lunedì, 23 giugno 2008

Sabato pomeriggio, malgrado il caldo, ho goduto della rinfrescante compagnia di Petarda, con la quale il tempo è passato così velocemente che ci siamo ritrovate a scappare non appena guardato l'orologio; lei verso un po' di tregua prima di altri incontri, io verso casa, dove il consorte mi aspettava già da un pezzo.

Si è parlato di tante cose e non solo di blogosfera e amici comuni (per cui, se vi fischiavano le orecchie, forse eravamo noi). A un certo punto, a proposito di Palermo, mi era venuto in mente un vecchio post, scritto ancor prima di aprire il blog, che però non si trova più nel suo spazio originario, poiché il Thera (blog collettivo creato da Mariemarion) non esiste più.

Nei primi tempi del blog, quando raccoglievo un po' gli scritti che avevo seminato altrove, recuperai anche questo post, per non perderne le tracce.

Oggi, passando da Zu, sono stata invitata a giocare con le parole; mi è tornato in mente il post di cui parlavamo, ed ecco il risultato:

 

(clicca sull'immagine per ingrandirla; vuoi giocare anche tu?)

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lunedì, 16 giugno 2008

Giorni fa, girellando per blog, ho visto questo post del secretario; da allora, ne ho in testa immagini e parole.

Soprattutto, è una  domanda che mi risuona nella testa, quel "Is that alright? yeah" la cui risposta immediata è quasi un'eco.

Perché forse non è tutto a posto (non lo è se le pistole sono cariche, anche se nessuno spara), e non solo le pistole creano danni, e se a volte noi sembriamo contenti delle cose non è detto che stiano veramente "a posto".

Forse siamo noi i nostri piccoli crimini, forse neanche questo è il posto giusto o il momento adatto per farsi domande o per farle a chi ci sta vicino.

Non lo so.

Però godetevi il video.


[Damien Rice (& Lisa Hannigan) - 9 crimes]

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lunedì, 26 maggio 2008

Se mi perdonate l'autoreferenzialità, vorrei farvi partecipi di un fatto curioso.
O meglio, di una cosa che mi incuriosisce assai.

Si parla, ogni tanto, di referrers sui blog, ovvero delle chiavi di ricerca (spesso assurde, talvolta divertenti) con le quali si arriva sul blog. Spesso si tratta di combinazioni casuali, qualche volta lo sono meno.

Una volta da una frase un po' troppo precisa mi è capitato di risalire a una tipa che, chissà perché, aveva copiato un mio post e poi lo aveva modificato un poco, adattandolo e riscrivendolo da lei.

Questa volta la cosa è un po' diversa, nel senso che davvero non capisco.

Giorni fa, dando un'occhiata alle chiavi di ricerca, ne avevo trovato diverse che si riferivano alla Promenade di Chagall, su cui avevo scritto un post dopo aver visitato la mostra, lo scorso marzo. Niente di strano, visto che avevo pure postato un'immagine del quadro.
La cosa strana era un'altra, come si vede qui sotto:

linkpromenade2

Dei 17 "arrivi" sul post che ho sintetizzato qui sopra, 6 puntano generalmente al quadro, ma ben undici - e si tratta di persone diverse - fanno riferimento a frasi del post.

Sembrerebbe che la cosa continui, almeno a giudicare dai nuovi referrer. E a questo punto io vorrei sapere come mai.

Perciò, ignoto/a estimatore/trice della mia "lettura", perché non mi dici come mai queste frasi ti piacciono così tanto, o se le hai trovate altrove?

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martedì, 13 maggio 2008

Scrive Giulia nei commenti al post precedente: "Oggi non è difficile trovare un branco".

Io penso invece che trovarlo - non il "branco" per quello che si intende oggi, nell'accezione negativa data al termine (vedi per esempio quanto scritto a proposito di ciò che è avvenuto a Verona) - sia difficile.

Forse perché io penso al branco - quello dei lupi, in particolare - come al "popolo libero" di cui parla Kipling nel Libro della Jungla. Quello che rispetta le leggi, che offre cibo e riparo a chi ne ha bisogno (Fratel Bigio, uno dei fratelli di Mowgli,  dice: "la mia tana è la tua tana, la mia traccia è la tua traccia, la mia preda è la tua preda se avrai fame, fratellino").

Altro che l' "homo homini lupus" di cui parla Hobbes!

Se davvero l'uomo si comportasse come i lupi di Seeonee all'interno del branco, forse vivremmo meglio (poi, c'è sempre da capire perché per parlare di caratteristiche negative scomodiamo gli animali; ma questo sarebbe un lungo discorso).

Ululati a parte, a me non dispiacerebbe essere un lupo. Non un solitario, forse, o forse sì.

Con il potere rigenerante di Wolverine, magari. Perché no?

Sentire il richiamo delle notti di luna potrebbe essere un inconveniente, lo ammetto, ma poi una soluzione si può sempre trovare.

(Intanto, alcuni lupi - cattivi e non - qui. Altri, magari, vi vengono in mente...)

