle richieste di informazioni sui percorsi degli autobus hanno risposto, nell’ordine: due signore polacche, un anziano pugliese, uno slavo non meglio identificato e una guardia giurata di regionalità decisamente meridionale.

In compenso, trovare Palazzo Graneri della Roccia è stato semplice.
E il LitCamp ha avuto inizio, almeno per me.
 

Potrei dirvi degli interventi – i pochi che sono riuscita a seguire, alternandoli con qualche sosta al tavolo di segreteria per consentire anche a Petarda ed E.l.e.n.a. di fare lo stesso – ma certamente altri potranno farlo (o l’hanno già fatto) meglio di me.

Posso dirvi però del filo rosso che li ha uniti: la voglia di mettersi in discussione e non in mostra, la semplicità dell’approccio e la passione riguardo ai contenuti.

Ma io credo che, aldilà delle parole – che pure sono sfaccettate e importanti, come ci ricorda Effe – siano persone e gesti, che ci colpiscono e ci portiamo dietro.

 
E così, tornando a casa, nel mio zaino hanno trovato posto:

- il sorriso di Petarda e le sue attenzioni (la pasta di kamut poi non l’ho mangiata, ma lei l’aveva portata per me)
- l’onnipresenza di Herr Effe (stanco e un po’ tirato, in giro fino alla fine a controllare la situazione)
- i bermuda del Bravuomo (e il suo comparire come un folletto a ricordare orari)
- la stretta di mano di Strelnik, quando l’ho fermato come gli avevo promesso, e il suo sorriso aperto
- la passione per la scrittura di Mauro Gasparini, che si sente tutta nella voce
- lo stupore di Mario Bianco per la cortesia di una sconosciuta
- l’affidarsi di Flounder, lei che è sempre lì a organizzare gli altri
- il salame di SanLorenzo (che deve essere il santo protettore dei raduni di blogger)
- i divani della sala 3, dove davvero si è sviluppata un’orizzontalità degli interventi
- Emma e i suoi sorrisi, e giocare ai dadi con “zia Riccio”
- gli occhi luminosi e penetranti di Madame D, e la sua risata cristallina
- la stanchezza attenta e sorridente di Mistral
- la pazienza di Gilgamesh
- il fantas(ma)tico programma del LitCamp, unico esemplare stampato che ogni tanto scompariva per ricomparire nei luoghi più impensati
- il moleskine avana (rigorosamente a quadretti)
- i libri regalati o liberati
- il sorriso triste di Alice (o Alessandra) cui non riesco mai a dire quanto mi piace quello che ha scritto
- il saluto di Amir, che mi ha riconosciuta per primo
- le stradine lastricate di una Torino geometrica ma meno fredda di come mi aspettassi
- un B&B oltre le aspettative, con una padrona di casa efficiente e gentile
- i dubbi sulla sessualità dei ricci di mare (hanno una riproduzione sessuata, ho controllato, ma la frusta di zorro, quella non mi sembra probabile)
- le risate sui nomi popolari delle oloturie (ah, e in italiano le chiamano cetrioli di mare)
- le lacrime sorridenti sulle disavventure poetiche di Guido Catalano
- le voci ipnotiche e mutevoli di Luigi Carrino e Rita Bonomo, che mi hanno fatto perdere il senso delle parole proprio quando ero più attenta a cercarlo.

 
E poi gli incontri della domenica,

- Igiaba Scego, con cui parlare di Buràn e di scritture africane già al tavolo della colazione e poi di nuovo sul tram per il salone del Libro,
- Luca Burei che ci ha salvate da una coda interminabile
- gli autori Untitl.ed con le loro timidezze e i racconti appassionati,
- Erica ed il suo ACE fresco,
- lo zio Masciu ed il suo invito a cena (che se passo per Milano, non esiterò ad accettare)
- i pazziati, almeno una parte, venuti ad assistere alla prima presentazione di Mikel come autore

 E infine, le corse per prendere l’ultimo pullman utile – perso per un soffio – per l’aeroporto.
 
Ma c’è una cosa, che non ho riportato a casa.
La bottiglia del latte detergente, sequestrata al controllo dei bagagli a mano perché aveva una capacità di 200 ml, contro i 100 consentiti per ogni confezione. “Ma è praticamente vuota” – ho obiettato. Mi è stato risposto che il regolamento parla di contenitore e non di contenuto. Però, se volevo, potevo imbarcare il bagaglio, bottiglia compresa.
Ci ho rinunciato senza esitazioni.
 
Nello zaino, ho fatto posto per un ricordo in più.

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venerdì, 11 maggio 2007
Non sempre si trova quello che si cerca, ma qualche volta, se si è fortunati, quello che si trova vale di più.

E' ormai il momento di chiudere lo zaino e partire.
Ho preparato libri da liberare, percorsi da seguire, taccuini da riempire.
Ho aperto le mie orecchie all'ascolto, gli occhi per osservare, la mente per capire.
So con cosa parto, non so ancora con cosa tornerò.
Ma certamente, con qualcosa in più.




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