lunedì, 23 giugno 2008

Sabato pomeriggio, malgrado il caldo, ho goduto della rinfrescante compagnia di Petarda, con la quale il tempo è passato così velocemente che ci siamo ritrovate a scappare non appena guardato l'orologio; lei verso un po' di tregua prima di altri incontri, io verso casa, dove il consorte mi aspettava già da un pezzo.

Si è parlato di tante cose e non solo di blogosfera e amici comuni (per cui, se vi fischiavano le orecchie, forse eravamo noi). A un certo punto, a proposito di Palermo, mi era venuto in mente un vecchio post, scritto ancor prima di aprire il blog, che però non si trova più nel suo spazio originario, poiché il Thera (blog collettivo creato da Mariemarion) non esiste più.

Nei primi tempi del blog, quando raccoglievo un po' gli scritti che avevo seminato altrove, recuperai anche questo post, per non perderne le tracce.

Oggi, passando da Zu, sono stata invitata a giocare con le parole; mi è tornato in mente il post di cui parlavamo, ed ecco il risultato:

 

(clicca sull'immagine per ingrandirla; vuoi giocare anche tu?)

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giovedì, 17 gennaio 2008
La pioggia a me piace molto, anche se spesso mi rende malinconica.
Mi piace la sensazione di pulizia che lascia, dopo, l'odore della terra bagnata, a volte anche gli scrosci violenti, se sono al coperto.
Qualche volta mi piace anche camminarci sotto, senza ombrello, solo cappuccio e mani in tasca, o una cerata per ripararsi; il ticchettio mi aiuta a pensare, nel silenzio delle strade di campagna.
Ho bei ricordi legati a camminate sotto la pioggia; qualcuno meno bello, anche.
E qualche volta, la pioggia mi fa scrivere, negli archivi ho trovato almeno due o tre post che riflettevano sensazioni diverse.
Quella che segue è una "lettera dal carcere". Fa parte del blog che raccoglie ormai non so quante lettere, di diversi autori, da due anni. La prima lettera risale infatti al 31/1/2006, giorno in cui Flounder decise di "aprire il carcere", o almeno il suo epistolario, che di quando in quando ha ospitato anche me.    
Piove.
Di nuovo.
Ma non è silenzio, oggi.
E' pioggia scrosciante, è cielo cupo e stridio di gabbiani.
Sono ruote che sollevano acqua, è rombo di tuono, lampi lontani.
Piove, e non vorrei essere qui.
Mi stanno strette queste pareti,
è troppo poco lo spicchio di cielo che intravedo.
Vorrei essere lì fuori, lasciare che la pioggia mi lavi via la polvere del tempo.
Che la pelle torni a respirare carezze,
che le orecchie ascoltino sorrisi.
E invece sono qui.
 
Costringo le mani a ripetere gesti noti,
le incateno a una successione di movimenti precisi,
uno dopo l’altro, perché il cervello si concentri su di loro e non fugga via, lontano.
E rimango qui, a guardare uno spicchio di cielo.
 
Almeno, ora, non piove più.
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mercoledì, 25 luglio 2007
… e mettila da parte, dice un proverbio.
Giorni fa stavo cercando di capire cosa conservare e cosa no di alcune cose che avevo scritto qua e là. Io sono un tipo piuttosto “conservatore”, come buona parte dei cancerini tendo ad accumulare ricordi e impressioni. Ogni tanto – per fortuna, direbbe il consorte - vengo travolta dal vortice del “riordino”, e faccio un po’ di spazio. Ad ogni modo, nel rileggere e selezionare, mi sono imbattuta in un vecchio post di Vis, “L’arte di scopare”, che invece secondo me va recuperato a distanza di tempo (era il 2005, pensate). E siccome io qui ho una categoria apposita, “neglie” (in siciliano, le cose inutili che però si tendono a conservare) ecco anche – con qualche modifica – il commento che scrissi allora. “Vivi di rendita” dice la sorellona. No, perché su queste cose ci farei la fame, dovessi viverci. Ma rileggerle mi ha fatto sorridere.
 
