lunedì, 26 maggio 2008

Se mi perdonate l'autoreferenzialità, vorrei farvi partecipi di un fatto curioso.
O meglio, di una cosa che mi incuriosisce assai.

Si parla, ogni tanto, di referrers sui blog, ovvero delle chiavi di ricerca (spesso assurde, talvolta divertenti) con le quali si arriva sul blog. Spesso si tratta di combinazioni casuali, qualche volta lo sono meno.

Una volta da una frase un po' troppo precisa mi è capitato di risalire a una tipa che, chissà perché, aveva copiato un mio post e poi lo aveva modificato un poco, adattandolo e riscrivendolo da lei.

Questa volta la cosa è un po' diversa, nel senso che davvero non capisco.

Giorni fa, dando un'occhiata alle chiavi di ricerca, ne avevo trovato diverse che si riferivano alla Promenade di Chagall, su cui avevo scritto un post dopo aver visitato la mostra, lo scorso marzo. Niente di strano, visto che avevo pure postato un'immagine del quadro.
La cosa strana era un'altra, come si vede qui sotto:

linkpromenade2

Dei 17 "arrivi" sul post che ho sintetizzato qui sopra, 6 puntano generalmente al quadro, ma ben undici - e si tratta di persone diverse - fanno riferimento a frasi del post.

Sembrerebbe che la cosa continui, almeno a giudicare dai nuovi referrer. E a questo punto io vorrei sapere come mai.

Perciò, ignoto/a estimatore/trice della mia "lettura", perché non mi dici come mai queste frasi ti piacciono così tanto, o se le hai trovate altrove?

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mercoledì, 30 aprile 2008
Siamo di uno stesso sangue, fratellino, tu ed io
(R. Kipling, Il Libro della Jungla)
 
 
 
 
Girellando per la rete (le mie parole latitano, ma per fortuna quelle degli altri sembrano ben vive) ho trovato questo interessante post di Solimano, dove si prende spunto dal Libro della Jungla di Kipling per parlare di letture formative, di amore per la vita e di imparare ad essere “quella cosa lì che sei tu” (che non è una cosa facile, condivido).
 
Ora non storcete il naso pensando che “mi bastan poche briciole, lo stretto indispensabile” non è poi questa grande filosofia di vita (eppure potrebbe esserne un estratto), perché non stiamo parlando – né Solimano, né io – del cartone animato di Walt Disney, ma proprio del libro.
 
Di quel libro che insegna come, ad esempio, “La forza del lupo è nel Branco, la forza del Branco è nel lupo” - lo dice Rashka (la Diavola), Mamma Lupo, tutt’altro che arrendevole e silenziosa – e come la convivenza necessiti di regole (la legge del Branco) da seguire e di partecipazione attiva alla comunità. E insegna anche che “cuor leale e lingua cortese fanno strada” (questo è Kaa; un po’ lontano dal serpentone ipnotico che canta “Credi in me”… o no?).
 
Sono messaggi un po’ datati? Forse lo sono – i libri (il primo e il secondo) sono in fondo la raccolta di alcuni racconti pubblicati a fine ‘800 – ma penso che ancor oggi abbiano la loro validità.
 
Specialmente in un mondo – come il nostro – in cui troppo spesso la diversità (di opinioni, di fede, persino di tifo) sta diventando una occasione di contrasto e odio, più che di arricchimento. Dimenticando che, sotto sotto… siamo di uno stesso sangue, fratellino, tu ed io.
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lunedì, 14 aprile 2008

Oggi sono esattamente cinque anni da quando riccionascosto (già Signora Anonima) fece la sua comparsa nei commenti di Herzog. Sarebbe stato il quinto compleanno di Herzog stesso, se Herr Effe non avesse deciso altrimenti.

In questi cinque anni sono successe molte cose, nella blogosfera. Qualcuno è andato via, molti sono venuti. Alcune strade si sono incrociate per poi allontanarsi, altre hanno proseguito parallele, intrecciandosi solo di tanto in tanto.

Ma ci siamo divertiti molto, specialmente i primi anni. Ricordo feste virtuali in cui non si poteva fare altro che ridere, la voglia di sperimentare, di giocare, di non prendersi sul serio. Questa sembra scemata, negli ultimi tempi (vedi la polemica a proposito di Blogbabel, classifiche e altro).

