lunedì, 30 giugno 2008

Immagine di Airbag

Trovarlo è stata un'impresa:  feltrinelli.it, presso cui doveva essere in distribuzione, mi ha risposto dopo circa un mese dall'ordine che non riusciva a trovarlo presso i propri fornitori, ma poi ne ho trovato una copia proprio in una libreria Feltrinelli (il che mi fa dubitare delle sinergie all'interno del gruppo, ma questa è un'altra storia).

Leggerlo non è stato neanche facile, perché - ma l'ho già detto altre volte - le storie di Hotel Messico non sono mai una passeggiata; piuttosto, un pugno nello stomaco. E questa non fa eccezione.

Pure dargli un'etichetta, nell'inserire il libro sulla mia libreria di anobii, mi ha creato delle difficoltà. A parte un generico "blogosfera" (in cui ho inserito i testi scritti da autori che hanno/avevano anche un blog o che di blog parlano), non sapevo che mettere.

Noir? Forse, perché certo GianniSolla/Hotel Messico non vede la vita in rosa, almeno nei suoi scritti.
E poi i suoi personaggi hanno sempre più ombre che luci, anche se ombre non sono. Hanno peso e consistenza, li vedi muovere nello spazio, ne segui i gesti, ne odori la presenza.
Spesso tutto è filtrato dagli occhi del protagonista (sono quasi sempre in prima persona, i suoi racconti, e nel romanzo è Maurizio a parlare), dalle sue percezioni forse deviate ma nette e quasi mai asettiche. Non tanto volti e corpi, ma sensazioni.
Un eccesso di dolcezza ingerita (mangia quasi solo dolciumi, Maurizio) cui fanno da contrappeso una durezza e una violenza necessarie, ormai, a "scaricare" l'organismo: anche la sessualità è vissuta attraverso di loro.

Poi c'è l'Airbag del titolo, di cui non capisci il motivo fin quasi alla fine; ma quando lo trovi comprendi che non poteva essere che così.

Noir sarà forse riduttivo; ma se non solo nero, di certo è un romanzo a tinte forti. 
 
E non rimpiango certo di aver penato un po' per trovarlo. 
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mercoledì, 25 giugno 2008
Tranquilli, non è l’ennesimo post per l’eliminazione dell’Italia dagli Europei (anche se, in verità, non ne ho visti poi tanti in giro, e quelli che ho visto non sembravano poi sconvolti).
 
E di che si tratta, allora?
 
Siamo a Terra” è l’ultimo numero della rivista Margini, edita da Navarra Editore.
Margini-Siamo a TerraE’ una rivista che, com’è scritto nella presentazione, “nasce con l'intento di pubblicare, insieme ad autori già noti, narratori sommersi degni di qualche attenzione e di creare uno spazio condiviso da chi pratica il racconto, da chi si fa delle domande e cerca delle risposte leggendo e scrivendo.  Il titolo, Margini, fa riferimento anche alla linea di confine geografico e culturale su cui si colloca la Sicilia, segnalando quindi l'apertura ad ospitare racconti dagli “altrove” con cui il confronto  sembra più necessario”.
In particolare, questo numero ha, come tema monografico, le questioni ambientali: non la versione “catastrofica” così di moda, da qualche tempo, nelle produzioni cinematografiche, ma le tematiche relative a un futuro eco-sostenibile.
Leggo ancora, stavolta dall’editoriale: “La nascita di un nuovo progetto di vita individuale e collettiva, di uno sviluppo armonico e non cannibalesco delle società, di un ambiente risanato, ha bisogno non solo di informazioni adeguate ma di una nuova cultura delle differenze e del rispetto. E di un nuovo linguaggio, diverso dalle parole sulfuree dell’apocalisse”.
 
Eh, ho capito.
“Bello, bello, ma tu che c’entri?”
 
Un po’ di pazienza e ci arrivo.
 