 
Quand'ero piccola, a casa dei miei, c'erano scope diverse per diversi usi.

Piccole e delicate per le camere da letto, per infilarsi in spazi angusti e raccogliere i batuffoli di polvere che si rintanavano sotto il sommier dei miei, o zigzagare tra il mobile letto e l’armadio.
Ce n’era una, più grossa e a setole grandi, per la sartoria: questa si riempiva sempre di fili colorati e, finito il suo lavoro, somigliava ad una parrucca di carnevale. Il rito comprendeva poi il passaggio della calamita sulla polvere accumulata per recuperare aghi e spilli, mentre i fili lasciavano la scopa per finire nell’immondizia.
C’era, s’intende, la saggina per i balconi, che fa il lavoro grosso e toglie via la terra e le foglie sparse dal vento.
Per i tappeti no... per quelli spazzola, ginocchia a terra ed olio di gomito.

Ci vuole amore per far bene le cose... attenzione, anche per scopare.
E se c'è la tuttofare, quella che afferri all'ultimo minuto per togliere le briciole dal tappeto o spazzar via la cenere della sigaretta, c'è poi la specialista del tappeto, che lo strapazza dolcemente senza danneggiarne i nodi.

Ma anche la polvere ha una sua dignità?
A volte me lo chiedo, quando penso al perché c'era una scopa per i bagni, una per la cucina ed una da usare solo per i salotti (a casa mia, col fatto che c'era la sartoria in casa, di salotti ne avevamo tre). E regnava la gerarchia, con le scope retrocesse man mano che perdevano fili ed elasticità.

Ora invece non c'è più distinzione né, forse, il tempo per farle. Prendi l’aspirapolvere e via, per tutta la casa. E’ vero, anche l’aspirapolvere ha la spazzola per il parquet, quella per pavimenti e per i tappeti (ammesso che si abbia voglia di cambiarle). E ha il vantaggio di risolvere il problema del pelo di Ares (il cane), che a casa mia si trova dappertutto.

E' un po' triste, però.
Soprattutto, hai meno tempo per vagare con la mente, mentre vai su e giù e il rumore (anche in quelli silenziosissimi) ti disturba i pensieri. Che invece ti sorprendevano, una volta, con il viso appoggiato al manico...
 
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martedì, 21 novembre 2006
Chi si ricorda “Trixie”?
Era un film delizioso, un po’ rosa un po’ giallo, uscito nel 2000. La protagonista era appunto Trixie, una ragazza molto sveglia ma anche strana, certo particolare (“l’unico delitto che non sapeva risolvere era l’assassinio della lingua inglese”, recitava il trailer della versione originale).
Trixie era anche il nick scelto da una ragazza di un forum che frequentavo, e che non esiste più.
In questi giorni Broono ha scritto un post (“E’ morta Ana. Ana è viva” ) in cui si parla di anoressia, e mi sono ricordata di un vecchio post del forum. Lo aveva scritto, appunto, Trixie, in risposta alla richiesta di una forumista di raccontare qualcosa di sé.
L’avevo stampato, allora, per non dimenticarmene. Con uno scanner e un po’ di pazienza, eccolo qui.
Trixie, invece, l’ho persa di vista, ma so che, quando non scrive, sta bene. (E’ il mio augurio per lei).
 
Guarire dalla dipendenza da cibo
Pseudonimo: Trixie
Data:   25-Set-2002 16:08
 
Mi hai colto un po’ di sorpresa!
Dopo tutti questi post speravo di aver rivelato un bel po' di cose riguardo ai miei loschi affari!
Ma visto che mi trovo in giornata, voglio parlare di un particolare periodo per me durato otto anni. Ne parlerò immaginando di parlare con chi oggi ne soffre, magari dando anche dei consigli, cosi forse potrò aiutare qualcuno.
 
Prima di tutto ho 3l anni. Sarò lunga perché l'argomento richiede. Sono stata bulimica e anoressica, sono guarita da quattro anni. Vorrei dire cosa mi ha dato la possibilità di guarire e cosa ha significato questa malattia per me ma prima lasciatemi fare delle piccole considerazioni personali...
 