 

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mercoledì, 30 aprile 2008
Siamo di uno stesso sangue, fratellino, tu ed io
(R. Kipling, Il Libro della Jungla)
 
 
 
 
Girellando per la rete (le mie parole latitano, ma per fortuna quelle degli altri sembrano ben vive) ho trovato questo interessante post di Solimano, dove si prende spunto dal Libro della Jungla di Kipling per parlare di letture formative, di amore per la vita e di imparare ad essere “quella cosa lì che sei tu” (che non è una cosa facile, condivido).
 
Ora non storcete il naso pensando che “mi bastan poche briciole, lo stretto indispensabile” non è poi questa grande filosofia di vita (eppure potrebbe esserne un estratto), perché non stiamo parlando – né Solimano, né io – del cartone animato di Walt Disney, ma proprio del libro.
 
Di quel libro che insegna come, ad esempio, “La forza del lupo è nel Branco, la forza del Branco è nel lupo” - lo dice Rashka (la Diavola), Mamma Lupo, tutt’altro che arrendevole e silenziosa – e come la convivenza necessiti di regole (la legge del Branco) da seguire e di partecipazione attiva alla comunità. E insegna anche che “cuor leale e lingua cortese fanno strada” (questo è Kaa; un po’ lontano dal serpentone ipnotico che canta “Credi in me”… o no?).
 
Sono messaggi un po’ datati? Forse lo sono – i libri (il primo e il secondo) sono in fondo la raccolta di alcuni racconti pubblicati a fine ‘800 – ma penso che ancor oggi abbiano la loro validità.
 
Specialmente in un mondo – come il nostro – in cui troppo spesso la diversità (di opinioni, di fede, persino di tifo) sta diventando una occasione di contrasto e odio, più che di arricchimento. Dimenticando che, sotto sotto… siamo di uno stesso sangue, fratellino, tu ed io.
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lunedì, 21 aprile 2008

... mi sveglio, promesso.

Sempre che qualcuno riesca a tirarmi fuori dal letto.

 

(nobodyhere, via varasca)

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lunedì, 07 aprile 2008
Allungava le braccia pian piano
Per mimare le zampe di un gatto
Rannicchiatasi poi sul divano
Impigrita e un po’ sul distratto
Lento, un libro sfuggiva di mano
E cadeva poi a terra, di scatto
 
Del rumore a stento si accorgeva
Ovattato dal sonno imminente
La mano vuota poi lo rincorreva
Cercando di riprenderlo, ma niente 
E la storia - per ora - si chiudeva
 
Di dubbi piena, e cose da scoprire
Oppure di racconti già ascoltati
Raccolti quando il sole è all’imbrunire
Mischiati con dei sogni abbandonati
In notti in cui è difficile dormire
Rimaneva così, a occhi serrati
E cercava, nel sonno, di capire.
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mercoledì, 02 aprile 2008
Ho preso tre post e li ho intrecciati.
All’inizio hanno fatto resistenza, perché di stare insieme non ne volevano sapere: uno
spinoso di carciofi ripieni, uno frusciante di carta e stampa, l’altro morbido di pulcini pigolanti e seta celeste.
 
Ma poi a poco a poco, sotto le dita pazienti, si sono adattati l’uno all’altro. O forse sono io che li ho fatti galleggiare nell’acqua amara per ammorbidirli e dare a loro un segno comune, un linguaggio nascosto.
 
Gesti, o comunque un linguaggio diverso dalle parole, proprio in un luogo, come questo, dove le parole sono tutto o quasi, dove noi siamo quello che scriviamo (o anche quello che non scriviamo, a volte, proprio perché certi silenzi sono più densi delle parole).
 
Il pane spezzato con le mani, quelle mani che a volte non si sa dove mettere e allora si accende una sigaretta, quelle mani che si allungano svelte su una pezza di seta, o evitano di toccarla persino con un dito.
 
Mani che non carezzano, voci che non dicono, o dicono parole aspre che il limone poi monda dell’amarezza, ma ci vuole tempo.
 
Tempo per ripetere i gesti che col tempo diventano propri, tempo per scoprire che anche quelli sono gesti d’amore.
 

Ma per questo, ci vuole il tempo che ci vuole. E le mani, lo sanno. Forse però noi l'abbiamo dimenticato.

Aggiornamento: c'è un quarto post che parla di mani e di come queste parlino ("voci accese come lampioni lungo le strade di notte"), e a me non sembra affatto un caso che questi quattro post siano scritti da donne.  Ci dev'essere qualcosa, in quest'aria di primavera.

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giovedì, 13 marzo 2008
‘un c’accattari e un ci vinniri nenti
 
(cioè: da amici e da parenti non comprare e non vendere niente, perché spesso sono fregature)
 
Questo dice la saggezza popolare, e me lo sarei dovuto ricordare stamattina, quando la sorellona Metalla mi ha chiesto se le davo una mia foto, perché voleva “inquadrarmi” come ha fatto lei nel suo post (che lei intitola "Senza ritegno"; doveva essere un indizio, mi sa).
 