Quando medicineman mi scrisse per dirmi che mi aveva inserito nella rosa dei blogger che aveva selezionato per la rubrica “il pescatore nella rete” che cura appunto su “Margini” e chiedermi se c’era qualcosa in particolare che mi sarebbe piaciuto sottoporre alla selezione, non dico che mi venne il panico, ma certo mi sentii in imbarazzo.
Perché se ogni scarrafone è bello a mamma soja, quello che scrivo mi lascia sempre un po’ insoddisfatta, anche se poi mi dico “chista è ‘a zita” (cioè, questo è ciò che sono capace di fare) e lo pubblico.
 
Malgrado l’incertezza iniziale, riuscii a scegliere tre o quattro dei miei cunti ai quali, all’ultimo momento, aggiunsi un altro racconto che scrissi ancor prima di aprire il blog e che fu pubblicato allora su “sacripante!” nel numero dedicato proprio ai Margini”. In quel numero la rivista ospite del “Fuori logo” (la rubrica che raccoglieva le “parole scritte altrove”) era appunto Margini, allora pubblicata da “Letteralmente”. Sulla rivista cartacea, la rubrica "il pescatore nella rete" ospitava invece i racconti di colfavoredellenebbie e fuoridaidenti (era l'anno 2005, ma lo ricordo ancora).
 
Dev’essere stato quest’affollamento di Margini che ha fatto decidere la redazione, perché alla fine il racconto sacripantico (il cui titolo era, con scarsa fantasia rispetto al tema, “Vivere ai margini”) è stato scelto e ora fa mostra di sé sulle pagine grigioperla della sezione dedicata al “pescatore nella rete”.
 
“Siamo a Terra” sarà invece presentato VENERDI' 27 giugno alle 20 all'Expa di Via Alloro a Palermo.

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lunedì, 16 giugno 2008

Giorni fa, girellando per blog, ho visto questo post del secretario; da allora, ne ho in testa immagini e parole.

Soprattutto, è una  domanda che mi risuona nella testa, quel "Is that alright? yeah" la cui risposta immediata è quasi un'eco.

Perché forse non è tutto a posto (non lo è se le pistole sono cariche, anche se nessuno spara), e non solo le pistole creano danni, e se a volte noi sembriamo contenti delle cose non è detto che stiano veramente "a posto".

Forse siamo noi i nostri piccoli crimini, forse neanche questo è il posto giusto o il momento adatto per farsi domande o per farle a chi ci sta vicino.

Non lo so.

Però godetevi il video.


[Damien Rice (& Lisa Hannigan) - 9 crimes]

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martedì, 10 giugno 2008
Spesso, quando ci sono in giro delle iniziative o delle segnalazioni per le quali si chiede un passaparola, mi domando se sia il caso di riportarle anche qui, visto che di solito chi passa dal trispito ha già avuto l’opportunità di leggerle altrove.
Ma poi, forse altrettanto spesso, mi rispondo citando un proverbio siciliano: Ogni ficatieddu ‘i musca è sustanza.
Cioè anche il contributo più piccolo (un “fegatino di mosca”) può non essere da disprezzare.
 
Quindi, ecco due segnalazioni a prezzo di un post.
 
La prima è dal blog di Gilgamesh: sappiamo (ma forse abbiamo già dimenticato) del ciclone che ha colpito il Myanmar. Magari ci chiediamo se possiamo fare qualcosa, o forse no. Qualcosa che possiamo fare c’è. Un aiuto diretto, che raggiunga la popolazione – o perlomeno alcune persone – senza il filtro delle associazioni come la Caritas o l’UNHCR, i cui aiuti sono ostacolati dal governo. Qui notizie su come contribuire, qui e qui aggiornamenti e ulteriori notizie sulla situazione in Myanmar e sull’andamento dell’iniziativa.
Una goccia nell’oceano, dite? Forse. Ma vi risponderò con le parole di Gaia, riportate dal Bardo nel suo post:
 
«e nel frattempo che io e te parliamo, avvolte in un divano con due tazze di caffè e la sigaretta in bocca... In questo stesso preciso istante ci sono donne come me e te che tengono in braccio il loro bambino e sperano che non muoia di dissenteria perchè l’unica acqua che possono dargli da bere è quella del fiume!»
 