La paura di ingrassare, per me era solo un alibi anche se al tempo credevo che fosse il motivo di tutti i miei problemi. Fate attenzione a cosa si nasconde dietro la paura di diventare grassi. Ci si ammala senza rendersene conto e tre cose giocano contro, il rapporto con i genitori, di conseguenza il non accettarsi e collegata ad entrambi la sessualità.
Badate bene la colpa non è di nessuno, neanche vostra.
 
Sono guarita dopo aver saputo le verità non dette che annusavo nell'aria di casa come un segugio. Spesso soffriamo proprio per le cose che non sappiamo, le avvertiamo (questo mi ricorda una discussione fatta tempo fa nell'altro forum in cui si parlava di tradimento, qualcuno affermava che chi non sà di essere tradito non può soffrire).
La guarigione mentale e poi quella fisica, putroppo si deve combattere non con una ma con due malattie e quindi guarire due volte.
La guarigione mentale può avvenire solo se si scava e si prende coscienza del vero motivo del proprio malessere e la guarigione fisica la segue.
 
Fisicamente lo stomaco diventa già dopo poco tempo indisciplinato e dimentica cosa vuol dire digerire, ci si incastra in un meccanismo che gira come un cerchio, per spezzarlo ogni punto è uguale all'altro, basta scegliere a casaccio.
E a casaccio ho scelto, il mio organismo ormai non mi ubbidiva più e come si fa con un bambino ho posto delle regole.
 
In tutto questo discorso le diete sono estranee, la dieta non funziona per noi bulimiche e anoressiche, le restrizioni alimentari ci uccidono, abbiamo invece bisogno di libertà.
 
Le mie regole sono state queste:
Dovevo riabituare il mio stomaco a digerire, cosa alquanto difficile, sceglievo cosa mangiare solo nei criteri della mia golosità e sempre in piccole quantità, ho iniziato ad ascoltare il mio stomaco perché credetemi lui parla con noi, comunica, siamo noi che non lo ascoltiamo, per trovare un aiuto nella digestione ho completamente eliminato l'acqua.
L'acqua é stata per molto tempo una nemica perché mi dava un senso di gonfiore insopportabile. Bevevo e tanto solo prima di andare a dormire.
Altra cosa fondamentale è cominciare a masticare ogni piccola particella di cibo o sono dolori e masticare molto lentamente tutto  ciò che si ingerisce a costo di sembrare una mucca che rumina, posare la forchetta tra un boccone e l'altro può essere un piccolo trucco. Insomma sciogliere il cibo e farlo scivolare dolcemente nello stomaco come un piccolo atto d'amore tutto per noi.
La continuità e la determinazione nel seguire le "regole" porta lentamente alla guarigione fisica.
Dovete mangiare solo alimenti che vi piacciono anche se va contro i regimi alimentari che tutti noi conosciamo, piano piano l'acqua che avete eliminato tornerà nelle vostre abitudini senza dare disagi e potrete cominciare a pensare ad una alimentazione più corretta.
 
Altra considerazione personale è il prendere coscienza di tutto, di voi stessi, di ciò che vi circonda, diventate realisti senza cadere nel cinismo. L'amore è l'unica verità.
La malattia non vi abbandonerà mai, accettatelo, l'avrete sempre dentro ma potrete convivere con lei e tenerla nel posto in cui tenete le cose più belle che avete avuto, perché senza di lei non sareste diventati migliori.
Ora sono guarita e mangio solo quando ho fame.
 
Lo so  ho scelto proprio un modo strano per parlare di me, ma che ci volete fare!



