Dissonorata?
Sdisonorata, si dice da noi. E quella S iniziale ha il suono di una staffilata.
Pasqualina s'allattariava, e la sua agitazione l'ha persa, la sua scia è stata benzina e fuoco che solo le lacrime, solo quelle - e l'amore, quello che cura, quello che lenisce - possono spegnere.
(Ne ho conosciute, in Calabria, donne che girano con la testa bassa; se la tengono alta, è perché regge la cesta dei panni per andare al fiume a lavarli, che la lavatrice non lo fa come si deve. Ne ho conosciute, a mangiare in piedi o sedute sugli scalini, mentre gli uomini bevono e scherzano, seduti a tavola. Ne ho conosciute, e non erano neanche vent'anni fa)
Pensavo di conoscerla, dalle parole di Brioche e dai ricordi.
Ma quando la luce si è riaccesa e l’ho vista, solo allora ho cominciato a riconoscerla.
Lei, con la testa bassa come quando camminava per la strada, a contare le pietre per non incontrare sguardi altrui.
Lei, con una mano in grembo e l’altra a lisciare la veste oltre il ginocchio, lei con i piedi uniti e irrequieti, lei, che le manca solo un fazzoletto in testa per essere uguale alle donne che, piccola, ho visto non sul Pollino, ma nella valle dell’Erice o nei paesi della Conca d’oro.
Perché la lingua che parla non è forse la stessa che parlavano loro, e al tempo stesso lo è. Diverse le parole – simili, spesso – uguali i gesti.
Lei è Pasqualina.
Pasqualina prende vita in un attimo, in una parola, in uno sguardo, in un gesto.
Un secondo prima, il riflettore illuminava una sedia su cui era seduto un uomo brizzolato, con una vestina scura, da casa, sopra abiti scuri anch’essi.
Un attimo dopo quell’uomo non c’era più, e c’è lei.
Con le sue paure, le sue speranze, lo sguardo illuminato dall’attesa e dallo stupore, spento quasi mai, malgrado tutto.
Lei, con la sua voce ora allegra e tintinnante come il campanello delle sue pecore, ora bassa e rivolta all’interno, come se solo parlandone capisse i fatti che le sono accadute.
Lei, un giacchetto rosso in mezzo alle vesti nere delle donne, vedove a volte ancora prima di sposarsi, ché la guerra ha tolto molti più uomini di quelli che sono tornati, e questi hanno scelto le più giovani, lasciando le altre al loro destino.
Lei, che mantiene un cuore intatto e fiducioso anche quando il corpo non lo è più – e lo ripete, e conta i giorni da quando non lo è più, intatta – e l’animo riceve le ferite che l’abitudine all’indifferenza e alla distanza altrui non riescono ad evitare, ma il cuore trova nuove strade, a dispetto di tutto.
Lei, che non sa dello splendore che le brilla negli occhi quando sogna, perché non si è guardata mai.
Lei, che è così sola tra le pecore e le vacche, e le pietre da contare, che l’unica cosa su cui può sollevare uno sguardo è una statua, sua sola amica, cui presta voce e sguardi, delusioni e sospiri.
Lei, che sola non ci vuole restare, a fare la zitellona, e carica i panni lavati di attese e speranze, semplici e bianche come lei.
Lei, che le stelle in cielo la riempiono di gioia e la Stidda sulla terra è l’unica che le dà un po’ di conforto.
Lei, che attende e spera, e attende ancora, e rinuncia solo davanti a una lettera “a strisce”, di quelle dall’America, celesti come la macchina dell’innamorato suo.
Lei, che non capisce il male se non quando è troppo tardi, quando benzina e fuoco le bruciano le carni, ma non l’annientano.
Lei, che lo sguardo al cielo non potrà più levarlo, ma quello alla terra le viene ricambiato da un figlio, nato come “il santo più grande”, rifiutato dagli uomini, scaldato dalle bestie, nella notte di Natale.
Lei, che vorrei raccontare meglio di come le mie parole riescano a fare.
Lei, che buca il cuore e ne sgorgano lacrime. Ma di quelle che fanno bene.
Perché, come dice la Brioche, certi dolori sono meglio delle gioie.
(Sono andata a vedere Dissonorata, qualche giorno fa, al Teatro India di Roma. Ne sono uscita con gli occhi bagnati e il cuore pieno di buchi. Buchi per le speranze disattese, buchi per la solitudine di un cuore che chiede solo di amare, buchi per l’arroganza e la stupidità con la quale, a volte, chi dovrebbe sostenere e proteggere si erige ad arbitro della vita e della morte. Ma la vita, a volte, ci salva a dispetto di tutto.
Di Pasqualina ha detto, molto meglio, Brioche. Ma anche le sue parole non bastano. Bisogna vederla, per capirla ed amarla. Se potete, fatelo senz'altro)