"Oggi non sarebbe più possibile" mi dicono. Chissà. Forse è così, forse è solo che il tempo non passa invano, e ci sono nuove strade da tentare.

Però io sono contenta di aver percorso queste, e di continuare a camminarci su.

(intanto, per chi vuole, uno sguardo alla waybackmachine può dire "come eravamo", proprio al primo comple-blog) 

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mercoledì, 02 aprile 2008
Ho preso tre post e li ho intrecciati.
All’inizio hanno fatto resistenza, perché di stare insieme non ne volevano sapere: uno
spinoso di carciofi ripieni, uno frusciante di carta e stampa, l’altro morbido di pulcini pigolanti e seta celeste.
 
Ma poi a poco a poco, sotto le dita pazienti, si sono adattati l’uno all’altro. O forse sono io che li ho fatti galleggiare nell’acqua amara per ammorbidirli e dare a loro un segno comune, un linguaggio nascosto.
 
Gesti, o comunque un linguaggio diverso dalle parole, proprio in un luogo, come questo, dove le parole sono tutto o quasi, dove noi siamo quello che scriviamo (o anche quello che non scriviamo, a volte, proprio perché certi silenzi sono più densi delle parole).
 
Il pane spezzato con le mani, quelle mani che a volte non si sa dove mettere e allora si accende una sigaretta, quelle mani che si allungano svelte su una pezza di seta, o evitano di toccarla persino con un dito.
 
Mani che non carezzano, voci che non dicono, o dicono parole aspre che il limone poi monda dell’amarezza, ma ci vuole tempo.
 
Tempo per ripetere i gesti che col tempo diventano propri, tempo per scoprire che anche quelli sono gesti d’amore.
 

Ma per questo, ci vuole il tempo che ci vuole. E le mani, lo sanno. Forse però noi l'abbiamo dimenticato.

Aggiornamento: c'è un quarto post che parla di mani e di come queste parlino ("voci accese come lampioni lungo le strade di notte"), e a me non sembra affatto un caso che questi quattro post siano scritti da donne.  Ci dev'essere qualcosa, in quest'aria di primavera.

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lunedì, 31 marzo 2008

Questo mese di marzo si sta rivelando funesto per alcuni dei blog che legg(ev)o e amo.

A metà mese, la chiusura di Herzog, di cui si è parlato abbastanza (eppure forse non abbastanza) nella parte di blogosfera che conosco. Continuo - e non sono la sola - a girellare per il blog, e ho letto pochi giorni fa un post di bombay che prende spunto da questa chiusura per fare delle interessanti riflessioni.

Oggi ritorno da una settimana di vacanza palermitana (eccivoleva, malgrado il tempo non sia stato granché) e di ritorno, oltre il casino lavorativo, trovo altre due commiati.

Su CalMa, FDD ci regala una danza sulla tastiera, che rivela poi speculare e opposta a quella che scrisse nel primo post. Così, nei commenti, svela la sua decisione, improvvisa anche se da tempo annunciata da un sottile malessere, dallo scemare del divertimento. Una parabola, dice. Di cui non vergognarsi affatto, aggiungo. "Stammi bene", scrive nell'accomiatarsi. "Non è un caso. Stammi bene. Che altro?". Non è un elogio funebre il mio, ma l'invito alla lettura di un blog in cui io stessa ho avuto spesso difficoltà a commentare, perché espressione di una scrittura densa e cesellata (si vede il ritorno sulle parole, a limare e sgrossare fino a raggiungere la lucentezza voluta o il giusto spessore), che a volte non mi riesce di capire subito ma che poi "risuona". 