Aggiornamento: vorrei che leggeste questo post di Flounder e questo di Dandyna
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lunedì, 30 ottobre 2006
Ieri mi è capitato di assistere a un matrimonio celebrato con il “nuovo sì”.
Nuovo si fa per dire, ormai sono due anni che la formula del matrimonio è cambiata, ma ieri, non so perché, mi ci sono soffermata di nuovo.
Nell'ascoltarla, mi venivano in mente tante cose, e sono andata a ripescare quello che a suo tempo scrissi sul Thera e che si è perso con gli archivi di quasi due anni (un bene o un male? Per me un peccato comunque, specialmente per gli scritti non miei). Le mie parole, oggi, sarebbero identiche; quindi, eccole.
 
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Nella promessa matrimoniale io prendo te... è stato sostituito da io accolgo te... per evidenziare, secondo la CEI, la dimensione del dono.
Beh, magari c'è chi l'ha ignorato, questo cambiamento; poi c'è chi dirà che è inutile, altri che è addirittura dannoso.
Io personalmente lo vedo bene (accolgo te per me significa ti faccio entrare in un luogo che era solo mio, nella mia vita, nel mio cuore, nella mia anima... ti rendo parte di me e mi consegno a te, aprendomi a te, donandomi a te) ma non è di questo che volevo parlare.
Il fatto è che da quando ho letto questa notizia mi frulla in mente la parola accoglienza.
Sarà che negli ultimi tempi è una parola che ricorre spesso, nella mia vita...
Ma che cosa vorrà dire, sul serio, accoglienza?

Uno sguardo al vocabolario:
 
accoglienza ac|co|glièn|za s.f.
l’accogliere; il modo in cui si accoglie: un’a. buona, calorosa, cordiale, cattiva, fredda; fare buona, cattiva a.

(e vediamo accogliere, allora)
 
accogliere ac|cò|glie|re v.tr. (io accòlgo)
1a ospitare: ci ha accolti in casa sua | di qcs., contenere, accogliere: l’albergo accoglie numerosi pensionanti, la sala accoglie mille persone
1b ricevere all’arrivo qcn. o qcs.: a. un amico; a. una notizia, apprenderla; spec. seguito da un avv. di modo: a. a braccia aperte, a. freddamente una notizia | ammettere, includere: a. nel proprio gruppo
2 accettare, approvare: a. una proposta, una richiesta, una preghiera
3 capire, intendere: per quanto ho da lor detti accolto, | m’han promessa e venduta a un mercadante (Ariosto)
4 ammainare: a. le vele