Forse ciò che possiamo fare è poco. Ma è sempre un ficatieddu ‘i musca.
 
 
La seconda la leggo da petarda, che riprende un post di Mario Bianco: l’associazione Almaterra di Torino denuncia un episodio di discriminazione a danno di extracomunitari. Nei post una copia del comunicato (di cui però non riesco a trovare traccia sul sito dell’associazione). Nei commenti dei due post qualcuno ventila l’ipotesi di una bufala. Ma se l’episodio non fosse vero, è comunque verosimile, e segno del clima che si inizia a respirare, di cui un esempio è questo. Sul sito di Repubblica, a questo proposito, un sondaggio che non mi rassicura affatto. Sì, lo so,  i sondaggi sono da prendere con le pinze (e in questo caso sarebbe meglio non crederci) però...
 
Però in questo caso preferisco non dare retta al proverbio e nel dubbio, anziché astenermi, segnalo.
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mercoledì, 28 maggio 2008

Dissonorata?

Sdisonorata, si dice da noi. E quella S iniziale ha il suono di una staffilata.
Pasqualina s'allattariava, e la sua agitazione l'ha persa, la sua scia è stata benzina e fuoco che solo le lacrime, solo quelle - e l'amore, quello che cura, quello che lenisce - possono spegnere.


(Ne ho conosciute, in Calabria, donne che girano con la testa bassa; se la tengono alta, è perché regge la cesta dei panni per andare al fiume a lavarli, che la lavatrice non lo fa come si deve. Ne ho conosciute, a mangiare in piedi o sedute sugli scalini, mentre gli uomini bevono e scherzano, seduti a tavola. Ne ho conosciute, e non erano neanche vent'anni fa)
 
 
Questo scrivevo tempo fa, quando la Signora delle Brioches parlò per la prima volta di Pasqualina. E quando ha riparlato di lei, donna tra le megere, non ho esitato nell’andarla a trovare.
 
Pensavo di conoscerla, dalle parole di Brioche e dai ricordi.
Ma quando la luce si è riaccesa e l’ho vista, solo allora ho cominciato a riconoscerla.
Lei, con la testa bassa come quando camminava per la strada, a contare le pietre per non incontrare sguardi altrui.
Lei, con una mano in grembo e l’altra a lisciare la veste oltre il ginocchio, lei con i piedi uniti e irrequieti, lei, che le manca solo un fazzoletto in testa per essere uguale alle donne che, piccola, ho visto non sul Pollino, ma nella valle dell’Erice o nei paesi della Conca d’oro.
Perché la lingua che parla non è forse la stessa che parlavano loro, e al tempo stesso lo è. Diverse le parole – simili, spesso – uguali i gesti.
Lei è Pasqualina.
 