La fine del sentiero giusto era stata più volte annunciata, invece, ma non così. Di solito il Colonnello Spiritum entrava in crisi a novembre, poi una bella cura di gingko biloba lo rimetteva in sesto, e tornava a scrivere nel suo "pozzo di cazzate. Sì, ma profondo", come recita ora il sottotitolo del blog. Cazzate non lo so, ma spesso profonde sì. Il sentiero non è mai stato immobile, la strada d'altronde sembra esserlo, ma cambia anch'essa con quelli che la percorrono. E io li ricordo tutti, i sentieri, quello su splinder dove i post erano il frutto esclusivo di ispirazione notturna, poi il trasferimento su altre piattaforme e infine l'attuale dominio, dove ha ospitato gli amici di Forza Idillio e anche me, un paio di volte, sul blog. Ricordo l'intervista che fece a me e alla Signorina Silvani, quando nessuna delle due aveva un blog né pensava di aprirlo. Il Colonnello Spiritum, allora, indossava un tutù rosa e gli anfibi. Devo dire che i secondi mi diedero un paio di pestate l'unica volta che riuscimmo a ballare un valzer insieme, ma tutù e anfibi descrivono bene la grande delicatezza di alcuni post e la carica di altri. Ma Spiritum, dice, da un po' di tempo non si divertiva più, e allora... Ciao.

L'uno e l'altro li considero un po' amici, oltre che blogger. E non solo perché li ho visti una volta o mi ricordo la data del loro compleanno (che, guarda caso, è la stessa). Ma perché, penso, negli anni abbiamo fatto un po' di strada insieme, "leggendoci" anche oltre il blog. E questo, resta.

Spero un po' oltre questo mese di marzo che, finalmente, si chiude.

 

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mercoledì, 19 marzo 2008
 
 
Libertà vò cercando ch’è si cara
come sa chi per lei vita rifiuta
(Dante Alighieri).
 
Inizio subito col dire che, sebbene questa frase sia stata usata, insieme alle rose rosse, dai “blog in rosso per la Birmania”, e ora potrebbe essere legittimamente utilizzata anche in relazione al Tibet, qui non si parla di questo.
No, si tratta di una “libertà” molto più personale, forse più “leggera”, ma non trascurabile.
 
Ieri sera, nei commenti al primo post del Trìspito (che si intitolava “10 ragioni per NON aprire un blog”, riprendendo un mio post che Effe pubblicò su Herzog nel giugno 2003), Varasca  scriveva:
 
ah, la curiosità!
:-)))
sì, me lo ricordo questo post da effe...
scrivevo quassù forse da un annetto, e mi avevi fatto pensare un tot, come adesso. non sapevo assolutamente nulla, non sapevo che stavo effettivamente (scusa, devo usare quel verbaccio là) bloggando, non sapevo nemmeno se avevo visitatori, e leggendovi imparavo qualcosetta. a pensarci, ho avuto veramente culo a capitare all'ufficio postale e da lì, per rimbalzi, a tutta una scrittura che ignoravo. ero incredulo, sai? "come fa a esserci tanta buona lingua, ché nei giornali e nelle bocche alla tele manca?"
colpa mia, non solo non l'ho mai cercata, ma direi che se mi capitava di imbattermi in qualcosa dal sapore "letterario", cambiavo strada.
piccoli passi. timore di indigestione, per occhi poco abituati alle parole.
beh, tu poi, riparata dagli aculei, alla fine ci hai lasciato giù una bella montagnetta di polvere di polpastrelli ;-)
evviva questa libertà, finché ci va.
 
Spero mi perdonerà se, anziché rispondergli lì, lo faccio qua.
 
Le dieci ragioni per non aprire il blog erano delle “libertà da” (dal counter, dall’ansia da prestazione, dall’immagine, dagli schemi…). La ragione per aprirlo, poi, era una “libertà di”. Di esprimersi nel modo che ci è più congeniale, senza necessità di dover adattarsi all’ambiente arredato da un altro padrone di casa – questa, a mio parere, è una delle difficoltà dei blog collettivi, e della loro durata limitata nel tempo, a meno che non assumano caratteristiche meno personali (ma questa è un’altra storia) - perché il blog è costruito a nostra misura.
 
Ecco, credo che la libertà (finché ci va) sia l’unico motivo valido per tenere aperto un blog. Proprio per questa libertà, io quando ho aperto ho fatto alcune scelte.
Quella di non mettere un blogroll, ad esempio; quella di non tenere uno “schema fisso” di pubblicazione – tanto ho l’ispirazione lenta – né avere un tema particolare (anche quando aderii al Filter misi “altro” come categoria di blog).
 