... non chiarisce le cose.
Non del tutto, almeno. Cerco di spiegarlo a modo mio.
L'accoglienza (per me) è un valore spesso banalizzato, se non dimenticato, ma che entra (o dovrebbe entrare) in tutti i rapporti interpersonali, persino in quelli lavorativi.
In ognuno di essi, ovviamente, assumerà forme diverse, ma una volta entrata nella nostra vita non potrà se non permearne ogni aspetto.
Nei rapporti lavorativi sarà un abbandono della gelosia professionale e la riscoperta del trapasso di nozioni - termine ormai obsoleto, credo - in un mondo in cui ormai si è diffuso il detto per cui la conoscenza è potere e non deve essere condivisa.
Nei rapporti familiari sarà mettere il nuovo arrivo (un bambino, ma anche un adulto in una famiglia acquisita) a proprio agio, renderlo consapevole di essere parte di qualcosa cui ha pieno diritto - il calore familiare - ma del quale ha anche una responsabilità (questo, ma è ovvio, diventerà consapevolezza in modo graduale con l'età, ma anche i bambini sanno essere responsabili, se coinvolti).
Nell'amore sarà condivisione, perchè accogliere, se è accettare l'amore dell'altro e farlo proprio è anche consentire all'altro di accedere ad alcuni luoghi remoti del proprio cuore e della propria anima.
E' fidarsi a tal punto da consegnarsi all'altro, non solo nella facciata che riserviamo al mondo esterno, ma nei propri difetti e debolezze, senza per questo dimenticare che l'altro ha una propria sensibilità e dei propri spazi che vanno rispettati.
Nell'amicizia l'accoglienza non è forse l'ingrediente principale, ma dà un sapore importante al rapporto.
L'amicizia è poi una forma d'amore, forse meno "egoistica" (uso il termine tra virgolette, perchè l'Amore, quello con la A maiuscola, rifugge dall'egoismo), certamente meno esclusiva. Davanti all'amico tolgo la maschera che uso per il mondo, gli lascio vedere il mio vero io ed accolgo in me, come in uno scrigno, i segreti che egli mi confida.
Ma il vero senso dell'accoglienza, secondo me, è il rispetto della diversità.
Che è poi tra le cose più difficili.
Io ti vedo per quello che sei, non come vorrei che tu fossi.
So che sei diverso da me eppure accetto questa tua diversità (la accolgo) e ne faccio un punto di forza della nostra amicizia.
Perchè se tu sei forte dove io sono debole - e viceversa - potremo sostenerci nelle difficoltà.
Sarà più difficile cadere, perchè non zoppicheremo mai dallo stesso lato.
L'accoglienza è quindi creare un gioiello risplendente dove altri vedono un buio che fa paura: la diversità.
Perchè l'accetta, la capisce, la ospita senza tentare di cambiarla.
Difficile da dire, in un mondo in cui l'omologazione (del pensiero, della parola, del modo di vestire e di comportarsi) è dominante.
In un mondo in cui se non sei firmato (e uniformato) non sei nulla.
Ma forse, proprio per questo, è una delle cose che vale la pena di riscoprire.
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giovedì, 01 giugno 2006
A volte parole ed immagini creano strani miscugli, se filtrati dagli stati d’animo. E così accade che una cosa te ne faccia venire in mente un’altra, completamente diversa se non per quel piccolo filo, quel legame che solo tu riesci a vedere, e che ti trascina, quasi.
Fruits de mer - GUYLIANCapita così che, leggendo di chiocciole e di cose che vanno fatte con calma, ti venga in mente – e senza alcun motivo apparente - un altro tipo di “animali”, commestibili e dolci:  i fruits de mer (conchiglie, seashells, come li volete chiamare) della Guylian.
Questi qui, insomma:
 
E poi ti ricordi di parole già scritte, che sono ogni volta uguali eppure diverse; e immagini e gesti tornano a ripetersi in un deja vu.
Apri la scatola e li vedi lì, disposti in ordine come tanti soldatini.
Fai scorrere lentamente il dito, sfiorandoli appena, indecisa, e già ne senti il sapore sulla lingua.
Giù, poi su, poi in basso ancora… eccolo.
E’ lui.
Non è sempre la stessa cosa, a farti decidere: a volte è una conchiglia panciuta, altre è un cono lungo e affusolato, oppure un cavalluccio marino.
Dipende dall'estro del momento.
In tutti, però, è la mescolanza di bianco e nero, le spirali, la morbidezza delle curve perfette ad attirare sguardo e mano.
Lo guardi, lo prendi...
 
Passi la lingua dolcemente sulla superficie, morbida e resistente a un tempo.
Vuoi prolungare l’attesa, perché tutto non accada troppo in fretta,
e allora non affondi i denti,
ma lasci che il calore della tua bocca lo sciolga lentamente,
che palato e lingua si permeino del suo sapore...
dolce e pastoso, unico e irraggiungibile.

Cerchi di non muovere un muscolo,  
di rimanere lì, ferma, perchè il piacere duri più a lungo.
Ma, allo stesso tempo,  sai che non ci riuscirai
perchè ne vuoi ancora... e ancora.

Torni quindi ad assaporare, piano,
lasciando che denti e lingua compiano il loro lavoro, infine.
Sei quasi sorpresa quando finisce...
per un momento avresti sperato che continuasse a lungo,
ma le cose belle  - si sa - hanno breve durata.