Se c’è una cosa che io non amo (e questo il nick non lo nasconde affatto) è proprio essere fotografata. Credo per una specie di vanità, nel senso che dal vivo mi considero un poco – ma solo un poco – meglio di come mi vedo in foto.
 
E questo Erminio lo sa bene, e lo immagino sghignazzare mentre sceglieva il dipinto cui attribuire la mia faccia (o almeno, una parte di essa).
 
In effetti non è proprio quello che mi aspettavo.
Prima di tutto perché è troppo bello (questo lo pensa anche Erminio, mi sa) e poi non mi assomiglia (e questo lo dice pure il consorte).
Un particolare però è azzeccato… la panzetta (e su questo concordano tutti).
 
Lo so, vi sembrerà presuntuosetto da parte mia accostarmi al soggetto, ma in effetti si tratta di una sfida… che accetto con un sorriso.
ricciovenus
Venere e due cupidi, 1520-25
[Meta(llica)fisica su un dipinto di Andrea del Brescianino]
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martedì, 04 marzo 2008
No, non preoccupatevi, non si tratta dell’ennesima catena da blog e/o mail.
E’ che ieri la catena del motorino si è incastrata e non riuscivo più ad aprirla.
Ovviamente l’ho scoperto quando, alla fine di una giornata intensa, non vedevo l’ora di tornare a casa.
Mi è toccato tornare in ufficio e aspettare il consorte che, dopo una iniezione di svitol e qualche fortunato colpo di cacciavite, è riuscito ad avere ragione della serratura “capricciosa” e a liberare me e il mio trispito*, consentendomi così di tornare a casa sulle mie ruote.
Altrettanto ovviamente, una catena che si apre così non è più affidabile, quindi mi è toccato cambiarla. Un salto al negozio di moto – quello “amico”, che uno sconto te lo fa sempre – ci fa scoprire che la spesa minima per un po’ di sicurezza “di qualità” sono 85 euro.
Che per il mio trispito, 8 anni di onorato e altalenante servizio, mi sembravano un po’ troppi.
 
Ma voi lo sapevate che anche la sicurezza ha dei livelli? No, non quelli di Defcon… pure i lucchetti vanno a gradi. Chissà se quelli che ormai affollano i lampioni di Ponte Milvio (povero ponte, da “in hoc signo” al “ponte dei lucchetti”, un crollo verticale) hanno una classifica a seconda del livello di sicurezza.
Che so: se la catena è apribile con strumenti manuali (sembra che il livello corrispondente sia da 1 a 7) allora è una storia non troppo salda. Magari l’1 corrisponde a una coppia “semiaperta” (solo per giustificare la presenza di una catena) e il 7 a una coppia decisamente chiusa ma con possibilità di sviluppi futuri (magari due che stanno insieme da poco e non sanno ancora come finirà).
L’8 – il primo grado di sicurezza “non manuale” - corrisponde a un fidanzamento “ufficiale” ma senza obbligo di matrimonio, il 10 a una convivenza senza figli e così via…
 
Fermo restando che chi sceglie come simbolo di un rapporto a due una catena secondo me parte con il piede sbagliato, c’è una saga di romanzi fantasy - il ciclo di Darkover - in cui la più alta forma di matrimonio, quella riservata ai nobili, è il matrimonio di catenas, il cui simbolo è dato da una coppia di braccialetti di rame (il metallo è raro su quel pianeta) che vengono chiusi ai polsi dei due coniugi. Ovviamente - Darkover è una società feudale - in questo matrimonio chi subisce è la donna, che diviene così “proprietà” del marito. Quindi di fatto l’incatenata è lei, anche perché su quel pianeta gli uomini, specialmente se nobili, erano liberi di scegliersi delle concubine, con il pretesto della trasmissione dei donas, cioè di poteri mentali. Bella scusa. Ma questa è un’altra storia (anzi, 22 romanzi e una decina di antologie, a dire poco).
 
Poi non si può non pensare a Catene. Come, non lo conoscete? Eppure è stato appena nominato tra i 100 film italiani da salvare  (come recita il CdS, Le pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978. Sicuro che non ce n’erano altre? Ma forse è così, sicuramente quella serie di film con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson ha segnato un’epoca. Tutto cambia, anche le lacrime al cinema)
 
E la mia, di catena?
Quella vecchia è inutilizzabile, o perlomeno non vorrei rischiare di rimanere di nuovo incastrata. Per fortuna, ne ho trovata a casa un’altra, credo di uno scooterone ormai venduto (almeno risparmio).
Ora mi ritrovo con un catenone che sembra la collana di un rapper gigantesco; solo sollevarla è un esercizio fisico – occhio e croce, saranno 5 chili almeno, tra lucchetto e catena.
La guardo e spero che nessuno, guardando me, abbia mai avuto la stessa sensazione…
 
 
 
 
 
* dicesi “trispito” – e da qui anche il nome del blog - qualsiasi cosa non meglio definibile, di equilibrio non stabile, che sta magari in mezzo ai piedi: un tavolino sbilenco, un angelo e pure il mio motorino (nero, 125, classe 2000, se proprio siete curiosi. La marca, quella no).
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