Questo è molto più facile, paradossalmente, quando il blog è un po’ nascosto, come questo. Diventa più difficile quando il blog è in vista, quando oltre alla libertà si iniziano a sentire le responsabilità e il peso delle aspettative altrui.
Quando ti “sembra male” lasciare i tuoi lettori - che tornano e protestano per la tua mancanza - senza niente di nuovo da leggere, e scrivi più per aggiornare la pagina che per voglia di farlo. Quando ti senti condizionato nelle cose che scrivi, perché pensi a come reagirebbe chi ti legge.
Quando, insomma, inizi a non sentirti più “libero di”, ma cominci a pensare che vorresti “liberarti da”.
 
Ovviamente io alcuni di questi pericoli non li corro proprio, ma penso che, se mai arrivasse questo momento – e cioè il momento in cui la libertà dovesse pendere dal lato del “non blog” - io il blog lo chiuderei.
 
Per una scelta di libertà, che è “finché ci va”.
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lunedì, 17 marzo 2008
Io c’ero, sì, quel 14 aprile 2003.
Ci sono arrivata per caso, leggevo un articolo (neanche lo sapevo, che si chiamava post) a proposito di un settimanale maschile, e nei commenti all’articolo c’era un tipo, uno che era troppo misogino e indisponente e tronfio per essere preso sul serio, eppure c’era gente che gli rispondeva seriamente, e ci si arrabbiava pure (anche quello, non sapevo si definisse troll).
Ma era anche qualcosa in più.
Per quello seguii il link che, a un certo punto, trovai nella sua firma.
E giunsi su Herzog.
Io c’ero, e fui la prima a cui Pestalozzi conservò i friarielli con le alici, lì nel forno dell’ufficio. (Cosa ci facesse un forno, in quell’ufficio, non è dato saperlo).
Io c’ero quando Herzog era lettere su lettere, e le buste si accumulavano sulle scrivanie, quando si preparavano le feste e alla fine c’era sempre qualcuno che, bontà sua, si fermava a pulire e portava via i sacchi della spazzatura.
C’ero quando l’ufficio svolgeva la sua funzione, e Pestalozzi curava la Posta del Cuore e Georgia dipingeva le pareti e lo staff proclamava lo sciopero per la tisana della Nonna.
C’ero quando Alessiaonline diventò il Confuso, quando i Pinocchi si rincorrevano per la rete, quando su Herzog le lettere diventarono sempre più rade e corpose fino a diventare racconti, e qualcuno si perse per strada, non essendo d’accordo con il nuovo corso.
C’ero perché Herzog è stata la mia casa nella blogosfera per oltre due anni e, con il permesso di Herr Effe, la sento un po’ mia anche adesso.
Grazie ad Herzog è nata riccionascosto, i miei primi post sono stati scritti lì (perfino un decalogo sui motivi per non aprire un blog, che ora è il primo post del trispito).
 
E quindi oggi, che Herzog ha deciso di chiudere, non posso che esserci, da qui.
A ringraziare Herr Effe per le scritture – e non solo – che ha portato nella rete e dalla rete: le Scritture di Strada, sacripante!, Buràn si sono mossi anche oltre i confini di Herzog, anche se da lì sono “partiti”.
E se Herzog “est”, sono certa che è una trasformazione, non una fine.
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venerdì, 29 febbraio 2008
Ci sono storie che (non) sono esistite, e che forse (non) esisteranno ancora.
In questo giorno, convenzione tra le convenzioni, queste storie  trovano  corpo virtuale in un blog che non c'era e non ci sarà, ma che oggi, come una farfalla, inizia e finisce la sua vita.

Ma se riuscite a guardare tra le sue ali, scoprirete colori meravigliosi.

Storie di inesistenze si aprono al vostro sguardo, per oggi soltanto. Sarete capaci di coglierle?





Colonna sonora: Elisa - Qualcosa Che Non C'È
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sabato, 09 febbraio 2008
Dopo mesi di assenza, rillo è tornato a scrivere.
E a guardarsi intorno... per fortuna.