Però puoi sempre ricominciare…

(stando attenta alla linea, magari)
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giovedì, 09 febbraio 2006

Angela cercò di raccogliere tutto il suo coraggio.
Ce ne vuole, per ammettere un errore.
Doveva farlo. Continuare a resistere per uno stupido puntiglio era, appunto, una sciocchezza.
Tutto quello che uscì, però, fu un sussurro.
"Non ti sopporto più"
"Come hai detto?" disse Baldo, mentre continuava a frugare.
"Dillo, Angela, dillo... oramai ci siamo arrivati, non puoi più continuare", pensava lei, ma quanto a dirlo, a voce alta, stavolta...
Niente. Non voleva ammettere, quasi neanche a se stessa, di non poter reggere la situazione, di avere sbagliato a valutare le proprie forze.
Però doveva.
Non c'era più tempo, non avrebbe retto un secondo di più.
"Non ti sopporto più. Basta"
"Come? Che hai...."
La domanda finì nel nulla.
Baldo cadde, precipitando dalla scala che Angela aveva retto fino a quel momento.
"E' che pesi troppo. Ecco perchè" gli rispose lei, guardandolo dall'alto.

Sto facendo pulizia nei cassetti. Questo era un blogrodeo, anzi, un placido rodingo, di qualche tempo fa. (Che volete, oggi gira così)

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mercoledì, 25 gennaio 2006
Credo di avere accennato, qua e là, alla mia passione per gli archivi. Se fossi un personaggio Disney, credo sarei Eta Beta, più per la mania di conservare tutto nelle tasche – e tirarlo fuori nel momento più opportuno, magari – che per le p in eccesso.
E dunque?
Dunque stamane, mentre cercavo altro – come spesso accade – ho trovato un file .doc dal titolo “scontato”. L’ho aperto, e conteneva un branetto che scrissi per un esperimento collettivo, fatto su proposta di B.Georg  in un blogrodeo di qualche anno fa (14 giugno 2004) dal titolo, appunto, "Nello stesso momento".
Si trattava di scrivere – in prima persona e, possibilmente, come una sceneggiatura - ciò che accadeva, in contemporanea, a vari personaggi in un’unica situazione, la seguente:

Paese e città ignoti
Anno ignoto
Interno ospedale, sala operatoria
Un chirurgo sta eseguendo una difficile operazione di trapianto del cervello
La sua équipe lo assiste
I familiari del paziente attendono in sala d’aspetto
Nei corridoi dell’ospedale il solito viavai
Tutto il resto del mondo, fuori, scorre come sempre
Note
La situazione consiste in ciò che accade simultaneamente.
Personaggi possibili: un chirurgo, un paziente, due cervelli, una vasta équipe, parenti del paziente, altri pazienti, personale dell’ospedale, altri parenti di pazienti, passanti di ogni tipo, oggetti e materiale di ogni tipo, alcuni tipi di animali, altre ed eventuali secondo l’immaginazione.
Il personaggio cui si sceglie di dare voce viene messo a titolo del proprio post e parla in prima persona, mentre gli accadimenti sono indicati tra parentesi come nei testi teatrali.

 
Mi sembra un peccato che poi, queste storie non siano più state legate fra loro e che la polvere le abbia ricoperte. Perciò ho deciso di rispolverarle e metterle qui, a prendere aria per un po'. 
Vi consiglio la lettura del rodeo originale. Scoprirete, fra gli altri la scatola di Isntitapity, gli addetti alle pulizie di sphera, l'intruso - di un Demetrio alle “prime uscite” - e qualche vecchia conoscenza… ma ce ne sono tanti, che non andrebbero dimenticati.  
 
Il mio contributo? Come da titolo del file: ovvio, scontato, quasi banale; e cioè...
La fidanzata del candidato al trapianto
 
(Vede gli sportelli chiudersi dietro la barella… l’ha salutato prima che entrasse, ha guardato a lungo quegli occhi, quel volto, per fissarli un po’ di più nella memoria, se fosse necessario. Si guarda intorno, un po’ smarrita. Il corridoio è vuoto, dietro la porta a vetri smerigliati si scorgono delle figure in movimento. Durerà a lungo l’operazione, non è una cosa semplice e lo sa già… ora non può far altro che aspettare. Fruga nella borsa, tira fuori un pacchetto di sigarette, ma lo ripone e si avvia verso l’uscita con passo deciso. Ascensore, corridoio, atrio… respira e si ferma solo all’aperto. Accanto al portone una colonnina regge un finto braciere, pieno di sabbia e mozziconi schiacciati. Molti di più si trovano però tutt’intorno, dove passeggiano avanti e indietro individui in vestaglia)
 