Pasqualina prende vita in un attimo, in una parola, in uno sguardo, in un gesto.
Un secondo prima, il riflettore illuminava una sedia su cui era seduto un uomo brizzolato, con una vestina scura, da casa, sopra abiti scuri anch’essi.
Un attimo dopo quell’uomo non c’era più, e c’è lei.
Con le sue paure, le sue speranze, lo sguardo illuminato dall’attesa e dallo stupore, spento quasi mai, malgrado tutto.
Lei, con la sua voce ora allegra e tintinnante come il campanello delle sue pecore, ora bassa e rivolta all’interno, come se solo parlandone capisse i fatti che le sono accadute.
Lei, un giacchetto rosso in mezzo alle vesti nere delle donne, vedove a volte ancora prima di sposarsi, ché la guerra ha tolto molti più uomini di quelli che sono tornati, e questi hanno scelto le più giovani, lasciando le altre al loro destino.
Lei, che mantiene un cuore intatto e fiducioso anche quando il corpo non lo è più – e lo ripete, e conta i giorni da quando non lo è più, intatta – e l’animo riceve le ferite che l’abitudine all’indifferenza e alla distanza altrui non riescono ad evitare, ma il cuore trova nuove strade, a dispetto di tutto.
Lei, che non sa dello splendore che le brilla negli occhi quando sogna, perché non si è guardata mai.
Lei, che è così sola tra le pecore e le vacche, e le pietre da contare, che l’unica cosa su cui può sollevare uno sguardo è una statua, sua sola amica, cui presta voce e sguardi, delusioni e sospiri.
Lei, che sola non ci vuole restare, a fare la zitellona, e carica i panni lavati di attese e speranze, semplici e bianche come lei.
Lei, che le stelle in cielo la riempiono di gioia e la Stidda sulla terra è l’unica che le dà un po’ di conforto.
Lei, che attende e spera, e attende ancora, e rinuncia solo davanti a una lettera “a strisce”, di quelle dall’America, celesti come la macchina dell’innamorato suo.
Lei, che non capisce il male se non quando è troppo tardi, quando benzina e fuoco le bruciano le carni, ma non l’annientano.
Lei, che lo sguardo al cielo non potrà più levarlo, ma quello alla terra le viene ricambiato da un figlio, nato come “il santo più grande”, rifiutato dagli uomini, scaldato dalle bestie, nella notte di Natale.
 
Lei, che vorrei raccontare meglio di come le mie parole riescano a fare.
Lei, che buca il cuore e ne sgorgano lacrime. Ma di quelle che fanno bene.
Perché, come dice la Brioche, certi dolori sono meglio delle gioie.
 
 
(Sono andata a vedere Dissonorata, qualche giorno fa, al Teatro India di Roma. Ne sono uscita con gli occhi bagnati e il cuore pieno di buchi. Buchi per le speranze disattese, buchi per la solitudine di un cuore che chiede solo di amare, buchi per l’arroganza e la stupidità con la quale, a volte, chi dovrebbe sostenere e proteggere si erige ad arbitro della vita e della morte. Ma la vita, a volte, ci salva a dispetto di tutto.
Di Pasqualina ha detto, molto meglio, Brioche. Ma anche le sue parole non bastano. Bisogna vederla, per capirla ed amarla. Se potete, fatelo senz'altro)
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venerdì, 23 maggio 2008

falcone-borsellino - lenzuoli

Nel messaggio letto nell'aula bunker e riportato dai giornali, il Presidente Napolitano scrive «L'impegno e la partecipazione di allora non possono subire flessioni», e così dovrebbe essere.

Ma ricordiamo ancora come invece l'attenzione fosse ridotta, lo scorso luglio, quando le lettere in cui Salvatore Borsellino chiedeva risposte passarono quasi sotto silenzio. Quasi, dico, perché ci fu un tam tam di blogger che sopperì in parte al silenzio dei giornali. (qui il post di allora, con i link ad altri post sull'argomento).

La "partecipazione di allora" (a Palermo, almeno) la ricordo nei racconti degli amici, nelle immagini - la fiaccolata in cui ricordo un Paolo Borsellino con un sorriso tirato, la chiesa stracolma di persone tra le quali riconoscevo volti amici - nelle parole di coraggio, nei lenzuoli appesi nei balconi. A Roma fummo in molti a finire davanti a Montecitorio, chiedendo a gran voce l'elezione di un nuovo Presidente della Repubblica, in quel momento di "vuoto" in cui pensavamo necessario dare un volto a rappresentare lo Stato.

Due anni dopo, quando a Palermo ritornai a lavorare - il 23 maggio fu proprio il primo giorno in cui presi servizio giù, e uscita dall'ufficio i passi mi portarono senza quasi lo volessi all'Albero Falcone - la partecipazione era ancora alta, ma la vidi a poco a poco affievolirsi (credo di averlo scritto, a più riprese, anche su questo blog).