Io, invece, inseguo il vento. Giusto nel caso che ve lo chiediate, eh

Tra un refolo e l'altro, ho tentato di spiegare a  qualcuno che...
(vediamo se funziona così).
Diciamo che da una parte abbiamo un possibile raccolto di mele, e dall'altro uno di arance. Ovviamente la convenienza dell'uno o dell'altro dipende da molti fattori. Quello che cercavo di fargli entrare in testa è che per capire come sarà il raccolto delle arance è inutile guardare le condizioni dell'albero di mele anche perché, se le mele maturano a marzo (a caso, eh) , le arance saranno mature solo al prossimo Natale: quindi ci sono cose che potrebbero ancora accadere, tra aprile e dicembre, e che saranno da considerare nella scelta. Poi, ovviamente, si può anche fare una scelta mista. A un certo punto mi sono resa conto che dovevo spiegargli come si distingue una qualità di mele dall'altra (che so, una golden da una stark) e - soprattutto - quali sono le differenze tra mele e arance...

Qual'è il problema? Il problema è che il tizio in questione dovrebbe essere un frutticultore... e queste cose dovrebbe spiegarle lui agli altri.  Io, invece, dovrei limitarmi alle previsioni del tempo.
(che con le piante vere, ho pure il pollice nero...)

Alla fine di un'ora circa di telefonata, mi ha ringraziato delle spiegazioni (mentre io ero sull'orlo del suicidio per aver tentato di correggerlo per la decima volta almeno mentre diceva "arancio" parlando della frutta), ma io non sono affatto sicura che abbia capito. E credo di aver confuso anche voi...
 
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mercoledì, 23 gennaio 2008

Questo, l'invito che ho trovato qualche giorno fa, nella posta di splinder.

Il "da noi" è un accogliente blog-luogo di ritrovo, l'Osteria da Amalia, dalle pareti calde di acquarelli (quelli di Mario Bianco) e "cafferelli" (di Varasca). Sui tavoli, nella migliore tradizione dei caffè vecchia maniera, i giornali sono sostituiti da post-racconti, tutti in qualche modo legati al bar, alle vecchie osterie o, comunque, a luoghi di ritrovo dove ci si può sedere per mangiare, bere e chiacchierare.

Il mio rapporto con i bar - e i pub, in particolare - è sempre stato strano.
Astemia "per forza" (ho una fastidiosa ed asociale intolleranza all'alcool, che mi proibisce di berne anche un goccio, pena... no, ve lo risparmio), spesso in passato ho preferito restare a casa o fuori dal locale per evitare mal di testa da effluvi.
Una volta mi capitò - eravamo in Inghilterra, ricordo - di pacificare una discussione "calcistica" tra italiani e irlandesi prima che degenerasse in rissa. Eravamo in un campo scout (ma non lasciatevi ingannare, gli scout sono mica quelli delle barzellette...), all'interno del quale c'era anche un pub (solo per maggiorenni, mi raccomando! Gli inglesi ci tengono, ad avere l'età giusta per ubriacarsi). E proprio davanti a quello, un gruppo di irlandesi mi incontrò quella sera. Mi circondarono, allegramente (sospetto, dall'alito, a causa di qualche pinta di birra) trascinandomi con loro per offrirmi da bere come premio per la mediazione. Immaginate il loro sconforto quando ordinai... un'aranciata!
Mi guardarono quasi con pietà, poi uno mi battè una mano consolatoria sulla spalla e andarono via, in silenzio.

Uno sguardo che mi accompagna anche qui. L'altra sera, a cena in una tipica osteria romana (una delle poche rimaste), al mio ennesimo rifiuto di un bicchiere di vino, seguito dalla ormai necessaria spiegazione, un amico mi fa: "Certo, è una disgrazia non poter bere. Pensa a me, se mi negassero il vino, o la pasta...". Al che gli ho parlato della mia intolleranza al frumento (eggià). Risposta: "Sparati".

Ma divago, come al solito. Che stavo dicendo? Ah, sì, L'osteria di Amalia, licenza a tempo determinato - la saracinesca si abbasserà il 28 febbraio 2008 - di orasesta e cybbolo.  Se sui tavoli trovate delle tovaglie verdi e gialle, protette dal cellophane, sono le mie (riciclate, eggià, visto che le avevo già sprimacciate qui). Spero solo non stonino con l'arredamento.

 

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