Non sarà più lui… (è questo il pensiero che l’ha tenuta sveglia quasi tutta la notte, a spiarlo mentre dormiva, seduta sulla poltrona nella stanzetta della clinica). Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi l’esito dell’operazione, non sarà più lui… Dove saranno i ricordi delle nostre giornate, dove si perderà l’odore di terra bagnata la prima volta che siamo andati in campagna, quando si mise a piovere all’improvviso e ci colammo come pulcini? Ridevamo, quella volta, ridevamo ancora… Lo rivedo, coi capelli fradici, che si butta indietro il ciuffo con quel gesto un po’ strano… ci sarà ancora, quel gesto, oppure no?
Forse sarebbe meglio che morisse… (spegne il pensiero e la sigaretta con lo stesso gesto, come se la rabbia potesse cancellarlo) No, certo, sarà bello poterlo riabbracciare senza vedere più la sofferenza nei suoi occhi, o quello sguardo assente, quando morfina e stanchezza avevano fatto il loro dovere, ma… non sarà mai più lui. Le sue mani, le stesse eppure diverse, senza più ricordi del mio corpo e dei sentieri che tracciavano, la sua voce uguale ma con nuove parole, forse… riuscirò a sopportarlo?
 
(Guarda l’orologio. E’ passata solo mezz’ora, eppure sembra un secolo) Devo portare il vestito in lavanderia… è il suo preferito, glielo voglio portare per uscire dall’ospedale. Chissà quando, però… il chirurgo ha detto che sarà una lunga convalescenza, dovrà passare un po’ di tempo e vedere che tutto sia andato a posto… ci vuole pazienza. Dillo a lui che non sta mai fermo, io vorrei stare a casa e lui no, ci soffre, lo fa per amor mio ma poi è un leone in gabbia e afferra giubbotto e chiavi della moto… lo faceva, almeno, fino a qualche mese fa, poi i dolori sono diventati più forti e… basta, inutile tormentarsi con i ricordi, ci vuole fiducia, dice il chirurgo, è difficile ma non impossibile e andrà tutto bene però come può andare bene se comunque vada i pensieri non saranno più i suoi ma quelli di un altro che non ho mai visto, che non so come si chiama e magari è pure una donna e se era una donna magari riusciremo meglio a capirci ma non sarà più la stessa cosa ed ora voglio dormire… sì dormire almeno mezz’ora che stanotte l’ho passata in bianco a guardarlo, chissà se posso andare nella stanza e stendermi un po’ sul letto e soprattutto non pensare, non pensare, spegnerlo per un poco questo cervello che qualsiasi cosa faccia dopo un po’ ritorna sullo stesso pensiero… Non sarà più lui.
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domenica, 15 gennaio 2006

A proposito di Fantasy, accennavo a un post che è ormai perso anche per gli archivi del Thera, e ormai introvabile. Eccolo.


"Chiudi gli occhi - disse poi. Non puoi vagliare quello che ti giunge dall'esterno finché non riesci a riconoscere quello che è te da quello che non lo è. Questo è ciò che il mio insegnante chiamava «la forma sotto la pelle»: trova dentro di te il punto che ti sembra più stabile e procedi di là verso l'esterno. Analizza tutto... e poi accantona quello che hai analizzato, perché puoi riconoscerlo come parte di te. [...] Dunque, una volta che hai trovato quel punto stabile dentro di te, ne devi individuare uno simile all'esterno... nella terra stessa. Quando lo avrai percepito, dovrai collegarti ad esso. L'individuazione del punto stabile interno è definita «centratura», mentre il collegamento con la terra si chiama «connessione con la terra»."

da "Le Frecce di Valdemar" di Mercedes Lackey


Ho sempre pensato che ogni libro, anche quello apparentemente più stupido, può essere utile, se ti lascia qualcosa.
Terra e Centro.