Forse non siamo abbastanza per cambiare le cose, forse non ci crediamo che possano essere "veramente" cambiate, perché la mafia non è solo il  «fenomeno pervasivo, pronto ad attuare le strategie più sofisticate per insinuarsi nella società minandone la vita democratica, la coesione e il progresso» di cui parla Napolitano, ma di certe parti della società è malta e cemento, e si respira nell'aria come le polveri sottili. Forse ne siamo avvelenati anche noi, ché la mentalità mafiosa passa dai piccoli soprusi, dalla prepotenza stupida, dalle cose fatte  "per amicizia" (multe tolte, file saltate, favoritismi vari) e dalle scorciatoie che talvolta si è "costretti" a prendere, finendone invischiati.

Però no, noi non dimentichiamo.

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venerdì, 25 aprile 2008

Appena tre settimane fa, c'era chi, in caso di una vittoria del suo schieramento, prometteva una "riscrittura" dei libri di storia, perché "ancora oggi condizionati dalla retorica della resistenza".

Lo stesso poi proseguiva accusando la Sinistra di avere "in mano le università e le case editrici."
Questo non ha condizionato molto le decisioni degli italiani, a giudicare dalle ultime votazioni; dal che si deduce che: o l'accusa è infondata, o la cultura "di sinistra" non ha molta diffusione. Ma non di questo.

La Resistenza (e la maiuscola, non utilizzata nell'articolo linkato sopra, mi sembra invece d'obbligo)  è un vissuto che appartiene forse più al Nord (gli ultimi anni, almeno, dopo l'8 settembre), ma è sicuramente un patrimonio di tutti, per i valori che trasmette. Ed è un movimento fatto da uomini che, aldilà del colore politico, avevano in comune, certamente, la voglia di libertà.

E' retorica, questa? No, credo che siano valori di cui tutti - chi ha vissuto certe esperienze sulla propria pelle e chi, invece, per sua fortuna, no - dovremmo fare tesoro.

Non ho racconti "miei" sul 25 aprile '45 o sul periodo immediatamente precedente. Penso però che quei ricordi - che NON POSSONO e NON DEVONO essere cancellati o "riscritti" - debbano avere la massima diffusione, far parte di tutti noi.

Penso a  Le voci del mentre ( 1, 2, 3) di colfavoredellenebbie, ma non solo.

Ci sono le radici resistenti delle Mondine 2.0,  che in questo post raccolgono i link ai blog aderenti.

Ci poi sono dei vecchi racconti, su Herzog, che andrebbero riletti.  Non si riferiscono proprio al 25 aprile, ma sono storie di Resistenza:

La colpa (che pure, a suo modo, è una "riscrittura")

La croce e il segno

Caterina ascolta le voci

E li segno qui perché diventino un po' anche miei, anche nostri. Perché se ognuno di noi, queste storie, le conserva nel proprio cuore, saranno più difficili da cancellare o riscrivere.

Buon 25 aprile.

Aggiornamento: Petarda, nei commenti, segnala due post di Mario Bianco sul tema - qui e qui - che vale la pena di leggere

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lunedì, 10 marzo 2008

... da imparare.

Ecco  per ora io sarei proprio così:

calvin-on-learning

 

O almeno, ci provo.

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venerdì, 07 marzo 2008

Qui il tempo è quello che è, i pensieri latitano e le dita sulla tastiera corrono per altri motivi.

E forse è meglio così.

Specialmente quando, in giro, si leggono altre storie che, veramente, ti rubano occhi e cuore.

Come l'Angelo Grasso  di Messer Giorgioflavio. Che ha l'unico difetto (Giorgioflavio, non l'angelo - e in verità il difetto non è neanche l'unico, ma siamo magnanime qui) di essere, come dice lui, un "inguaribile fancazzista", minacciando di tanto in tanto di chiudere la bodeguita per scarsa produttività.

Ma, dico io, fosse solo per leggere di Ioia, la bodeguita DEVE restare aperta.

(Anche uno all'anno, Messere, ma ne varrà la pena, credo).

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martedì, 12 febbraio 2008
anzi, scritto così, è una leggenda che rivive.

Così, per sport.

(Grazie, Piti)

E per chi, come me (eh, sì, lo confesso) non lo ricordava:

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