La ricerca del tuo equilibrio, un ancoraggio che ti salvi dai tifoni più violenti. Perché tu SAI chi sei, e qual è il tuo posto sulla Terra.

 

E se il tuo equilibrio vacilla, se non sai più a cosa aggrapparti non c'è che una cosa da fare.

Terra e Centro.

Ed è un nulla, un riflesso condizionato.

 
Il mio centro è il mio cuore.
Calpestato, a volte
Altre volte è pesante
Altre ancora leggero come un aquilone nel cielo

 ed il vento sembra portarlo via

 Ma non riuscirete a chiuderlo

o a staccarlo da me.
 Mai.
Il mio centro è profondo.

 Giù, sotto la superficie dell'acqua

 in mezzo all'iceberg,

 dove non arriva il sole distratto.

E nasconde segreti.
E conserva tesori.

 Ma non è freddo come a volte dovrebbe ...

un fuoco arde dentro

E non riuscirete a spegnerlo.

 
La mia Terra è dolce e amara.

 Un miscuglio di luci e colori.

Netti, mai sfumati.

 La mia Terra è Madre e Matrigna,

Ricchezza e abbandono,
 Bellezza ed orrore.
 L'Amore.

 La mia Terra è un telone rosso

 che addolcisce la luce del giorno

 e regala colore alla morte.

 La mia Terra è acqua sulle pietre

 È  voci, spintoni di gente.

Farsi largo o venire travolti,

 una lezione che si impara da bambini.

 La mia Terra è lontana, ma è qui

Nel mio cuore,

nel mio centro.

The depth of a soul is not measured by what appears on the surface.

(immagine da AllPosters.com)
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giovedì, 15 dicembre 2005

... al momento non è granché, con la chiusura d'anno che si avvicina. E allora, visto che non mi piace lasciare le scuse in primo piano, vi "beccate" un'altra replica. D'altra parte l'ho detto o no che questo blog nasce anche per raccogliere i pezzi sparsi qua e là? Questo, in particolare, lo scrissi sulla tavolata di Zu, a marzo 2005, come contributo a un'iniziativa di Massimo SdC su Salto del Canale  - ora  SaltodelCanale.net  - dove ho visto che alcuni contributi sono stati raccolti nella categoria IlTempoCheHo  (che vi consiglio di spulciare, come d'altronde il blog  - ora tale e non più frog - se non lo conoscete).

 

Il tempo che ho è una girandola mossa dal vento.

A volte è frenetica, gira vorticosamente e sembra non doversi mai fermare.
E allora sono scadenze, e termini da rispettare, e lavoro da consegnare mentre tutto sembra
remare contro.
Le idee non arrivano, le cose da fare si accumulano e sei convinto che non ce la farai.
E corri, aumenti il ritmo, gli orari si allungano, eppure sembra di avere una
coperta corta... il tempo non basta mai.

Altre volte si muove pigra e sonnacchiosa. Sembra quasi fermarsi, come a volerci pensar su... poi riparte; con calma, però.
E sono i momenti di quiete...
il lavoro consegnato, un libro da leggere e musica da ascoltare.
Gli amici con cui ridere e scherzare.
Le coccole in una mattina d'inverno, quando abbandonare il letto è più difficile...
Le carezze di una sera d'estate, se l'afa del giorno lascia spazio alla brezza notturna,
rendendo più dolci gli abbracci.

Ma il vento si placa, alle volte. E la girandola resta sospesa.
Ed è proprio quando vorresti che invece girasse veloce, come una turbina... che il vento facesse pulizia, spazzando via il dolore.
Ma il tempo si dilata... un'attimo sembra un'ora, nell'attesa o nella veglia.
La paura amplifica i rintocchi, l'angoscia toglie il fiato.
Stai fermo, immobile, puoi solo aspettare che passi.
Perchè ti sembra impossibile, ora... ma passerà.

Il tempo che ho è una girandola... finché il mio vento soffierà.

riposto da riccionascosto alle 15:33 | post & commenti | commenti (4) (popup)
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